Come nel ’68 poco raccontato della ruggente provincia del Sud

Caro Coen, il ’68. C’è una parte della storia che non viene mai raccontata. Tutti rievocano la mitica Statale, nessuno ci ha mai parlato di quegli anni ruggenti nella provincia italiana. E in quella provincia più provincia delle altre: il Sud e le sue piccole città. A colmare il vuoto, un libro che ho tra le mani, Il ’68 degli irpini. La città, gli studenti, i partiti, la Chiesa, una raccolta di scritti curata dal giornalista Gianni Festa (inviato de Il Mattino e fondatore di vari giornali locali) e dallo studioso Paolo Saggese. Anche tra il Corso e i monumentali licei della città si agitarono idee, sentimenti e rabbia. “Il sessantotto avellinese – scrive Antonio Spina – fu atipico e molto diverso da quello romano o da quello milanese… Fu provinciale e approssimativo. Un poco chiesa della liberazione e un poco scimmiottamenti di movimenti con altre basi di cultura politica”. Due preti, don Michele Grella e Pio Falcolini, aprirono le porte delle loro chiese ai giovani in fermento.

La spinta era quella del Concilio Vaticano II, il vento quello della chiesa della liberazione. Da leggere le pagine del libro che riportano gli attacchi della stampa locale (democristiana e filo monarchica) ai due sacerdoti, rei di “aver aperto le porte delle sacrestie a comunisti ed estremisti… di aver contribuito a corrompere irrimediabilmente la migliore gioventù irpina”. La quale, ovviamente, se ne strafotteva e continuava a contestare tutto. La scuola, la società, la vecchia classe politica, il Sud polveroso e immobile. Sognando l’America, quella delle rivolte pacifiste. E fu così che a decine ragazzi e ragazze irruppero al Cinema Giordano (salotto della città) interrompendo con slogan e volantini che parlavano di liberazione del Vietnam, la proiezione di Berretti Verdi di John Wayne. Quante mazzate prese da fascisti e polizia. Quante discussioni dopo. Era il ’68 e la provincia era viva con la sua migliore gioventù.

In quel deposito riqualificato i giovani trovano il futuro perduto

L’altro giorno in corso Matteotti ho incrociato Jeannette, non la vedevo da decenni. Sai com’è, caro Fierro, è complicato riconoscersi dopo una vita, figurati raccontarsela. Ci abbiamo provato, al Sant’Ambroeus, un caffè meneghino da sciuri, sopravvissuto agli sconquassi epocali: liquidati in fretta gli amarcord di circostanza, abbiamo affrontato l’attualità politica, malattia della nostra gioventù, la “generazione fortunata”, quella coi piedi nel medioevo e la testa nel futuro. Quella che aveva vent’anni nel Sessantotto. Non sto qui a ricordarti cosa significò per noi quel passaggio cruciale: emancipazione, liberazione (nel privato, nel pubblico). Abbasso pregiudizi e conformismo! Soprattutto, “sognavamo” per poi “fare”. Il nostro futuro era tracciato, concreto: progetti, ideali collettivi, sicurezza sulle sorti dell’umanità, sul nostro contributo. Lavoro, benessere.

Sogni, oggi, preclusi ai Millennials: non ripetono sempre che gli hanno rubato il futuro? Beh, qualcuno a Milano ha pensato di creare un luogo – simbolico, provocatorio – all’avvenire scippato: “spazio di rinascita” per i giovani a cui sono stati rubati futuro, velleità, speranze. Sta Luigi Nono, al Monumentale. Si chiama Acropolis, Tempio del Futuro Perduto. Lì, un collettivo di artisti e studenti ha recuperato un deposito industriale abbandonato del ’900, all’interno della Fabbrica del Vapore, uno dei centri policulturali più apprezzati di Milano. Ci hanno lavorato per mesi. Snervati dalle lentezze burocratiche, se la sono cavata da soli. Oggi ad Acropolis si fanno mostre, incontri, concerti. Il cortile è dedicato a Federico Aldovrandi, di Ferrara, al quale quattro poliziotti nel 2005 hanno rubato la vita (una targa lo ricorda). Qui i graffitari siciliani Rost e Loste hanno pittato i murales di Valeria Soresin, vittima dell’attentato al Bataclan, e di Giulio Regeni: pure a loro hanno rubato la vita. Avviso: ad Acropolis “non sono benvenuti razzisti, omofobi, violenti e idioti”.

