Legittima difesa, leggi simili (e inutili) di gialloverdi e Pd

“L’idea di assecondare la spinta securitaria ci ha coinvolto. Abbiamo pensato che fosse giusto. Invece proprio non si può. Questi vorrebbero che se spari in casa tua nessuno, nemmeno il giudice, possa chiedere conto”. Le parole dell’ex Guardasigilli Andrea Orlando, intervistato dal Fatto all’indomani dell’approvazione al Senato del ddl sulla legittima difesa, ha riaperto il dibattito in materia di sicurezza in casa Pd.

I dem hanno votato “no” al ddl fortemente sponsorizzato dalla Lega, ma si erano invece allineati alla maggioranza su uno degli articoli più qualificanti del provvedimento, il numero 2, che prevede la non punibilità “se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità ha agito in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Per Pietro Grasso (LeU) la scelta del Pd “di rincorrere la destra è incomprensibile”. E non è bastato al capogruppo dem, Andrea Marcucci, parlare di “Far west” per allontanare le accuse di chi si oppone al nuovo testo.

Ma come ha votato il Pd a Palazzo Madama? A parte il sì all’articolo 2 e alla nuova disciplina civilistica dell’eccesso colposo (art. 7), i dem hanno dato semaforo verde pure alla norma che dà priorità ai processi (art. 9) e al gratuito patrocinio a favore della persona per cui sia stata disposta l’archiviazione o il proscioglimento o il non luogo a procedere per fatti commessi in condizioni di legittima difesa o di eccesso colposo (art. 8). Si sono invece astenuti sulla revisione del quadro sanzionatorio per la violazione di domicilio (art. 4), furto in abitazione (art. 5) e rapina (art. 6). No, invece, all’articolo 3 che prevede che nei casi di condanna per furto in appartamento, la sospensione condizionale della pena sia subordinata al pagamento integrale dell’importo dovuto per risarcire il danno.

Le maggiori polemiche hanno riguardato i primi due articoli. Il Pd ha detto no all’articolo 1 che prevede che agisca “sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”. Un “sempre” che introdurrebbe “un’irragionevole presunzione assoluta di difesa in ogni ipotesi di violazione del domicilio” secondo i relatori di minoranza dem.

Cosa prevedeva su questo punto il provvedimento presentato dal Pd nella scorsa legislatura (abbandonato dopo il sì della Camera)? Che dovesse considerarsi legittima “la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi indicati dall’articolo 614 c.p. (la casa, ma anche l’esercizio commerciale) con violenza alle persone o sulle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Anche l’articolo 2 era abbastanza simile nel regolamentare i casi di eccesso colposo: il ddl democratico escludeva “sempre” la colpa “quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico” in situazioni “comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica o per la libertà personale o sessuale”. Del testo fu relatore David Ermini, oggi vicepresidente del Csm, che illustrò al pubblico quali fossero i “facili indicatori oggettivi” che avrebbero assicurato il “sacrosanto diritto dei cittadini all’autodifesa” e limitato la discrezionalità dei magistrati “tenuti a muoversi” in un ambito molto circoscritto (la famosa intrusione notturna, appunto, la presenza in casa di minori, precedenti aggressioni subite eccetera).

Entrambi i progetti, come si vede, sono improntati all’idea di limitare l’intervento del magistrato (su un reato che, peraltro, dà luogo a 1 o 2 processi l’anno secondo il ministero della Giustizia). Il problema, per i proponenti di oggi e di ieri, è che pure con le loro leggi sarà un giudice a decidere se lo sparatore era in preda a “grave turbamento” o in “situazione di pericolo” quando ha premuto il grilletto: non c’è modo che un cadavere a terra o una ferita d’arma da fuoco non causino un’inchiesta e, eventualmente, un processo.

Il dl Sicurezza non si ferma, la fronda grillina nemmeno

Idissidenti 5Stelle si avviano a non votare il decreto Sicurezza, ora all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato, quando, la prossima settimana, arriverà in Aula. Intanto, il Pd e LeU stanno studiando l’incartamento degli emendamenti al testo (da ieri sono iniziati i voti in Commissione) per valutare su quali chiedere il voto segreto in aula.

