Jon Spencer canta da solo il (nuovo) blues

Jon Spencer è per i cultori del rock’n’roll più rumoroso e deviato un’autentica leggenda. Uno dei più scomodi e ostici antieroi musicali degli ultimi anni, che ha fatto dell’estremismo sonoro la sua bandiera.

Personaggio di culto e caposcuola della scena punk-blues, nella sua carriera ultratrentennale ha segnato profondamente l’underground americano con band quali i Pussy Galore (alfieri della “bassa fedeltà” e di un approccio “rumorista” al r’n’r) e i Boss Hog (con a fianco la moglie Cristina Martinez). Ha raggiunto la notorietà con quella indomabile macchina da guerra rispondente al nome di Blues Explosion, una delle band più affermate e stimate nel panorama del cosiddetto “rock alternativo”: senza di loro sarebbero impensabili gruppi come i ben più fortunati White Stripes e sulla loro scia tutto il filone del garage revival. Jon Spencer ha il merito di aver traghettato il blues nel Terzo millennio, ridandogli nuova linfa ed energia, attingendo con indole ribelle, iconoclasta (in una parola, punk) alle radici della musica nera e americana: blues e rhythm’n’blues, ma anche soul, funk e r’n’r, spogliati di ogni orpello e riportati alla loro cruda, originaria essenza.

È un blues primordiale, maltrattato e stravolto, a tratti psicotico, che rilegge la tradizione del Delta con spirito moderno, dissacrante e irriverente e fa confluire in una miscela incendiaria Elvis e Rolling Stones, Stooges e Captain Beefheart, Cramps e Sonic Youth. Con il suo debutto da solista l’artista newyorchese torna al blues scarno e cattivo degli esordi e il risultato è all’altezza dei suoi migliori lavori.

Non una raccolta di “successi”, come il titolo dell’album lascerebbe intendere, ma dodici brani nuovi, che rimescolano con ritrovata verve e ispirazione gli elementi tipici del suo stile: suoni sporchi, chitarre graffianti e distorte, percussioni tribali e la sua inconfondibile voce roca e sexy. Gli ingredienti sono gli stessi, ma il tutto suona sempre irresistibilmente eccitante. Insomma, lui è tornato ed è più vivo che mai. Lunga vita a Jon Spencer!

“Senti che bello, lascia suonare”: è Lucio inedito

A sei anni dalla scomparsa del grande Lucio, la Sony – la sua storica etichetta discografica – pubblica una nuova antologia con alcune rarità e un brano inedito, Starter, preparato dal cantautore bolognese nel biennio 2010- 2011, registrato durante le pause del tour Work in progress con Francesco De Gregori.

Starter è stato arrangiato da Lucio a esclusione del riff di sax del co-autore Tullio Ferro nel finale. Il brano inizia con uno squillo di telefono e la voce inconfondibile di Dalla, un incipit con tutta la sua curiosità e il suo stupore, quasi puerile: “Senti che bello, lascia suonare”. L’antologia contiene settanta brani rimasterizzati a 192khz/24bit dai nastri originali, arricchiti da un booklet con foto e racconti della lunga carriera dell’artista, con la supervisione della Fondazione a lui dedicata e della sua etichetta Pressing line (anche nella versione di tre vinili).

