Correre rischi per una stortura fiscale: è il “pasticciaccio brutto” dei certificati

Dopo avere combinato il pasticcio, l’industria italiana del risparmio gestito vuole anche guadagnarci. Partiamo da un problema che tocca quanti hanno fondi comuni, non di rado in quella formula insulsa che sono le gestioni patrimoniali in fondi. Nei passaggi da un fondo a un altro, cosiddetti switch, se c’è un guadagno si paga la relativa imposta; ma non si gode di nessuna compensazione per i fondi dove invece si esce in perdita.

Questa è la conseguenza della sciagurata riforma fiscale in vigore da luglio 2011, tecnicamente detta della tassazione del realizzato anziché del maturato. Prima era diverso e perfetto. Se guadagnavi, il fondo ti addebitava subito la fiscalità dovuta. Se perdevi, ti conteggiava ipso facto un credito d’imposta.

Ma a un certo punto il meccanismo cominciò a non piacere più a varie società di fondi, capeggiate dalla loro associazione (Assogestioni) che si mise a esigere a gran voce l’abolizione, per permettere di sbandierare performance lorde e non nette. Come al solito ottenne ciò che voleva. La conseguenza è la situazione attuale, in cui molti si trovano con perdite per cui non hanno ricevuto nessun credito di imposta o altra compensazione.

Ecco così che ora le banche propongono “strumenti finanziari fiscalmente efficienti, con i quali è possibile compensare le minusvalenze pregresse”. È il caso in particolare di Banca Imi, che ne emette a iosa, ma anche di altre. Si tratta soprattutto di certificati denominati cash collect. Legati a un titolo azionario o a indice di Borsa, pagano cedole periodiche o anche solo una finale, nell’ordine del 5-10%, se esso non scende sotto una certa soglia. E tale guadagno non viene tassato a fronte di un sufficiente quantitativo di perdite pregresse. Ribattezzato dalla pubblicità del risparmio gestito col nome accattivante di “zainetto fiscale”.

Ma se i mercati girano in negativo, come ora, anziché un guadagno il risparmiatore incamera un’ulteriore minusvalenza e può rimetterci anche un 50% o più.

I certificati sono strumenti finanziari complessi, con prezzi opachi per chi non è espertissimo. Sono sempre convenienti solo per chi li emette, banca o altro, che ci guadagna facilmente un 5-6%. Allettato dal vantaggio fiscale, chi li compra si sobbarca tale costo implicito e inoltre un rischio di perdite anche altissime. Certo che gli può pure andare bene, ma questo è vero anche semplicemente comprando azioni. O, più in generale, giocando alla roulette o raschiando i Gratta e vinci.

La Regione Lombardia uccide un gioiello

La Regione Lombardia avrebbe potuto salvare il punto nascita dell’ospedale Oglio-Po di Casalmaggiore (Cremona). Ma non lo ha fatto. Eppure rispetta tutti i criteri di sicurezza: terapia Intensiva con guardia h24 di rianimatore, ostetrica, ginecologo e pediatra; possibilità h24 di taglio cesareo d’emergenza in 30 minuti; possibilità h24 in 60 minuti di trasfusione di emoderivati, esami radiologici e di laboratorio urgenti; e possibilità di parto con epidurale. Ma il numero di nati dal 2013 è al di sotto dei 500 l’anno. Per un calo delle nascite a livello nazionale e perché il ponte sul Po che collega la Lombardia con l’Emilia Romagna è stato chiuso essendo a rischio crollo. Oggi Casalmaggiore e i Comuni vicini, con un bacino potenziale di 800 parti l’anno, sono isolati e disagiati come quelli di montagna. Nella richiesta di deroga di chiusura inviata al ministero della Salute la Regione ha scritto che i punti nascita alternativi sono raggiungibili in 12, massimo 25 minuti: una balla. Per arrivare a quello di Cremona e Mantova serve quasi un’ora, se non c’è nebbia. Per Asola: 40 minuti, sempre se non c’è nebbia.

