Pioggia, vento e alberi caduti: i morti sono sei

Trombe d’aria e alberi caduti, più che la pioggia, ieri, è stato il vento a mettere alla frusta l’Italia. L’annunciata perturbazione è arrivata, lasciandosi dietro 6 morti, un disperso e decine di feriti. Alberi killer, caduti nel comune di Castrocielo (Frosinone), hanno schiacciato una Smart. Morte due persone: un imprenditore di 37 anni e il suo collaboratore di 38, entrambi originari di Arce. A Terracina, invece, è arrivata una tromba d’aria. Colpita via Di Vittorio. Qui una persona è stata travolta da un albero ed è morta. Anche queste due vittime si trovavano a bordo della propria auto. Decine i feriti. Interrotto anche il Consiglio comunale. Racconta un testimone: “È durata circa dieci minuti, ero nel mio studio e ho avuto l’impressione che la stanza stesse decollando”.

Pressoché identico il copione a Napoli. Qui un ragazzo di 21 anni stava camminando nel quartiere di Fuorigrotta ed è stato colpito da un albero sradicato dal forte vento di scirocco. Ad Albissola nel Savonese una donna è stato uccisa dopo essere stata colpita da un cornicione crollato da un palazzo a causa della pioggia e del vento. La sesta vittima è un uomo. A Feltre (Belluno) è stato ucciso da un altro albero caduto. Al Lido di Catanzaro c’è poi un disperso, si tratta di un cittadino turco la cui barca a vela si è scontrata contro la banchina del porto. Tra le vittime, non solo uomini, ma anche un delfino, il cui corpo è stato trovato sul lungomare di Ostia travolto dalla mareggiata. Gli alberi caduti sono stati così la vera emergenza. Molti a Roma, uno addirittura è caduto in mezzo al traffico, ma senza conseguenze. Oltre 250 gli interventi dei pompieri nella Capitale per il problema degli alberi. Oggi a Roma le scuole resteranno chiuse. Le burrasche in corso sono state un altro punto di allarme. Ieri, le rotte per l’isola di ischia sono state interrotte. Tutte le navi da crociera non hanno attraccato nei porti, mentre nel porto di Vado Ligure sono stati ben quattro i traghetti della Corsica ferries che hanno rotto gli ormeggi senza conseguenze. A Carloforte in Sardegna un traghetto è andato contro la banchina a causa del vento che ha soffiato oltre i 47 nodi. Mentre a La Spezia ha rotto le cime un cargo di oltre 130 metri. A Venezia la pioggia e il forte vento hanno fatto salire l’acqua a 160 centimetri, record superato solo nel 2008. Oltre il 70% del suolo cittadino ieri sera era sotto il livello del mare. Chiusa anche piazza San Marco.

In Liguriae in particolare a Genova, la paura era tanta per il fiume Polcevera che passa sotto il ponte Morandi crollato il 14 agosto scorso. Il fiume però è rimasto negli argini e non si sono registrate emergenza, anche perché ieri le scuole sono rimaste chiuse. Sull’A10 in prossimità di Pegli è caduto un albero provocando un tamponamento senza feriti. Paura per il fiume Brenta. Per precauzione in serata sono state evacuate 150 persone. In Veneto il presidente Zaia ha firmato lo stato di crisi A Milano un uomo ha riportato la frattura di un braccio dopo essere stato colpito da un albero, mentre al Politecnico è crollato il tetto di un’aula. Attenzione è stata prestata ai fiumi Seveso e Lambro che non hanno dato preoccupazione. In provincia di Sondrio il crollo di un pezzo di strada ha lasciato isolate 40 persone. A La Spezia le scuole resteranno chiuse. Niente lezioni a Napoli. E dopo l’ennesima giornata di allarme (5.000 interventi dei pompieri) e di vittime, il presidente del Senato Elisabetta Casellati ha chiesto una commissione d’inchiesta sul dissesto idrogeologico.