Le rarità – oltre al prezioso e bellissimo inedito – sono la versione francese di Ciao, Il mago Pipo-po’, Amamus Deus, Unknow Love, Sicilia e Campione di swing. Cerimoniere d’eccezione alla presentazione dell’antologia a Milano è stato Walter Veltroni: “Quando mi hanno chiesto di partecipare ho risposto: per Lucio farei qualsiasi cosa. Gli volevo molto bene, abbiamo condiviso periodi della storia di ciascuno di noi. Come molti degli intellettuali di un tempo ‘faceva squadra’ ed era molto legato alla sua terra. Mi fece sentire in anteprima i due capolavori Dalla e Lucio Dalla nella sua casa a Trastevere. Ebbi l’impressione di trovarmi davanti a due dischi di una tale compattezza – da un punto di vista musicale e concettuale –, raro nel panorama italiano. Lucio è stato per la musica quello che Fellini è stato per il cinema. È qualcosa di più di un cantante. C’è magia e unicità in Lucio, il suo essere capace di navigare nei sogni è difficile da replicare. Imprevedibile, irregolare, meravigliosamente timido e altrettanto sfrontato. E, come Fellini, è stato uno dei bugiardi ‘belli’, quelli che dicono cose che non sai se sono inventate. Di Starter sottolineo due citazioni: ‘Vai più forte sul quel muro che lo buttiamo giù’ e poi, all’inizio del brano, ‘senti che bello lascia suonare’. Sono due messaggi per farci accorgere di quello che c’è di bello all’esterno dei tanti device che siamo costretti a usare”.

Veltroni chiosa con una riflessione sul ruolo politico del cantautore: “Con la correttezza che si deve a chi non c’è più, posso dire solo che Lucio aveva scelto da che parte stare ma con grande libertà. Non è mai stato ‘regolare’ ma i valori di identità e delle radici erano perfettamente riconoscibili. Aveva una grande coscienza civile e la sua musica ha sempre avuto questo segno. Se estraiamo un filamento di dna dalla sua musica, possiamo sentire che è la cura nei confronti di chi era ai margini”.

Passeggiando in via del Corso

Il sabato pomeriggio a via del Corso va in scena il gioco della seduzione. Esistono ancora uomini che abbassano il finestrino dell’auto fischiano e gridano: “Che fate stasera?”, oppure: “Beviamo qualcosa?”, o anche: “C’ho casa libera…”, e altre variazioni sul tema dell’acchiappo! Io e Manolita decliniamo adeguatamente, più per indifferenza che per pudore. Una specie di distacco strategico che smonta e interrompe l’approccio. Un Ape s’accosta e dal finestrino spunta un ceffo che ci grida: “A boneee!”. Io rimango infastidita: “Quel tizio ci ha importunate”, le dico. Manolita non degnandolo di uno sguardo, lo giustifica: “In fondo non è stato aggressivo, non ci ha seguito, non ha tentato avance esagerate. Ha detto semplicemente a bone! Forse avrebbe potuto essere più signorile, magari dicendo: ‘Buongiorno fanciulle, avete veramente un grazioso sembiante’. È troppo lungo! La sintesi perfetta è a bone. Io gli sono quasi grata, chissà, magari un giorno non ce lo grideranno più e allora sarà triste”. Però una cosa è certa, meglio un complimento che viene da una Jaguar che da un’Ape. La forma condiziona il contenuto e comunque l’espressione “a bona” non mi piace. L’Ape si riavvicina e stavolta ci grida: “A fateeee!” Ecco, vedi sta migliorando. E lei, sempre ignorandolo: “Paragonarci a una fata è decisamente banale, un tentativo maldestro di angelicare la donna, sempre e comunque oggetto del desiderio, meglio a bone, più diretto e più sincero”. “No, meglio a fate” dico io, andando avanti a battibeccare con lei e disinteressandoci al tale dell’Ape, che non demorde e grida: “A sordeee!”, e si allontana definitivamente. Restiamo ammutolite e poi scoppiamo a ridere, noi in fondo non siamo ne bone ne fate, ma all’occorrenza sappiamo essere sorde.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Il voto di scambio non si sconfigge mai col plexiglass

