Altra batosta per l’Arma: Del Sette rischia

È un periodo nero per l’Arma. Dopo che per giorni i giornali hanno titolato sugli ufficiali indagati per i depistaggi sul caso Cucchi, ieri arriva un’altra batosta.

Tra chi rischia il processo nell’ambito dell’indagine Consip c’è l’ex Comandante generale Tullio Del Sette. Confermato dal governo Gentiloni quando già era indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto, è stato il numero uno dei carabinieri fino a gennaio scorso.

Ora c’è anche lui nell’atto di chiusura indagine (che di norma prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) della Procura di Roma. Secondo i pm è tra coloro che rivelarono ai vertici della Consip l’esistenza di un’inchiesta sull’imprenditore Alfredo Romeo. Chi lo tira in ballo è l’ex di Consip Luigi Marroni. Dice di aver saputo delle intercettazioni anche dall’ex presidente Luigi Ferrara, che a sua volta lo avrebbe saputo da Del Sette.

Ferrara prima conferma con i pm di Napoli, poi a Roma ritratta. Quando viene indagato per false informazioni ai pm (per lui c’è una richiesta di archiviazione) raddrizza il tiro: “Non ricordo le parole precise che Del Sette utilizzò, ricordo che io compresi, al termine di tale colloquio e in ragione di quello che mi veniva detto, che ci fosse un’indagine su Romeo”.

Del Sette ha sempre respinto le accuse, ma i pm non devono avergli creduto. Come pure non hanno creduto all’allora suo numero due, il capo di Stato Maggiore, il generale Gaetano Maruccia.

Per i pm, le notizie sull’indagine camminavano, come è legittimo, lungo la scala gerarchica. Verso l’alto. A partire da Giampaolo Scafarto e Alessandro Sessa (allora conducevano le indagini per il Noe) che informavano Maruccia. Ai pm Maruccia dice di non aver riferito nulla al Comandante perchè non c’erano “risultati concreti”. Ma le sue dichiarazioni sono ritenute di “scarsa credibilità”. Maruccia resta comunque estraneo all’inchiesta: non ci sono elementi concreti per contestare la falsa testimonianza.

Del Sette non è l’unica divisa finita nell’inchiesta. Nell’atto di chiusura indagine c’è anche Emanuele Saltalamacchia, ora a capo dei carabinieri del ministero degli Affari esteri. Già Comandante della Legione Toscana, è lo stesso che secondo il sindaco di Rignano sull’Arno, Daniele Lorenzini, partecipò a fine ottobre 2016 ad una grigliata in casa Renzi (Tiziano). “Sentii Saltalamacchia dire a Tiziano di non parlare al telefono”, dice Lorenzini. Circostanza questa non contestata. Saltalamacchia è infatti indagato solo per aver spifferato l’esistenza di un’indagine su Consip a Marroni.

E poi c’è il capitolo Scafarto, il carabiniere del Noe, ora assessore con il sindaco forzista di Castellammare di Stabia. Su di lui pendono più accuse. A cominciare dalla rivelazione di segreto nei confronti del vicedirettore del Fatto, Marco Lillo (che l’ha sempre negato), il quale rivelò l’inchiesta e l’iscrizione di Del Sette e dell’ex ministro Luca Lotti. Per i pm però Scafarto ha anche falsificato gli atti, in particolare l’informativa del 9 gennaio 2017 nei capitoli che riguardavano i servizi segreti, come pure quando ha attribuito la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” a Romeo, quando invece era stata pronunciata da Bocchino. Errori commessi con dolo per i pm. E poi c’è la rivelazione verso l’Aise, per le email con gli atti dell’indagine inviate a ex colleghi andati nei servizi segreti esteri: “Un flusso (…) illecito”, scrivono i pm, anche se “non è stato possibile accertare l’entità completa delle notizie rilevate e l’uso fatto”. Infine Scafarto è accusato, con il colonnello Alessandro Sessa, di depistaggio: la colpa è di aver disinstallato l’applicazione Whatsapp sul telefonino di Sessa per cancellare le tracce delle loro chat.