Tele-stalking, arriva il prefisso ma per i call center c’è la deroga

Guardate bene questa sequenza: 084XU1 U2U3U4U5 U6U7 con X=3 oppure 4. Non è la formula magica per vincere al Superenalotto, ma non sarà neanche quella che consentirà di mettere la parola fine alle telefonate a raffica, di giorno e di notte, per promuovere offerte “imperdibili” o per vendere diavolerie varie. Insomma, l’incubo di tutti i consumatori, tanto che per alcuni si trasforma addirittura in uno stalking. Il motivo? Quella è la sequenza che l’Agcom, il garante per le Comunicazioni, ha stabilito per le chiamate commerciali e le indagini statistiche, secondo quanto previsto dalla legge numero 5 del 2018. In particolare, sono stati identificati due numeri – lo 0843 e lo 0844 – che serviranno, rispettivamente, per identificare le comunicazioni finalizzate ad attività statistiche (eccezion fatta per l’Istat) e per le comunicazioni finalizzate alle ricerche di mercato e alle attività di pubblicità, vendita e comunicazione commerciale.

Peccato, che – in linea con il dettato legislativo – esiste la possibilità per i call center di utilizzare “un’altra numerazione lecita”, purché sia “identificabile e richiamabile” dall’utente. Pertanto, ha stabilito l’Agcom, “qualora un operatore che eroga servizi di call center utilizzi numerazioni identificabili e richiamabili, non dovrà obbligatoriamente richiedere ed utilizzare le numerazioni ricadenti nelle decadi 084X o 7XY (o altra decade che individuerà l’Autorità all’esito della presente consultazione) per lo svolgimento delle prestazioni suddette”. Un meccanismo che, quindi, continuerà a consentire il tormento del telemarketing, dal momento che tutti i big della telefonia e del settore luce e gas appaltano ai call center esterni le campagne commerciali per ricerche di mercato e pubblicità. E poco importa che il call center incaricato di condurre la campagna di offerte dovrà comunque utilizzare un numero visibile e richiamabile. Accesso fino ad oggi negato. Il punto, tuttavia, è che il telefono continuerà a squillare senza che nessuno abbia dato il consenso al trattamento dei dati personali. Nel caso, infatti, si decidesse di richiamare quel numero sconosciuto, i costi della telefonata ricadranno sul consumatore, anche se l’Agcom ha già spiegato che la “telefonata al call center sarà parificata al costo di una chiamata urbana”. Tutto questo dovrebbe andare a regime entro due mesi, mentre l’introduzione del prefisso 0844 è previsto nel 2019.

Un meccanismo, insomma, che non cambia molto la situazione anche perché c’è un’altra falla che caratterizza la questione del telemarketing selvaggio: la mancata riforma del Registro delle opposizioni, lo strumento a servizio dei cittadini che consente di rifiutare le attività di telemarketing effettuate attraverso il canale telefonico. Dal 4 febbraio dello scorso anno (con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) è entrata in vigore la legge 124/2017 che vieta il telemarketing selvaggio anche su cellulare. Ma ad oggi ancora non esiste: solo venerdì scorso il consiglio dei ministri l’ha approvato, in esame definitivo, ma ora per attuarsi serve un decreto del presidente della Repubblica.

Le novità previste riguardano la possibilità di iscriversi al Registro anche per non ricevere più la pubblicità nella cassetta della posta e l’eliminazione della modalità di iscrizione con il fax, mantenendo quelle tramite web, telefono, e-mail e raccomandata. Sicuramente un passo in avanti anche se questa seconda vita del Registro delle opposizioni è comunque nata zoppa a causa del meccanismo che lo caratterizza: l’opt out: cioè iscriversi per non essere disturbati. Mentre il garante della Privacy e le associazioni dei consumatori hanno sempre richiesto quello opt in: solo chi vuole ricevere le chiamate pubblicitarie deve iscriversi. In attesa che il registro diventa la vera arma in mano ai consumatori contro le società, quello che resta sono i provvedimenti del garante della Privacy sul fronte del telemarketing aggressivo. Ecco quelli dei primi 9 mesi dell’anno: 800mila di sanzione a Vodafone a luglio e 600mila euro a Fastweb a settembre; a maggio, due multe da 960mila euro a Tim per violazioni alla normativa sulla protezione dei dati personali; la chiusura di un’indagine ad aprile che ha imposto a Vodafone di non inviare più sms o effettuare chiamate per finalità di marketing a chi non abbia manifestato uno specifico consenso o abbia addirittura chiesto di non essere più disturbato, dopo aver accertato che la società nei 18 mesi precedenti ha effettuato fino a 2 milioni di telefonate promozionali e inviato circa 22 milioni di sms senza un valido consenso degli interessati; una strigliata a Wind Tre a giugno per rivedere le procedure, “ereditate” da H3G in seguito alla fusione aziendale, con le quali gestisce telefonate ed sms promozionali, al fine di interrompere i contatti commerciali indesiderati.

