Era tutto vero

Poco più di 20 mesi fa il Fatto svelava, con una serie di scoop di Marco Lillo, lo scandalo Consip: cioè i traffici di vari uomini dell’entourage renziano per pilotare il più grande appalto d’Europa (roba da 2,7 miliardi) presso la centrale unica d’acquisto del Tesoro; e le fughe di notizie istituzionali di chi aveva avvertito i protagonisti dell’affaire su indagini e intercettazioni in corso, rovinando l’inchiesta della Procura di Napoli e del Noe proprio alla vigilia del probabile pagamento di tangenti. Era il 21 dicembre 2016 e si era appena insediato il governo Gentiloni, dopo la rovinosa caduta di Renzi al referendum costituzionale del 4 dicembre. Ora la Procura di Roma, che in quei giorni aveva ereditato per competenza il fascicolo dai pm napoletani Woodcock e Carrano, ha chiuso le indagini. Per Tiziano Renzi, indagato per traffico d’influenze illecite, ha chiesto l’archiviazione. Invece per gli altri inquisiti eccellenti, cioè per l’ex ministro dello Sport Luca Lotti (favoreggiamento), l’ex comandante dei Carabinieri Tullio Del Sette (rivelazione di segreto d’ufficio), il comandante dell’Arma tosco-emiliana Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento), l’imprenditore Carlo Russo (millantato credito) e l’ad di Publiacqua Filippo Vannoni (favoreggiamento), intende chiedere il rinvio a giudizio. Così come per l’ex maggiore del Noe Giampaolo Scafarto (falso, rivelazione di segreto e depistaggio) e l’ex colonnello Alessandro Sessa (depistaggio), indagati il primo per aver passato notizie segrete a Lillo (che l’ha sempre negato) e all’Aise e per alcuni errori in un’informativa (in buona fede secondo la Cassazione, in mala fade secondo i pm) ed entrambi per aver tentato di sviare le indagini.

Noi, in attesa che il Gup decida, possiamo dire nella massima serenità di aver informato correttamente i lettori, con notizie pubbliche e segrete, ma sempre vere. I fatti, a prescindere dalle decisioni del gup e poi dall’esito del processo, son quelli che abbiamo raccontato fin dal primo giorno. Anche nel caso in cui Tiziano Renzi fosse davvero archiviato: gli stessi pm lo descrivono come autore di dichiarazioni “largamente inattendibili”, cioè come un bugiardo matricolato, che mentì loro a verbale giurando di non aver mai incontrato l’imprenditore Romeo, interessato all’appaltone Consip. Invece probabilmente lo incontrò almeno una volta nel luglio 2015, in un bar di Firenze. Risulta incrociando le “celle” degli smartphone dei due. Ed era già chiarissimo dalle telefonate di Romeo (che descriveva a Russo l’abbigliamento e il carattere di papà Renzi).