Aereo precipita: 189 vittime. “Domenica era stato controllato per un problema tecnico”

C’era anche un italiano, Andrea Manfredi, 26enne di Massa Carrara, a bordo dell’aereo della Lion Air precipitato in mare ieri in Indonesia poco dopo il decollo da Giacarta. Il Boeing-737 Max, entrato in servizio pochi mesi fa, è scomparso dai radar 13 minuti dopo aver lasciato la Capitale. L’amministratore delegato della Lion Air, Edward Sirait, ha parlato di un problema tecnico che aveva richiesto la messa a terra per un intervento. “Ma è stato riparato a Denpasar e poi portato a Giacarta. Gli ingegneri hanno ricevuto alcuni appunti e hanno effettuato un’altra riparazione prima di decollare”, ha aggiunto. Sono ancora da chiarire le dinamiche dell’incidente ma il pilota e il co-pilota devono essersi resi conto che qualcosa non andava e avevano richiesto (e ricevuto) l’autorizzazione per rientrare poco prima di perdere il contatto. I due, tra loro, avevano accumulato più di 11 mila ore di volo ed erano stati sottoposti a recenti controlli medici e test antidroga. Il Comitato nazionale per la sicurezza dei trasporti in Indonesia (Ntsc) ha riferito che a bordo del volo JT 610 c’erano 189 persone. Centosettantotto adulti, un bambino, due neonati, due piloti, di cui uno originario di New Delhi, e sei membri dell’equipaggio. Tra di loro circa 20 dipendenti del ministero delle Finanze, tra cui una mezza dozzina della Sony Setiawan. Stando a quanto riporta l’agenzia per la ricerca e il soccorso, non ci sarebbero superstiti.

Putin, caccia grossa. Ai teenager

In mano tenevano i peluche e hanno continuato a mostrarli alle telecamere mentre le manette venivano strette intorno ai loro polsi dalle divise. I genitori dei ragazzini “membri di gruppi estremisti” virtuali, arrestati e sotto processo per “terrorismo online”, hanno deciso di scendere in piazza in sette città della Federazione, da Mosca fino alla Siberia. Sessantotto gli arresti a Pietroburgo e nella Capitale, dove i manifestanti si sono radunati dove quasi mai nessuno ha il coraggio di protestare: alla Lubyanka, acconto alla sede dell’FSB, servizi di sicurezza russi.

Padri e madri dei ragazzini arrestati l’hanno chiamata azione za nashich i vashich detej, per i nostri e vostri figli, “per la generazione futura”. La storia riguarda soprattutto due ragazzine che amavano sognare la rivoluzione tenendo tra le dita lo smartphone. La loro battaglia “per sovvertire il potere russo” puzzava di patatine fritte e hamburger: la progettavano nei McDonald’s. Brevi e fugaci incontri. Tutto il resto del tempo si scambiavano idee solo su una chat Telegram che si chiamava Novoe Velichie, nuova grandezza. Il gruppo sulla chat era stato fondato nel 2017 dalla studentessa di veterinaria, Maria Dubovik, 19 anni. In breve tempo diventano 100 i membri, quasi tutti minorenni: parlano di Cremlino, sogni di giustizia e molotov. Hanno l’ardore e l’ingenuità dell’adolescenza, quei progetti rimangono virtuali. Più che ipotetici: quasi irreali, ma questo non gli risparmierà l’accusa di terrorismo. Per i minorenni scattano le perquisizioni, gli arresti per i maggiorenni. “Giocava ancora con le bambole, è solo una bambina”, ha detto il padre di Anna Pavlikova, 18 anni. Ma se Anna e Maria sono terroriste da condannare a decenni di carcere o adolescenti a cui perdonare qualche messaggio sul cellulare lo deciderà la Corte nei prossimi mesi. Troll e hacker russi interferiscono su social e web oltreoceano, ma a Mosca il controllo della rete digitale patria rimane serrato, soprattutto dopo la nuova legislazione emanata lo scorso luglio. Sembra che sia lo stesso Putin a pensare di decriminalizzare l’estremismo online. E poi c’è un dubbio. C’era un certo Ruslan D. nella chat e “incitava sempre a passare all’azione”: per gli avvocati difensori, sarebbe un provocatore governativo infiltrato che ha incastrato i ragazzini. Ora è scomparso: nessuno lo trova e, a differenza degli altri, nessuno lo cerca.

