Luigi Marattin, l’esimio sconosciuto economista Dem

Non riesci a dormire? Niente paura: accendi La7 quando è ancora mattina e bevi tutto d’un fiato l’amaro calice Marattin. Chi è? Un renziano di quarta fila, che è quasi come dire meno di niente. Cravatta livida e toni da bullo freddato nella prima sequenza di un film minore con Vin Diesel, Luigi Marattin è un Luciano Nobili in diesis minore, che è a sua volta un Genny Migliore che non ce l’ha fatta. Insomma: una matrioska renziana qualsiasi. Una settimana fa, ospite di Omnibus, Marattin ha trattato il giornalista Fabio Dragoni (La Verità) come un mezzo idiota, definendolo “ignorante” e “cialtrone”. Già che c’era, in collegamento da un luogo che poteva essere Ferrara ma pure Stocazzo, non ha mancato di attaccare la conduttrice Alessandra Sardoni, rea di invitare al tempo stesso gli “llluminati” (Marattin) ma pure gli “Stolti” (tutti tranne Renzi e Marattin). L’effetto era doppiamente straniante, perché oltretutto la brava Sardoni non è certo mai stata antipatizzante nei confronti del renzismo, e in questo senso l’intemerata subita da Marattin (a cui la Sardoni ha reagito con troppo garbo) è stata una sorta di buffo contrappasso.

Benché ignoto ai più, Marattin dimostra nel suo piccolo tutta la propensione tronfia all’implosione del Pd. Nel suo sito irrinunciabile, Marattin ci informa d’esser nato a Napoli, per poi vivere a Brindisi fino ai 9 anni. Quindi si è trasferito a Ferrara. Liceo Scientifico, Erasmus, laurea in Economia. Master, dottorati, statue equestri: Marattin vive e regna in mezzo a noi. Consigliere comunale a Ferrara dal 2004 al 2009 e ora deputato, ha “scoperto la passione per la cosa pubblica al Liceo, dove sono stato rappresentante di classe, rappresentante d’istituto, coordinatore del sindacato studentesco di Ferrara e presidente della Consulta provinciale degli Studenti”. La sua vita privata, che peraltro non interessa a nessuno, “è fatta di passioni (nuotare o correre la mattina presto, spiegare le cose chiaramente e vedere che sono comprese, ascoltare la musica giusta al momento giusto, la storia italiana della seconda metà del Novecento, godermi l’estate in estate e l’inverno in inverno, il succo d’arancia fresco, la sauna), di grandi, uniche e immortali passioni (la Juventus), di amicizie (poche ma preziose)”. Pochi concetti e confusi, con quel gusto antico per una punteggiatura orgogliosamente a casaccio. L’Alopecico Marattin ci informa poi di non essere “incline all’invidia, tranne che per una categoria di persone: quelle che hanno potuto conoscere personalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Nel suo percorso politico non c’è nulla di rilevante, e questo è normale. In compenso, in almeno due occasioni l’insigne economista Marattin ha mostrato tutta la sua statura di statista. Per esempio il 14 agosto, dopo il crollo del Ponte Morandi, quando ha scritto su Twitter: “Preghiere per le vittime e i feriti. Con quello che rimane delle preghiere, la speranza che – la prossima volta ci sarà occasione – gli italiani con il proprio voto rimandino nella fogna quelle miserabili teste di cazzo che hanno il coraggio di sparare fesserie su spread e austerità”. Sontuosa anche la performance del novembre 2012 su Facebook, quando se la prese garbatamente con Vendola: “Nichi, per usare il tuo linguaggio, ma va’ prosaicamente a elargire il tuo orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”. Daje Luigi: e che non si dica che i renziani insultano. Quello lo fanno gli altri: i “cialtroni”, le “miserabili teste di cazzo”, gli “elargitori di orifizi anali”. Insomma: tutti quelli che non la pensano come ‘sto fenomeno.