“Cambieremo le norme per evitare episodi di voto di scambio”, ha dichiarato il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, a proposito della proposta di legge introduttiva di “modifiche alle norme in materia di procedure di svolgimento del voto”. Quali i punti della riforma? Urne in plexiglass e cabine elettorali con l’apertura rivolta agli scrutatori. Ora, indubbiamente il tema in questione è particolarmente delicato e investe, da un lato, il fenomeno della corruzione elettorale e, dall’altro, quello della segretezza del voto. Insomma, esigenze di carattere perenne perseguite anche nelle “democrazie antiche”, come quella romana. Nella res publica, quando erano ancora centrali nell’assetto istituzionale le assemblee popolari, inizialmente il cittadino esprimeva il proprio voto oralmente e perciò da tutti conoscibile. A partire dal II secolo a.C., quando nel confronto politico la dialettica spesso cedette il passo alla violenza, seguirono delle riforme elettorali per tutelare appunto il cittadino da violenze fisiche e/o morali. Furono perciò approvate nell’arco di un trentennio le cosiddette leges tabellariae, introduttive del voto segreto, cioè espresso mediante tabellae (progenitrici delle schede elettorali) che venivano deposte in cistae (urne). Sistema che si è mantenuto sostanzialmente inalterato e che continua a offrire maggiori garanzie, anche rispetto al voto elettronico. Però, credere oggi che il voto di scambio, fenomeno grave e preciso, possa contrastarsi con modesti interventi sulle cabine e sulle urne è davvero ingenuo. Il plexiglass non impensierirà affatto i professionisti del voto di scambio e renderà semmai felici quelle ditte chiamate a fornire inutili e certo costose urne.

Il Toro dovrebbe disobbedire e il Leone si deve sdebitare con uno smeraldo

 

ARIETE – Toshimitsu Hirano spiega La matematica giapponese (La nave di Teseo), per cui esistono “problemi in cui sono possibili più risposte”. È il tuo caso sul lavoro: o ti dai malato, o ti fai spostare, o ti metti in proprio. O tutte e tre, meglio.

 

TORO – “Ho conosciuto un vero e proprio campione di prepotenza, un capobranco”. Di fronte a un tipaccio così puoi fare solo una cosa: trasformarti in un Disobbediente come Andrea Franzoso (DeAgostini). Ribellandoti in ufficio è la volta buona che otterrai qualcosa.

 

GEMELLI – “Quando la vedo partire mi ricorda un generale che va incontro alla battaglia, al culmine di una campagna di guerra”: Christina Hesselholdt sta parlando di Vivian (Chiarelettere), ma vale anche per te. Sii più deciso/a in famiglia nel riscuotere quanto ti è dovuto.

 

CANCRO – Benedetta Cibrario racconta Il rumore del mondo (Mondadori): “Che cosa triste essere sposati da tre mesi e già avere rimpianti. È quello che capita a chi ha la sventatezza di innamorarsi”. Ma no! Resta innamorato, che andrà bene lo stesso.

 

LEONE – WhatsApp da Mario Soldati (Bompiani): “Vieni tu da me. È stupendo. Non c’è niente di cambiato. È tutto uguale come al tempo dell’Ariosto”. Non puoi non accettare un invito così démodé: per sdebitarti basterà un petit cadeau, tipo Lo smeraldo.

 

VERGINE – “Da bambina giocavamo ‘agli intellettuali’, accavallando le gambe e aspirando ampie boccate di inesistenti sigarette”. Questa è Pura invenzione di Lisa Ginzburg (Marsilio), tu però evita chi si atteggia a filosofo: il tuo ufficio ne è pieno.

 

BILANCIA – “Voglio cancellare i torti subiti. Non posso pensare che altra gente stia soffrendo per colpa di chi già infierito su di me”. Altro che Coincidenze, incalza Marco Biaz (elliot): datti da fare per neutralizzare il parente serpente, o il suo veleno intossicherà altri familiari.

 

SCORPIONE – “‘Certo che sono felice per te’. E in effetti lo era. Solo che era giovane, nuova all’arte di bilanciare all’istante i sentimenti contraddittori”. Per Restare vive imparate quest’arte da Victoria Redel (Einaudi), o da un’amica coriacea che state, a torto, snobbando.

 

SAGITTARIO – Severino Cesari ti consiglia di ricucire l’amore Con molta cura (Rizzoli): “Certo te ne sei andata, ed è giusto così. Ma in un altro senso altrettanto reale e profondo non è vero, che te ne sei andata”. Sei ancora in tempo per tornare sui tuoi passi, ma spicciati, non stanno tutti ad aspettarti.

