Spread in discesa dopo S&P. Asta Bot coi rendimenti in calo

Parte con il segno più la settimana per la Borsa di Milano: approfittando del miglioramento dello spread dopo la conferma del rating italiano da parte di Standard & Poor’s, che ha invece tagliato solo l’outlook a negativo, Piazza Affari ha chiuso in testa alle altre borse europee (Ftse Mib +1,91% a 19.039 punti), di nuovo sopra i 19mila dello scorso 19 ottobre, con lo spread tra Btp e gli omologhi tedeschi (Bund) ha chiuso a 297 punti contro i 310 dell’ultima seduta della scorsa settimana, con il tasso del decennale italiano al 3,3%.

A beneficiarne sono state soprattutto le banche, spinte anche dalle voci della disponibilità del governo a sostenere gli istituti più in difficoltà.

Sul fronte della aste c’è, invece, da segnalare il tutto esaurito per i titoli di Stato spuntando un lieve calo dei rendimenti. Il ministero dell’Economia ha collocato 6 miliardi di euro di Bot semestrali a fronte di una domanda da parte degli investitori di 9,617 miliardi di euro e un rapporto di copertura di 1,60. Il rendimento è sceso di 5 punti base rispetto all’asta dello scorso 26 settembre, portandosi allo 0,159%.

L’ex dirigente Aspi: “Dal 2015 segnalate anomalie sul Morandi”

L’accusa arriva da un dirigente di Autostrade per l’Italia, chiamato a parlare davanti ai magistrati che indagano sul crollo del ponte Morandi di Genova: Aspi sapeva delle anomalie sulla pila 9 (quella crollata) già dal 2015. A parlare è Mario Bergamo, ex direttore del settore manutenzioni di Autostrade. Bergamo è indagato insieme ad altre 20 persone, oltre alle due società Autostrade e Spea. “Nel 2015 – ha spiegato ieri ai magistrati – ricevemmo dei dati sullo stato del viadotto che ci fecero avviare il progetto di retrofitting nello stesso anno. Quei dati mi fecero notare un problema importante. Andai via da Autostrade nel 2016, non so perché si bloccò il progetto. Non ho avuto occasione di confrontarmi con i colleghi”. Il progetto di retrofitting (il rinforzo delle pile 9 e 10) sarebbe stato poi approvato da Aspi nel 2017 e avrebbe dovuto far partire i lavori entro il 2019. “Non erano dati allarmanti, ma segnalavano anomalie – ha continuato Bergamo – tali da avviare l’iter. Il mio progetto prevedeva cavi esterni sugli stralli della pila 9 in aggiunta a quelli già esistenti”. Per quasi tre anni, però, sarebbe rimasto tutto fermo. Gli inquirenti ipotizzano che il rinvio fosse finalizzato a scaricare i costi con l’aumento del pedaggio. Aspi, infatti, nel 2017 presentò al Mit il progetto di retrofitting inquadrandolo come intervento migliorativo e non come manutenzione (i cui costi sarebbero altrimenti ricaduti solo su Aspi).

Salento, Lezzi accusa tutti (tranne sé)

È furibonda la ministra del Sud Barbara Lezzi. La pasionaria salentina del Movimento non ci sta a prendersi la colpa del Tap. E racconta “come stanno le cose” in 16 minuti di soliloquio in diretta Facebook. Lezzi ce l’ha con la giornalista del Fatto

Tiziana Colluto (“Facesse inchieste complete. Io ho sempre detto che sarebbe stato difficile fermare il gasdotto”). Lezzi ce l’ha con il sindaco di Melendugno Marco Potì (“Le sue maniere da teppistello non mi fanno paura. Fa parte di una genealogia di baroni. Fa allusioni sessiste”). Lezzi ce l’ha con Liberi e Uguali (“Ora sono tutti bravi, preparati, ma quando si votava dov’erano?”). Lezzi ce l’ha con i No Tap (“Chi sono per dire che devo dimettermi?”). Lezzi ce l’ha con Michele Emiliano (“È bravo a parlare dopo”). Ce l’ha con i commentatori che sui social l’accusano di essere collusa (“Ho nomi e cognomi di tutti”). Lezzi cita Berlusconi e “i berluschini” del Salento; Calenda, Martina, Renzi, pure D’Alema.