Caro Pd, questa è un’opposizione da favola

Caro Partito democratico (scusa, vorrei rivolgermi a una persona che ti rappresenta, ma qui ogni giorno salta su uno diverso a dire la sua, dunque sono obbligata a stare sul generico), ci sono tre questioni fondamentali sulle quali si misura la tua opposizione al governo gialloverde.

La prima è la manovra, e fa una certa impressione vedere un partito di ex-sinistra tifare per mercati, spread e agenzie di rating, sperando che frenino le pretese “irresponsabili” dei due scavezzacollo Salvini e Di Maio.

Viene da pensare che la tua passata critica al mondo della finanza fosse ispirata, più che al Capitale di Marx, alla fiaba di Esopo della Volpe e l’Uva.

Eccoti dunque a gongolare per il verdetto di chi aveva promosso la Lehman Brothers a un mese dal crac che innescò la crisi mondiale, e ad applaudire la bocciatura della Commissione europea per il mancato rispetto dei parametri europei.

Pensare che solo un anno fa (luglio 2017), il tuo allora segretario Renzi “sfidava” in prima pagina sul Sole 24 Ore l’Unione europea, proponendo un deficit al 2,9 per cento per 5 anni per avere “30 miliardi l’anno per ridurre la pressione fiscale e spingere il Pil”. E – redivivo e recidivo – dal palco della Leopolda 9 di “Ritorno al passato”, presentava col suo ex ministro Pier Carlo Padoan una contromanovra che “comporterebbe un aumento del deficit al 2,1 per cento nel 2019, non molto diverso dal 2,4 del governo (…) violando le regole europee”, parola di Carlo Cottarelli. Dalla Volpe e l’Uva al bue che dà del cornuto all’asino.

La seconda questione riguarda il bilancio dei tuoi governi. Ti sentiamo ironizzare sull’“abolizione della povertà” promessa – incautamente – da Luigi Di Maio e su un reddito di cittadinanza che, sempre per quel tuo passato di sinistra, dovrebbe trovarti d’accordo. Invece giù a ridere e a rivendicare i tuoi successi. Ma se hai governato così bene, come mai gli italiani in povertà assoluta sono saliti a 5 milioni e – dati Eurostat di due settimane fa – l’Italia è diventata il Paese Ue con il maggior numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale (17,4 milioni, pari a quasi il 29 per cento della popolazione), il più alto incremento degli ultimi anni dopo la Grecia?

Qui ricordi la Rana di Fedro, che per spocchia smisurata tentò di gonfiarsi più del bue e scoppiò.

Infine immigrazione e sicurezza, su cui evochi una storia lontana che dovrebbe essere maneggiata con cura (il fascismo), dimenticando quella recente iniziata col tuo ministro Minniti: daspo urbano per chi è “indecoroso”, codice anti-Ong, calo degli sbarchi a costo di disperati imprigionati nelle carceri libiche, pure l’inchiesta contro il sindaco di Riace – il presunto “eroe dell’accoglienza” accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non a caso, quando Salvini ha preso il suo posto l’ha elogiato.

Dulcis in fundo, la legittima difesa: mentre i tuoi twittavano scandalizzati: “Si crea il Far West”, che facevi al Senato? Approvavi l’art. 2 sulla “non punibilità per chi agisce in stato di grave turbamento” e, anzi, presentavi un emendamento – uguale a Fratelli d’Italia (?!) – per togliere pure il “grave”.

La tua strategia di opposizione a un governo “di destra” è superarlo a destra? Forse anche questo è un modo per dimostrare di esistere. Contento tu.