 

CAPRICORNO – In Mio fratello (Feltrinelli) Daniel Pennac elabora un lutto: “Un conto è star male, un conto comportarsi da mentecatti”. Ricordatelo anche tu, che sei alle prese con un doloroso distacco familiare. Abbi pazienza e fede, il lieto fine è scontato.

 

ACQUARIO – Elvira Sastre sperimenta La solitudine di un corpo abituato alla ferita (Garzanti): “Io non voglio,/ e voglio credere che questo basti./ Tu vuoi,/ e voglio credere che questo sia sufficiente”. Mettetevi d’accordo, o la relazione avrà le gambe più corte del previsto.

 

PESCI – Occhio a Una sconosciuta in azienda:“Sul lavoro niente tresche. Fuori fa’ il cazzo che ti pare, ma qui dentro tienilo nei pantaloni”, ti sgrida Lucia Tilde Ingrosso (Baldini + Castoldi). Sappi che non sei l’unico a spasimare per lei, ma non metterti contro un capo.

Le pagelle dei politici

 

Bocciati

Colpo grosso sul rating
”Noi abbiamo le Ferrari, Dolce e Gabbana, Ronaldo, il Sassicaia e Moody’s ci declassa. L’India dove milioni di individui vivono tra escrementi di vacca ai limiti della sopravvivenza ha un’economia in grande considerazione per i mercati. Continuano a prenderci per il culo”: giacchè le teorie economiche attualmente sono così tante e così incerte che in confronto l’oroscopo è scientifico quanto il teorema di Pitagora, anche Umberto Smaila si è sentito in dovere di dare il suo contributo al dibattito. Pare che Standard&Poor’s abbia deciso di rivedere il suo verdetto alla luce dello spunto di riflessione offerto e che Juncker stia valutando di proporsi come Commissario Cin Cin.

5

 

Promossi

Un fatto tra fiumi di parole
Mentre è tutto un parlare di rimpatri, di stretta sui permessi, di riduzione della protezione umanitaria, nessuno sembra chiedersi più cosa fare di coloro che sono già qui, per tentare di dare un senso alla loro permanenza nell’attesa che la commissione si pronunci sulle richieste d’asilo. Armando Spataro, procuratore capo di Torino, ha deciso di fare un gesto concreto per rendere più proficuo il soggiorno di color che son sospesi sul nostro territorio: aprire le porte del Palazzo di Giustizia ai migranti, offrendo loro una possibilità d’impiego come volontari. Il progetto nasce in collaborazione con la cooperativa sociale Ariel: “Il nostro ufficio, che soffre di carenza di personale amministrativo, potrà utilizzare per lavori materiali semplici da 4 a 6 volontari, previamente selezionati, ospitati presso centri gestiti dalla cooperativa, in attesa della decisione sulle loro istanze di asilo”, ha spiegato Spataro. “Nessun onere finanziario graverà sulla Procura di Torino e sul Ministero della Giustizia”, ha aggiunto il procuratore: solo l’onore di cimentarsi con un vero progetto d’integrazione.

9

 

Caro Tusk, ci hai preso per scemi?

Mentre siamo circondati da politici che a casa dicono peste e corna dell’Europa e poi a Bruxelles zitti e mosca, esiste anche qualcuno che senza far tanto clamore in Italia, quando ha davanti chi di dovere, non le manda a dire. Elly Schlein, eurodeputata eletta col Pd e poi passata a Possibile, ha replicato così al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che durante l’assemblea plenaria dell’Europarlamento aveva impapocchiato il solito ritornello general-generico sulla necessità prioritaria di fermare i flussi migratori: “Che cosa vi siete riuniti a fare? Non avete raggiunto nessun accordo sulla solidarietà interna, né sulla Brexit, né sull’eurozona. Dalle conclusioni è sparita la riforma di Dublino e si parla solo di bloccare i flussi e di rimpatri. La grande idea del cancelliere Kurz di una ‘solidarietà obbligatoria’, anche se non nella forma dei ricollocamenti, non è altro che la ‘solidarietà flessibile’ già proposta dalla Presidenza slovacca due anni fa. Avete cioè discusso due anni per ritrovarvi allo stesso identico punto di prima?”. Insomma, anche al Parlamento europeo si può fare opposizione vera, senza nemmeno bisogno di togliersi le scarpe.