La speranza è quella di incunearsi tra le contraddizioni della maggioranza. Un insieme di fattori che potrebbe portare il governo a mettere la fiducia: la Lega sarebbe già pronta a farlo, i 5Stelle hanno qualche difficoltà in più, viste le critiche nella passata legislatura ai governi che ricorrevano a questa scelta. Una divergenza in più, rispetto a quella più grande: se per Matteo Salvini il decreto Sicurezza è il provvedimento politicamente più importante, i 5Stelle lo soffrono. Con i “dissidenti” vicini a Roberto Fico che hanno presentato 81 emendamenti e che non hanno intenzione di rinunciare a quelli più rilevanti.

Ieri, intanto, il primo round è andato liscio, come fanno notare anche dal Viminale. In Commissione Affari costituzionali è passato un unico emendamento. I ribelli grillini (Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Elena Fattori e Matteo Mantero), però, hanno tenuto: non hanno ritirato le loro proposte di modifica, ma se le sono viste bocciare. Il capogruppo a Palazzo Madama, Stefano Patuanelli, ha invitato tutti ad assumersi la “responsabilità” del governo. E i “vertici” del Movimento hanno fatto recapitare un messaggio ai ribelli: “Il voto contrario non è ammissibile”. Loro per ora non demordono. La Nugnes annuncia: “Se il testo resta così, voto contro”. Gli altri valutano di non partecipare al voto, come dichiara Mantero. Secondo fonti d’opposizione, i dissidenti potrebbero arrivare a una decina. Il tema è di tenuta politica del M5S, non di tenuta numerica della maggioranza: in caso di fiducia è probabile che i 5 Stelle “anti-Salvini” escano dall’Aula e non votino contro: e poi sul tema sicurezza, i gialloverdi godrebbero della non belligeranza dell’opposizione di destra (18 FdI, 61 Forza Italia).

Ieri Ignazio La Russa si è visto dichiarare inammissibili quelli che lui chiama “emendamenti migliorativi”, ma che la maggioranza avrebbe definito “scabrosi”. Tra questi, l’esclusione del ricorso al patteggiamento per delitti sessuali contro minori; l’introduzione della castrazione chimica per i pedofili e per gli stupratori recidivi; lo sgombero di tutti i campi abusivi; e infine l’emendamento che prevedeva la reintroduzione della procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita, cancellando così la norma “salva-parenti” di Renzi (il riferimento è al caso Unicef). In questi giorni, l’esame del testo continuerà e già lunedì il decreto dovrebbe arrivare in aula: il 3 dicembre scade e deve passare anche all’esame della Camera.

Bialetti è a rischio chiusura: chiesto l’ok a prestito da 17 milioni

Un altro simbolo del made in Italy è a rischio chiusura. La Bialetti, la storica azienda che produce la moka “coi i baffi” deve fare i conti un debito monstre di 68 milioni di euro e la società di revisione contabile ha fatto sapere che ci sono dubbi sulla continuità aziendale. Così per salvare la società è stata presentata presso il tribunale di Brescia la domanda di autorizzazione all’emissione di un primo prestito obbligazionario d’urgenza dell’ammontare di 17 milioni di euro. La disponibilità delle nuove risorse finanziarie, attesa a breve, dovrebbe consentire alla società di far fronte all’attuale situazione di tensione finanziaria che ha inciso negativamente sulla operatività del gruppo e che rischiano di compromettere il futuro della società. I risultati consolidati al 30 giugno 2018 hanno, infatti, mostrato “ricavi consolidati del primo semestre 2018 pari a 67,3 milioni di euro rispetto a 76,6 milioni di euro del medesimo periodo del 2017 (-12,1%)”, mentre “il risultato netto del gruppo del primo semestre 2018 è negativo per 15,3 milioni di euro rispetto al risultato negativo di 1,6 milioni di euro dello stesso periodo dell’anno precedente”.

Alitalia, arrivano le Fs (e i colossi statali)

Il complesso e arduo salvataggio dell’Alitalia entra nel vivo. Siamo, come si suol dire, alle battute finali per mettere nero su bianco l’interesse delle Ferrovie nell’ex compagnia di bandiera, secondo il piano studiato dal governo, o meglio dagli uomini del ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio.