L’eterno ritorno dello Sfasciaparchi

C’è una vera e propria corsa a ripresentare in Parlamento il disegno di legge Sfasciaparchi (Caleo, Pd, non rieletto) insabbiato alla fine della scorsa legislatura dall’azione di senatori rossoverdi e 5Stelle. Esso declassa i Parchi Nazionali con presidenti e direttori scelti senza garanzie tecnico-scientifiche, con rappresentanti di interessi (si comincia dagli agricoltori) inseriti nei Cda e un sistema di royalties ottenibili da cavatori, trivellatori, ecc. in cambio di concessioni. Primo al traguardo, il senatore Gaetano Quagliariello (FI-BP) il quale ha, di fatto, ripresentato il disegno di legge Caleo, il 23 marzo, già assegnato alla Commissione Ambiente in sede redigente. L’11 aprile spuntano i deputati Pd Borghi, Serracchiani, Pezzopane sempre con la Caleo. Stessa decisione da parte di un drappello di senatori Pd. Smentito e deluso chi pensava che la bocciatura della legge Caleo da parte del Senato e di tutte le associazioni naturaliste provocasse nel Pd un riesame approfondito del disegno di legge.

L’Ambiente sta a cuore solo a papa Francesco? “Dell’ambiente non parla più nessuno”, fa eco Walter Veltroni, vox clamantis in deserto. La Lega si frega le mani, progetta da tempo di fare dei Parchi Nazionali lo “spezzatino” realizzato al Parco Nazionale dello Stelvio, da affidare alle Regioni e ai Comuni. Del resto, pur a guida Pd, la Provincia autonoma di Trento aveva nei mesi scorsi deciso di riaprire la caccia a specie protette come l’orso (un drappello venuto da Est) e il lupo (pochi esemplari). Soltanto il deciso intervento del ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha fatto tacere, per ora, i fucili tridentini.

Dunque l’attacco concentrico alla legge-quadro n. 394/91 Cederna-Ceruti è ripreso con vigore. Si tratta di vedere quale strategia adotterà in concreto il Movimento 5 Stelle, se non si farà condizionare dal vasto schieramento controriformatore che va dal Pd al centrodestra. Per ora si sa che il deputato M5S Giuseppe L’Abbate ha presentato una proposta di legge in materia di tutela degli alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale. Un’altra 5Stelle, Patrizia Terzoni, ha inoltrato un progetto di legge in materia di nomina dei presidenti e dei direttori degli enti parco. Nient’altro filtra.

Dalle Regioni – lo rileva amaramente il promotore del Gruppo San Rossore, Renzo Moschini (già senatore comunista) – vengono notizie cupe. Il 23 ottobre scorso l’Enpa, la Lav, la Lac e il Wwf hanno però esultato per la sentenza con la quale il Tar del Lazio ha accolto il loro ricorso contro l’atto del presidente della Regione Lazio che autorizzava “in maniera del tutto illegittima e insensata” la caccia nel versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e nelle zone speciali di conservazione dove c’è l’Orso Marsicano. “La caccia nelle aree di protezione esterna dei Parchi è, se possibile, ancor più deleteria di quella svolta in altre aree perché reca gravissimo disturbo agli animali che vivono nei Parchi”. In questo caso l’Orso Marsicano del quale sopravvivono circa 50 esemplari e per il quale si sta studiando una banca del seme.

Tre severe critiche vengono mosse alla Regione Lazio: 1) la presentazione della candidature per i membri del consiglio direttivo di 12 aree laziali, tanto frettolosa che alcune associazioni naturaliste ne erano all’oscuro; 2) il tentativo di far approvare i Piani di assetto delle aree protette dalla Giunta regionale, tagliando fuori il Consiglio; 3) il varo di un calendario della caccia “pieno di illegittimità, ignorando i pareri dell’Ispra” espressosi in forma “fortemente negativa”. Nel Lazio, Mountains Wilderness mobilita esperti e appassionati per protestare contro la mostruosa antenna radiotelevisiva voluta soprattutto da Radio Subasio sul Monte Gennaro (Parco dei Lucretili). Nelle Marche si disboscano le pendici del Catria per crearvi piste di discesa ben sapendo che l’Appennino è ideale per lo sci di fondo (quando c’è neve o non tira scirocco) e del tutto inadatto a quello alpino.