Ma anche dalla testimonianza dell’ex tesoriere del Pd napoletano Alfredo Mazzei (a cui Romeo aveva raccontato l’incontro, che lui però situò in un’osteria romana anziché nel bar fiorentino). Purtroppo i pm rimuovono quel che accadde subito dopo quel tête-à-tête: Romeo chiamò la sua segretaria per farsi rinfrescare la memoria sull’appalto Consip sulle Grandi Stazioni, probabile oggetto del colloquio. Altrimenti non potrebbero salvarlo e considerare il suo galoppino Russo come un volgare millantatore che spendeva il suo nome a destra e a manca senza esserne autorizzato. Tesi già traballante di suo: prima la stessa Procura ammette che fu proprio papà Tiziano a presentare e raccomandare Russo all’ad di Consip Luigi Marroni; poi però conclude che Russo millantava di poter arrivare a Marroni tramite Renzi sr per favorire Romeo, che si bevve tutto senza verificare nulla e, in cambio, gli promise “5mila euro ogni due mesi e 30mila euro al mese asseritamente destinati a Renzi” padre. Ma di queste e altre incongruenze (vedi pag. 2 – 4), volendo, potrà occuparsi il gup: le richieste di archiviazione si possono anche respingere, ordinando nuove indagini o addirittura l’imputazione coatta.
Qui restano da affrontare gli aspetti politici ed etici dello scandalo. Anzitutto, se ha ragione la Procura di Roma che fa esultare la famiglia di Rignano ed è sempre stata additata come seria, giusta, equilibrata al contrario di quella di Napoli, non solo papà Tiziano è un bugiardo. Ma lo è pure suo figlio Matteo, che nelle telefonate private diceva di non credergli (“Non dire bugie, non ti credo”), ma in pubblico giurava sulla sua parola come sul Vangelo. E per quasi due anni ha calunniato il Fatto (nel silenzio delle altre redazioni che ora scoprono la libertà di stampa), chiamandoci “Falso quotidiano” e accusandoci di campagne diffamatorie per far cadere il suo governo (che fra l’altro era già caduto da solo). Bene: le sue erano tutte balle, noi abbiamo scritto solo fatti veri. Ora dovrebbe scusarsi e ringraziarci per avergli sempre spiegato chi erano suo padre e i suoi amici. Ma lui lo sapeva benissimo: poche settimane dopo le soffiate che avevano rovinato l’inchiesta e che i pm “buoni” attribuiscono ai renziani Del Sette, Lotti, Vannoni e Saltalamacchia, Renzi impose la promozione di Lotti da sottosegretario a ministro di Gentiloni e difese a spada tratta Del Sette. Il quale, sebbene indagato, fu rinominato da Mattarella e Gentiloni al vertice dell’Arma che doveva indagare anche su di lui e che lui era accusato di aver tradito per compiacere il Giglio Magico. Anche Vannoni e Saltalamacchia restarono ai loro posti, mentre il Pd chiese e ottenne la testa di Marroni, non indagato, ma reo di un delitto imperdonabile: aveva detto la verità sulle talpe che l’avevano avvertito delle cimici in Consip. I bugiardi e gl’indagati premiati, il testimone attendibile cacciato con ignominia, il Fatto che scriveva la verità calunniato. Questa era, secondo la Procura “buona”, la cricca dei Renzi che si era impossessata del governo. Qualunque cosa accada, nessuno la rimpiangerà.

Portobello, liberate il pappagallo dal flop tv

“Quando ero bambina non mi perdevo una puntata di Portobello, mai avrei pensato di essere io un giorno a condurlo”, dice Antonella Clerici. A dire il vero, nemmeno noi. Come Rai1 potesse affidare un classico d’autore, il vero anello di congiunzione tra la paleo e la neo Tv, tagliato da Enzo Tortora su misura per se stesso, a un personaggio tanto grossier, nazional-popolari fuori tempo massimo, è misterioso prima che discutibile. Il risultato è un varietà discount elefantiaco eppure dozzinale, un po’ Zecchino d’oro, un po’ Corrida, un po’ La prova del cuoco, gli inserzionisti e le telefoniste, geniali anticipazioni di tante trasmissioni a venire, divenuti nell’era della Rete figurine da presepe napoletano (oggi chi telefona più?), “tutto originale!” quindi nulla di originale, la conferma che, come il treno dei desideri, anche la macchina del tempo va all’incontrario. Al di là dell’oceano di kitsch in cui naviga il Portobrutto della Clerici – nulla di più lontano dal tocco così genovese, netto e parsimonioso, di Tortora – resta una considerazione generale, la Tv è un’arte minore legata a doppio filo con lo spirito dei tempi, inevitabile che la riproposta di un classico si risolva nel più classico dei fallimenti. Massima solidarietà al pappagallo, che non ha proferito verbo, né mosso una piuma per tre ore e passa, becco sigillato e occhio vitreo. Animalisti o no, sarebbe il caso di liberarlo nell’interesse della Clerici, magari prima o poi gli scappa detto quello che pensa.