Ieri sera il cda dell’azienda dei treni guidata da Gianfranco Battisti ha vagliato l’offerta che sarà presentata mercoledì, ultimo giorno disponibile. Lo schema sarà in due tempi. Le Fs formalizzeranno ai commissari di Alitalia, da quasi due anni in amministrazione straordinaria, un’offerta sul 100% degli asset, destinati a confluire in un successivo momento in una nuova società (newco) scorporata dalle passività. Sarà “vincolante”, ma non troppo. Nel senso che sarà subordinata alla realizzazione del successivo step, cioè l’ingresso di altri “investitori istituzionali” e “privati”. Per i primi, risulta al Fatto, il ministero dello Sviluppo economico coltiva l’idea di far entrare le grandi partecipate pubbliche: sicuramente la Cassa Depositi Prestiti, ma l’ipotesi è di coinvolgere anche Poste, l’ex Finmeccanica (Leonardo) e l’Eni, che peraltro è il principale fornitore di carburante di Alitalia (voce che nel bilancio della compagnia vale almeno il 35% dei costi). Tra i secondi rientra invece una compagnia aerea, che si occuperà della parte gestionale. In corsa c’è ancora EasyJet, ma anche gli americani di Delta e i tedeschi di Lufthansa. Questi ultimi due sono più avanti nello studio del dossier e la scorsa settimana hanno di nuovo avuto accesso alla Data room (il presidente di Delta, Glen Hauenstein conosce il vettore italiano, di cui è stato direttore generale e commerciale durante l’era Mengozzi).

Insomma, le Fs faranno un’offerta ma la trattativa con i commissari proseguirà poi insieme agli attori interessati. O non se ne farà nulla. Le Ferrovie infatti hanno intenzione di diluire la quota di capitale il prima possibile (restano, insomma, concentrate sul loro core business, senza distogliere risorse dalle Frecce o dal trasporto regionale). La percentuale di capitale del vettore estero non sarà superiore al 49%, perché il governo vuole che la maggioranza resti in mani italiane. Probabile che alla fine della giostra l’azienda dei treni e le altre partecipate pubbliche deterranno una quota intorno al 60% del capitale, e il restante 40 andrà alla compagnia aerea straniera, che però avrà un peso rilevante nelle scelte manageriali. Al momento non sono note le cifre, ma alla newco serve un importante investimento finanziario per poter progettare un rilancio che punti sul lungo raggio. Si parla di almeno 1,5 miliardi.

Questo complesso schema serve al governo per evitare due grossi problemi nell’immediato. Il primo riguarda il prestito ponte pubblico da 900 milioni (800 di cassa più 100 di interessi da versare) che va restituito al governo entro metà dicembre, e che la Commissione Ue è pronta a bocciare come aiuto di Stato illegale. Presentarsi con un’offerta vincolante servirà a prendere tempo (a quanto filtra, Bruxelles non avrebbe chiuso la porta all’ipotesi nelle interlocuzioni informali avute finora). Il secondo è studiare un’ipotesi che non preveda gli esuberi corposi che sarebbero arrivati con le offerte “spezzatino”, avanzate nei mesi scorsi dai vettori che si erano mostrati interessati solo alla parte aerea a lungo raggio. Parte degli esuberi, sempre nelle intenzioni, dovrebbe essere assorbita dagli “investitori istituzionali”. Tutto questo senza che ci sia ancora un piano industriale per rilanciare l’ex compagnia di bandiera, ormai al suo terzo fallimento.

Ilva, Arcelor Mittal avvia le assunzioni e spacca i sindacati

La nuova stagione dell’Ilva targata Arcelor Mittal sta per entrare nel vivo. Il colosso mondiale dell’acciaio ha scelto i 10.700 lavoratori da impiegare sin da subito: fino a fine anno saranno utilizzati dalla nuova società restando dipendenti della vecchia; dal 1° gennaio ci sarà il passaggio formale. I 3 mila circa che non sono stati chiamati resteranno presso l’amministrazione straordinaria, in cassa integrazione. Ma già diverse centinaia di operai hanno accettato il licenziamento incentivato: 500 a Taranto, 80 a Cornigliano, 28 a Novi Ligure e 6 a Marghera.