In chiusura una buona notizia: il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il 25 scorso, ha spiazzato le Regioni Veneto ed Emilia-Romagna appiattite sull’ipotesi di un flebile Parco Interregionale del Delta Padano annunciando di voler invece varare un Parco Nazionale per quel sito Unesco. È la soluzione per la quale si batté negli anni 60 il grande scrittore ferrarese Giorgio Bassani allora presidente di Italia Nostra. “Una imposizione dall’alto”, già protestano nel Veneto e nel Ferrarese. “Bisogna ascoltare i territori…”, vale a dire quanti sperano in nuovi villaggi turistici, nella caccia (lucrosissima quella in botte), ecc. Ma Costa ha mille e una ragione per tener duro e andare avanti. Speriamo.

Addio a Caterina, vedova Arpino

“Ordinerò negli anni a venire quello che sei tu, come mi aiuti, mi accompagni, mi ecciti, mi calmi, mi disamori dell’inutile”. Così Giovanni Arpino (1927-1987) scriveva alla moglie Caterina, detta anche Rina, Rinin o Rinot, in una lettera. Il 9 maggio del 1953, poi, le diceva in un’altra corrispondenza (sono state edite da Nino Aragno), di aver bisogno “che tu fossi qui con me, bella e fresca con una camicia rossa e allegra”.

Caterina Brero Arpino è morta sabato scorso all’età di 87 anni a Bra, la cittadina piemontese dove viveva con il figlio Tommaso e che “Arp” ha raccontato nei suoi libri.

Se n’è andata nel silenzio dei più. Solo un necrologio su La Stampa, il giornale per cui Arpino aveva lavorato, e nemmeno una partecipazione della direzione del quotidiano o della Città di Torino, ritratta magistralmente dal narratore in La suora giovane e Una nuvola d’ira. Erano i romanzi che prediligeva Osvaldo Soriano, suo fraterno amico. Proprio Caterina aveva fatto pubblicare il loro carteggio inedito.

Donna forte e indimenticabile, come certe figure femminili dei libri di “Arp”, da quel dicembre del 1987, quando era morto Giovanni, si è battuta per infrangere l’oblio in cui era caduto il grande narratore. Lo ha fatto con il carattere, la tenacia, della protagonista de La suora giovane, riuscendo a fare ripubblicare i romanzi presso diversi editori, e riportando un po’ di sacrosanta attenzione su uno scrittore messo ai margini perché non si era mai piegato al conformismo (di sinistra, soprattutto) e alle mode. Il critico Giovanni Tesio ha annotato che, per Arpino, l’amore per Rina “sarà sempre il riparo della vita e infine anche il naturale conforto del ‘passo d’addio’”.

Il Codice Da Vinci ricomposto. In 7 mila lastre le frasi perdute

Settemila lastre fotografiche dei primi del 900 che permetteranno nei prossimi anni di completare alcune frasi, disegni o parole di Leonardo da Vinci sfumate dai suoi quaderni.

Perché non solo le brutte, ma, a volte, anche le belle notizie non vengono da sole. Con l’arrivo del Codice Leicester alle Gallerie degli Uffizi di Firenze, da oggi visibile al pubblico, è giunta anche la riprova che nelle fotografie custodite dal Museo Galileo ci fossero i pezzi mancanti di quello stesso Codice, portati via dal tempo, la luce e l’usura. Ma – chissà – “destinati a diventare strumenti fondamentali della ricerca sul genio di Vinci”, come spera entusiasta Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo nonché curatore della mostra che resterà agli Uffizi fino al 20 gennaio come primo appuntamento del 500° anniversario dalla morte di Leonardo (Vinci 15 aprile 1452-2 maggio 1519).

 

È l’acqua che move il Sol e l’altre stelle…

Ma prima delle lastre fotografiche viene il Codice, in 18 bifogli quasi tutti dedicati all’acqua. “Microscopio della natura” come recita il titolo dell’esposizione progettata dal direttore degli Uffizi, Eike Schmidt e da Galluzzi. Settantadue pagine giunte direttamente dal caveau di Bill Gates che nel 1994 le comprò per 30 milioni di euro. Sulle pagine autografe esposte vergate quasi interamente da destra verso sinistra e leggibili dai visitatori attraverso i Codescope, schermi interattivi da cui è possibile anche sfogliarle e zoomare sui dettagli, il mancino Leonardo appuntò ogni teoria e studio sull’elemento che quasi più dell’aria lo affascinava: l’acqua.