“Basta, non farò più la Cancelliera”. La Merkel kaputt

“Così non si può andare avanti”. Lo aveva deciso da prima della pausa parlamentare estiva e voleva renderlo noto in novembre. Ma la sconfitta elettorale in Assia l’ha indotta ad anticipare la sua decisione di una settimana. Angela Merkel ha ufficializzato il suo omeopatico addio alla politica. Al congresso della Cdu di dicembre non si candiderà di nuovo alla presidenza del partito, che guida ininterrottamente dall’aprile del 2000. Intende tuttavia completare il suo quarto mandato da cancelliera, incarico che riveste da 2005 e che scadrà nel 2021, quando non sarà nemmeno in lista per il rinnovo del Bundestag. Cedendo la guida del partito rischia però di non arrivare in fondo alla legislatura come primo ministro: o per spianare la strada a chi le succederà o per un non escluso voto anticipato. La Merkel non aspira ad altri incarichi politici federali o europei. Si è assunta le responsabilità per la disfatta in Assia, dove domenica il suo movimento, pur rimanendo quello di maggioranza relativa, ha ceduto l’11% dei consensi. Il destino della cancelliera e del suo “alleato-detrattore”, il ministro degli Interni Horst Seehofer, ancora capo della Csu, sono legati a filo doppio. Solo che la Merkel ha anticipato il suo congedo, seppur graduale. Mentre Seehofer sembra disperatamente aggrappato al proprio ruolo.

“L’immagine diffusa dal governo federale è inaccettabile”, ha constatato la Merkel nella conferenza stampa di ieri. Ha parlato di un voto che equivale a una “cesura”, evocando la necessità di un cambiamento per consentire il quale ha deciso di farsi da parte. Le parole di Seehofer suonano quasi come una beffa per lei. “Lo dico sinceramente: è un peccato”, ha dichiarato. Sono stati anche i ripetuti attacchi del leader bavarese a indebolire lei, l’Unione (l’alleanza tra Cdu e Csu) e il governo di Grande Coalizione.

Nella Cdu si apre la fase della difficile successione. Raccogliere l’eredità della donna più potente al mondo nel partito significa automaticamente accettare la candidatura alla cancelleria. La situazione è tesa, ma regna ancora un clima di calma apparente. Le prime avvisaglie dei nuovi equilibri interni erano emerse con la nomina del capogruppo dell’Unione al Bundestag. A Volker Kauder, uomo di fiducia della cancelliera in carica dal 2005, è stato preferito il più giovane (50 anni) ma anche più conservatore Ralph Brinkhaus. Il potere ha logorato la Merkel, per anni la amatissima mutti (mammina). Dopo aver spalancato le porte del Paese ai migranti in fuga dalla guerra civile in Siria e dopo aver difeso la sua scelta, la cancelliera non è più riuscita a ricostruire quello speciale rapporto con la Germania moderata che l’aveva mantenuta al governo. I suoi toni quasi “dimessi”, quasi crepuscolari, non sono più bastati ai tedeschi. La decisione è stata definita un “gesto nobile” da parte di Volker Bouffier, il governatore uscente dell’Assia. Gli aspiranti successori non mancano. Il partito non verrà rifondato: verrà riposizionato, verosimilmente più a destra e con spinte più “nazionaliste” a tutela degli interessi della Germania anche a dispetto di quell’Europa che è invece il tema caro (e perdente) ai socialdemocratici. Annegret Kramp-Karrenbauer, la donna che la cancelliera ha voluto come segretario generale del partito, sarà fra i candidati. Se la dovrà vedere con Jens Spahn, rampante esponente dell’ala conservatrice della Cdu e ministro della Sanità.

Anagraficamente è giovane, ha solo 38 anni, ma politicamente è navigato perché ha uno scranno al Bundestag da quando ne ha 22. Anche Armin Laschet, il governatore del Nord Reno Westfalia, il land dove abita un quarto della popolazione del paese, dovrebbe prendere parte alla contesa. Esattamente come Friedrich Merz, uno che all’inizio del Terzo millennio sembrava destinato a una luminosa carriera, ma che ha “sofferto” la presenza della Merkel. Nel partito sembra avere ancora qualche sponda, ma il suo rientro sembra complesso dopo anni di assenza dalla scena. Il problema del partito e della Germania (e in parte dell’Europa) è capire se chi vincerà la sfida abbia la statura per guidare il Paese.