“Le soffiate verso i vertici”. Giglio magico alla sbarra

C’è profumo di giglio e di grigliata di carne nella parte di inchiesta Consip che attraversa Firenze e dintorni. Riguarda alcuni degli uomini più vicini a Matteo Renzi e al suo entourage, i fedelissimi del Giglio Magico, come il deputato ed ex ministro Luca Lotti, che hanno condiviso ascesa e caduta dell’ex premier, o Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, società idrica fiorentina. Riguarda un alto ufficiale dei carabinieri, il generale Emanuele Saltalamacchia, all’epoca comandante della Legione Carabinieri Toscana, che secondo una testimonianza del sindaco di Rignano sull’Arno, Daniele Lorenzini, fu ospite nell’ottobre 2016 a un barbecue a casa di Tiziano Renzi e in quell’occasione conviviale avrebbe avvertito babbo Renzi di non parlare al telefono.

Ma i fiorentini non finiscono mai. Perché nell’indagine romana c’è anche Carlo Russo, piccolo imprenditore che andava a Medjugorje coi genitori di Matteo Renzi e che entrava e usciva dagli uffici di via Pallacorda a Roma della Romeo Gestioni: per i pm è un millantatore per aver assicurato a Romeo interventi miracolosi in Consip grazie a Tiziano e ai suoi agganci, in cambio della promessa di 100 mila euro annui da parte del facoltoso imprenditore campano. Della grigliata non c’è traccia nell’avviso di conclusa indagine (l’accusa a Lotti e Saltalamacchia riguarda una presunta soffiata all’ex Ad di Consip Luigi Marroni), ma dopo quella testimonianza Lorenzini e Tiziano Renzi non si parlano più, si sono fatti la guerra nel Pd e fuori, e Lorenzini è stato rieletto sindaco di Rignano sull’Arno, senza il simbolo dei dem.

Intanto per l’ex ministro Lotti e il generale Saltalamacchia si prospetta un’imputazione di favoreggiamento.

A tirarli in ballo è Luigi Marroni, lo stesso silurato dopo aver ribadito le sue accuse davanti ai pm. Marroni ai carabinieri di Napoli che il 20 dicembre 2016 chiedono perché abbia tolto le cimici dal proprio ufficio, racconta: “Ho appreso in quattro differenti occasioni – dichiara Marroni – da Filippo Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”.

Sull’ex ministro, a dicembre 2016, Marroni punta dritto: “Sempre a luglio 2016 – dice agli investigatori napoletani – durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore”.

Per i pm Marroni è un teste attendibile. A riprova delle sue parole, ossia che sapesse delle indagini, c’è agli atti una telefonata del 20 dicembre 2016, con il capo dell’ufficio legale di Consip: “A me l’avevano detto… dice… sa è da 4 o 5 mesi che ogni tanto qualcuno ce lo diceva”.

Ma lo stesso Marroni odora di Giglio Magico: prima di andare in Consip è stato fino al 2012 direttore generale dell’Asl di Firenze. Vicino a Renzi, ma non vicinissimo, come ha precisato l’ex premier ai pm: “Io stesso scelsi Marroni proprio perché non era della mia stretta cerchia”. Vannoni invece è un esponente doc del Giglio Magico. Amico di Renzi dai tempi dei boy scout, consigliere economico di Palazzo Chigi durante il suo governo, è tuttora presidente di Publiacqua, dove il Comune di Firenze del renziano Dario Nardella detiene il 21,67%.

È passato attraverso la tempesta Consip senza bagnarsi e la sua foto campeggia sul sito della società pubblica che dal 2002 gestisce il servizio idrico integrato di un territorio di Firenze e quattro province toscane. Marroni, che ha tenuto il punto sulle accuse sia a Napoli sia a Roma, è stato dimissionato dal suo incarico. Vannoni, che a Roma le ha ritrattate, è rimasto al suo posto.

