“Vamos barrer do mapa os bandidos vermelhos”. L’ultimo grido di battaglia di Jair Bolsonaro prima del decisivo ballottaggio di ieri è il nocciolo della sua futura politica: da presidente spazzerebbe via dal Brasile i banditi rossi. Dove per “comunisti” si intende non solo il Partito dei lavoratori (Pt) di Luiz Inácio Lula da Silva e dell’avversario Fernando Haddad, ma ogni forma di opposizione democratica al suo futuro governo. Quando l’Italia oggi si risveglierà il Brasile avrà già saputo se il quadro più fosco possibile per la sua storia è divenuto realtà o se è stato scongiurato da una miracolosa rimonta della sinistra. Proviamo qui, quindi, a rappresentare il peggiore scenario possibile sperando che il lettore possa tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo invece di preoccuparsi.
Gli oppositori con Bolsonaro presidente “ou vão para fora ou vão para cadeia”, o se ne vanno all’estero o in galera. “C’è puzza di fascismo”, ha commentato Haddad. Giudizio condiviso da numerosi intellettuali latinoamericani ed europei che temono per il futuro della democrazia in Brasile, ma anche in tutta l’America latina mentre gli Stati Uniti devono scontare almeno altri due anni di Donald Trump. Restaurare l’ordine è infatti il messaggio quasi messianico che ha trasformato un deputato incolore – che per 28 anni ha navigato nelle aule del parlamento brasiliano presentando solo tre progetti di legge –, un politico razzista, misogeno e omofobo, in una sorta di salvatore. In un Messia capace di far transitare il popolo brasiliano oltre il Mar Rosso della corruzione, della criminalità organizzata e diffusa e della “degenerazione” dei valori cristiani: dall’aborto a ogni forma di “deviazione sessuale”. In un Paese dove l’ordine è un valore supremo –“Ordem e progresso” è il motto impresso nella bandiera brasiliana – il “disordine” prodotto dall’irruzione nella vita pubblica delle “turbe plebee” favorita dai governi del Pt deve essere combattuta “con mano dura”. Dunque lasciando da parte il progresso. E anche la legge.
Il figlio di Jair Bolsonaro, Eduardo, deputato del Psl, il partito del padre, ha dichiarato che, se il Tribunale supremo federale (Stf) si mettesse di traverso, “para fechar o Stf basta un soldado y un cabo”, per chiuderlo bastano un soldato e un graduato. In sostanza è la reincarnazione della dittatura militare del 1964 (durata fino all’85), catapultata al governo non dalla prepotenza delle armi ma dalla volontà di una popolazione invelenita dai grandi mezzi di comunicazione e dalle prediche della maggioranza delle Chiese evangeliche brasiliane scatenate nella lotta contro Sodoma e Gomorra.
“Mano dura” per impedire che “gli artigli bolivariani” continuino a ferire il Brasile è il nocciolo del programma di Bolsonaro per la sicurezza del Paese, basato su tre pilastri: pene più dure per chi violi le leggi; diritto di ogni cittadino ad armarsi; licenza d’uccidere per la polizia.
Un programma non solo pericoloso – “vi sentireste più sicuri in uno stadio dove tutti sono armati?” – ma inefficace, sostiene Daniel Cerqueira del Forum Brasileiro de Segurança Pública. Per meno del 10% degli omicidi commessi lo scorso anno (decine di migliaia) si è riusciti a trovare un colpevole. Vi sono stati 445 morti in attacchi contro omosessuali, la maggior parte senza colpevoli. Però 5.000 civili sono morti sotto il fuoco delle armi delle forze di sicurezza. La polizia in Brasile uccide, facendo le proporzioni tra le popolazioni, 19 volte di più di quella statunitense. Per Bolsonaro però non è un problema: “Se un poliziotto non uccide non è un poliziotto”, ha affermato in uno dei suoi interventi nella campagna elettorale.
“Brasil acima de tudo, Deus acima de todos”. Brasile prima di tutto, Dio sopra tutti è l’altro asse portante della politica di Bolsonaro. Per risolvere i problemi del gigante latinoamericano che stenta a uscire da un periodo di stagnazione ha affidato all’economista ultraliberista Paulo Guedes, un Chicago boy col turbo, che ha una sola ricetta: privatizzare. Per ridurre il debito del Brasile propone infatti di vendere almeno il 20% dell’industria di Stato; di fare concessioni al capitale estero anche nel settore strategico del petrolio e di mettere in vendita proprietà pubbliche. In un Paese dove il governo del presidente Lula era riuscito a far uscire dalla povertà più di cinquanta milioni di brasiliani le privatizzazioni in massa e i tagli ai programmi di assistenza provocheranno una drammatica marcia indietro per una gran fetta di popolazione, soprattutto neri, nella disoccupazione e nella povertà. Se si aggiungono le dichiarazioni contro la parità dei diritti – soprattutto economici – delle donne si può, come ha fatto l’analista Xosé Hermida, prevedere una società polarizzata e “con licenza di odiare”.
“Nem um centímetro a mais para terras indígenas”. Nemmeno un centimetro di terra per le riserve degli indios e per le aree di conservazione della foresta tropicale dell’Amazzonia. Quelle che costituiscono la principale barriera di contenimento alla devastazione del più grande polmone verde del mondo dovranno lasciare il passo al “settore produttivo”. Ovvero ai pascoli di grandi fazendas, al latifondo di soja, a attività minerarie. O alla spoliazione dei grileiros, potenti locali che si impadroniscono delle terre pubbliche a colpi di pistola. E disboscano selvaggiamente. Bolsonaro ha detto a chiare lettere che metterà “un punto finale all’attivismo ambientalista”. Uscirà dal Trattato di Parigi (che prevede tra l’altro la fine della deforestazione illegale dell’Amazzonia) e nel suo governo non vi sarà posto per il ministero dell’Ambiente. Sarà incorporato nel Ministero dell’Agricoltura e il ministro sarà deciso in accordo, appunto, con “il settore produttivo”. Ovvero con l’agrobusiness, che “avrà mano libera”. Ecco perché se stamattina Bolsonaro è il presidente eletto, non solo il Brasile democratico, ma tutto il mondo, dovrebbe essere molto più preoccupato.