Salvini vuole tutto il merito, ma Bonafede ora lo ferma

Matteo Salvini “non vede l’ora di andare a prendere” Cesare Battisti in Brasile. Il ministro dell’Interno ha colto al balzo l’opportunità che la vittoria di Jair Bolsonaro, espressione della destra reazionaria e legata ai vecchi militari golpisti, può offrire per una nuova campagna sul caso Battisti. Del resto, la vicenda dell’ex terrorista rosso, condannato in Italia per quattro omicidi ma rifugiatosi prima in Francia e poi in Brasile, tiene viva la polemica e il nuovo governo italiano ha già fatto sapere che punta a ottenere l’estradizione di Battisti.

Oltre la propaganda, però, esiste una procedura giuridica internazionale già avviata. Lo ricorda il ministro della Giustizia: “Il Tribunale Supremo Federale del Brasile ha già concesso l’estradizione in Italia – spiega Alfonso Bonafede – chiedendo di commutare la pena al massimo di trent’anni di reclusione considerato che nell’ordinamento brasiliano non esiste l’ergastolo. Istanza che è stata già accolta dal mio predecessore nell’ottobre dell’anno scorso. Come tutti sanno, fu l’ex presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, a bloccare tutto, ponendo un veto al suo rientro in Italia”, spiega.

Il lavoro per riportare Battisti in Italia in realtà è iniziato mesi fa quando gli uffici del ministero hanno avviato contatti con le autorità brasiliane, anche perché si capiva che la vittoria di Bolsonaro, e quindi il cambio di atteggiamento del Brasile, era nell’aria. “Avevamo già chiesto di rivedere la decisione di Lula – spiega ancora Bonafede – e abbiamo attivato anche i canali diplomatici: seguiamo la situazione con la massima attenzione. Lo dobbiamo alle famiglie delle vittime di Battisti, lo dobbiamo anche al Paese”. Che Battisti abbia poche chance di rimanere in Brasile sembra chiaro. Salvini vuole andare a “prenderselo”, Bonafede gli spiega che basta seguire la legge.

Tunisia, torna lo spettro dell’Isis: una giovane donna si fa esplodere e muore nel centro della Capitale

Atre anni dagli attentati targati Isis che hanno insanguinato la Tunisia, quello di ieri, compiuto da una giovane donna velata nel cuore della Capitale, lungo la centralissima Avenue Habib Bourguiba, non è stato rivendicato e si è rivelato molto meno cruento.

Si è concluso fortunatamente solo con la morte della kamikaze e nove feriti, tutti agenti, tranne un civile, delle forze dell’ordine che pattugliano giorno e notte l’area. La sorveglianza è stretta essendo la zona molto frequentata per la presenza di negozi, del teatro municipale e, soprattutto, dell’ambasciata francese. I poliziotti non hanno sospettato che sotto la giacca la trentenne avesse del materiale esplosivo, forse perché non si erano ancora verificati attentati realizzati da donne. Il materiale utilizzato si è rivelato essere una sorta di granata rudimentale con una bassa carica. Secondo fonti vicine agli inquirenti, la kamikaze potrebbe aver agito per vendicare la morte di un ragazzo causata da una pallottola vagante sparata da un poliziotto la scorsa settimana.

In Tunisia vige lo stato di emergenza dal 2015 quando ci furono le stragi del museo del Bardo e di Sousse compiute da affiliati tunisini dello Stato islamico.

Parliamo del paese col più alto numero di persone fuoriuscite per entrare nell’Isis in Siria e Iraq. Secondo le stime più attendibili sono almeno tremila. Tra loro anche ragazze ingannate dalle promesse degli uomini di Al Baghdadi che le richiamano via web per poi trovarsi a fare le schiave sessuali. Sulla sorte di tutti questi giovani non ci sono informazioni ufficiali. Si tratta di una questione che preoccupa non solo le autorità tunisine già gravate dalla crisi economica acuita dal collasso del turismo, voce principale del bilancio statale.