Era il tempo della Firenze che Benvenuto Cellini ribattezzò “La Scuola del Mondo”. Qui, tra il 1504 e il 1508 Leonardo si dedica a studi di anatomia presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova; cerca di far volare l’uomo; fallisce nell’impresa di dipingere il murale La battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio. E soprattutto, studia la rottura degli argini dell’acqua dell’Arno – grande protagonista del Codice –; dà vita alla teoria che accomuna il flusso dei fiumi a quello sanguigno e al percorso dell’aria nei polmoni; il moto ondoso dei mari – che Leonardo disegna a margine dei fogli come opera d’arte –; lo studio delle gocce d’acqua e le bolle di sapone.

Fino al progetto avveniristico del canale navigabile sull’Arno, per realizzare il quale addirittura inventa un modo per rendere fattibili gli scavi della collina: il metodo lanterna. È lui stesso a fare i rilievi di notte. Abbiamo le prove.

Il sindaco attuale di Firenze, Dario Nardella, presente all’inaugurazione prende appunti. Non si sa mai.

 

Il primo uomo che vide la Luna e non il dito

Tra le riproduzioni anche in 3D delle scoperte di Leonardo, quella sulla Luna che confuta la teoria del suo tempo secondo cui il satellite sarebbe una superficie di cristallo. Se così fosse, il Sole in lei si specchierebbe sempre come un puntino nero. Ma così non è, la superficie lunare sarà non disomogenea? Già, Leonardo aveva scoperto anche la Luna.

Diluvio e altre credenze: ironia di una Genesi

“Si definiva modestamente ‘omo sanza lettere’, ma non era così: nella sua biblioteca c’erano classici, sia filosofici che scientifici, 200 libri. Da Platone a Archimede, a Dante Alighieri”, spiega il direttore Galluzzi. “Ma soprattutto dal Codice emerge che non accettava mai il sapere in modo passivo. Si fa beffe delle credenze del suo tempo, anche di quelle religiose. Del Diluvio universale scrive: ‘L’acqua coprì la Terra, così dice chi la misurò’”, racconta ancora Galluzzi.

 

Quanto è scientifica questa pittura

“Questa non sarà l’unica mostra per la ricorrenza leonardesca – commenta il direttore Schimdt – ma qui è possibile passare dallo studio degli ostacoli che cambiano il verso dell’acqua, alla sua traduzione in arte nelle caviglie di Giovanni Battista ritratte nel Battesimo di Cristo presente nella nuova sala di Leonardo solo due piani sopra”. Perché non c’è bisogno di chiedere indietro la Gioconda – oltretutto “intrasportabile senza che si rischi di rovinarla”, come spiega il direttore, per ricordare il triste giorno in cui il genio morì e da allora mai nessuno lo superò.

“Il #MeToo? Claire lo usa per avere più potere”

“La presidenza di Claire Underwood sarà ancora più tumultuosa di quella di Frank. Ma sarà abbastanza per competere con ciò che accade nel mondo reale a Washington DC, a Londra e a Roma?”. Correva l’anno 2013 quando Frank Underwood sbarcò sui nostri teleschermi, protagonista della serie tv House of Cards – Gli intrighi del potere. Lo hanno definito il cattivo per eccellenza, il Macbeth delle serie tv con il volto dell’attore Kevin Spacey. Ha saputo infrangere la quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, rappresentando l’emblema del politicante di mestiere che intriga, macchiandosi le mani di sangue per perseguire i propri obiettivi, sino al traguardo finale: 1600 Pennsylvania Ave, Washington DC. La Casa Bianca. Moderno e plasmato sulle figure di spicco del Congresso, Francis “Frank” J. Underwood è nato dalla mente dello scrittore Lord Michael Dobbs (che sarà ospite a Roma alla Fiera Più Libri Più Liberi dal 6 al 9 dicembre prossimi), tratta dalla omonima serie di libri di successo pubblicata da Fazi editore. Un gioco di prestigio, visto che Dobbs – archiviata la lunga esperienza politica come consigliere di Margaret Thatcher – nel 1990 lo aveva battezzato Francis Urquart, membro del Parlamento britannico. Anni dopo la serie prodotta da Netflix (in Italia in onda su Sky Atlantic), la metamorfosi americana, il volto di Kevin Spacey – affiancato dalla spietata first lady, Robin Wright – l’ascesa nell’olimpo dei più grandi con la vittoria del Golden Globe. E ancora spot, soldi e pellicole hollywoodiane.