Si salva solo il M5S. Lezzi non ce l’ha con Di Battista, che disse: “Col nostro governo il Tap lo blocchiamo in due settimane”. Non ce l’ha con Beppe Grillo (“Se per fare il Tap metteranno in campo l’esercito, noi ci metteremo il nostro di esercito”). Ce l’ha con tutti, in pratica, tranne che con Barbara Lezzi.

Tap, i risarcimenti si basano su contratti che però il governo non ha mai verificato

Non c’è alcuna trasparenza alla base della decisione dell’attuale governo di procedere con la costruzione del gasdotto Tap, il Trans Adriatic Pipeline che deve portare in Europa il gas dell’Azerbaigian, via Grecia e Albania, fino a Melendugno, nel Salento.

Come noto il motivo è che l’Italia, se si tirasse indietro, potrebbe dover versare al consorzio Tap somme ingenti se perdesse la battaglia dei risarcimenti. La questione insomma non è più politica, ma tecnica: l’ammontare, mostruoso, di un eventuale risarcimento (minimo 20 miliardi) impone di proseguire col Tap, anche se il M5S aveva promesso lo stop. Eppure la questione degli eventuali risarcimenti è nota da quattro anni. Nel 2013 l’Italia ha sottoscritto un accordo intergovernativo (detto Iga) con Grecia e Albania (ma non con le aziende del Tap): non prevede penali, ma ritirando l’autorizzazione si potrebbe aprire un arbitrato internazionale. Se l’Italia perdesse, dovrebbe pagare. Quantificare la cifra è perciò dirimente. Come emerge dai documenti di accesso agli atti effettuati dalle associazioni No Tap a fine agosto 2018, nessun ministero pare però aver avuto accesso ai contratti che il consorzio Tap ha stipulato per vendere il gas azero. Se dovessero saltare – sebbene non saranno in vigore fino al completamento dell’opera – la società azera Socar del gruppo Tap ha dichiarato che perderebbe 11 miliardi di euro di gas venduto. È intorno al 23 luglio scorso, nei giorni della visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Azerbaigian, che Socar inizia a far circolare cifre “tra i 40 e 70 miliardi di euro” di risarcimento in caso di marcia indietro (Mattarella ha rassicurato che il progetto non avrebbe subito ritardi).

Ma il governo ha verificato la cifra per conto proprio? Stando ai documenti ottenuti col Foia (Freedom of informaction act) no. La confusione regna sovrana. Per motivare il via libera, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha parlato perfino dei presunti risparmi del 10% che il Tap porterebbe nelle bollette dei cittadini grazie alla nuova fonte di approvvigionamento del gas. Dichiarazioni non confermate neppure dalla segreteria del suo ministero: “Questa amministrazione non detiene alcuna informazione pertinente su quelle dichiarazioni”.

Nella sua lettera aperta di domenica, il premier Giuseppe Conte spiega che “gli accertamenti compiuti e gli impegni già assunti ci precludono persino una più compiuta valutazione dei costi/benefici che il progetto Tap trae con sé. Non ha senso elencare e approfondire i benefici che l’opera apporterebbe quando i costi della sua interruzione risultano insostenibili”. Conte pare confermare di non aver avuto accesso ai contratti di Tap, eppure sostiene che il costo sarebbe una cifra dell’ordine di quanto calcolato, a carte coperte per il governo, dalle stesse aziende. Ieri il vicepremier Luigi Di Maio lo ha poi indirettamente smentito, spiegando che lo studio costi/benefici “è stato fatto”.

Marco Potì, sindaco di Melendugno, racconta al Fatto che nel corso della riunione dello scorso 15 ottobre a Palazzo Chigi, il sottosegretario allo Sviluppo economico Andrea Cioffi ha parlato di un possibile rischio di risarcimento “di 20 miliardi,” presentando “una relazione di due pagine in carta semplice, senza intestazione”. Potì ha chiesto di aver accesso a tutta la documentazione alla base di quei calcoli, “ma ci è stata negata”.