La lezione più bella di Nicolini, il docente che riempiva le piazze

La Facoltà di Architettura dell’Università di Roma Tre ha finalmente dedicato un’aula al nome e alla memoria di Renato Nicolini, che vi ha insegnato poco (la cattedra romana gli è arrivata tardi, Nicolini è stato a lungo docente ordinario a Reggio Calabria) ma ha lasciato molto, molto più di altri docenti considerati “maestri”. Adesso un libro importante (Un romanzo d’architettura del 1934 a Roma, Libria Editore) e un film molto bello di Nicolini che narra (non ancora disponibile in dvd) hanno celebrato l’evento. Molti lettori non avranno incontrato prima d’ora il mondo immensamente creativo di Nicolini. Per molti di più, specialmente fra i non giovani, il nome evocherà il ricordo gradevole di una iniziativa nota non nel mondo come “l’Estate Romana” (anni 70-80 dell’Era post Sessantotto). Non vivevo a Roma in quegli anni, ma è stato il poeta americano LeRoi Jones (che aveva appena cambiato il suo nome “anglo” con il nome africano di Amiri Baraka, ed era reduce da una serie di letture delle sue poesie e del suo teatro in piazze romane gremite di ragazzini) a raccontarmi la sua “esperienza” (la cultura per le strade come una festa) e a chiedermi “But who is that guy, Renato Nicolini? Come gli riesce di far nascere eventi di cultura che riempiono piazze e strade con poesie e cinema, come in nessun altro Paese?” Gli scritti e conversazioni e annotazioni di Nicolini raccolte in questo libro (mentre lui era assessore alla cultura del Comune di Roma e dopo) rispondono alla domanda di Amiri Baraka nel modo che era tipico dell’architetto, docente, organizzatore e sognatore che è stato Nicolini. Il suo rapporto con l’Architettura era colto, realistico, degno di un buon maestro, ma anche narrazione visionaria. Nel senso che lui vedeva, narrava e inventava (lo fa in questo libro, e lo fa nel film che spero sia presto distribuito) quel grande esperimento che è la città di Roma, dai suoi ruderi al fascismo, alla modernizzazione radicale del 900, e dopo, tra angosce di abbandono e colpi di scena che spesso diventano grande spettacolo. Nicolini è un narratore malinconico e scanzonato, allo stesso tempo pensoso e spensierato. Affronta con grazia il peso del grandioso esperimento che sta narrando, ma solo “il bello” di esso. É uno spettacolo non facilmente dimenticabile, ma è anche una grande lezione, lasciarsi guidare da Nicolini in questa conversazione lieta e profonda su “che cosa è la città, e in che senso incredibile lo è Roma”.

Dobbiamo augurarci che la Facoltà di Architettura di Roma Tre ci dia presto il libro con il film. Sarebbe un dono non da poco per una città maltrattata.

Vergogna firmata a San Rossore

Le leggi razziali fasciste sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi applicati a partire dal 1938, con l’obiettivo di colpire soprattutto la minoranza ebraica residente in Italia. Benito Mussolini le annunciò il 18 settembre di quell’anno durante un comizio a Trieste; il 5 settembre, il re Vittorio Emanuele III aveva firmato la prima legge in difesa della razza nella tenuta regia di San Rossore, a Pisa. Con queste norme la popolazione ebraica fu gradualmente estromessa dai diritti sociali e civili: insegnanti, impiegati e dirigenti della pubblica amministrazione furono licenziati; gli studenti vennero esclusi dalle scuole e si stabilì il divieto, per tutti gli ebrei, di sposare persone “di razza italiana”. Le leggi impedivano anche agli imprenditori discriminati di possedere aziende con più di 100 dipendenti, oltre che di avere la proprietà di terreni e fabbricati che superavano certe dimensioni. Le leggi razziali, precedute, come contesto culturale, dal Manifesto della Razza, restarono in vigore fino al 1944.