Brasile, i militari in festa. Ora puntano al governo

Il silenzio della sconfitta è stato ancora più percepibile nell’aria lacerata dalle esplosioni dei petardi e dei colpi di pistola sparati come segno di festa dagli elettori di Jair Bolsonaro, l’ex capitano del Partido social liberal (Psl), i quali hanno battuto domenica, nel teso ballottaggio per le Presidenziali brasiliane, il socialdemocratico del Partido dos Trabalhadores, Fernando Haddad. Su 147 milioni di elettori, Bolsonaro ha ottenuto 57,6 milioni di voti, ma la vittoria non indica la maggioranza della popolazione brasiliana, poiché, senza contare i 46,7 milioni di voti ottenuti da Haddad, ben 31 milioni di brasiliani si sono astenuti al voto, 2,5 milioni hanno votato in bianco e 8,6 milioni hanno annullato la scheda elettronica.

I soldati armati in mimetica, sfilando sui mezzi militari tra la folla esultante per le strade di Niteroi, hanno ricordato le immagini del Golpe militare del 1964 in Brasile. Si sono verificati scontri durante i festeggiamenti. Gli elettori di Haddad in strada sono stati attaccati dai sostenitori di Bolsonaro, ma anche dalla Polizia militare che ha usato pallottole di gomma e lacrimogeni. I “Bolsonaristas” sono uniformizzati come un team calcistico, la passione nazionale brasiliana, usando la maglia gialla della selezione calcistica, indossata – dopo le frustrazioni nei precedenti mondiali di calcio – finalmente con felicità, anche il giorno dopo la vittoria elettorale. I brasiliani la indossano ovunque, in strada, nei bar, al lavoro, per distinguersi da un nemico occulto che, secondo la neoeletta deputata del Psl, Ana Caroline Campagnolo, deve essere “denunciato ovunque”, anche nelle università, dove esorta gli alunni a filmare e denunciare i propri professori che fanno politica durante le lezioni.

Dopo 21 anni dalla fine della dittatura in Brasile, i militari torneranno al potere dal primo gennaio in maniera democratica. L’ex capitano Bolsonaro darà gli ordini a un generale della riserva, il suo vice, Hamilton Mourão, con il quale pensa di distribuire incarichi a generali in pensione ed ex comandanti nel prossimo governo. Si prevede che ci saranno militari a capo di cinque ministeri che saranno ridotti di numero: da 29 a 18. Decine di militari, ma anche agenti della Polizia militare di grado inferiore, assumeranno assieme a un’armata di pastori neo pentecostali, altri incarichi secondari. Il generale della riserva, Augusto Heleno, il quale comandò i Caschi blu dell’Onu a Haiti nel 2004, comanderà il ministero della Difesa. Secondo El Pais Brasil, Heleno, oltre a essere l’interlocutore tra Bolsonaro e le Forze Armate, sarà anche il coordinatore del piano di governo e responsabile della gestione di un gruppo di 50 professionisti che tracceranno le direttrici dell’amministrazione federale.

Preoccupa il legame che il prossimo governo potrà avere con le milizie paramilitari, soprattutto con quelle che dominano la maggioranza delle favelas di Rio de Janeiro, tra cui Rio das Pedras, il secondo slum più popolato della città e da dove sarebbe partito anche l’ordine di assassinare l’attivista dei diritti umani, Marielle Franco. Il Brasile potrebbe subire una vera metamorfosi nelle mani di Paulo Guedes, il guru dell’economia di Bolsonaro. “Lui viene dalla scuola monetarista di Chicago, dove è entrato con un profilo moderato e ne è uscito totalmente liberista. Non ha mai avuto esperienza di gestione pubblica, nonostante vanti una carriera di successo in affari nel mercato finanziario”, afferma Salvador Teixeira Werneck Vianna, economista dell’Ipea al Fatto. Guedes si rifà a Milton Friedman, il quale è stato il suo professore a Chigago, la cui università è stata il grande polo d’irradiazione delle teorie economiche monetariste dei “Chicago boys”, ispiratori delle grandi riforme economiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher ma anche di Pinochet in Cile, dove sono molti oggi gli anziani che si uccidono a causa della bassa retribuzione pensionistica a seguito della riforma previdenziale negli anni della dittatura.