Finché, nel 2017, sono emerse le molestie ai danni dell’attore Anthony Rapp, Spacey ha fatto coming out mentre lo scandalo si allargava travolgendolo, tanto che per scongiurare la chiusura repentina di House of Cards, Dobbs è stato costretto a cambiare le carte. Il presidente Frank Underwood muore, cedendo l’incarico a Claire. E per non lasciare spazio a dubbi, nei trailer americani si riparte proprio dalla lapide. Esce di scena Frank, comincia l’atto finale (gli ultimi 8 episodi, in onda dal 2 novembre).

Lord Dobbs, cosa si prova nel dover uccidere un proprio personaggio, una creatura che ha ispirato e scioccato il pubblico televisivo, cambiando le regole del gioco?

Si dice che tutte le carriere politiche finiscano con un fallimento. Più in alto si sale, più grande sarà il tonfo. Nel grande dramma di Shakespeare, Giulio Cesare, lui viene assassinato ma diventa una figura ancora più grande nella morte.

Accadrà lo stesso per Frank Underwood?

Non posso prometterlo. Claire Underwood potrebbe avere una o due obiezioni al riguardo.

Cosa accadrà adesso che l’ex first lady ha preso il potere che fu del marito?

Claire ha i suoi modi di agire deliziosamente divergenti. A volte diciamo che solo le donne, nel nostro mondo, possono riuscire nel compito di riunirci tutti sotto una causa comune. Spero sia quella giusta. In ogni caso, come vedrete con i vostri occhi, Claire non ha proprio nulla della tipica vedova affranta!

Con lei alla Casa Bianca, le donne sono finalmente protagoniste e hanno il potere. Sarà il trionfo del movimento #MeToo?

A Claire interesserebbe solo plasmare il #MeToo per raggiungere i propri scopi. Vedrete, la sua presidenza sarà ancora più tumultuosa di quella di Frank. Ma sarà abbastanza per competere con ciò che accade nel mondo reale a Washington DC, a Londra e a Roma? Non sarà che la politica finirà per uccidere la mia carriera di scrittore di fiction politica?!

Robin Wright – che ha anche diretto gli ultimi due episodi della quinta stagione – ora è il nuovo volto della serie. Sarà l’ultima stagione?

Robin è la protagonista perfetta, tanto come attrice che come regista. Ha ispirato tutti sul set e accadrà lo stesso con gli spettatori. Sarà il suo tripudio e sì, questa sarà la stagione finale.

“Il regno dell’uomo bianco di mezza età è finito”, afferma Claire nelle prime immagini diffuse. Potrebbe accadere anche nella vera politica americana?

Lavorando per Margaret Thatcher ho capito che, in questo mondo, davvero tutto è possibile.

Kevin Spacey come ha reagito allo scandalo?

Lui non ha fatto commenti. Neanch’io ne farò.

Attualmente è al lavoro su nuovi progetti?

Sto lavorando a diversi progetti televisivi basati sui miei libri precedenti. C’è interesse su Harry Jones, il protagonista principale del mio romanzo Il giorno dei Lord (Fazi editore, ndr). Spero proprio che salterà dalla pagina allo schermo.

Lord Dobbs, cosa pensa del movimento #MeToo?