Nel caso in cui il governo rescindesse l’accordo internazionale con Grecia e Albania Potì ricorda che in Europa, in 20 anni di arbitrati aperti tra Stati e aziende in casi simili a questo, nel 50% per cento dei casi hanno perso i governi, per un ammontare di risarcimenti, da parte degli Stati, pari a 13 miliardi di euro totali: “Come mai col solo progetto Tap si rischierebbe un risarcimento di 20 miliardi?”. Il governo non vuole rispondere. O, forse, non può. Perché un’analisi dei numeri tirati fuori dalle società private non pare averla fatta.

“Vietato cedere”: ora Di Maio pensa alle espulsioni

Evoca le testuggini della Roma che fu, contro un pugno di dissidenti. Pretende “compattezza”, perché “siamo sotto attacco”, E minaccia di rispolverare l’arma delle armi, le espulsioni, avvertendo: “Se qualcuno dei soldati si fosse sfilato dalla formazione a testuggine avrebbe condannato i compagni alla morte o a finire prigionieri”. Perché ha un’ossessione, il Luigi Di Maio che declama sul blog delle Stelle come un improbabile legionario: non mostrarsi debole davanti al vero avversario, quello che sta al tavolo di governo, la Lega.

L’alleato che il M5S non chiama mai così, e che per tutto il giorno punzecchia Di Maio e i suoi ai fianchi, iniziando dalle grandi opere per continuare con il possibile voto anticipato a Roma. Stoccate per blindare il decreto Sicurezza e guadagnare metri nella corsa alle nomine. “Però il vero obiettivo è indebolirci a prescindere, perché loro già pensano alle Europee e al voto a Roma”, dicono dal Movimento.

Così ecco la nota bellica del capo, e le minacce di espulsioni fatte trapelare dall’alto per alcuni dei 3 o 4 ribelli schieratisi proprio contro il decreto Salvini: “Chiunque votasse contro il provvedimento si metterebbe fuori da solo, sarebbe un tradimento”. Con Elena Fattori che pare quella più a rischio, e infatti fa sapere: “Se sarò espulsa farò ricorso”. Poco male per il vicepremier. Deciso a non mostrare “cedimenti”, per citare sempre il post alla D’Annunzio, così da non essere fragile dinanzi al Carroccio. E di conseguenza, per non essere obbligato a scelte impopolari, che peserebbero nei mesi a venire. A partire dal voto di fiducia sul decreto sicurezza, probabile ma non certo.

D’altronde Di Maio non ha la fronda alla porta. Però ha quel gruppetto di irriducibili che possono complicargli la vita a Palazzo Madama. E deve vedersela con un malumore diffuso, che parte da molto in alto (il presidente della Camera Roberto Fico, ostile al dl Salvini) e ripiomba tra diversi parlamentari. Eletti che non vogliono l’assalto al cielo, cioè al leader, ma che da tempo chiedono un coordinamento con il governo. E che sui territori devono rispondere alla base, in ansia dopo aver visto ammainare la bandiera del no al Tap. Ecco perché Di Maio fa muro al Tav: “La rinegoziazione del progetto è dentro al contratto di governo”. Ergo, è inaccettabile, pena l’aprirsi di una frattura interna, per di più con il Piemonte che in primavera andrà al voto.

Non a caso il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, infierisce: “Le grandi opere se devono essere fatte si fanno, piuttosto c’è qualche frizione all’interno degli alleati. Risolveranno al loro interno: si sa che quando si fanno grandi opere, qualcuno contro c’è sempre”. E nel Movimento non gradiscono. “Il condono penale lo voleva lui, non ci perdona di averlo bloccato” sibilano dai vertici. E comunque le voci da dentro spiegano che l’analisi sui costi e benefici su un’altra opera centrale, il Terzo Valico, arriverà la prossima settimana. E confermerà che va fatto, “perché fermarlo costerebbe più che completarlo”. Tradotto, la Lega avrà l’opera che reputa fondamentale. Invece per il Tav se ne parlerà più avanti. Ma il responso sarà negativo, assicurano. E il Carroccio dovrà farsene una ragione. Anche se per ora tira dritto, per innervosire i 5Stelle. Mentre Salvini in serata a Night Tabloid accelera: “Sono contento di aver fatto con Giorgia Meloni la corsa alle Comunali di Roma. Col senno di poi anche i romani avrebbero preferito che andasse in maniera diversa: troviamoci per ragionare di Europa e anche di Roma”. Ed è la milionesima conferma del fatto che il ministro dell’Interno fiuta il sangue, cioè una possibile condanna della sindaca Virginia Raggi. Per questo parte del M5S vorrebbe comunque andare avanti con la giunta (la decisione potrebbe essere votata sulla piattaforma Rousseau). Sarebbe un azzardo, ma almeno non si farebbe un favore a Salvini: l’alleato.