Mail Box

 

Il giornalismo è informare per consentire una scelta

Certo che se a #Cartabianca l’opinionista politico diventa quel simpatico guascone di Mauro Corona, vuol dire che l’abbiamo davvero messa tutta in audience. L’informazione, dico. Che non a caso ha qualche problema. Figurarsi nella Rai che si prospetta per domani… Il bravo scultore e mediocre scrittore di Erto entrato in pieno nel personaggio alternativo, funzionale al sistema, che ha accettato gli fosse costruito su misura, è anche umanamente simpatico in quell’interpretazione di uomo selvaggio, ingenuo e schietto dei boschi e delle montagne. Ma oggi, sulle questioni politiche di un Paese disorientato e alla deriva è lecito scherzare solo fino a un certo punto. Informare per consentire di decidere: questa è l’essenza del giornalismo. Lo ricordava, al più inascoltato, Marco Pannella. Cerca di praticarla questa testata. Ma, oggi, registriamo troppe occasioni sprecate. Grandi firme e cognomi impegnativi compresi.

Melquiades

 

Questo non è l’esecutivo “del” M5S ma “con” il M5S

Vorrei proporvi una riflessione sul Movimento 5 Stelle, spesso al centro di critiche, a volte ben argomentate e fondate come le vostre, più spesso pretestuose e ingenerose, come in quasi tutti gli altri casi. Il M5S si sta muovendo fra iniziative lodevoli e compromessi dolorosi, ma non penso che si stia comportando da voltagabbana, come molti insinuano, anzi; secondo me non sono mancate le cose buone: il decreto dignità, l’accordo sull’Ilva a condizioni migliori, il progetto del reddito di cittadinanza, il taglio dei vitalizi, iniziative e affermazioni nel campo, non certo secondario, della giustizia, che con i precedenti governi non avremmo potuto nemmeno immaginare. Ogni valutazione, secondo me, deve partire da una considerazione: questo non è il “governo del Movimento 5 Stelle”, ma un “governo con il Movimento 5 Stelle”; un esecutivo in cui ogni giorno il M5S, oltre ad affrontare la quotidiana corrida dei mercati e dell’establishment europeo, deve trovare un difficile equilibrio con un interlocutore, la Lega, a cui elezioni locali e sondaggi danno una forza molto maggiore di quella, pur consistente, acquisita nelle elezioni del 4 marzo.

Una grande responsabilità, senza dubbio, è nelle mani di Di Maio, che non è quello sprovveduto che molti si ostinano a dipingere, ma deve imparare a controllare certe impulsività giovanili che lo portano talora a errori grossolani (richiesta di impeachment, attacco a Draghi).

Al tempo stesso, deve definire sempre meglio l’area dei “valori non negoziabili”, come ha fatto nel caso del condono esteso dalla “manina”. Siamo ancora in tanti a guardare con fiducia a questa forza politica, anche perché la mancanza di alternative lontanamente credibili la rende l’unica possibilità per chi spera in un Paese un po’ più giusto. Non ci deludano.

Antonio Maldera

 

Droga, lo Stato deve dare una risposta forte e integrata

La droga colpisce tutti e fa sì che la ragione cada nel pozzo profondo di un orrore senza senso. Questa considerazione solo per raccontarvi ciò che trovano i nostri figli adolescenti lì fuori. L’età del primo contatto si sta abbassando: per il consumo di alcolici è tra gli 11 e i 14 anni, mentre per le sostanze stupefacenti tra i 12 e i 15 anni. Alla temibile eroina tornata in auge, si arriva intorno ai 14-15 anni. È un mercato del venditore, che sta costruendo dosi e modalità di vendita su misura per i nostri figli. I casi di Alice e Desirée, ci dimostrano che i nostri ragazzi si espongono da soli a rischi enormi, in contesti di spaccio che raramente sono in grado di gestire. Il nodo è come ridurre la “domanda”. La risposta dello Stato deve essere forte e integrata: prevenzione, riduzione del danno, contrasto del traffico, cura e recupero non possono più essere pensati da soli, serve un tavolo integrato in cui gli operatori di polizia discutono con gli operatori dei Sert e delle comunità.