Gentile: il pavido tentativo di salvare Paul Kristeller

“Carissimo, ho parlato giorni addietro a Gabetti di un valentissimo giovane, il Dott. Cristaller [sic] che accetterebbe volentieri un lettorato tedesco in Italia. (…) È ebreo, ma appoggiatissimo da Heidegger, di cui è allievo”. È il 2 ottobre 1933, mancano cinque anni alle leggi razziali ma – con buona pace del partito “non volevano ma Hitler…” – essere ebreo in Italia è già un dannato problema. Paul Oskar Kristeller ha 28 anni e ha lasciato la Germania: uno dei primi atti del nazismo è cacciare gli ebrei dall’Università. È un raffinatissimo studioso di filosofia. È ebreo ma bravo. Cinque anni dopo sarà bravo ma ebreo. Il professor Ernesto Codignola segnala il giovane al suo maestro Giovanni Gentile che se lo prende alla Scuola Normale di Pisa, di cui è direttore. Gentile è un fascista della prima ora, ministro dell’Istruzione e artefice della riforma della scuola. Un grande intellettuale che naviga nella dura realtà politica. Non condivide le teorie razziste ma tace. Aderirà alla repubblica di Salò e nel 1944 sarà ucciso da partigiani comunisti.

Kristeller, secchione patologico, a Pisa sembra felice. “Posso constatare, non senza commozione, che il suo paese mi dà un’ospitalità e un aiuto amichevole che mi ha rifiutato la mia propria patria”, scrive a Gentile, ma forse è solo diplomazia. Un collega della Normale, Luigi Baccolo, lo intuisce: “Tutti vedevamo nascere l’alba di una nova epoca, ma solo Kristeller vedeva il sangue di quell’alba”. Si prepara per Kristeller un nuovo esilio, e Laura Grazioli, studentessa di chimica alla Normale, ricostruisce la sequenza drammatica di paura e vigliaccheria.

Gentile incita Kristeller a ottenere la cittadinanza italiana, va a Roma per intercedere presso il Duce che gli dice no. Il 14 luglio 1938, viene pubblicato il Manifesto della razza. Kristeller è angosciato: “Sono parecchio preoccupato per ciò che leggo adesso sui giornali, Vi sarei grato di sentire il vostro parere in proposito”. Il filosofo dell’attualismo minimizza: “Vi esorto a non pensarci troppo”. Ma al vicedirettore della Normale Gaetano Chiavacci scrive: “Vedi come cresce la marea antisemita? Mi dispiace pel povero Kristeller”. Ad agosto l’editore Sansoni respinge la monografia di Kristeller su Marsilio Ficino perché è arrivato il divieto di pubblicare autori ebrei. Chiavacci pone a Gentile la questione delle teorie razziali: “Dovremo assistervi passivi?”. Gentile risponde con l’attualismo. Il 29 agosto ottiene udienza da Mussolini, gli chiede di chiudere un occhio sul filologo ebreo. Si illude. Scrive trionfante: “Per intanto Kristeller non si tocca. Ho parlato anche con Mussolini”.

Ma arrivano le leggi razziali. L’8 settembre Gentile scrive al Duce: “Eccellenza, nel colloquio che lunedì scorso Vi compiaceste di accordarmi, mi diceste di non toccare a Pisa il Kristeller. Questi invece mi pare ricada sotto il decreto di ieri, che espelle dal Regno tutti gli stranieri di razza ebraica (…). Vi prego vivamente, per mia norma, di farmi sapere se posso o no trattenere, e nel caso positivo in che modo, questo povero diavolo come lettore di lingua tedesca nella Scuola Normale Superiore. Vogliate scusarmi. Vostro Giovanni Gentile”. Gli risponde il sottosegretario all’Interno Guido Buffarini Guidi, pisano: “In relazione alla lettera da Voi diretta al DUCE in data 8 settembre u.s., Vi comunico che, giusta Superiori disposizioni, è stato consentito al Prof. Kristeller, israelita straniero, di risiedere in Italia fino alla scadenza del termine massimo stabilito dal R.D.L. 7.9.1938, n° 1381. Il DUCE, inoltre, ha disposto che al medesimo venga elargita la somma di L. 5000 per metterlo in condizione di sostenere più agevolmente le spese di trasferimento”. Kristeller va in America. Gentile pensa alla Normale e cerca un docente che lo sostituisca. Scrive a Codignola: “Spero bene che non sia né israelita, né antinazista. Mi premerebbe avere un altro Kristeller, ma senza il punto nero che mi diede sempre tanto da fare”. Kristeller se ne va col suo punto nero a insegnare alla Yale e alla Columbia. Morirà a 94 anni lasciandoci una negazione quasi beffarda dell’attualismo gentiliano: “Il passato resta reale anche dopo che è scomparso dalla scena. È compito dello storico tenerlo vivo e dare giustizia anche a sconfitti e dimenticati”.