Industriali, politici, sindacati. Si risveglia il partito del Tav

Se in Puglia il Movimento 5 Stelle cede su due temi chiave, Ilva e Tap, a Torino invece fa quadrato intorno al No alla Torino-Lione rianimando così il partito del cemento. Si ricomincia dal Palazzo di Città dove la sera del 19 giugno 2016 i No Tav “assalirono” festosamente il municipio per festeggiare l’elezione di Chiara Appendino.

Ieri pomeriggio in Consiglio comunale è stato approvato, con 23 voti favorevoli e due contrari, un ordine del giorno che impegna l’amministrazione a chiedere al governo alcune azioni contro la Torino-Lione: “Rendere pubblici e verificabili i criteri, le procedure e le modalità di attuazione di una rigorosa analisi costi-benefici” dell’opera; “sospendere qualunque operazione indirizzata all’avanzamento dell’opera finché non sia terminato” lo studio; “ridiscutere gli accordi con lo Stato francese” secondo i quali l’Italia deve pagare una percentuale maggiore del tunnel, nonostante si trovi soprattutto in territorio transalpino. Poi il M5S vuole la revoca di due incarichi a uomini vicini al Pd: Mario Virano, direttore generale di Telt, azienda che sovrintenderà alla realizzazione, e Paolo Foietta, commissario straordinario del governo. I fondi risparmiati, per i 5Stelle, dovrebbero andare alla mobilità sostenibile.

La mossa serve al M5S per ricucire con la base elettorale. Anche se i rapporti coi No Tav sembrano ormai deteriorati. Fuori dal municipio Giulia Ferro, referente del comitato di Torino, spiegava che “i No Tav non sono il Movimento 5 Stelle”: “Non abbiamo bisogno di nessuno che ci rappresenti”. Alberto Perino, storico portavoce del movimento della Val di Susa, ricorda che “Il Movimento No Tav ha un principio fondamentale: non ci sono governi amici”.

Il primo effetto, per così dire, visibile della mossa di ieri è stato il ritorno in grande stile del partito favorevole al Tav: si rivedono insieme Pd e centrodestra, associazioni imprenditoriali (soprattutto industriali, costruttori e artigiani) e sindacati dei lavoratori edili (Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil). Per questi ultimi il voto dell’aula rappresenta “un oltraggio al futuro della città, delle imprese, dei lavoratori. Un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa”, ma anche una “dimostrazione dell’ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese”. Durissima la Cisl. Come anche Confindustria, che convocherà in città un consiglio generale straordinario: “Così ci condanniamo alla marginalità per i prossimi 200 anni”.

Perse le Olimpiadi, ci si aggrappa alla Torino-Lione. In aula i 327 emendamenti dell’opposizione vengono accorpati e bocciati e gli esponenti del Pd, tra cui Piero Fassino, vengono espulsi per aver esposto dei cartelli di protesta. Eleonora Artesio, consigliera eletta con la lista di sinistra “Torino in Comune”, fa notare che il 5 dicembre 2016 era stata votata una mozione con “cose ben più impegnative” contro il Tav. Cosa è cambiato? Il timore del coacervo di interessi che da sempre gravita intorno alla Torino-Lione è che i 5Stelle, ora al governo, faranno di tutto per evitare un’altra débâcle come la Tap.