Resta, inoltre, il nodo spinoso di Genova, dove la Fiom ha indetto uno sciopero per chiedere ai nuovi proprietari dell’Ilva di mantenere l’organico a 1.500 unità (e non le mille stabilite), per rispettare l’accordo di programma firmato nel 2005. Mobilitazione che ha però avuto l’effetto di rompere il fronte sindacale: Fim Cisl e Uilm, infatti, si sono defilate. I 13.500 dipendenti dell’Ilva hanno quindi conosciuto il proprio destino. La selezione su chi arruolare e chi lasciare nell’amministrazione straordinaria è stata a discrezione di Arcelor Mittal “secondo le esigenze tecniche, organizzative e produttive”, come recita l’accordo sottoscritto il 6 settembre al Mise. A Taranto oggi ci sono 10.700 lavoratori, ma solo 8.200 hanno mantenuto il posto in fabbrica. Gli altri resteranno in cassa integrazione con la certezza di essere riassunti da Arcelor Mittal entro il 30 settembre 2025. Sempre che, come gli altri 500, non decidano di accettare il premio da 100 mila euro per le dimissioni volontarie. Più complicata la situazione di Cornigliano (Genova). Tredici anni fa in Liguria è stata chiusa l’area a caldo e in quell’occasione gli ex proprietari dell’Ilva hanno ottenuto in concessione gli stabilimento fino al 2065, a patto di mantenere il livello occupazionale che allora era di 2.200 persone. Oggi sono circa 1.500, con 1.059 in servizio e gli altri in cassa integrazione. Arcelor Mittal ne sta assumendo subito solo mille. Dei 500 rimasti in cassa, un’ottantina ha accettato gli incentivi all’esodo. Su Genova, l’intesa del 6 settembre prevedeva la convocazione di un tavolo al ministero, entro il 30 settembre, per discutere dell’applicazione dell’accordo. Per ora c’è stata solo una riunione alla Prefettura, nella quale Arcelor Mittal ha ribadito la volontà di prendere solo mille lavoratori. L’incontro al ministero è invece fissato per il 7 novembre.

I 500 rimasti fuori hanno comunque la certezza di essere riassunti entro il 2025, se non accetteranno gli incentivi: la garanzia di riassorbimento vale in tutti gli stabilimenti italiani dell’Ilva. Ma il problema posto dalla Fiom è un altro: “Per rispettare l’accordo di programma – dice il segretario di Genova Bruno Manganaro – devono tenere comunque l’organico a 1.500”. Tradotto: Arcelor Mittal dovrebbe assumere tanti nuovi lavoratori quanti quelli che stanno accettando le dimissioni volontarie. Il problema posto dalla Fiom non è solo la tutela di chi oggi è in servizio presso l’Ilva, ma anche la necessità di non far perdere 500 posti di lavoro al territorio. Ma per Fim e Uilm “resta la garanzia che entro la fine del piano industriale nessuno resterà senza proposta di lavoro”.

Appello Cucchi, disposta nuova perizia per i medici a processo

Sono già una dozzina le perizie e le consulenze mediche effettuate per accertare le cause del decesso di Stefano Cucchi. Ma per il giudice Tommaso Picazio “permane la necessità di un approfondimento dell’aspetto concernente lo stato di idratazione e gli evidenti squilibri metabolici che caratterizzarono gli ultimi giorni di vita” di Cucchi “e tale aspetto è di pertinenza di un medico nutrizionista e o specialista di scienza dell’alimentazione”. I consulenti ai quali la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha affidato l’incarico avranno tempo fino al 25 marzo. Il procedimento vede imputati, per non aver prestato a Cucchi le cure necessarie a salvargli la vita, cinque medici dell’ospedale Sandro Pertini: Aldo Fierro, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo. Gli imputati si occuparono di Cucchi dal momento del ricovero, il 17 ottobre del 2009 (due giorni dopo l’arresto) alla morte, avvenuta il 22 ottobre. Per i cinque medici è il terzo processo d’appello: sono stati condannati, assolti due volte in appello e la Cassazione ha per due volte emesso sentenza di annullamento con rinvio.