Le liti a Palazzo Chigi rinviano la partenza di Conte per l’India

Le tensioni nella maggioranza sulla manovra fanno slittare la partenza del premier Giuseppe Conte per l’India. Il presidente del Consiglio doveva imbarcarsi su un aereo con destinazione New Delhi in mattinata per una visita di due giorni, ma è stato trattenuto a Palazzo Chigi per una serie di riunioni su diversi dossier, e in particolare sulla legge di bilancio. Durante la giornata Conte ha avuto più di un incontro con il ministro dell’Economia Giovanni Tria: un primo lungo faccia a faccia nel primo pomeriggio e un altro nel tardo pomeriggio. Il presidente del Consiglio quindi è stato costretto a partire solo in serata, e pertanto ha dovuto rinviare l’incontro con imprenditori, ricercatori e scienziati italiani che partecipano al Tech Summit, organizzato presso la residenza dell’Ambasciatore italiano: il meeting, previsto per ieri, si terrà questa mattina. Il resto dell’agenda di Conte è confermato: il premier, oltre a intervenire al festival della tecnologia organizzato da gruppi di imprenditori indiani e italiani, avrà un faccia a faccia con il suo omologo indiano Narendra Modi.

Gratteri: “Il governo parla solo di migranti e dimentica la mafia”

“Non ho sentito Salvini parlare di mafie, ma solo di immigrazione. Il problema non si combatte creando un tappo sulle coste libiche, bisogna andare in Centro Africa a capire chi organizza l’attraversamento del deserto. Poi andare lì a costruire infrastrutture e attività per rendere vivibile il Centro Africa e poi occuparsi dei clandestini in Italia. Ma senza accordi bilaterali, come si possono rimpatriare?” Così il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. “Al Governo ancora sembra che si stiano guardando attorno, ancora non ci sono riforme dal punto di vista normativo sulla lotta alle mafie e sul funzionamento del processo penale. Concretamente non si sta discutendo dei fondamentali ma di ciò che succede a valle, come nel caso del caso della ragazzina o sulla prescrizione”. “Ho incontrato Bonafede 2 o 3 volte – ha aggiunto –, è una persona molto educata e molto umile. Non so se sia preparato o meno, dovrebbe prima fare delle cose, sono abituato a valutare dai risultati e ancora non ce ne sono”. Secondo Gratteri “le mafie votano e fanno votare e cercano di non stare mai all’opposizione e se sbagliano il cavallo vincente poi si spostano, il rischio di infiltrazione c’è sempre”.

L’incontro della “bettola”: “Mancano prove”

Non ci sono provedell’incontro in una bettola romana tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi. E la testimonianza di Alfredo Mazzei, il commercialista napoletano che fu tesoriere del Pd campano e ufficiale di collegamento di Matteo Renzi a Napoli quando questi era solo un giovane sindaco di belle speranze, è rimasta nel limbo di quelle per le quali, afferma la Procura di Roma, non ci sono certezze né in un verso né nell’altro: non si sa se ci fu, non si può essere certi che non ci fu. Mazzei riferì di questo incontro tra l’imprenditore campano e il papà del segretario Pd in quattro diverse occasioni scaglionate nel tempo: in un’intervista a La Verità, in un interrogatorio del capitano dei carabinieri del Noe Gianpaolo Scafarto, in un’intervista a Repubblica (qui coniò il termine ‘bettola’ per sottolineare che si trattava di una trattoria di poche pretese) e in un interrogatorio ai pm romani “descrivendo – scrivono nella richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi – modalità di incontro alquanto pittoresche”. Ma senza mai recedere. Secondo la Procura, l’incontro Romeo-Tiziano probabilmente è avvenuto, ma non a Roma. Bensì a Firenze, nel luglio 2015, in un periodo diverso da quello collocato nei ricordi di Mazzei, che disse di averlo appreso da Romeo, del quale fu a lungo amico e consigliere.