Figc scarica la volpe che si chiama Uva

Alla fine, nella favola La volpe e l’uva, successe che Michele Uva, rampantissimo funzionario del Palazzo del pallone italico, dopo aver pensato a lungo di essere la volpe scoprì di colpo di essere, per l’appunto, solo Uva. Così è. Non sarà un gran compleanno, il 54°, quello che l’ex direttore generale della Figc, nonché vicepresidente Uefa (sino al 2021) festeggerà fra pochi giorni, l’8 novembre. Di sicuro non gli canterà Happy birthday Gabriele Gravina, il presidente federale neo eletto che come prima mossa gli ha fatto recapitare una lettera in cui lo sospende dall’incarico (anche se non dallo stipendio) di direttore generale Figc; e di certo non gli manderanno regali nemmeno Damiano Tommasi, Cosimo Sibilia e Marcello Nicchi, i consiglieri federali che lo vedevano come il fumo negli occhi vista l’inesistente sintonia creata da Uva con le loro componenti Calciatori, Dilettanti e Arbitri.

Se c’era una cosa in cui Uva si distingueva, infatti, era sposare sempre e soltanto le cause dei grandi club spesso ispirate dalla Juventus e da Andrea Agnelli, il presidente che Uva aveva difeso a spada tratta ai tempi dell’audizione in Antimafia per le questioni ’ndrangheta e bagarinaggio allo stadio; per non parlare delle ingerenze e delle invasioni di campo spericolate come la manovra, poi abortita per intervento del commissario Roberto Fabbricini, di fare eleggere presidente del calcio femminile Martina Colombari in quanto moglie di Alessandro Costacurta, sub commissario (in scadenza) della Figc; progetto portato avanti in un summit ristretto cui aveva preso parte, oltre a Uva e Costacurta, il responsabile dei settori giovanile e femminile della Juventus, Stefano Braghin, non si sa bene a quale titolo. E ancora le interferenze nelle scelte italiane di politica internazionale sempre a favore di Aleksander Ceferin, presidente Uefa, e sempre contro Gianni Infantino, presidente Fifa. Nell’assemblea elettiva in cui Gravina è stato eletto, non c’è stato nessuno che abbia speso una parola, anche solo di ringraziamento, a favore di Uva nonostante fossero presenti tutti i più alti papaveri, da Infantino a Fabrizio Marchetti, da Giovanni Malagò e Fabbricini.

Se il compleanno di Uva, che ha dato mandato ai suoi avvocati di impugnare il provvedimento sospensivo, non sarà dei più allegri, i bene informati dicono che invece in Figc i festeggiamenti per l’allontanamento del dg non sono ancora finiti: e mancano solo i fuochi d’artificio. Con il suo spoil system e le sue assunzioni (come quella di Giorgio Bottaro, suo collaboratore ai tempi del Parma di Callisto Tanzi, inquadrato come responsabile squadre nazionali, e l’assunzione della di lui moglie, assunta in segreteria), Uva si era inimicato tutti: a cominciare dalle persone rimosse o trasferite a incarichi inferiori come Benedetta Geronzi, responsabile del marketing, Mauro Vladovich, il segretario retrocesso dalla nazionale maggiore all’Under 21, per non parlare dell’accantonamento di figure come Annarita Stallone, Giulio Pazzanese, Vito Di Gioia, nomi che al grande pubblico dicono poco ma assai significativi in Federazione. Le malelingue dicono anche che Uva nutrisse una speranza: accasarsi alla Juventus magari riempiendo nel cda uno dei vuoti lasciati dai consiglieri in uscita Aldo Mazzia e Beppe Marotta. Agnelli però pare abbia detto: “Uva chi?”.

Non sarà la meritocrazia a salvare l’università italiana

La politica culturale serve a formare cittadini sovrani, non sudditi e clienti passivi, serve per cercare di creare le condizioni perché le arti e le scienze si possano sviluppare liberamente così da contribuire alla crescita intellettuale del paese. In questo senso non c’è una separazione netta tra cultura umanistica e scientifica, o meglio il compito accennato prima accomuna le “due culture” e in questo senso le unifica. Come diceva Noberto Bobbio, “il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità”, fornendo appunto gli strumenti culturali e intellettuali per interpretare quello che accade nella realtà che ci circonda, e prevedere in anticipo i disastri futuri è uno degli aspetti di questo lavoro.

Da 15 anni nel nostro Paese sono in atto tre diversi tipi desertificazioni. La prima è quella finanziaria. La scuola e l’università hanno subito tagli di bilancio, innestati dalla morsa delle due leggi Tremonti (133/2008) e Gelmini (240/2010). Entrambe sono state approvate dal governo Berlusconi, ma applicate e peggiorate dai governi successivi, sia per il taglio delle risorse sia per l’asfissiante e insensato cappio burocratico imposto all’insegnamento e alla ricerca. Mentre l’Italia ha tagliato le risorse nell’istruzione, altri Paesi europei hanno fatto il contrario: la Germania dal 2000 al 2013 ha aumentato del 70% la spesa in ricerca e sviluppo che ora ha raggiunto il 3% del Pil auspicato dalla strategia di Lisbona.