L’hanno uccisa i suoi aguzzini, non la droga

“Era predestinata perché con una vita così e una famiglia così difficilmente avrebbe potuto fare una fine diversa”, chi come Gad Lerner sottolinea che “era dipendente da eroina, figlia di spacciatore italiano e madre quindicenne”, sta inquinando una verità ben più limpida.

Desirée, dalla droga sarebbe potuta uscire. È da quello stabile che non è stata lasciata uscire. Non era una predestinata. Aveva sedici anni e una vita difficile, scappava dal Sert, rifiutava l’aiuto dei genitori che erano sgangherati forse, che erano confusi e destabilizzati, forse, ma che ad aiutarla ci avevano provato eccome. Desirée aveva una vita per riscattarsi. Aveva un futuro che non era affatto scritto o segnato, perché dalla droga per fortuna spesso di esce e di droga, signora mia, si muore infinitamente meno che in passato. Nel 1996, in Italia, ci sono state 1600 morti per overdose. Nel 2016 “solo” 266. Si muore più di fumo e di alcool, si muore di più attraversando la strada, travolti da un’automobile. Non occorre essere salviniani, invocare ruspe, portare rose bianche, per risparmiare ai genitori di questa ragazza il peso della colpa.

Certo, Desirée viveva in un contesto familiare complicato, era una ribelle, una che non aveva il senso del pericolo che stava correndo, ma a Desirée la droga l’hanno data degli adulti. L’hanno stuprata degli adulti. L’hanno lasciata morire degli adulti. Non una dose. Come Cucchi, del resto, che sì, era un drogato pure lui, ma non è morto per un buco. È morto per le botte dei carabinieri. Per l’indifferenza di chi doveva curarlo e l’ha abbandonato al suo destino. Come Manuel Careddu, il ragazzo sardo ammazzato dai suoi amici per un debito di droga. “Troppo facile chiamarli mostri. È la droga che annienta i nostri ragazzi”, ha commentato uno psicoterapeuta, a cui era stato chiesto cosa ne pensasse dell’omicidio in Sardegna. Invece no. Manuel non l’ha annientato la droga, ma il piano crudele e ben architettato dei suoi amici che l’hanno ammazzato a picconate e seppellito come un cane, in un campo.

Chissà perché poi, quando qualcuno che si drogava muore ammazzato c’è sempre questo sottotesto odioso per il quale la causa va sempre cercata lì, nella droga, nella famiglia che non c’è stata abbastanza, nella mamma che era debole, nel papà che era uno spacciatore, nella sorella che lo aveva allontanato, pure se la droga non c’entra nulla e non si è morti di overdose. C’è uno stigma, una disapprovazione sociale su chi si droga più o meno consapevole, che confonde sempre le responsabilità, quando muore un drogato. Ho sentito perfino dire che “Desirée” come “Pamela” (Mastropietro) sono già nomi che lasciano intendere una certa provenienza sociale, un ambiente disagiato, e tra le scemenze più recenti questa è quella che svetta di gran lunga sulle altre (è più frequente che i soldi per certi vizi li abbiano le Ginevra e Ludovica, per giunta). Ma non è l’unica. E le fanno compagnia, naturalmente, le strumentalizzazioni. Perché Desirée, Cucchi, Manuel erano tutti legati al mondo della droga, tutti “se la sono un po’ cercata, signora mia”, ma l’unico dei tre per cui nessun politico ha preso un aereo, ha comprato un fiore, ha scomodato una parola è Manuel Careddu. Non c’era un carabiniere, non c’era un nero dietro la sua morte. C’era solo un gruppo di ragazzi, tutti studenti, tutti italiani, tutti insospettabili. Tutti poco adatti a uno slogan e a un proclama di quelli fatti in camera, col social media manager pronto a twittare.

I due maghrebini e l’italiano. Caccia al quinto del branco

Gli investigatori la chiamano “la pista araba”. Uno degli africani arrestati nei giorni scorsi, infatti, ha puntato il dito contro due tunisini, tali Hitem e Samir. “Il container è il loro”, avrebbe confidato, negando sia di aver fatto sesso con Desirée sia di averla violentata. Una pista che potrebbe portare a ulteriori sviluppi nelle indagini.