Indagini e talpe

Il 20 dicembre 2016 la Procura di Napoli e i carabinieri del Noe perquisiscono gli uffici romani della Consip, la centrale pubblica degli acquisti, perché hanno saputo della rimozione dalle microspie collocate nell’ambito delle indagini sull’imprenditore Alfredo Romeo e le presunte manovre attorno all’appalto Fm4 da 2,7 miliardi di euro per la gestione degli edifici pubblici, il più ricco d’Europa. L’inchiesta passa a Roma. La vicenda esce sul “Fatto Quotidiano”

Vengono indagati per traffico di influenze illecite Tiziano Renzi e il suo amico Carlo Russo che è in contatto con Romeo. L’accusa sarà poi derubricata in millantato credito per Russo e per Renzi sr. i pm chiederanno l’archiviazione. Intanto Romeo finisce in giudizio per corruzione di un dirigente Consip, Gasparri, che ha patteggiato

Luigi Marroni, ad di Consip, dichiara di aver saputo delle indagini da Luca Lotti, fedelissimo di Renzi e all’epoca ministro, dal renziano Filippo Vannini dal generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia e da Luigi Ferrara, presidente di Consip, che dice di essere stato informato dall’allora comandante dell’Arma, generale Tullio Del Sette

Le deleghe sono state tolte al Noe e il maggiore del Noe Giampaolo Scafarto è indagato per falso e rivelazione di segreto

I pm: “Archiviare il babbo, anche se mentì a verbale”

Il padre dell’ex premier Tiziano Renzi ha mentito ai magistrati sui suoi rapporti con l’amico Carlo Russo e “probabilmente” anche sull’incontro con Alfredo Romeo non ha detto la verità. Ma non ci sono elementi per tentare un processo per traffico di influenze perché Carlo Russo è un millantatore. È il ragionamento dei pm romani Paolo Ielo e Mario Palazzi che ieri hanno comunque chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi.

I pm, nella richiesta firmata anche dal Procuratore capo Giuseppe Pignatone, accomunano addirittura la posizione dell’indagato a quella del supertestimone Luigi Marroni: “per quanto concerne la posizione di Tiziano Renzi e Luigi Marroni, l’esame complessivo delle risultanze raccolte non consente di evidenziare alcun elemento che supporti il loro coinvolgimento nella vicenda”. Per i pm di Roma, Tiziano non sapeva nulla dell’accordo quadro che il suo amico Carlo Russo andava proponendo in quell’estate del 2016 all’imprenditore campano Alfredo Romeo, spendendo il nome del padre dell’allora premier.

Anche per i pm romani il pizzino scritto e poi strappato da Romeo e ritrovato dai carabinieri del Noe nella sua spazzatura nel 2016 effettivamente dimostra che Romeo ha offerto soldi a Russo e a Tiziano Renzi, come sostenuto già dai pm di Napoli. Però, e qui c’è la novita della Procura di Roma rispetto alla Procura di Napoli, Carlo Russo millantava. “Dati oggettivi documentano in maniera inequivoca come la maggior parte delle informazioni riferite dal Russo al Romeo e relative ai suoi asseriti rapporti con Tiziano e Luigi Marroni – con il quale sarebbe entrato in contatto tramite Tiziano – non sono veritiere”.

Russo mente quando dice che Tiziano è andato a trovarlo nell’estate del 2016 in Salento. Quando dice che è stato alla Festa dell’Unità di Rignano sull’Arno con lui il 30 agosto 2016. Quando dice che incontra Luigi Marroni.