Gli studenti di Pisa ricostruiscono le vite dei prof ebrei nel ’38

Giulio Racah è un genio della fisica. Nel 1937, a 28 anni, va in cattedra all’Università di Pisa. Scrive al rettore Giovanni D’Achiardi: “Di famiglia toscana, e attaccato alle glorie della tradizione toscana, mi sento particolarmente fiero della nomina”. Pochi mesi dopo D’Achiardi lo sospende dall’insegnamento “ai sensi” del Regio Decreto 5 settembre 1938, n. 1390 “sulla difesa della razza”. Racah si crede fiorentino ma il fascismo lo classifica ebreo. Se ne va alla Hebrew University di Gerusalemme con quattro lettere di raccomandazione firmate da (in ordine alfabetico): Niels Bohr, Albert Einstein, Enrico Fermi e Wolfgang Pauli. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Bottai festeggia la bonifica degli atenei: “Da questa improvvisa amputazione né la scienza, né l’insegnamento soffriranno; rapidamente i vuoti saranno colmati, forze tenute lontane fino ad oggi avanzeranno finalmente sulla strada sgomberata”.

Prima gli ariani? Sì, ma dura poco. Dopo la guerra il nuovo rettore Augusto Mancini chiede a Racah di tornare. Riceve un fermo no: “Il mio posto di lavoro è oggi qui, per cooperare alla ricostruzione del Paese che mi accoglieva a braccia aperte nel 1939”.

La memoria è spietata e necessaria. La storia di Racah è stata ricostruita da Simona Grazioli, studentessa di biotecnologie alla Scuola Superiore Sant’Anna. Michele Emdin, docente di cardiologia, ha proposto agli studenti della Sant’Anna e della Normale di studiare la storia dei venti professori ebrei che nel 1938 furono cacciati da Pisa: “I protagonisti ormai vengono a mancare e dobbiamo trasferire il testimone del ricordo ai giovani, in particolare agli allievi delle due scuole di eccellenza”. Sotto la guida degli storici professionisti Michele Battini, Barbara Henry e Ilaria Pavan, gli studenti si sono sottoposti a una terapia maieutica, scoprendo il senso spaventoso del razzismo dalle proprie indagini anziché da un professore. E riproponendo – in una intensa giornata di studio voluta dalle tre Università pisane – il variopinto mosaico di una storia vergognosa.

Purtroppo è tornato di attualità il bisogno di rimarcare che gli ebrei, come gli immigrati, non sono alieni. Michele Pajero, studente di scienze politiche, ricorda che Piero Sraffa (l’amico di Antonio Gramsci a cui si deve il salvataggio dei Quaderni del carcere), già nel 1932 cominciava a sentire una brutta aria: “Oggi, o si è ebrei, o non lo si è – non c’è via di mezzo”. Primo Levi ha consolidato il concetto: “Se non ci fossero state le leggi razziali e il lager, io probabilmente non sarei più ebreo, salvo che per il cognome. Invece questa doppia esperienza, le leggi razziali e il lager, mi hanno stampato come si stampa una lamiera”.

Naftoli Emdin, nonno di Michele, allontanato nel 1938 dal suo insegnamento di medicina legale, se l’è studiato Vincenzo Castiglione. Originario di Gomel (nell’attuale Bielorussia), si forma a San Pietroburgo, si ammala di tubercolosi, cerca di spostarsi a Mosca ma gli viene vietato perché è ebreo, finisce al sanatorio di Nervi e poi a Pisa dove si laurea in medicina, si sposa con una ragazza toscana e insegna all’Università. Il 5 settembre 1938 Vittorio Emanuele III firma la prima delle leggi razziali nella tenuta di San Rossore, appena fuori Pisa. Emdin deve spiegarle a Ruben di 15 anni e Rafael di 13, due ragazzi pisani e però ebrei. Scrive ai figli una lettera sulla paura, sulla dignità e sulla loro patria, l’Italia: “Non vorrei che questo smarrimento e questa angoscia lasciasse in voi quel senso d’inferiorità ch’è così molesto, doloroso e dannoso e che potrebbe pregiudicare la regolarità e la dirittura del vostro cammino su quella via della vita che per noi è sempre stata difficile e che ora minaccia ad essere ancora più difficile in Italia per la vostra generazione (…) Dignità ci vuole e non il rancore, forza e non l’odio (sono i deboli quelli che si fanno comandare dal solo odio) (…) Camminate sulla vostra strada (…) amando chi vi ama, commiserando chi sputa su di voi la sua bava velenosa, ripagando con riconoscenza ed affetto la Terra che vi ha dato i natali e gli uomini che vivono accanto a voi, anche se oggi li dicono di razza differente”. Emdin cerca di rifugiarsi in America ma non ci riesce e vivrà gli anni della guerra praticamente alla macchia. Ma quasi gli è andata bene, e invecchierà a Pisa.