Minaccia gialloverde alle Regioni: tagliate i vitalizi o tagliamo voi

Le Regioni si adeguino: taglino anche loro i vitalizi oppure il governo taglierà i trasferimenti erariali verso gli enti locali. È nel testo della manovra: entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di Bilancio, le regioni sono invitate ad adeguare la disciplina dei vitalizi in essere – quelli erogati a favore di presidenti, consiglieri o assessori – a quella appena introdotta in Parlamento grazie alla delibera di Roberto Fico (che ha ricalcolato tutti gli assegni degli ex onorevoli secondo il metodo contributivo). Si legge nel testo del governo: “Una quota pari al 30 per cento dei trasferimenti erariali a favore delle regioni, diversi da quelli destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, delle politiche sociali e per le non autosufficienze, del trasporto pubblico locale, è erogata a condizione che la regione (…) provveda ad adeguare, ove necessario, la disciplina dei trattamenti previdenziali o vitalizi in essere”. Lo Stato, quindi, può chiudere i rubinetti alle regioni che ancora non hanno eliminato i vitalizi tagliando i trasferimenti fino al 30%, fatti salvi i servizi essenziali: sanità, politiche sociali, trasporto pubblico. I governatori sono avvertiti.

Le polemiche sulle “fake”, ma il salva-evasori c’è

“Epoi dicono che non mi devo incazzare!”. Il vicepremier Luigi Di Maio non l’ha presa molto bene quando gli hanno portato un lancio di agenzia che sembrava far rientrare dalla finestra quello che credeva aver fatto uscire dalla porta (anzi da Porta a Porta) nel decreto fiscale. La lettura del testo e della relazione illustrativa che ne ha fatto l’agenzia di stampa non lascia dubbi: con la solita “manina” si è tornati allo scudo fiscale e al condono per le attività finanziarie e per i patrimoni immobiliari detenuti all’estero. Il decreto è un nervo scoperto dentro il Movimento che ha indotto Di Maio a finire vittima di una fake news. Ma solo in parte. Nell’articolo 9 e nella relazione illustrativa che lo accompagna, depositati in Commissione al Senato, si continua a sancire esplicitamente il divieto di esperire la procedura della dichiarazione integrativa per ottenere la definizione agevolata ai contribuenti “per l’emersione di attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute fuori dal territorio dello Stato”.

Il diavolo però fa le pentole ma non i coperchi. All’articolo 1, dove si prevede il condono di sanzioni e interessi per tutti i destinatari di un semplice processo verbale di constatazione rispunta effettivamente lo scudo sull’estero. Si possono regolarizzare le violazioni anche in materia di “imposta sul valore degli immobili all’estero e imposta sul valore delle attività finanziarie all’estero”. Nella relazione tecnica al decreto risultano contestate tra il 2013 e il 2018 una maggiore imposta Iva per 8 miliardi, un’imponibile di imposte dirette per 30 miliardi e un miliardo di ritenute. In genere, sottolinea il ministero dell’Economia, con gli accertamenti ordinari si riesce a ottenere la riscossione solo del 3,5% con un’adesione del 4% che determina un incasso di 600 milioni. Ma secondo Eutekne.info, un quotidiano digitale dedicato ai commercialisti, il vero condono è quello sulle liti tributarie: prevede sconti dell’80% a chi ha vinto in secondo grado di giudizio nonostante l’Agenzia delle Entrate prevalga nel 68,2% dei ricorsi in Cassazione.

Altra fake news. In una tabella del decreto fiscale si sarebbe annidata la revoca delle pensioni ai reduci dai campi di concentramento. L’annuncio ha costretto il Mef a precisare: “Nessuna riduzione delle pensioni di guerra né dei vitalizi ai perseguitati politici e razziali: i titolari degli assegni non subiranno alcuna decurtazione, quanto riportato da alcuni organi di stampa è pertanto privo di fondamento”. Il dl n. 119, spiega il Mef, “ha semplicemente operato un allineamento dello stanziamento in bilancio alla effettiva erogazione delle risorse, ma non sono state introdotte misure che limitano il beneficio o i requisiti di accesso”. In sostanza il naturale venir meno dei beneficiari riduce di anno in anno platea e stanziamenti.