I nordafricani non sono stati identificati ufficialmente dalla polizia, ma si trovano ancora a San Lorenzo e difficilmente si muoveranno prima di essere ascoltati in Questura. È probabile che gli inquirenti vogliano interrogarli prima come persone informate dei fatti. D’altronde, loro stessi sanno che una loro eventuale fuga sarebbe un indizio di colpevolezza. Già nei giorni scorsi, una delle testimoni, Giovanna, aveva riferito agli investigatori che Samir aveva avuto un rapporto sessuale con Desirée in cambio di droga, episodio avvenuto però la mattina del 18 ottobre, dunque prima che la ragazza assumesse il mix letale che l’ha uccisa. Un elemento che chi indaga non vuole trascurare. Non è un caso, infatti, che da giorni in Questura si parli di un possibile “quinto violentatore” o comunque di un’altra persona coinvolta, anche se i riscontri non sono ancora sufficienti. A tirare in ballo l’altro tunisino Hitem, è stata invece già la congolese Muriel. “Quella sera mi aveva invitato – si legge nel verbale – a seguirlo all’interno dell’adiacente container in quanto nello stesso vi era una ragazza sdraiata, su di un materasso priva di conoscenza” e “in quella circostanza mi invitava a rivestirla”. Un manufatto richiamato da uno degli africani arrestati come “il container dei maghrebini”.

Diversa, al momento, la posizione degli altri presenti. Gli inquirenti stanno approfondendo la figura di un italiano, tale Marco. “Uno di corporatura più grossa, con la barba, che andava anche a rubare”, ha raccontato nella sua testimonianza il bulgaro Nasko. Marco potrebbe essere colui che riforniva di droga gli africani e, in particolare, avrebbe venduto gli psicofarmaci poi ceduti a Desirée da Youssef quando questa era in crisi di astinenza. “A volte – ha detto ancora Nasko – andava per conto di Koffy a Tor Bella Monaca per comprare della cocaina”. Fonti inquirenti, tuttavia, affermano che “al momento Marco non è una nostra priorità”, in quanto non avrebbe recitato un ruolo determinante nell’omicidio della ragazza. Stesso discorso per Koffy, altro africano richiamato nelle testimonianze che “era lui che vendeva la cocaina” ed è stato poi lui il primo ad accorgersi delle condizioni critiche di Desirée. Intanto, dopo le prime dichiarazioni spontanee fornite il giorno dell’arresto, il senegalese Paco è tornato ad ammettere il rapporto sessuale “consenziente” – a suo dire – avuto con Desiree “vestita con una maglietta rosa e una gonna”, mentre la ragazza quel giorno indossava una maglietta bianca e dei pantaloni della tuta.

Per ora in carcere a Roma ci sono i due senegalesi, Mamadou Gara e Brian Minteh, e il nigeriano Chima Alinno, soprannominati rispettivamente Paco, Ibrahim e Sisco. A Foggia, invece, resta in isolamento Yusif Salia, la cui posizione appare essere quella più grave, essendo stato additato da tutti come colui che avrebbe ceduto la sostanza stupefacente e il metadone alla ragazzina, per poi farci sesso. Il 32enne ghanese, fermato venerdì scorso a Borgo Mezzanone, sarà interrogato nei prossimi giorni.

Intanto, ieri pomeriggio, la pm Maria Monteleone ha ricevuto la mamma e la nonna di Desirée e ha dato il nullaosta per la restituzione del corpo alla famiglia. L esequie che si svolgeranno oggi alle 15.30 a Cisterna di Latina. La sindaca di Roma Raggi ha proclamato una giornata di lutto cittadino: “Roma vuole manifestare la vicinanza ai familiari. Tutti i cittadini partecipano al loro profondo dolore”, ha fatto sapere la prima cittadina.