Andrea Zirilli

Satira o censura? Apu via dai Simpson: al rogo anche “Hollywood Party”!

 

Ho letto che il personaggio di Apu dei Simpson, gestore del minimarket di Springfield da 30 anni, verrà rimosso, dopo l’infinito dibattito sulla sua natura stereotipata e razzista. Il politically correct conta l’ennesima vittima.

È giusto, davanti a simili eccessi di perbenismo pretestuoso, far arretrare il diritto di satira così tanto da lambire la censura? Mi sa che stiamo arrivando davvero al paradossale…

Monica Bellinzona

 

Cara Monica, che ti scandalizzi tanto, mi spiace per voi spregiatori della dignità dei popoli, ma è giunta l’ora di fare giustizia! Apu ce n’est qu’ un debut! Oggi fanno 50 anni tondi: è ora di parlare senza peli sulla lingua anche di Hrundi V. Bakshi! Ok, tu non hai colpa, nel ’68 magari non eri neanche nata (se eri nata e non hai protestato sei connivente).

Hrundi Bakshi, l’indiano di “Hollywood Party”, quella caricatura razzista e diffamante protagonista di un filmetto che non ha mai fatto ridere a nessuno! Hrundi, il terzomondista imbranato che distrugge una meravigliosa festa dopo aver mandato a puttane un film, tonto come lo dipinse quello sporco suprematista bianco di Peter Sellers che lo impersonava e che nessuno scrupolo si fece di far piangere gli abitanti del Kerala, del Punjab, del Pradesh e del Bengala Occidentale (gli altri non me li ricordo, ma sono sicuro che anche per loro l’umiliazione fu cocente, le caste inferiori ricorsero al suicidio, le superiori a psicoterapie pluriennali). La terribile scena della distruzione del bagno, compreso il w.c., cos’era se non un capzioso suggerimento dell’inadeguatezza delle razze inferiori di fronte alle conquiste culturali e tecnologiche della razza bianca? Oh, certo, alla fine Hrundi V. Bakshi si portava a casa la più carina della festa. Ma fu sicuramente un’imposizione del marketing preoccupato delle reazioni degli indiani residenti nel Regno Unito, che potevano sfociare in una Londra messa a ferro e fuoco. Perciò, a casa Apu e tutto il Jet Market! Si facciano roghi politically correct dei Dvd di Hollywood Party! E visto che oggi siamo liberi di essere italiani con orgoglio, terrei d’occhio le storie di Amalia la Fattucchiera che Ammalia, malefica papera in odore di stregoneria, lontanissima dalla donna italiana, ben più nobilmente moglie e madre. Ti saluto.

Stefano Disegni

Comunicato cdr

Quando un rappresentante delle istituzioni desidera esercitare il proprio diritto di replica rispetto ai contenuti di un’inchiesta giornalistica, ha a disposizione il canale previsto dalla legge. Che come è noto prevede la pubblicazione delle dichiarazioni o rettifiche di chi ritenga che il suo pensiero sia stato falsato. Dichiarazioni alle quali l’autore ha in questo modo la possibilità di rispondere.

È grave che Barbara Lezzi, ministra per il Sud del M5S, sfugga al confronto affidando la risposta agli articoli della collega Tiziana Colluto a un video pubblicato sulla propria pagina facebook, in cui le imputa tra l’altro una presunta “incompletezza” nel ricostruire le prese di posizione e le promesse del Movimento 5 Stelle sul Tap.

Una modalità che non consente di replicare punto su punto alle sue critiche.

La nostra solidarietà a Tiziana Colluto, nella consapevolezza che gli attacchi dei politici ai giornalisti liberi non cominciano e non finiranno qui, specie se i giornalisti lavorano con professionalità e scrupolo.