Il governo delude gli statali: fondi per i nuovi contratti, ma valgono 50 euro al mese

Il governo guarda agli statali in vista della manovra, ma al momento il bilancio è ancora magro. L’ultima bozza stanzia per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego 4,2 miliardi nel prossimo triennio, 1,7 a regime dal 2021. In questo modo non si potrà garantire un aumento pari a quello dell’ultimo rinnovo, 85 euro mensili lordi (servirebbero 2,8 miliardi). “Così vale 30 euro di aumento sul 2019 per arrivare a poco più di 50 nel 2021 – spiega la Funzione pubblica della Cgil –. Serve un confronto col ministro della Pa Buongiorno per evitare che si annuncino grandi cifre e non si aumentino i salari”.

C’è poi il capitolo assunzioni. Di base è certo lo sblocco totale del turnover deciso dal vecchio governo (un assunto per ogni pensionamento), che nel 2019 dovrebbe valere circa 140mila nuovi ingressi. Nel triennio si arriva a 500 mila: il governo voleva anticiparli tutti all’anno prossimo, ma le ambizioni sembrano essersi ridimensionate. Nella manovra si stanziano circa 800 milioni, 130 nel 2019, 300 nel 2020 e 400 dal 2021 per assunzioni aggiuntive. A spanne si tratta di 6 mila nuovi ingressi, destinati però a specifiche esigenze del governo nei ministeri (Tesoro, Interno, Giustizia, avvocatura dello Stato etc.).

La manovra, ovviamente, non considera Regioni e Comuni, ma anche per la sanità non sembrano esserci grandi spazi. Per il ministero di Giulia Grillo c’è solo il miliardo in più già promesso per il fondo sanitario, che non basta a coprire turnover e rinnovo contrattuale (servono 2,1 miliardi). Ci sono poi 6mila assunzioni nel triennio nelle forze di polizia; altre 1.500 entro il 2020 nei Vigili del fuoco; nelle università (mille ricercatori); tra i magistrati vincitori di concorso e all’Inail (60 unità).

Altra novità riguarda i docenti scolastici. Cambia il percorso di formazione e reclutamento. Il Fit (il tirocinio triennale con un’unica prova) creato dal vecchio governo viene eliminato prima di nascere: si torna al concorso tradizionale per semplici laureati (con 24 crediti universitari specifici). Chi lo supera, accede all’anno di prova e viene assunto: trafila più snella, ma forse docenti meno preparati. La novità non piacerà ai precari non abilitati, che aspettavano un concorso tutto per loro.

Giorgetti svuota il Coni con la sua “Sport e Salute”

“Riteniamo necessaria una revisione delle competenze del Comitato Olimpico, il governo deve assumere il controllo delle modalità di assegnazione e spesa delle risorse”. Lo avevano scritto nel contratto: M5S e Lega sono stati di parola. Nella bozza della legge di Bilancio c’è un provvedimento firmato dal sottosegretario Giorgetti che, se confermato, è destinato a rivoluzionare il sistema sportivo italiano: il Coni non viene proprio cancellato (non sarebbe possibile), ma depotenziato e svuotato di soldi; nasce una nuova partecipata statale, la “Sport e Salute spa”, direttamente alle dipendenze dell’esecutivo, da cui passerà il 90% dei fondi. Compresi quelli per le Federazioni.

La chiave per smontare l’epicentro di potere che oggi fa capo a Giovanni Malagò si chiama Coni Servizi: è la società al 100% del ministero dell’Economia che rappresentava la cassa dello sport e legata a doppio filo al Coni. Basti dire che il suo presidente è Roberto Fabbricini, braccio destro di Malagò (ed ex commissario della Figc). Adesso il suo posto sarà preso dalla Sport e Salute spa. Non un semplice cambio di denominazione: non avrà più alcun rapporto di dipendenza col Comitato olimpico, i vertici saranno designati dall’esecutivo (non dalla giunta di Malagò), con incompatibilità fra i due ruoli. Chi ha occupato un ruolo di vertice al Comitato non potrà lavorare a Sport e Salute per almeno 2 anni, e viceversa.