I pm di Roma hanno proposto richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi, Alfredo Romeo e Italo Bocchino per l’ipotesi di traffico di influenze illecite relative alla Consip. Carlo Russo millantava secondo i pm inesistenti capacità di interferenza su quattro enti pubblici o società: Consip, Grandi Stazioni, Inps e il comune di Lodi. Ciò detto però resta un fatto: Carlo Russo per i pm di Roma è davvero andato a parlare due volte, nel settembre 2015 e nella primavera 2016 con Luigi Marroni, numero uno di Consip, grazie alla raccomandazione del babbo del premier in carica. Tiziano Renzi, il 3 marzo 2017 ha negato ai pm: “di non avere mai parlato con Russo di Consip nè di avere mai spinto per lui con Consip”. Per i pm “queste affermazioni non appaiono punto credibili confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni”. Gli incontri ci sono stati. Il punto è che Russo, secondo la versione di Marroni alla quale i pm credono, non ha raccomandato la società di Alfredo Romeo ma un’altra azienda, che Marroni dice di non ricordare. Anche sull’incontro di Tiziano con Romeo, secondo i pm di Roma ‘probabilmente’ babbo Renzi ha mentito.

In 9 occasioni, dall’aprile al novembre del 2015, i telefonini di Russo, Romeo e Tiziano Renzi hanno interessato i ripetitori delle stesse zone di Roma centro. “Tale accertamento – per i pm – non consente di provare l’incontro di cui ha parlato Alfredo Mazzei né di escluderlo”. Mentre “altre risultanze inducono a ritenere che Renzi e Romeo si siano incontrati sì ma a Firenze il 16 luglio 2015”. A partire dalle ore 15 circa i tre telefonini di Russo, Romeo e Tiziano hanno agganciato ripetitori di Firenze che servono zone attigue del centro. La sera dopo, il 17 luglio, Italo Bocchino chiama Romeo:

Romeo (R): Bene ti devo dire, è un chiacchierone ehBocchino (B): immaginoR: è logorroico proprio … si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavataB: Ride. Capirai … a te ti son venute le bolleR: Ma no. Tu non ti puoi presentare con una polo tutta (inc.) sul colletto eh … un bermuda con dei sandali … va beh, va beh, va beh, … eeh niente abbiamo parlato sinteticamente, insomma è andata bene secondo me … quanto questo sia una persona credibile non ti so direB: però voglio dire il percorso ipotizzato c’èR: Se fosse che mi fossi incontrato con la persona che parente tua o parente mia allora direi: ‘alla faccia del cazzo ho fatto un grande incontro’ ma quel quei rapporti lì non lo so quanto è…B: ne parliamo con calma. Secondo me è positivo, molto positivo quindi il percorso che tu avevi ipotizzato c’èR: Sì sì sì sì sì sì …lui dice sento, sente sentisse quindi voglio direB: Ma non discuto proprio cioé ci sarà un settanta per cento di non farcela ma un trenta per cento di farcela ci può stareR: Ci deve stare insomma o no? Se quello parla con chi di dovere non può non ascoltarlo

La persona logorroica e mal vestita per i pm di Roma “potrebbe individuarsi in Tiziano Renzi”.

La chiamata scomparsa dopo quell’incontro fra Tiziano e Romeo

C’è un’intercettazione che non leggerete nella richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi. La telefonata dura 56 secondi, parte il 16 luglio 2015 alle 15:27 dall’imprenditore Alfredo Romeo e arriva alla segretaria Paola Grittani. Pochi mesi prima l’amico di Tiziano Renzi, Carlo Russo, si è presentato all’imprenditore campano Romeo. Il Fatto considera talmente importante l’intercettazione da averle già dedicato una pagina sei mesi fa. Visto che i pm di Roma nella loro richiesta di archiviazione non la degnano di una riga, oggi la riproponiamo perché i lettori si facciano un’idea su Tiziano Renzi, su Carlo Russo e sui pm stessi.

Così ricostruivamo il 3 aprile 2018 quell’intercettazione del 16 luglio 2015: “Alfredo Romeo – che non è in sede – chiama con il suo cellulare la sua segretaria storica. I Carabinieri del Noe trascrivono: ‘Alfredo chiama la Grittani alla quale chiede se, visto che nelle Grandi Stazioni ci sono due gare, una per le pulizie e una per le manutenzioni, la Romeo partecipa ad entrambe. Grittani risponde che al momento è una procedura ristretta per la quale stanno preparando le domande di partecipazione visto che una scade il 27 e un’altra il 29 luglio… poi avverrà l’invito con l’invio del capitolato con le specifiche’. A questo punto – concludevamo – sarebbe molto importante capire se Romeo chiama Paola Grittani per chiedere informazioni sulla gara proprio perché a Firenze è stato sollecitato sul punto. Al Fatto risulta che i Carabinieri hanno trovato l’incrocio delle celle agganciate dai telefonini di Tiziano Renzi e Alfredo Romeo in quel periodo”.