Le leggi razziali non sono state solo una questione di cattedre universitarie tolte alla razza inferiore e date a professori ariani che non le restituiranno neppure dopo la caduta del fascismo. La squadra del cardiologo Emdin (tra loro anche Silvia Barbiero, Chiara Borrelli, Lorenzo Mangone e Giorgio Motisi, con Davide Guadagni dell’Università di Pisa in regia) ha fatto i conti con la storia di Bruno Paggi, grande chirurgo originario di Scansano (Grosseto), che lascia a Pisa moglie e sette figli e vive per dieci anni in Venezuela commerciando carburanti.

Lo studente Alberto Aimo ha ricostruito la tragica parabola di Ciro Ravenna. Le leggi razziali lo abbattono alla vigilia del cinquantesimo compleanno. Originario di Ferrara, come molti ebrei è anche un buon fascista. Ha partecipato da volontario alla Grande Guerra. Dal 1924 è professore ordinario e direttore della prestigiosa Scuola agraria pisana, dal 1932 è iscritto al Partito nazionale fascista. È anche abbonato sostenitore del giornale pisano Idea fascista. Chiede di limitargli le restrizioni delle leggi razziali per i suoi meriti di guerra e di buon fascista oltre che per le indubbie benemerenze scientifiche. Ma la contabilità fascista gli mette in conto l’essere celibe e senza prole. Torna a Ferrara dove campa con lezioni private e insegnando nelle scuole ebraiche. Il 15 novembre 1943 viene arrestato dalla polizia di Salò.

All’inaugurazione dell’anno accademico 1945-46 il rettore Mancini dedica a Racah, Kristeller, Ravenna e gli altri il pensiero imbarazzato di un corpo docente pavido, compattamente pavido sulla scia del suo guru accademico, Gentile: “Un ricordo particolare, poiché di essi, quasi vitandi, non era lecito parlare, è dovuto a quei colleghi che furono allontanati dall’insegnamento per motivi razziali”. Furono materialmente allontanati dai colleghi. Comunque Mancini cerca notizie di Ravenna e in pochi mesi le ottiene. Il sindaco di Ferrara gli scrive che “il Prof. Ciro Ravenna e familiari sono stati deportati in Germania e del Professore non si hanno avuto più notizie”. Pisa ha dedicato a Ciro Ravenna una stradina periferica. Sotto il suo nome, su un targa arrugginita, c’è scritto “agronomo”. Sulla memoria c’è molto da fare. Siamo solo all’inizio.

Calenda ci spiega i “selvaggi populisti”. Spopola in libreria ma fa flop alle urne

Tre edizioni in una settimana. Questo lo strillo che accompagna il successo in libreria di Carlo Calenda.

L’editore Feltrinelli giustamente esulta per aver potuto lanciare – dopo il Gattopardo, dopo il Dottor Zivago – questo Orizzonti selvaggi nel cui sottotitolo, ben evidenziato nell’inserzione pubblicitaria, c’è tutto il tambureggiare dello spirito del tempo: “La battaglia per la democrazia è iniziata, e la stiamo perdendo per mancanza di visione”.

Già ministro nel governo degli ottimati, oggi leader in pectore dell’élite, Calenda furoreggia nelle classifiche tra i più venduti – e mentre questo articolo va in stampa saranno almeno il doppio le edizioni… – a guadagnarsi, con il plauso di critica, la meritata parafrasi: scaffali pieni, urne vuote. Ed è, Calenda, nel suo essere un esempio, la controprova richiesta in questi tempi di crisi dell’editoria.