8

Che amico geniale il polpo: 500 milioni di neuroni sulla pelle

Ha tre cuori e 500 milioni di neuroni, localizzati su tutto il corpo; l’esofago gli passa attraverso il cervello; gli occhi possono guidare le braccia, le quali hanno anche capacità olfattive e gustative; la pelle può vedere. È l’“alieno intelligente” a noi più vicino, pur rintanato nei comodi abissi: è il polpo, protagonista di Altre menti di Peter Godfrey-Smith.

L’autore, storico e filosofo della scienza, è interessato a capire l’evoluzione della mente e “le remote origini della coscienza”, scandagliando quel mare da cui tutto ebbe inizio e studiando quelle creature di straordinaria e inspiegabile intelligenza quali sono i cefalopodi – polpi, seppie e calamari –, il cui antenato comune con gli esseri umani visse 600 milioni di anni fa.

Polpo e compagni rappresentano un unicum nella storia dell’evoluzione, un “esperimento indipendente nello sviluppo di grandi cervelli e comportamenti complessi”: i loro 500 milioni di neuroni (gli esseri umani ne hanno 100 miliardi) sono pari a quelli dei piccoli mammiferi e vicino a quelli dei cani. Il sistema nervoso – “un crogiolo di attività” – è ricco quanto esteso, soprattutto nei tentacoli, non nel cervello: è la clamorosa, evidente e vivente prova che i seguaci del dualismo tra mente e corpo – da Cartesio in giù – hanno torto. Ma bando alla filosofia.

Nell’amico geniale il cervello resta il “direttore d’orchestra”, ma gli esecutori sono “musicisti jazz inclini all’improvvisazione”: un caos organizzato con “stile opportunistico e creativo”. Lo confermano anche i (pochi) test di laboratorio: i polpi sanno orientarsi nello spazio, svitare tappi per recuperare cibo, trovare vie di fuga originali, piegare gli oggetti ai propri fini, distinguere i diversi guardiani umani in cattività, mentre nel loro habitat possono “allungare un braccio o due, prima per esplorarti e poi per trascinarti nel loro nascondiglio”.

Benché siano solitari e poco sociali, i cefalopodi sono estremamente curiosi, dimostrando grande interesse per l’altro – cose o persone – anche quando non commestibile: proteiformi, cangianti e abili nel camuffamento, si sono attirati sin dall’antichità la fama di animali “maliziosi e sleali” (Claudio Eliano, III secolo a. C.). Altra loro – umana troppo umana – peculariatà è la passione per il gioco, la novità, il trastullo, lo svago, l’esplorazione di oggetti e spazi. Persino in amore sanno essere creativi, prodigandosi in balletti e posizioni di yoga per conquistare la femmina. Le seppie, ad esempio, “fanno sesso pacifico: si accoppiano faccia a faccia”.

L’Italia, nella fattispecie Napoli, è stata tra i primi a testare e studiare i cefalopodi a metà del 900: allora gli esperimenti erano brutali, col ricorso massiccio alle scariche elettriche e altre torture in grado di stimolare e mappare il sofisticato sistema nervoso. “Fino a poco tempo fa potevano anche essere operati senza far uso di anestetici. In quanto invertebrati, non erano protetti dalle norme contro la crudeltà sugli animali”. Ora, però, sappiamo quanto il polpo sia sensibile di nervi: ricordiamocelo, almeno fino alla prossima insalata di mare.