In Italia il taglio di spesa non è stato uniforme sul territorio nazionale ma ha riguardato il centro sud piuttosto che il nord. Anzi, l’area lombardo-veneta che sta facendo il pieno di finanziamenti (basti pensare a Human Technopole). La Regione Veneto vuole l’ “autonomia differenziata” e c’è una bozza di disegno di legge delega che prevede la sostanziale regionalizzazione della scuola e dell’università. Lo squilibrio a livello regionale comporta il secondo tipo desertificazione, quella sociale: a intere zone del Paese non è più garantito un sistema di istruzione di qualità. E’ il riflesso di quanto si sta verificando in Europa, con le risorse che stanno seguendo la direttrice sud-nord. Ad esempio il nostro Paese riceve meno, per la ricerca, di quello che mette nel calderone del bilancio europeo. La base ideologica che giustifica questo processo si chiama “meritocrazia”, termine coniato dal sociologo Michael Young per criticare una società governata dall’élite di talento: la meritocrazia senza garantire le pari opportunità porta al privilegio. Le università tedesche attraggono più fondi di ricerca delle nostre perché sono più ricche, si possono permettere politiche della ricerca con fondi per noi astronomici. La competizione è una chimera usata per ammaliare il pubblico, proprio come le classifiche degli atenei. Leggiamo spesso che le nostre università hanno piazzamenti in queste classifiche non paragonabili a Harvard o Yale, che diventano “ovviamente” il modello cui ispirarsi. Peccato che Harvard e Yale insieme spendano più del 70 per cento dell’intero fondo di finanziamento statale di tutte le 66 università italiane, che hanno 1,6 milioni di studenti contro i 33 mila dei due atenei americani.

La meritocrazia diventa la giustificazione delle enormi disuguaglianze che stanno crescendo non solo a livello continentale e nazionale ma anche a livello di una singola università o di un dipartimento, e in definitiva sono legate agli squilibri di partenza tra i diversi attori in competizione per delle risorse. È questo il motore della desertificazione sociale. Secondo l’articolo 3 della Costituzione, lo Stato avrebbe dovuto“rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma grazie alla mistificante competizione meritocratica si stanno escludendo interi settori della società e intere zone del Paese dalla possibilità di accedere agli studi e finanziamenti adeguati a sopravvivere scientificamente.

Poi c’è la terza desertificazione, quella culturale. Grazie alle politiche sulla valutazione dell’attività dei ricercatori, i giovani puntano soprattutto sulle idee “mainstream” (dominanti in una certa disciplina) già ampiamente esplorate in letteratura. Le ricerche troppo originali vengono scoraggiate. Eppure le idee innovative a volte si affermano per caso, a volte nascono per la testardaggine di qualche scienziato che segue un sentiero inesplorato. Alcuni esempi sono la scoperta del grafene, della superconduttività ad alta temperatura, del microscopio a effetto tunnel, della magnetoresistenza gigante (effetto alla base della miniaturizzazione degli hard disk) o anche le invenzioni nel campo della fisica dei laser premiate proprio il mese scorso con il Nobel per la fisica.

Il cambiamento ventilato dal nuovo governo, per quello che riguarda la cultura, deve partire proprio dall’inversione di questa rotta. Al ministero dell’istruzione non si devono cambiare solo le persone ma anche la mentalità: il problema è che al momento non sono cambiate neppure le persone.

La tendenza mondiale che spaventa i democratici

L’elezione di Bolsonaro alla presidenza del Brasile – se confermata questa mattina – rafforza una tendenza mondiale le cui stelle sono Trump, Salvini. Orbán. Morawiecki, Kurz e Duterte. C’è anche un’avanzata dell’ultradestra in Germania, dove per la prima volta dalla morte di Hitler un partito neonazista entra in Parlamento. E nel Regno Unito questa tendenza si è manifestata col voto sulla Brexit.

La Francia mantiene caratteristiche uniche. Tutte le volte che un candidato di ultradestra anti-sistema si avvicina al potere, i liberali e e i socialisti si coalizzano sul nome del più adatto a fermarlo, come spiega Zeev Sternhell nel suo importante libro La droite revolutionnaire, les origines françaises du fascisme. È successo nel 1888 per sbarrare il passo al ministro della Guerra, il generale Georges Boulanger, che avanzava denunciando la corruzione; nel 2002 contro la minaccia del paracadutista Jean Marie Le Pen e l’anno passato con sua figlia Marine. L’unica volta che la Francia ebbe un governo di estrema destra fu durante l’occupazione tedesca con gabinetto dei burattini del maresciallo Pétain.

