Gentile Selvaggia, scrivo a te perché mi sembra tu abbia la forza che in questo momento mi manca del tutto, e perché non ci conosciamo, ed ho probabilmente bisogno di parlare del peso che mi opprime il cuore con qualcuno che non sappia nulla di me, nè di lui e dell’altra. Ho quasi quarant’anni, vivo lontana dalla mia terra e dalla mia famiglia e due anni fa ho conosciuto lui quasi per caso. Eravamo diversi, io l’acqua cheta, lui un uragano. Ma ci siamo incastrati subito, come quegli ingranaggi di pezzettini così minuscoli che li guardi e pensi “funzioneranno”? Si, funzionavamo. Mi sono trasferita altrove per lavoro, abbiamo vissuto mesi difficili, abbiamo percorso chilometri per riuscire a vederci anche solo per il tempo di un bacio, di una cena insieme. Poi la svolta: un lavoro per lui nella mia stessa città e finalmente una casetta tutta nostra. Finché un giorno, come nei peggiori incubi, tutto è cambiato, e nel giro di pochi minuti mi è crollato il mondo addosso. “Ho preso una sbandata ed è giusto che vada via”. Quasi due anni di storia, una convivenza, un amore pulito (o che credevo tale), hanno meritato solo una mezza frase e poi il silenzio. Nei mesi a seguire sono sprofondata all’inferno, non ho mai avuto una spiegazione, ho dovuto svuotare da sola la casa, sono andata via ma lui non mi ha mai lasciata veramente libera, ha sempre cercato di mantenere vivo il contatto, appariva e scompariva come se nulla fosse. Io l’ho lasciato fare perché non avevo la forza di cancellarlo. Mi sono fatta umiliare. Siamo tornati insieme, con i cocci da ricomporre. Poi, per una svista, una di quelle sbadataggini sui social, ho scoperto che la storia con quell’altra non era mai finita, che teneva in piedi entrambe le relazioni. L’aveva portata a conoscere i genitori, quelli che dicevano di considerarmi come una figlia e non si sono posti il problema di sedersi a tavola con un’altra figurina dell’album. Ho contattato lei – l’altra – e le ho parlato per capire come fosse andata tra di loro, ho scoperto tante di quelle cattiverie inventate su di me sia da lui che dai genitori e adesso mi sento nel baratro. Pensa che addirittura i suoi genitori dicevano che io non ero esteticamente al livello del figlio, con i miei 10 chili in più. Lei lo ha definito utilizzando termini spregevoli perché “è uno che non ha le palle” eppure, dopo che io e lui ci siamo lasciati di nuovo, li continuo a vedere in giro insieme ed il mio cuore si è spezzato inesorabilmente. Non so risalire, non riesco a trovare nulla a cui aggrapparmi, vedo solo la cattiveria con cui si sono accaniti, vedo lui che ha ottenuto ciò che voleva, ovvero mortificare me e stare con lei, e penso che se una giustizia superiore esiste, forse si è dimenticata di guardare nella mia direzione.
Giada
Cara Giada, la faccenda grave di questa storia d’amore travagliato simil-adolescenziale non è che tu non ti rassegni al fatto che lui non ti voglia, al fatto che i genitori di lui sparlino di te, al fatto che tu ritenga che loro due siano cattivi perché continuano a frequentarsi, il fatto che ti lamenti per l’assenza di una giustizia divina. La faccenda grave di questa storia è la premessa “ho quasi quarant’anni”. Lui sarà un maturo indeciso, ma la tua sintesi sembra una pagina strappata dal diario di una sedicenne. Non ti vuole, non hai l’età per dar peso a qualche pranzo coi suoceri, loro hanno tutto il diritto di frequentarsi. Scusa la brutalità, ma crescere è saper incassare, anche quando si viene fatti fuori brutalmente. Se non sai come si fa, chiedi a Enrico Letta.
Non ho i soldi dei Ferragnez, ma non ho perso la dignità
Ciao Selvaggia, sai cosa mi ha fatto più male della vicenda Ferragnez? Vedere lanciata roba che per molte famiglie è oro. Un anno e mezzo fa ero incinta della mia bellissima bimba e io e mio marito, poco prima della scadenza, decidiamo di andare a fare una spesa insieme per avere tutto quello che serve prima della nascita della piccola. Era un periodo complicato, lui guadagnava poco, io avevo un lavoro saltuario, eravamo sempre con i soldi contati. Con il carrello pieno andiamo alla cassa dove mi fanno passare davanti, date le mie ormai enormi dimensioni. Davanti a tutti quelli che ci fanno gentilmente passare, iniziamo ad imbustare, pannolini, verdura, poca carne, tanta pasta, insomma la solita spesa. Mio marito tira fuori il portafogli, fa per pagare quei 67 euro e niente. Il bancomat non va. Credito insufficiente. Ancora oggi a ripensarci piango. Non per la spesa. Ma per gli occhi di mio marito. Avvilito. Ci siamo guardati e si è spezzato qualcosa dentro. A casa ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Lui ha chiesto scusa al pancione e io mi sono sentita morire dentro. Non doveva chiedere scusa. Entrambi lavoriamo per una misera paga, ma abbiamo dignità. Ecco, questo mi fa male. La goliardia e lo sberleffo di chi non sa cosa vuol dire non riuscire a pagare una spesa perché quel mese i soldi non sono abbastanza.
Luisa
Cara Luisa, posso immaginare l’umiliazione e mi spiace davvero tanto. Se ti può consolare, quel giorno ha pianto anche Fedez. Aveva perso sedici
follower.
Inviate le vostre lettere a:
il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com