Il #MeToo ha già cambiato le regole del gioco, in meglio. Ma a volte ha reso confusi i confini fra una seria aggressione sessuale e un maldestro scherzo. Questo non va bene. Le donne meritano rispetto, mentre gli uomini devono essere in grado di poter dire a una donna che è bella e desiderabile. Quando il pendolo smette di oscillare, speriamo di trovarci tutti in un posto migliore.

Hard Brexit, un Titanic per l’export inglese

Giusto pochi giorni fa, dopo la grande manifestazione popolare di Londra, l’Independent annunciava sul suo sito che la raccolta di firme per un referendum bis sulla Brexit aveva raggiunto quota un milione. L’idea della testata inglese non va di certo a genio al governo May, che tuttavia vede un accordo con Bruxelles per “addolcire” il Leave sempre più lontano. Gli inglesi, che saranno pure testardi ma non stupidi, hanno capito che in questa situazione c’è tutto da perdere. La protesta monta, e con essa la preoccupazione. Anche quella della filiera automotive per cui la prospettiva di un’uscita hard sarebbe catastrofica. I primi moniti erano arrivati qualche mese fa dalla Smmt, l’associazione dei costruttori locali: “Calano gli investimenti, si riduce l’occupazione”. Ora è la volta dell’Acea, che riunisce i produttori continentali, il cui segretario generale Erik Jonnaert ha ricordato che “non esiste una bozza di accordo, e neanche di un periodo di transizione che mantenga la Gran Bretagna nel mercato unico”. Insomma, se continua così gli scambi commerciali tra Europa e Gran Bretagna verranno regolamentati secondo gli accordi Wto, il che significa dazi al 10%. Il problema è che, come ha ricordato pure Jonnaert, i margini di profitto dell’industria automobilistica sono “significativamente inferiori al 10%”. Stando così le cose, arrivare alla scadenza del 30 marzo senza cambiare rotta significa più o meno trovarsi a bordo del Titanic e proseguire dritti verso l’iceberg. Dopo averlo visto, però.

T-Cross, arriva in primavera la baby suv tedesca

Era attesa da un po’, ma poi ha voluto giocare d’anticipo sui suoi stessi tempi: così la Volkswagen T-Cross si è mostrata al pubblico nei giorni scorsi, per comparire sul mercato solo tra sette mesi. Lunga 4,11 metri, T-Cross nasce da una costola della Polo – stessa piattaforma “Mbq A0” – e da una della T-Roc, da cui riprende lo stile, con l’ampia calandra che ingloba i gruppi ottici: stesso gioco di linee a sviluppo orizzontale che è disegnato anche dai led della fanaleria di coda. Interni e configurazione della plancia richiamano quanto visto sulla Polo: il quadro strumenti digitalizzato “prosegue” nel touchscreen da 8” centrale, da cui si gestisce l’infotainment. Il bagagliaio passa da 385 a 455 litri di capacità se si fa scorrere in avanti il divanetto posteriore: abbattendo lo schienale, poi, la capacità raggiunge i 1.281 litri.

Stessi motori delle altre compatte di Wolfsburg, con la gamma dei turbobenzina da 3 o 4 cilindri: si parte dal 1.0 da 95 e 115 Cv per arrivare al vivace 1.5 TSI da 150 Cv. Infine il turbodiesel 4 cilindri 1.6 TDI da 95 Cv. Per le potenze da 95 Cv la trasmissione è manuale a 5 rapporti, il cambio per i 150 cavalli, invece, di rapporti ne ha 6. Disponibile anche il cambio doppia frizione DSG a 7 marce ma della trazione integrale neanche l’ombra, c’è solo l’anteriore.

Il piccolo suv tedesco rivela la sua personalità soprattutto nelle varietà di colorazioni e di allestimenti, ai quali si aggiungerà anche la versione sportiva “R-Line”. Il prezzo di partenza sarà di circa 19 mila euro e, come detto, bisognerà aspettare che arrivi la primavera 2019. Ma allora, che fretta c’era…?

Tesla sotto indagine. La grande illusione di Musk?