Per questo l’intervento più atteso in Consiglio era quello di Fabrizio Ricca, consigliere del Carroccio: “La Lega continua a essere favorevole all’opera”, spiega giudicando l’atto “una fuga in avanti del Movimento 5 Stelle” rispetto al contratto che prevede una valutazione dopo l’analisi costi benefici: “È un atto inutile e non penso che Salvini o Di Maio abbiano il tempo di ascoltare Appendino su questo ordine del giorno. Il governo del cambiamento andrà avanti anche senza queste sceneggiate”. Con un tweet, però, il vicepremier Luigi Di Maio annuncia: “Presto io e Danilo Toninelli (ministro delle Infrastrutture, ndr) incontreremo Appendino per continuare a dare attuazione al contratto di governo”. Per l’analisi costi-benefici ci vorrà un mese: gli esperti hanno cominciato a lavorarci da pochi giorni, dopo aver concluso lo studio sul Terzo Valico.

Una cosa è esclusa: non ci sono penali. Ieri Foietta ha spiegato che “i costi di uno stop per il Paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera”. Uscita azzardata, visto che l’accordo bilaterale con la Francia non prevede penali in caso di recesso e di grossi contratti coi privati (passibili di risarcimenti) finora non ne sono stati firmati.

Va via Chef Kumalè: “Anche qui ormai solo gli italiani!”

Anche il cooking show può diventare sovranista quando passa per “lo slalom tra termini e definizioni da evitare, ricette fusion e rivisitazioni strampalate”, come quella della parmigiana: “Quando mi hanno chiesto di preparare la parmigiana con l’aneto ho capito che non era più il posto per me”. Vittorio Castellani, noto come Chef Kumalè, ha detto addio alla Prova del Cuoco – assegnato di recente a Elisa Isoardi – affidando a un post su Fb (poi rimosso) le spiegazioni della propria decisione. “Dopo avermi cercato e voluto, mi hanno detto che la trasmissione preferisce dare spazio al multiregionalismo italiano invece che al multiculturalismo a tavola. Anche in cucina oramai mi sembra chiaro il concetto di: ‘Solo gli Italiani!’”. Castellani, che da 30 anni gira il mondo e promuove la contaminazione tra le tradizioni culinarie, aveva collaborato al programma – che sta peraltro registrando un calo netto negli ascolti – negli anni d’oro di Antonella Clerici. Dura la replica della Rai, che smentisce lo chef: “La Prova del Cuoco è un programma aperto alla conoscenza e alla diffusione televisiva di tutte le cucine del mondo”.

Tria e il Foglio, la vendetta dell’ex

Lo scorso fine settimana abbiamo scoperto un personaggio che la cronaca attuale, tra lazzi e acrobazie da Commedia dell’Arte e foschi presagi di sventura, aveva finora colpevolmente oscurato: il ministro Tria.

Sabato Tria era a Firenze alla Festa dell’Ottimismo del Foglio, giornale con cui ha collaborato e che forse lo ha invitato sperando si sentisse indotto dall’antica amicizia nella tentazione di parlare un po’ male di quegli esagitati incompetenti e maneggioni del governo (anticipiamo gli haters: quest’ultima è una nostra illazione destituita di ogni fondamento, alla prova del fact checking ci dichiariamo obiettori civili).

Chi si aspettava da Tria l’opaca difesa della superiorità dei numeri e dei trattati sugli ideali o forse sulle chimere della nota al Def è rimasto deluso: intervistato dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, Tria, con quella faccia da Ragionier Filini, ha fatto brillare tutti gli inneschi che gli erano stati messi sotto la sedia. Il direttore pianta un paletto: “Perché la Bce, il Fondo monetario internazionale ecc. sono così pessimisti?”. “Mah”, fa Tria, rivelando una miopia da burocrate dostoevskijano, “io non vedo tutto questo pessimismo”. E la prima carica è neutralizzata.