Fermato il boss Leo Sutera, fedelissimo di Messina Denaro

La polizia di Palermo, ieri mattina, ha eseguito il fermo a carico di Leo Sutera, anziano boss di Sambuca di Sicilia (Agrigento), indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Sutera, viene spiegato in Questura, è “uno degli uomini di fiducia del latitante Matteo Messina Denaro al quale è legato da un’antica amicizia e ha intrattenuto, fino a pochi anni fa, comprovati contatti attraverso il sistema dei pizzini”. Il provvedimento di fermo, firmato dalla Dda di Palermo, è stato emesso poiché è emerso “il pericolo che il capomafia sambucese potesse rendersi irreperibile”. Il fermo di ieri, spiegano gli investigatori, “giunge al termine di una complessa attività d’indagine, supportata da numerosi servizi tecnici, che ha consentito di individuare nel Sutera il capo di Cosa Nostra agrigentina”. Sutera, nonostante i lunghi periodi di detenzione, ancora controllava le attività edili della provincia. Il presunto boss da sempre viene considerato “ai vertici dell’associazione mafiosa della provincia anche in virtù dei personali rapporti, più volte documentati con i massimi esponenti di Cosa Nostra delle province di Palermo e Trapani”.

“Cambiate la legge per non favorire la mafia”

“Con questo disegno di legge, così come formulato, si rischia di arrivare a un paradosso e cioè di favorire la mafia e i politici che scendono a patto con i clan”. Nico Gozzo, sostituto procuratore generale di Palermo, ragiona sulla nuova formulazione del voto di scambio politico-mafioso (416 ter) passato giovedì scorso al Senato e voluto fortemente dal Movimento 5 Stelle.

Il problema è il modo con cui è scritto il nuovo articolo?

Secondo questa formulazione, il politico deve interfacciarsi con chi appartiene al sodalizio. Ma in termini penali l’appartenenza implica un vincolo interno se non addirittura una condanna. E, dunque, c’è il rischio di una interpretazione troppo stretta.

Il rischio è quello di ottenere l’effetto opposto

L’accento sull’appartenenza, termine che può aprirsi alle più diverse interpretazioni giurisprudenziali, unita al fatto che questa deve essere nota a chi conclude il contratto illecito politico mafioso, rende possibile che altri politici possano beneficiare delle modifiche legislative come è già avvenuto con l’ultima riforma.

Si riferisce al caso dell’ex eurodeputato dell’Udc, Antonello Antinoro, che lei trattò direttamente?

Con la riforma del 2014 si imponeva la dimostrazione esplicita dell’utilizzo del metodo mafioso. La sentenza Antinoro lo interpretò restrittivamente. Un ostacolo superato poi dalla Cassazione, che in sostanza disse che il metodo può anche essere provato per implicito.

Oggi a cosa si va incontro?

Credo che questo testo sia pericoloso perché, mentre di quello precedente si è potuto dire che fosse solo la normativizzazione di un filone ermeneutico giurisprudenziale – soluzione assolutamente prevalente, anzi totalitaria – e, dunque, nulla fosse cambiato negli elementi costitutivi; questo testo non usa la terminologia della giurisprudenza, che parla di promittente intraneo o che agisca in rappresentanza o nell’interesse dell’associazione.

Tradotto?

Non specifica che nella promessa di voti ai politici possano agire non solo membri dell’associazione mafiosa, ma anche soggetti estranei, che agiscono con metodo mafioso, o addirittura intermediari esterni alla cosca, portatori di volontà della stessa.

Che soluzioni bisognerebbe adottare?

Si dovrebbe mettere un comma alla legge specificando le varie forme con cui l’associazione può interfacciarsi con un politico. Per capirci, la cosiddetta zona grigia. Questo basterebbe a neutralizzare anche la notorietà dell’appartenenza, perché anche in quest’ultimo caso il termine varrebbe nella accezione più lata fatta propria dalla giurisprudenza

Facendo riferimento al Testo unico del codice antimafia per le misure di prevenzione?

Anche, ma va specificato esplicitamente il rinvio, visto che quel testo interpreta il concetto di appartenenza in modo più largo, introducendo il concetto di contiguità che non è necessariamente partecipazione interna all’associazione.

Vi sono elementi positivi?

Certamente a partire dalla parificazione delle pene rispetto a chi viene condannato per associazione mafiosa. Non solo, anche l’eliminazione del metodo mafioso rende più semplice il lavoro di chi deve usare questa norma. Tanto più che in questo modo si rende implicito il disvalore di un politico che stringe rapporti con i clan, metodo mafioso o meno. Per chiudere darei un consiglio al governo: quello di ascoltare di più gli operatori del diritto. La critica non è necessariamente una critica al governo.