Non disponevamo allora dei dettagli del traffico telefonico. Ora i pm ci illuminano: “In una sola occasione l’utenza in uso a Romeo ha agganciato ponti ripetitori compatibili con un incontro con Tiziano Renzi e Carlo Russo. Il giorno 16 luglio del 2015 infatti a partire dalle ore 15 (guarda caso 27 minuti prima della telefonata di Romeo sulla gara Grandi Stazioni segnalata dal Fatto, ndr) circa le utenze dei tre soggetti hanno agganciato ponti ripetitori che servono zone attigue, situate al centro di Firenze compatibili con il loro eventuale incontro”.

Attenzione: i pm indagano sui rapporti tra Tiziano, il suo amico Russo e Romeo. Grazie ai tabulati scoprono che “probabilmente” si incontrano il 16 luglio 2015 a partire dalle 15. Grazie alle intercettazioni sanno che Russo sostiene nell’estate del 2016 di potere influire su Grandi Stazioni. I pm hanno letto sul Fatto che c’è un’intercettazione sulla gara Grandi Stazioni tra la segretaria e Romeo avvenuta durante o poco dopo il “probabile” incontro a tre a Firenze e cosa fanno? Invece di valorizzarla la dimenticano.

I pm scrivono del probabile incontro del 2015 sulla base dell’analisi delle celle telefoniche e di una telefonata del giorno dopo tra Romeo e Italo Bocchino nella quale l’imprenditore dice di aver visto una persona definita “logorroica e vestita in malo modo” che per i pm “potrebbe individuarsi in Tiziano Renzi”.

In pratica i pm non credono a Tiziano che ha sempre detto di non avere mai visto Romeo, men che meno con Russo. Però poi non affondano il colpo. Ritengono Russo un millantatore. Anche se Russo parla con l’amministratore di Consip, grazie a Tiziano due volte. Anche se organizza un incontro tra Romeo e Tiziano Renzi a Firenze, probabilmente. I pm non spiegano perché Tiziano avrebbe dovuto mentire sull’incontro a tre con Romeo e Russo. Non spiegano perché Romeo avrebbe dovuto telefonare dopo o durante un simile incontro alla segretaria per informarsi di una gara che poi sarebbe stato uno dei temi di discussione principali degli incontri Romeo-Russo dell’estate 2016.

Comunque Russo è un “truffatore”. Perché nel caso di Grandi Stazioni per i pm si è appurato che Romeo Gestioni ha partecipato a due gare e le ha perse entrambe nel 2016 ergo “nei giorni in cui Russo interloquiva con Romeo la posizione in graduatoria delle società dell’imprenditore campano era già cristallizzata”. I pm non spiegano perché, nonostante la gara di Grandi Stazioni fosse già nelle mani di altri, Russo e Romeo parlano a ottobre 2016 del 2-3% da dare a Russo sulla gara Grandi Stazioni. L’unica cosa sicura è che i pm hanno chiesto di archiviare l’accusa di turbativa contro Silvio Gizzi, Romeo e Russo per la “palese millanteria da parte di Carlo Russo di un suo indebito intervento sul presidente Gizzi’. Anche i pm non trovano una spiegazione agli incontri tra il presidente Gizzi e Russo nel settembre 2016 dopo l’aggiudicazione provvisoria delle gare: “Resta il dato non perfettamente chiarito delle ragioni delle loro frequentazioni”. Poi aggiungono che “non possono comunque essere correlate alle vicende di Romeo”. L’affermazione è smentita da una nota della richiesta dei pm ove si riporta il verbale di Silvio Gizzi: “Ho conosciuto Russo all’inizio del 2016 (…) l’ho incontrato circa una decina di volte (…) l’ultima a ottobre 2016 con incontri che duravano non più di 5/10 minuti in tali incontri Russo si è manifestato come espressione delle società riconducibili all’imprenditore napoletano Romeo, mi ha chiesto notizie in ordine alle gare in corso relative alla manutenzione e pulizie alle quali partecipava Romeo Gestioni”. Sembra il contrario di quel che scrivono i pm.