La seconda se la innesca da solo, per scaldarsi: “Cottarelli ha detto che una crescita dell’1,5% è plausibile solo se l’economia mondiale cresce del 6%. Le stime del precedente governo per il 2019 erano dell’1,4, e non mi pare che allora si parlò di una crescita del 6%”. La questione sarebbe chiusa, ma Cerasa tira fuori l’arma fine di mondo: “E lo spread?”. Tria sospira: “Lo spread deriva da un’incertezza politica, perché non c’è una manovra di rottura dei conti pubblici che lo giustifica”. Sì, vabbè, ma il deficit al 2,4%? Tria rincara: “Da economista avrei chiesto il 2,5 perché credo serva contrastare un rallentamento dell’economia”. Sì, ma la spesa? “Per il reddito di cittadinanza è stata stanziata una cifra inferiore che per gli 80 euro, quelli erano 10 miliardi, questi 9”. Cerasa inchioda il ministro: “Ma se nel primo trimestre del prossimo anno dovessimo scoprire che la crescita è completamente diversa da quella prevista che fate, aumenterete il deficit?”. Tria ha una comunicazione da fargli: “Ma, Claudio, mi devi scusare ma la domanda non è realistica, non si può verificare l’andamento della crescita in un trimestre. Lo sapremo sei mesi dopo. È una domanda non realistica”. Poi si toglie pure il ghiribizzo di citare suoi pezzi usciti sul Foglio.

Quindi, dopo aver detto che “questo è uno dei governi più stabili d’Europa dal punto di vista della maggioranza parlamentare”, Tria spacca il sorriso dei presenti: “So che il Foglio fa una battaglia contro questo governo e ha fatto una difesa quasi disperata dei precedenti protagonisti della politica italiana; del resto è una caratteristica del Foglio buttarsi in maniera avventurosa, però poi bisogna pure guardare i fatti”. Nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, dove sono appena passati il cuoco Bottura e Farinetti con la loro balsamica presenza e dove Renzi l’ottimista, da sindaco, si mise in testa di trapanare gli affreschi del Vasari in cerca di un’inesistente Battaglia di Anghiari di Leonardo, scende il gelo. Gli ottimisti corrono a guardare Cottarelli da Fazio, che li rassicura spiegando come tutto andrà a rotoli.

(Disclaimer: noi non parteggiamo per il ministro contro il Foglio. È diritto e dovere dei giornalisti fare domande, sperabilmente realistiche. Da pessimisti della ragione, speriamo che Tria non si sbagli).

Chi è al governo rispetti i giornali e prenda esempio dal vice-Raggi

Domenica pomeriggio, guardando su Rai3, Mezz’ora in più di Lucia Annunziata, ho pensato (come spero molti): ecco un modo civile, e utile, di discutere. Da una parte del tavolo c’erano le sei donne promotrici di “Roma dice basta”, la manifestazione contro la “cattiva amministrazione” della giunta Raggi, che il giorno prima aveva raccolto in piazza del Campidoglio migliaia di persone. Di fronte, il vicesindaco Luca Bergamo, che ha detto di essere lì perché (riassumo) i cittadini vanno sempre ascoltati anche quando chi governa non condivide le critiche che gli vengono rivolte. Al centro, la conduttrice impegnata a indirizzare il dibattito sui temi concreti. Così è stato, e anche se ognuno dei partecipanti, probabilmente, non avrà cambiato opinione, il pubblico avrà potuto meglio comprendere le ragioni che fanno di Roma una metropoli difficile da governare: per la sua estensione, per la dimensione del debito accumulato nei decenni, per la scarsità dei fondi di cui oggi la Capitale dispone. Anche se tutto ciò, dopo due anni e mezzo di giunta del “cambiamento”, non può continuare a costituire un alibi per le gravi e spesso insopportabili carenze che si registrano nei trasporti, nella raccolta dei rifiuti, sulla manutenzione delle strade, sul degrado di molte zone anche centrali (San Lorenzo) sottratte alla legalità.

Il tutto è stato argomentato con rispetto reciproco, senza alzare inutilmente la voce, con lo spirito di chi cerca possibili soluzioni e non facili risse. Il vicesindaco Bergamo ha cercato di rimediare, con la sua stessa presenza, alla prima impulsiva e sbagliatissima reazione di Virginia Raggi, che ha liquidato la protesta come espressione del Pd e degli “orfani di Mafia Capitale”. Terminata la trasmissione pensavo che comunque si fossero create le basi per avviare, come si dice, un confronto costruttivo della cittadinanza del “basta” con la giunta e anche col M5S. Purtroppo, non tenevo conto dell’irresistibile impulso del movimento a mandare tutto in vacca e a spararsi sui piedi. Poche ore prima, infatti, il Blog delle Stelle aveva informato il milione e 300 mila follower che “comprare Repubblica equivale a finanziare il Pd”. Citando come prova inconfutabile di questo geniale scoop il resoconto della manifestazione (con annesse foto della piazza gremita), pubblicate nelle pagine romane del quotidiano. In questi casi ci soccorre un’antica massima secondo cui la stupidità è di colui che danneggia gli altri senza procurare alcun vantaggio a se stesso. Qui però abbiamo qualcosa di peggio poiché il “vantaggio” di simili, ripetute uscite contro i giornali fuori linea appare evidente: rafforzare l’immagine di un movimento così insofferente a qualsiasi critica da volere imporre il bavaglio alla libera stampa.