Che l’attacco sia diretto al Coni e non allo sport in senso lato lo dimostra il fatto che nella bozza ci sono conti precisi, da cui l’organismo presieduto da Malagò esce con le ossa rotte e il movimento pare invece rafforzato: il finanziamento statale allo sport viene infatti fissato al 32% delle entrate del bilancio dello Stato del settore, nella misura minima di 410 milioni l’anno (la quota su cui si era stabilizzato negli ultimi tempi). Non dovrebbe cambiare molto, perché calcio e affini valgono per l’erario intorno a 1,3 miliardi (il 32% sono appunto quella cifra), ma per il futuro il sostentamento pare garantito, e potrà solo crescere.

Tutti questi soldi, però, non li gestirà più il Coni, ed è qui la rivoluzione. Su 410 milioni, ben 370 passeranno da Sport e Salute: si tratta dei 120 milioni di contratto di servizio per le attività svolte dalla società (che si occupa di eventi, impianti, ecc.) più i 250 milioni che il Coni girava alle varie Federazioni (il 55% per la parte sportiva, il resto per pagare stipendi e carrozzoni vari).

Il testo non lo dice esplicitamente, ma è chiaro che non sarà più la giunta di Malagò a stabilire le quote alle varie discipline: il Coni perderà così uno dei suoi poteri principali. Il governo gli lascia le briciole: appena 40 milioni per costi di funzionamento e attività istituzionali e gli toglie pure i 10 milioni per l’attività scolastica per finanziare la riforma dei maestri di educazione fisica.

Certo, la bozza non è ancora definitiva e va confermata nel testo definitivo. Di sicuro, però, il ridimensionamento dei poteri di Malagò è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del M5S. Ci si chiedeva se Giancarlo Giorgetti, titolare della delega e uomo di compromessi, sarebbe stato dello stesso avviso: la manovra sembra dare risposta positiva. Anche perché il nuovo assetto prevede che tutte le nomine di Sport e Salute vengano decise dell’autorità governativa competente. In assenza di un vero e proprio ministero (che la Lega non ha voluto), vuol dire lui, Giorgetti: nuovo capo dello sport italiano.

L’assenteista Salvini ha lasciato il seggio al consiglio di Milano

Alla fine Matteo Salvini ce l’ha fatta: dopo 25 anni ha lasciato il consiglio di Milano. Ministro dell’Interno, vicepremier, segretario del (forse) primo partito in Italia, fino a ieri il “Capitano” leghista continuava a esercitare la sua carica da consigliere comunale. “Esercitare” è probabilmente un eufemismo, visto che Salvini frequentava Palazzo Marino di rado, e quasi esclusivamente per rilasciare interviste a margine dei lavori d’aula. Quest’estate, per dire, il leghista è risultato presente in 29 sedute su 160, il 18,13%. Ieri ha ufficializzato le sue dimissioni: non è consigliere comunale per la prima volta nell’ultimo quarto di secolo (esclusa una parentesi tra il 2013 e il 2016). Non è, anzi non era, l’unico eletto “vip” nel parlamentino del capoluogo Lombardo: sono ben 8 gli altri eletti con doppi incarichi. Tra cui Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera, e Stefano Parisi, entrato lo scorso 4 marzo anche nel consiglio regionale del Lazio. Entrambi hanno percentuali di presenze irrisorie: la prima il 38,13%, il secondo il 33,7%. E ancora non hanno rinunciato al seggio.

Rai, regge il patto gialloverde: Carboni verso il Tg1

Intesa raggiunta sulle nomine Rai. L’impianto è pronto e questa mattina l’ad Fabrizio Salini farà avere i curricula dei futuri direttori di reti e tg ai consiglieri di amministrazione. E il nodo principale, quello del direttore del Tg1, sarebbe stato sciolto con la scelta di Giuseppe Carboni, giornalista del Tg2 che da anni segue i 5Stelle. Dopo ore di frenetiche trattative per sistemare le ultime caselle e una serie di veti incrociati, tra Lega e M5S la quadra è stata raggiunta. In perfetta zona Cesarini, perché il Cda con all’ordine del giorno le nomine è previsto per domattina alle 10:30. Il regolamento interno prevede che i curricula devono essere consegnati ai consiglieri 48 ore prima, che possono essere ridotte a 24 se la procedura è d’urgenza.