La Settimana Incom

 

Bocciati

Insalatagate
Chiara Ferragni ha organizzato una festa a sorpresa al marito in un supermercato di Citylife, il quartiere di Milano dove i due vivono. Condividi che ti condividi, sui social finisco le scene da un compleanno e i follower – croce e delizia – s’indignano per il cibo sprecato tra balli alla lattuga e lancio di ortaggi assortiti (il copy di Insalatagate è di Guia Soncini). E qui succede il dramma. “Non era luogo adatto per una festa”, ha ammesso il cantante, molto provato, in un video in cui dichiarava che i generi alimentari sarebbero comunque stati donati in beneficenza. Prima si era cancellato per un’ora da Instagram. Nemmeno qui la bufera si è calmata.
Dopodiche il sito Tabloit.it ha pubblicato un video in cui Chiara Ferragni e Fedez sembrano parlare delle possibili reazioni alle critiche. “Diciamo che lo diamo in beneficenza?”, sembra chiedere Fedez alla moglie. Il dubitativo è d’obbligo perché c’è rumore e bisogna ricorrere al labiale. Detto questo, ma si può passare un compleanno così orrendo e formulare pensieri così meschini (“diciamo che lo diamo in beneficienza”)? Consiglio: la prossima volta festa a sorpresa a casa, con il modem staccato. Il compleanno è solo una volta l’anno.

 

N.c.

C’era un ragazzo

Adriano Celentano prende le difese di Asia Argento (“ipocrita chi ti ha cacciato da X Factor”) con i suoi consueti toni non proprio pacati. Apriti cielo. Ora, a parte il fatto che in casi molto simili (vedi Ronaldo, accusato di stupro) l’indignazione è assai più contenuta (per non parlare di perdere il lavoro), ci ricordavamo di essere in un Paese in cui è ancora garantita la libertà di critica. Ma deve essere a intermittenza.

 

Si può fare?
Carlo Conti lascia la Rai per andare a Mediaset: lo scrive Chi, riportando un’insistente voce di corridoio, che si rincorre da almeno un paio d’anni. Le sue recenti apparizioni in Mediaset (una da Maurizio Costanzo), secondo il settimanale sarebbero un’ulteriore conferma. Con sé il conduttore porterebbe via il suo storico gruppo di autori. Faranno uno scambio di prigionieri con Bonolis?

 

Promossi

Chef Stellare
Madonna cerca un cuoco. La cantante ha pubblicato un annuncio su un sito specializzato nel reclutamento di personale di servizio d’alto livello, offrendo un posto da chef personale.
Nell’annuncio si leggono i requisiti: “Il candidato ideale non deve cucinare in modo raffinato, ma deve essere in grado di preparare piatti sani, semplici e familiari, mostrando conoscenza di base della cucina kosher (latticini e carne non vanno serviti insieme, ‘no’ alla carne di maiale, il pesce va servito con pinne e squame); pregressa esperienza nella gestione di residenze private e super-yacht e disponibilità immediata”. Lo stipendio? Stellare e stellato: 125mila euro. E manco bisogna pulire il pesce.

Roma non è una città per ciclisti. Via anche l’ultimo bike sharing

Un fallimento lungo dieci anni. Tanto è passato da quando il Comune di Roma lanciava il primo servizio di bike sharing nella Capitale, ancora in tempo per esser considerata – se non all’avanguardia – almeno in linea con le altre grandi città europee. Da lì, però, soltanto disastri, malfunzionamenti e vandalismo, tanto che tra poche settimane, a dieci anni di distanza da quel 2008 ricco di buoni propositi e iniziative comunali, Roma potrebbe diventare l’unica capitale dell’Unione europea senza un servizio di bike sharing.

L’ultimo ad abbandonare la nave dovrebbe essere Obike, filiale italiana di una società di Singapore già in grande crisi economica che era approdata a Roma meno di un anno fa, nel dicembre del 2017. Le sue bici grigie e arancioni per il momento sono ancora sulle strade della Capitale, ma dovrebbero essere dismesse a breve. Colpa dei conti in rosso della società madre, certo, ma anche dei continui atti vandalici contro la flotta di biciclette, finite in questi mesi sopra alberi, nel Tevere, in mezzo ai bidoni della spazzatura. Nei posti più impensabili, insomma, pagando caro quello che doveva essere il punto di forza del servizio, ovvero poter lasciare la bicicletta ovunque nella città, senza per forza essere vincolati a stazioni di sosta della società.