Il castello elettrico di Elon Musk può mettere radici nell’economia reale o poggerà sulle sabbie della speculazione? Tesla ha fatto segnare un utile netto di 312 milioni di dollari da luglio a settembre. “Un trimestre veramente storico”, ha twittato Musk. Dopo l’annuncio, il titolo ha toccato una capitalizzazione di 56,5 miliardi, chiudendo nella seduta di venerdì 26 ottobre a quota 330 dollari ad azione: l’ennesimo vertice di una parabola innaturale che appena l’8 ottobre registrava una quotazione di solo 264,52 dollari. Gli esperti parlano di estrema volatilità, ovvero il titolo passa di mano nel modo in cui si fanno affari speculando a breve termine.

Niente a che fare però con la quotidianità dei costruttori di auto. Anche nel valzer delle alleanze, questi si muovono senza fiammate di borsa, ma con il senso compiuto di investimenti a lungo termine. Qui invece è Musk che fa mercato, con il suo entusiasmo a tratti pericoloso. Nei 15 anni passati dalla sua nascita, Tesla, infatti, deve ancora chiudere un bilancio in utile e, secondo il New York Times, avrebbe preso il vizio di nuove disinvolture contabili: deve ora ai suoi fornitori 3,6 miliardi di dollari contro i 3 miliardi dello scorso trimestre, nella logica di ritardare i pagamenti per mostrare più liquidità in cassa, accumulando nel frattempo oltre 10 miliardi di debiti.

La sfida è costruire auto elettriche più accessibili, di massa. A patto di farlo, per davvero. Fra luglio e settembre l’azienda ha prodotto più di 53.000 Model 3: quasi il doppio rispetto ai tre mesi precedenti, ma restando ancora nell’economia dell’entusiasmo, non in quella reale. I numeri del terzo trimestre sono l’ennesimo colpo scenografico di Musk per rassicurare gli azionisti? Tesla deve liquidare 230 milioni di dollari in obbligazioni entro novembre e ben 920 milioni per marzo 2019, quando potrebbe intervenire convertendole in azioni, ammesso che il loro valore sul mercato in quel momento si avvicini a 360 dollari. Non c’è alternativa da quando l’agenzia di rating Moody’s ha declassato il debito dell’azienda da B2 a B3, chiudendo i canali per accedere a ulteriore capitali senza dover pagare interessi vertiginosi. Dunque Tesla “specula” su se stessa? Secondo il Wall Street Journal, l’Fbi sta vagliando “se l’azienda abbia fatto proiezioni di fabbricazione della Model 3 sapendo che sarebbe stato impossibile raggiungerle”. A febbraio 2017 Elon Musk prometteva 5.000 unità prodotte a settimana entro la fine dell’anno, ma nello stabilimento di Fremont in California si è raggiunta questa soglia solo a giugno scorso, per scendere ancora a quota 4.300 proprio nell’ultimo trimestre da record. Ennesima promessa mancata che potrebbe mettere Musk con le spalle al muro, anche se di denaro.

Luca Morelli, il pianista sull’oceano della Classica

“La morte della Musica Classica è forse la sua più antica tradizione ancora vitale”, ebbe a dire il grande pianista newyorchese Charles Rosen parlando dello stato della musica colta. Certo, il pubblico è più anziano di quello di qualunque altra Arte, ma la tendenza generale potrebbe cominciare a invertirsi, perché paradossalmente, mentre il pubblico invecchia, gli esecutori diventano sempre più giovani. Tra gli esponenti della nuova generazione di musicisti neoclassici, molto interessante è il lavoro di Luca Morelli, pianista e compositore che ha da poco pubblicato il suo disco d’esordio The Awakening, composto da 11 brani con uno stile “nymaniano”. Un distillato di ricerca ed esperienze vissute che esprime in forma immediata e veritiera la sua anima. Un intreccio compositivo che gioca tra l’eterno conflitto tra grandi perdite (Grandpa Mario) e viaggi della felicità (Behind the scenes). È indubbio che nonostante l’apparente decrepitezza, la Musica Classica racchiuda ancora in sé una fiamma vivace.