A che pro? Per fare contenti i pasdaran pentastellati e magari distogliere la loro attenzione dal dietrofront sul Tap, che si farà lo stesso malgrado le solenni promesse elettorali? Fatica sprecata visto che i detti pasdaran detestano i giornali molto più di quanto già facciano i loro capi politici (garante compreso). Oppure, si vuole fare breccia in quell’Italia che non vota 5stelle, ma neppure gli è ostile, e che cerca di capire, con crescente preoccupazione, dove stiamo andando? Per dimostrare così che la grande stampa non racconta la verità perché troppo impegnata ad avvelenare i pozzi del suddetto cambiamento (insieme, s’intende, ai vari Soros, Juncker, Moscovici, Draghi)? Se così fosse sarebbe una palese dimostrazione di autolesionismo visto che quell’Italia, diciamo così, alla finestra la solfa dei giornali cattivi l’ha già sentita da Berlusconi e Renzi, quando erano alle corde, e non si può dire che gli abbia portato bene. Senza contare che i bersagli di simili attacchi sollevano la giusta e immediata solidarietà di giornali e giornalisti che pensano: oggi tocca a Repubblica, domani potrebbe toccare a noi. Con la stessa franchezza va ricordato che quando toccò al Fatto Quotidiano, e ai suoi giornalisti, di essere messi alla gogna nella Leopolda renziana, non si ricordano espressioni di altrettanto incontenibile sdegno da parte di colleghi e testate oggi sotto tiro. Acqua passata, abbiamo le spalle robuste tanto più che stiamo parlando di un principio – la libertà di manifestazione del pensiero – tutelato dalla Costituzione (art. 21).Valori che dovrebbero essere cari anche al M5S, o almeno alla sua componente più saggia o se preferite meno impulsiva. Non il ministro Barbara Lezzi e il suo video contro la nostra Tiziana Colluto, colpevole di aver raccontato la sua giravolta sul Tap. Con uno stile molto diverso da quello mostrato dal vicesindaco Bergamo, e dal premier Conte, sempre disponibile nei confronti dell’informazione tutta (anche di quella che non perde occasione per deriderlo). Loro dimostrano di conoscere la differenza tra comandare e governare. Tra insultare e ascoltare.

In tre anni 1,5 miliardi di spese in meno per l’accoglienza

Era annunciatoe ovviamente rientra nella dinamica della riduzione degli sbarchi di migranti in Italia, ma ora la legge di Bilancio fa una stima dei risparmi attesi sulle politiche migratorie, esplose fino a quasi 2 miliardi l’anno un paio d’anni fa: la manovra, che dovrebbe essere incardinata alla Camera domani, mette a verbale – a causa della “contrazione del fenomeno migratorio” – risparmi per 400 milioni nel 2019, 550 milioni nel 2020 e 650 milioni dal 2021. I risparmi, questa la novità, non vengono riassorbiti dal ministero del Tesoro, ma finiscono in un fondo del ministero dell’Interno per il suo funzionamento. Le stime del governo sulle spese si giustificano con la tendenza già in atto da qualche mese, che vede un netto calo degli arrivi via mare in Italia: se nel 2016 erano sbarcate 159.418 persone, diminuite a 111.306 lo scorso anno grazie al lavoro dell’ex ministro Marco Minniti, da gennaio sono soltanto 22.031 i migranti approdati sulle nostre coste. Il divario è ancor più netto se si tiene conto solo del periodo da giugno in avanti, quello con Salvini all’Interno: nel 2017 erano arrivati 51.173 migranti, nel 2018 siamo fermi a 8.601.