Se non altro Obike, ultima vittima della Capitale, potrà consolarsi per la buona compagnia. A febbraio di quest’anno se ne era andata Gobee Bike con le sue bici verdi. Una fuga coordinata da Roma, Firenze e Torino, dopo appena tre mesi di servizio. In quel caso l’azienda era stata esplicita, spiegando i motivi dell’addio: “Nelle ultime settimane i danni alla nostra flotta hanno raggiunto limiti che non possiamo più contenere con le nostre forze e con le nostre risorse”.

Colpa, anche qui, di bici che finivano in mezzo all’acqua, in qualche siepe o parcheggiate nei garage privati da clienti che si sentivano in diritto di utilizzare il mezzo h24. Ma a fallire sono stati anche i tentativi pubblici di bike sharing. La giunta Veltroni ci provò nel 2008, con 400 bici che nel giro di qualche mese cambiarono colore – da verdi a rosse – per poi passare sotto la gestione di Atac durante l’amministrazione Alemanno. Già dopo un paio d’anni, però, nonostante un avvio promettente, era tutto finito, con stazioni abbandonate e bici finite chissà dove. Stessa sorte toccata al progetto finanziato dal ministero dell’Ambiente e da Ducati Energia nel 2012: novanta e-bike (quindi elettriche) a disposizione tra Villa Borghese e Villa Adda, fallite in malo modo nonostante la comodità della pedalata assistita e l’esperienza di Borgo Panigale.

La beffa finale, per i romani già con poche o inadeguate piste ciclabili e ora anche senza bike sharing, è poi sul sito del Comune. Nonostante la polvere, resiste infatti la sezione dedicata alla fu condivisione di biciclette. Si legge: “Il servizio di bike sharing, nato con l’obiettivo di mettere a disposizione dei cittadini biciclette per un uso condiviso, dislocate in vari punti della città e in particolare del centro storico, è attualmente non disponibile”. Tre righe per descrivere la bellezza di un servizio che però, putroppo, non è dato avere. A consolare i lettori è il paragrafo successivo: “Per le informazioni su come muoversi in bici a Roma, vedi il sito dell’Agenzia della Mobilità”, che viene linkato. Clic. “Pagina non trovata”. E allora non resta davvero che andare in macchina.

Tradita e presa in giro. “Il mio ex compagno fingeva di volerci riprovare”

 

Gentile Selvaggia, scrivo a te perché mi sembra tu abbia la forza che in questo momento mi manca del tutto, e perché non ci conosciamo, ed ho probabilmente bisogno di parlare del peso che mi opprime il cuore con qualcuno che non sappia nulla di me, nè di lui e dell’altra. Ho quasi quarant’anni, vivo lontana dalla mia terra e dalla mia famiglia e due anni fa ho conosciuto lui quasi per caso. Eravamo diversi, io l’acqua cheta, lui un uragano. Ma ci siamo incastrati subito, come quegli ingranaggi di pezzettini così minuscoli che li guardi e pensi “funzioneranno”? Si, funzionavamo. Mi sono trasferita altrove per lavoro, abbiamo vissuto mesi difficili, abbiamo percorso chilometri per riuscire a vederci anche solo per il tempo di un bacio, di una cena insieme. Poi la svolta: un lavoro per lui nella mia stessa città e finalmente una casetta tutta nostra. Finché un giorno, come nei peggiori incubi, tutto è cambiato, e nel giro di pochi minuti mi è crollato il mondo addosso. “Ho preso una sbandata ed è giusto che vada via”. Quasi due anni di storia, una convivenza, un amore pulito (o che credevo tale), hanno meritato solo una mezza frase e poi il silenzio. Nei mesi a seguire sono sprofondata all’inferno, non ho mai avuto una spiegazione, ho dovuto svuotare da sola la casa, sono andata via ma lui non mi ha mai lasciata veramente libera, ha sempre cercato di mantenere vivo il contatto, appariva e scompariva come se nulla fosse. Io l’ho lasciato fare perché non avevo la forza di cancellarlo. Mi sono fatta umiliare. Siamo tornati insieme, con i cocci da ricomporre. Poi, per una svista, una di quelle sbadataggini sui social, ho scoperto che la storia con quell’altra non era mai finita, che teneva in piedi entrambe le relazioni. L’aveva portata a conoscere i genitori, quelli che dicevano di considerarmi come una figlia e non si sono posti il problema di sedersi a tavola con un’altra figurina dell’album. Ho contattato lei – l’altra – e le ho parlato per capire come fosse andata tra di loro, ho scoperto tante di quelle cattiverie inventate su di me sia da lui che dai genitori e adesso mi sento nel baratro. Pensa che addirittura i suoi genitori dicevano che io non ero esteticamente al livello del figlio, con i miei 10 chili in più. Lei lo ha definito utilizzando termini spregevoli perché “è uno che non ha le palle” eppure, dopo che io e lui ci siamo lasciati di nuovo, li continuo a vedere in giro insieme ed il mio cuore si è spezzato inesorabilmente. Non so risalire, non riesco a trovare nulla a cui aggrapparmi, vedo solo la cattiveria con cui si sono accaniti, vedo lui che ha ottenuto ciò che voleva, ovvero mortificare me e stare con lei, e penso che se una giustizia superiore esiste, forse si è dimenticata di guardare nella mia direzione.