Consip, papà Renzi si salva Lotti & C. verso il processo

La Procura di Roma ha chiuso le indagini sulla vicenda Consip e ha chiesto l’archiviazione, tra gli altri, per Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze. L’avviso che in genere prelude alla richiesta di rinvio a giudizio è invece indirizzato a Carlo Russo, l’amico di Renzi sr. per il quale l’accusa però è derubricata in millantato credito, all’ex ministro legatissimo a Renzi Luca Lotti per favoreggiamento per aver informato i vertici Consip dell’indagine come riferito dall’ad Luigi Marroni, al generale dei carabinieri ed ex comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia e al manager renziano Filippo Vannoni, anch’essi per favoreggiamento. Per tutti e tre è stata archiviata l’ipotesi di rivelazione di segreto in quanto la qualità di pubblici ufficiali non c’era o non era rilevante per la conoscenza delle notizie rivelate. Tutti e tre rispondono delle soffiate che consentirono ai vertici della centrale pubblica degli acquisti, nel dicembre 2016, di ripulire gli uffici romani dalle microspie collocate dai carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) che indagavano su delega del pm di Napoli Henry John Woodcock. Della stessa soffiata risponde, per favoreggiamento e rivelazione di segreto, l’allora comandante generale dei carabinieri, generale Tullio Del Sette, che ne avrebbe parlato con l’ex presidente di Consip, Luigi Ferrara. Quest’ultimo era stato indagato per false informazioni ai pm ma i pm ora chiedono l’archiviazione. E chiedono l’archiviazione anche per il traffico di influenze illecite ipotizzato a carico di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano che concorreva al mega appalto Fm4 da Consip da 2,7 miliardi di euro per la gestione degli edifici pubblici in tutta Italia, e il suo collaboratore Italo Bocchino, ex parlamentare di An.

Rischia invece il processo per falso e per rivelazione di segreto il maggiore dei carabinieri Giampaolo Scafarto, all’epoca in forza al Noe che lavorava con la Procura di Napoli: avrebbe manipolato il contenuto di un’informativa ai danni di Tiziano Renzi e rivelato notizie riservate al vicedirettore del Fatto, Marco Lillo.

Berlusconi: “La Lega molli il M5S, a rischio l’accordo con FI”

La Lega metta fine al governo con il M5S, o sarà a rischio l’alleanza con Forza Italia alle prossime Amministrative. È l’avvertimento lanciato ieri da Silvio Berlusconi da Milano, durante la presentazione di un libro su Bettino Craxi. “Ci saranno tra poco elezioni regionali e cittadine – ha detto il capo di FI – e non so come potremo andare ancora a queste elezioni con un Carroccio che continua a ignorare il programma con cui si è presentata agli elettori e che tradisce gli stessi elettori, con un programma in contrasto con quello che abbiamo condiviso”. Tradotto, Berlusconi pretende la rottura a breve: “Non oso fare previsioni sulla durata del governo ma ai nostri alleati della Lega, con cui governiamo bene molti territori voglio dire: ‘Dateci una data entro la quale metterete fine a questa innaturale alleanza”. D’altronde agli occhi dell’ex premier i grillini sono pericolosissimi: “Ci sono al governo energie stataliste che portano agli anni ’70, con non soltanto un rozzo giustizialismo ma totale inesperienza. Ci vorrebbe un Bettino Craxi in grado di contrastarli”.