Sternhell spiega così la divisione dei socialisti francesi del XIX secolo tra i possibilisti di alleanze col centro liberale, per difendere le libertà borghesi dalla protesta nazionalista e anti-semita, e e i rivoluzionari, che hanno visto nell’adesione a Boulanger “il malcontento generale contro una Repubblica che è stata solo la Repubblica dei capitalisti” e hanno deciso di impegnarsi solo nella lotta di classe. Scrivo queste righe mentre in Italia scorre la notte e si fa sempre più chiaro il risultato delle elezioni brasiliane, che tanta influenza avranno anche in Argentina e in tutto il continente.

In Brasile è l’alba di Jair Bolsonaro: vince 55% a 44%

Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile, con il 55% dei voti. A gennaio s’insedierà. Mentre in Italia scorre la notte sui cieli di Rio e San Paolo scoppiano i fuochi d’artificio per la destra. La sensazione già a tarda sera, prima dei numeri, nei quartier generali dei candidati è quella di una partita chiusa, nonostante il suo sfidante Fernando Haddad, l’erede politico di Lula nel Pt, abbia provato a incalzarlo, erodendo giorno dopo giorno una distanza che sembrava gigantesca all’inizio della corsa culminata con il ballottaggio di ieri e che comunque è rimasta considerevole. Haddad è inchiodato al 44%. A far piangere la sinistra già intorno alle 22,30 italiane ci sono i primi risultati dei candidati a governatore: la destra sembra marciare verso il trionfo. Haddad non ha comunque gettato la spugna fino all’ultimo. E dopo aver votato, in compagnia della moglie in un liceo della zona Ovest di San Paolo, ha detto ai cronisti di essere sicuro che la rimonta gli permetterà di sconfiggere Bolsonaro. “Era in gioco la nostra democrazia, credo che molti brasiliani lo abbiano capito negli ultimi giorni”, ha insistito Haddad.

Gli elettori di Santa Tereza, il bairro freak, considerato la Montmartre di Rio de Janeiro, hanno iniziato, come nel resto del Brasile, alle 8 del mattino di ieri le operazioni di voto per l’epocale ballottaggio tra il petista social democratico Haddad e l’ex capitano Bolsonaro, il candidato del Psl, partito simbolo dell’estrema destra miliziana: 147 milioni di brasiliani hanno deciso non solo il destino politico di due candidati, ma anche quello della giovane democrazia tornata al potere solo 33 anni fa, dopo 21 anni di dittatura militare in Brasile. Ci hanno visto giusto DataFolha e Vox Populi, per i quali Bolsonaro alla chiusura dei seggi aveva molte più chance di vincere. L’ex militare, però, nei commenti sui social delle ultime ore era cauto, mentre Haddad festeggiava l’appoggio ricevuto non solo da numerose celebrità, intellettuali, artisti brasiliani e internazionali, ma anche da tanti militanti che, grazie a un instancabile attivismo condotto in strada, sono riusciti a contrastare le fake news divulgate sui social dagli algoritmi della destra manipolatrice. Oggi potrebbe essere successo già di tutto nella storica novela elettorale brasiliana. Dopo le 17 di ieri, orario di Brasilia, è iniziato il conteggio dei voti anche per i governatori di tredici Stati della confederazione, tra cui San Paolo e Rio de Janeiro, la cui omonima capitale, a causa dell’insicurezza pubblica, è da mesi sotto intervento federale con le Forze Armate che, fino al 31 dicembre, occupano e controllano tutte i compiti di polizia. Sono proprio i primi risultati dei governatori, intorno alle 22,30 ora italiana a far capire come sono andate le cose: i progressisti perdono e di brutto a San Paolo e a Rio, in mano ai “miliziani” di Bolsonaro.

Nonostante ciò a Santa Tereza circolano molti elettori col petto tappezzato d’adesivi con la scritta “Haddad 13“, mentre si vedono pochi bolsonariani, con le loro magliette gialle della nazionale di calcio, appropriate impropriamente dalla destra. Le maglie della seleção aumentano, però, subito fuori il quartiere, soprattutto nella ricca Zona Sul di Rio, a Ipanema, Leblon, Copacabana e Barra. I bolsoniaristas dilagano anche nelle favelas.