Per dirimere la questione nell’ultima settimana sono stati necessari almeno tre incontri tra Salvini e Di Maio e innumerevoli telefonate. Ma alla fine l’intesa è stata trovata. Un accordo in cui ha pesato anche il ruolo di Salini, che ha preteso l’ultima parola e ha premuto per la convocazione del Cda domani.

Nella trattativa il nodo era diventato il Tg1, perché i nomi proposti dai pentastellati non erano graditi all’alleato leghista tranne uno: quello di Federica Sciarelli, che però ha chiesto di continuare a condurre Chi l’ha visto?. Esclusa anche Giuseppina Paterniti (non gradita alla Lega), dal gioco dei veti incrociati parrebbe essere uscito, appunto, il nome di Giuseppe Carboni che cui sarà affidato il compito di guidare il tg della rete ammiraglia.

Altro intoppo sembrava diventato anche Rai1: se fino a qualche giorno fa per la rete ammiraglia Marcello Ciannamea era considerato in una botte di ferro, nelle ultime ore si sono sparse voci sul fatto che Salvini avesse calato un’altra carta, quella di un esterno, proveniente dal mondo Mediaset. Il nome possibile poteva essere quello di Paolo Del Debbio, al momento nullafacente a Mediaset (seppur contrattualizzato). “C’è stato un interesse da parte loro qualche settimana fa, ma poi la cosa è finita lì. Nella partita dei direttori io non ci sono”, smentisce però Del Debbio. Qualcuno ha buttato lì anche il fatto che Salvini volesse il capo autore di Elisa Isoardi a La prova del cuoco, Casimiro Lieto, ma sono voci velenose.

Per il resto il quadro è quello degli ultimi giorni, con le direzioni dei Tg che si completano con Gennaro Sangiuliano al Tg2 e Luca Mazzà al Tg3, mentre a Rai2 dovrebbe andare Maria Pia Ammirati e a Rai3 resterebbe Stefano Coletta. Nelle altre caselle troviamo invece Alessandro Casarin al Tgr (con vice Roberto Pacchetti), Maurizio Losa o Jacopo Volpi a Raisport, Ludovico Di Meo a Radio Rai, Antonio Preziosi (in quota Forza Italia) a Rai Parlamento, mentre a Rainews dovrebbe andare Paterniti o la corrispondente Rai da Parigi, Iman Sabbah. Per protesta contro questo stallo che ha paralizzato l’azienda per mesi, infine, ieri mattina è andata in scena una protesta dell’Usigrai. “Abbiamo consegnato a Salini e Foa uno zainetto con il contratto di servizio per ricordare a tutti che la Rai non può più aspettare”, ha spiegato Vittorio Di Trapani. L’attesa ora è finita. Domani, dunque, le nomine di reti e tg. Poi verrà tutto il resto, a partire da marketing, fiction e pubblicità.

Libia, il summit dei desideri: ci sarà pure il gen. Haftar

APalermo, il 12 e 13 novembre, ci saranno tutti: quelli che ci sono meno nemici e che magari non contano moltissimo, come il capo del governo di unità nazionale al–Serraj; e quelli che ci sono meno amici e che magari contano parecchio, come il generale Haftar; quelli che vengono per darci una mano, ma senza fare nulla, come gli Stati Uniti; e quelli che vengono per ‘gufare’, ma dicendo le parole giuste, come la Francia; e anche quelli che vengono per stare a guardare, come la Russia. Dal punto di vista della partecipazione, la conferenza per la Libia voluta e organizzata dall’Italia, assistita da Ue e Onu, benedetta da Washington, condivisa da Mosca, contrastata ma poi accettata da Parigi, sarà un successo: nei contatti a Roma, domenica e ieri, il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, l’uomo forte della Cirenaica, molto vicino all’Egitto, addestrato dalla Cia, interlocutore della Russia e della Francia, ha confermato la sua presenza.