La qualità si fa strada se si pensa agli sforzi immani di un Gianfranco Fini, parlandone da vivo, o di un Lamberto Dini perfino, di accompagnare al meritato riscontro di vendite le proprie opere cartacee e non cavarne che rese.

E Calenda miete applausi in ragione di un’affinità più che rodata con quella speciale clientela, la bella gente, le cui scelte dilagano poi in veri e propri diktat di tendenza, linguaggio e stile.

Tutto un totem irrinunciabile per chi sa pensare – e ben pensare – senza alcuna conseguenza politica perché poi, ahiloro, tutti quelli che non vanno in libreria, e sono tanti, fanno dei loro frettolosi like dei plebisciti populisti, selvaggi per l’appunto, fuor dall’orizzonte della bella gente. E senza visione. Tutti preda dell’idra populista.

L’Italia vista e raccontata da una vetrina della libreria non corrisponde alla realtà ma a una verità confezionata nel tinello marron.

C’è un altro titolo, Perché è successo qui – edito da La Nave di Teseo – scritto non da un politico ma dal direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, con un sottotitolo rammaricato: “All’origine del populismo che scuote l’Europa”.

Anche questo libro, e la critica già plaude, si destina alle vette delle classifiche ma a far da contrappasso sono le urne sempre più vuote per i benpensanti la cui analisi resta cristallizzata nell’anatema contro un inedito carisma, quello del “leader minuto per minuto”.

Nella definizione ci rientra un Salvini, come pure un Di Maio – o chiunque, nel loro solco, in Europa, arriverà – ed è l’identikit del capo che senza intermediazioni transita nei luoghi della globalizzazione: per seminarvi le contraddizioni, le tensioni e – oplà – il cambio scena rispetto al canone collaudato del Novecento per fare andare avanti la storia senza per questo riavvolgere lo stesso nastro. Gli scaffali sono pieni, ma sono le urne a riempirisi di like.

Antimafia con il teatro: la sfida delle giovani diplomatiche all’Onu

Dite la verità: ma ne sapevate qualcosa? Mentre la Corte Europea ci bacchetta per Provenzano, curato in strutture sanitarie come a nessun carcerato malato accadrebbe; mentre scopriamo che la ‘ndrangheta fa affari indisturbati nel Nord Europa; le Nazioni Unite a convegno a Vienna hanno deciso (pare) di fare le cose sul serio e di iniziare a monitorare, quindici anni dopo la firma dell’accordo, lo stato di attuazione della Convenzione di Palermo. Sì, quindici anni dopo. In memoria del giudice – sempre lui, Giovanni Falcone – che nel 2000 diede anima alla Conferenza contro il crimine organizzato nonostante l’avessero ucciso otto anni prima. É stato adottato un “meccanismo di revisione”. Un patto di verifica reciproca tra i Paesi: vediamo se ci crediamo davvero in ciò che scriviamo sulla lotta alla criminalità organizzata. Nel maremoto un po’ fetido che scuote i continenti è comparso un barlume di serietà, una piccola luce di ottimismo.

E l’Italia? Proprio l’Italia che premia gli evasori e manda in prescrizione i processi, è stata in questa vicenda il lievito autentico, il Paese che più ha operato, a colpi di diplomazia e di cultura giuridica, perché si facesse sul serio. Brutto anatroccolo in Europa, sugli scudi all’Onu. L’Italia con la sua ambasciatrice e i suoi magistrati, ma anche con due giovani funzionarie, immagine delle nostre nuove generazioni che esportano legalità. Tutte e due all’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine (Unodc), per un anno hanno messo la loro silenziosa passione al servizio di questa causa.

Si chiamano Flavia e Maria Cristina. La prima toscana, provincia di Massa Carrara, “dove ho lasciato i genitori e il mio boxer Jackie”, un po’ più adulta, master in relazioni internazionali e in legge ad Amsterdam, e poi incarichi a Cuba, a New York, all’Aia. L’altra meridionale di Milano e con laurea in diritto internazionale a Ginevra.

Le ho viste lo scorso anno mentre seguivano i lavori di un comitato incaricato di dare ai Paesi membri l’idea di una nuova prevenzione. Maria Cristina come coordinatrice di un progetto dal nome ammiccante, “Scherlock”, il compito di tracciare in un database le azioni degli Stati per promuovere la Convenzione di Palermo. Flavia col suo incarico nell’Organized Crime Branch, la prevenzione come educazione alla giustizia: dei bambini, dei ragazzi, degli universitari. Lontano dallo stereotipo che vuole il criminale figlio di emarginati e famiglie separate.