Giada

 

Cara Giada, la faccenda grave di questa storia d’amore travagliato simil-adolescenziale non è che tu non ti rassegni al fatto che lui non ti voglia, al fatto che i genitori di lui sparlino di te, al fatto che tu ritenga che loro due siano cattivi perché continuano a frequentarsi, il fatto che ti lamenti per l’assenza di una giustizia divina. La faccenda grave di questa storia è la premessa “ho quasi quarant’anni”. Lui sarà un maturo indeciso, ma la tua sintesi sembra una pagina strappata dal diario di una sedicenne. Non ti vuole, non hai l’età per dar peso a qualche pranzo coi suoceri, loro hanno tutto il diritto di frequentarsi. Scusa la brutalità, ma crescere è saper incassare, anche quando si viene fatti fuori brutalmente. Se non sai come si fa, chiedi a Enrico Letta.

 

Non ho i soldi dei Ferragnez, ma non ho perso la dignità

Ciao Selvaggia, sai cosa mi ha fatto più male della vicenda Ferragnez? Vedere lanciata roba che per molte famiglie è oro. Un anno e mezzo fa ero incinta della mia bellissima bimba e io e mio marito, poco prima della scadenza, decidiamo di andare a fare una spesa insieme per avere tutto quello che serve prima della nascita della piccola. Era un periodo complicato, lui guadagnava poco, io avevo un lavoro saltuario, eravamo sempre con i soldi contati. Con il carrello pieno andiamo alla cassa dove mi fanno passare davanti, date le mie ormai enormi dimensioni. Davanti a tutti quelli che ci fanno gentilmente passare, iniziamo ad imbustare, pannolini, verdura, poca carne, tanta pasta, insomma la solita spesa. Mio marito tira fuori il portafogli, fa per pagare quei 67 euro e niente. Il bancomat non va. Credito insufficiente. Ancora oggi a ripensarci piango. Non per la spesa. Ma per gli occhi di mio marito. Avvilito. Ci siamo guardati e si è spezzato qualcosa dentro. A casa ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Lui ha chiesto scusa al pancione e io mi sono sentita morire dentro. Non doveva chiedere scusa. Entrambi lavoriamo per una misera paga, ma abbiamo dignità. Ecco, questo mi fa male. La goliardia e lo sberleffo di chi non sa cosa vuol dire non riuscire a pagare una spesa perché quel mese i soldi non sono abbastanza.

Luisa

 

Cara Luisa, posso immaginare l’umiliazione e mi spiace davvero tanto. Se ti può consolare, quel giorno ha pianto anche Fedez. Aveva perso sedici

follower.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com