Senza di lui l’incontro avrebbe avuto poco senso. Ma anche con lui non è detto che il vertice produca risultati per la stabilizzazione del Paese e la messa in moto di un processo politico ed elettorale. Le cronache della Libia segnalano un livello di tensione sempre elevato: gli scontri lungo la costa si sono smorzati, rispetto a due mesi or sono, ma domenica, nella Libia centrale, c’è stato un attacco terroristico contro una stazione di polizia ad al Jafra, nell’area di Al Fuqaha, con quattro persone uccise e una decina sequestrate. La responsabilità dell’azione è stata attribuita a terroristi del sedicente Stato islamico. A Roma, il generale Haftar ha visto a Palazzo Chigi il premier Conte e alla Farnesina il ministro degli Esteri Moavero: il primo si propone di essere un ‘facilitatore’ della pace in Libia; il secondo è il ‘tessitore’ della trama della conferenza di Palermo. Secondo una nota di Palazzo Chigi, Haftar, che ha avuto con Conte “un lungo e articolato colloquio”, dà la sua disponibilità “a un confronto che si auspica costruttivo”: “la premessa di un reale processo di unificazione in linea con le perduranti aspettative del popolo libico”.

La presenza a Palermo di tutti i principali attori libici – afferma sempre Palazzo Chigi – è finalizzata “a sostenere le condizioni di sicurezza e di sviluppo economico, nonché il rafforzamento del quadro politico-costituzionale, quale base per un ordinato processo politico basato sul Piano d’Azione delle Nazioni Unite”. Il rappresentante dell’Onu Salamé e il presidente del Consiglio libico al-Serraj, che è una creatura della comunità internazionale, erano a Roma venerdì.

I contatti di queste ore, le missioni in Libia delle scorse settimane, le visite di Conte a Washington e a Mosca sono servite a creare le condizioni ottimali perché Palermo sia un successo. Ma esperti e diplomatici sono consci della volatilità degli impegni in un contesto fortemente frammentato, dove, ad esempio, il controllo delle partenze dei migranti va negoziato con i capi locali piuttosto che con un labile potere centrale.

Quella di Palermo sarà, per il governo italiano, “una Conferenza per la Libia e non sulla Libia”, ispirata a “due principi fondamentali: il pieno rispetto della assunzione di responsabilità da parte libica e l’inclusività del processo”.

Se l’obiettivo di elezioni il 10 dicembre, concordato a maggio dal presidente Macron con al-Serraj e Haftar, pare ormai inattuabile, Arturo Varvelli dell’Ispi fissa la barra del successo della Conferenza di Palermo nel rilancio della missione dell’Onu: più che un accordo fra le fazioni libiche, serve “l’intesa fra i principali attori internazionali”. Anche Roberto Aliboni dello IAI sarebbe soddisfatto della rimessa in moto “di un processo di coesione e di consenso”, per il quale serve – nota – “un’intesa europea” e non “la canea antifrancese che invece tende a prevalere in Italia”. Il generale Mario Arpino, su Affarinternazionali.it, invita, invece, a tenere conto “del popolo libico, convitato di pietra al grande banchetto energetico organizzato da altri”: “Se e quando potrà liberamente votare, potrà riservarci delle sorprese”.

Ridotta l’alternanza scuola-lavoro, Uil: “Ok, ma non basta”

Tra le novitàdella manovra economica c’è anche la revisione della Buona scuola renziana, da sempre oggetto di pesanti critiche da parte di Lega e 5Stelle. A essere ribaltato potrebbe essere uno dei pilastri della legge, ovvero l’alternanza scuola-lavoro, come fa sapere la Uil dopo aver consultato le bozze della manovra: “Nel triennio si passa dalle 400 ore previste per tecnici e professionali alle attuali 150 per i tecnici e 180 per i professionali, per i licei la riduzione è da 200 a 90 ore”. La riduzione però, denuncia il sindacato, non è sufficiente se non si interviene anche sulla qualità del programma di alternanza: “Che ci fosse bisogno di un tagliando sull’alternanza è scontato, ma che si agisca solo con un bilanciamento delle ore, senza affrontare il problema di fondo che attiene agli obiettivi didattici, lascia perplessi”. La speranza della Uil, verso l’approvazione definitiva del testo, è quello di un confronto con l’esecutivo: “Come di consueto accade che i governi assumano iniziative, legittime, di cambiamento e lo fanno in solitudine, con il risultato di ricominciare da capo”.