Ascoltavano, prendevano nota, tradivano consenso entusiasta o intime perplessità con un solo moto di sopracciglio. Impercettibilmente facevano il tifo per il salto di qualità nella lotta al crimine. Nelle pause caffè domandavano riferimenti bibliografici. Soprattutto si entusiasmarono all’idea che la criminalità organizzata potesse essere combattuta sperimentando strade diverse, anche con il teatro per esempio.

E così hanno voluto vedere spezzoni di spettacoli fatti in Italia. Ed è venuta loro in mente l’idea assurda di portarne uno alla conferenza contro il crimine organizzato. Hanno scelto “Dieci storie proprio così” di Giulia Minoli, di cui questa rubrica già ha parlato.

E hanno fatto con la loro dirigente finlandese, Rikka Puttonen, una scommessa: mandare in scena lo spettacolo nella giornata di apertura. Non in italiano ma in inglese. Ma noi recitiamo usando il dialetto, non si può tradurre, semmai i sottotitoli. Ma quali sottotitoli, non è cinema. Ma quale dialetto, queste parole devono potere andare in giro per il mondo. Alla fine lo spettacolo si è fatto, in una sala gremita: a voi le mafie. L’ha aperto il ministro della giustizia italiano, Alfonso Bonafede. E le attrici e gli attori napoletani, dopo mesi di prove, hanno sfoggiato un inglese perfetto.

Flavia Romiti e Maria Cristina Montefusco se ne stavano nell’angolo delle tecnologie, a curare che non ci fosse una sbavatura. E improvvisamente è entrato nella settimana decisiva il “soffio dell’Italia”, la ventata di novità, l’energia di quella performance irrituale. Che l’ambasciatrice Maria Assunta Accili ha condotto alla fine verso un risultato da 1X2: l’approvazione dei meccanismi di revisione. Perché esiste anche un’Italia colta e responsabile (e molto femminile), che non confonde sguaiatezza e innovazione. Che lavora tenacemente per un granello di civiltà in più. Come Flavia. O Maria Cristina, ex scout dai sentimenti antimafiosi.

Desirée: dopo il solito spot di Salvini, destra all’attacco contro il divorzio

L’immane tragedia di Desirée Mariottini, la ragazza violentata e uccisa a San Lorenzo, quartiere popolare di Roma, non è soltanto un infinito spot per l’estrema destra xenofoba del vicepremier Matteo Salvini. A strumentalizzare l’omicidio della povera adolescente della provincia di Latina c’è anche l’ala dura del fronte tradizionalista e fariseo che si oppone al pontificato di Francesco.

Stavolta l’argomento non è securitario, ma riguarda la famiglia. Meglio, il divorzio, storica conquista sociale del Paese dopo il referendum del 1970 voluto dai radicali di Pannella e Bonino. L’equazione, sviluppata in modo tranchant, è questa: sia Desirée sia Pamela – violentata e uccisa a Macerata nella primavera scorsa, sempre da spacciatori africani – sono figlie di famiglie distrutte e disgregate. Colpa della sinistra progressista. Come scrive Francesco Borgonovo sulla Verità: “Se oggi esistono migliaia di ragazzi fragili come Desirée un motivo c’è. Sono i figli, questi, della dissoluzione della famiglia”.

Ancora più esplicita La Nuova Bussola Quotidiana, sito di cattolici salviniani e anti-bergogliani: “Ci si dirà: non vorrete mica rimettere in discussione la legge sul divorzio? Ebbene sì, è proprio questo che intendiamo. È proprio questo che va rimesso a tema. Desirée e Pamela, la loro fragilità è lì a dimostrarci che di questo c’è bisogno”.

Non solo. L’introduzione del divorzio è persino un’istigazione al femminicidio. Testuale: “Anche i cosiddetti femminicidi maturano in gran parte da situazioni di separazione”. Ergo, se ne deduce che una moglie farebbe meglio a stare in silenzio e a tenersi le violenze in casa, anziché volere il divorzio e rischiare quindi di morire. Se questo non è Medioevo, che cos’è? Di certo è il brodo di coltura della nuova destra sovranista che avanza e che ha portato al famigerato ddl Pillon sull’affido condiviso, in cui c’è una stretta sul divorzio, consentito solo a chi se lo può permettere economicamente.