Rischio disboscamento di sinistra e Amazzonia

“Vamos barrer do mapa os bandidos vermelhos”. L’ultimo grido di battaglia di Jair Bolsonaro prima del decisivo ballottaggio di ieri è il nocciolo della sua futura politica: da presidente spazzerebbe via dal Brasile i banditi rossi. Dove per “comunisti” si intende non solo il Partito dei lavoratori (Pt) di Luiz Inácio Lula da Silva e dell’avversario Fernando Haddad, ma ogni forma di opposizione democratica al suo futuro governo. Quando l’Italia oggi si risveglierà il Brasile avrà già saputo se il quadro più fosco possibile per la sua storia è divenuto realtà o se è stato scongiurato da una miracolosa rimonta della sinistra. Proviamo qui, quindi, a rappresentare il peggiore scenario possibile sperando che il lettore possa tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo invece di preoccuparsi.

Gli oppositori con Bolsonaro presidente “ou vão para fora ou vão para cadeia”, o se ne vanno all’estero o in galera. “C’è puzza di fascismo”, ha commentato Haddad. Giudizio condiviso da numerosi intellettuali latinoamericani ed europei che temono per il futuro della democrazia in Brasile, ma anche in tutta l’America latina mentre gli Stati Uniti devono scontare almeno altri due anni di Donald Trump. Restaurare l’ordine è infatti il messaggio quasi messianico che ha trasformato un deputato incolore – che per 28 anni ha navigato nelle aule del parlamento brasiliano presentando solo tre progetti di legge –, un politico razzista, misogeno e omofobo, in una sorta di salvatore. In un Messia capace di far transitare il popolo brasiliano oltre il Mar Rosso della corruzione, della criminalità organizzata e diffusa e della “degenerazione” dei valori cristiani: dall’aborto a ogni forma di “deviazione sessuale”. In un Paese dove l’ordine è un valore supremo –“Ordem e progresso” è il motto impresso nella bandiera brasiliana – il “disordine” prodotto dall’irruzione nella vita pubblica delle “turbe plebee” favorita dai governi del Pt deve essere combattuta “con mano dura”. Dunque lasciando da parte il progresso. E anche la legge.

Il figlio di Jair Bolsonaro, Eduardo, deputato del Psl, il partito del padre, ha dichiarato che, se il Tribunale supremo federale (Stf) si mettesse di traverso, “para fechar o Stf basta un soldado y un cabo”, per chiuderlo bastano un soldato e un graduato. In sostanza è la reincarnazione della dittatura militare del 1964 (durata fino all’85), catapultata al governo non dalla prepotenza delle armi ma dalla volontà di una popolazione invelenita dai grandi mezzi di comunicazione e dalle prediche della maggioranza delle Chiese evangeliche brasiliane scatenate nella lotta contro Sodoma e Gomorra.

“Mano dura” per impedire che “gli artigli bolivariani” continuino a ferire il Brasile è il nocciolo del programma di Bolsonaro per la sicurezza del Paese, basato su tre pilastri: pene più dure per chi violi le leggi; diritto di ogni cittadino ad armarsi; licenza d’uccidere per la polizia.

Un programma non solo pericoloso – “vi sentireste più sicuri in uno stadio dove tutti sono armati?” – ma inefficace, sostiene Daniel Cerqueira del Forum Brasileiro de Segurança Pública. Per meno del 10% degli omicidi commessi lo scorso anno (decine di migliaia) si è riusciti a trovare un colpevole. Vi sono stati 445 morti in attacchi contro omosessuali, la maggior parte senza colpevoli. Però 5.000 civili sono morti sotto il fuoco delle armi delle forze di sicurezza. La polizia in Brasile uccide, facendo le proporzioni tra le popolazioni, 19 volte di più di quella statunitense. Per Bolsonaro però non è un problema: “Se un poliziotto non uccide non è un poliziotto”, ha affermato in uno dei suoi interventi nella campagna elettorale.

“Brasil acima de tudo, Deus acima de todos”. Brasile prima di tutto, Dio sopra tutti è l’altro asse portante della politica di Bolsonaro. Per risolvere i problemi del gigante latinoamericano che stenta a uscire da un periodo di stagnazione ha affidato all’economista ultraliberista Paulo Guedes, un Chicago boy col turbo, che ha una sola ricetta: privatizzare. Per ridurre il debito del Brasile propone infatti di vendere almeno il 20% dell’industria di Stato; di fare concessioni al capitale estero anche nel settore strategico del petrolio e di mettere in vendita proprietà pubbliche. In un Paese dove il governo del presidente Lula era riuscito a far uscire dalla povertà più di cinquanta milioni di brasiliani le privatizzazioni in massa e i tagli ai programmi di assistenza provocheranno una drammatica marcia indietro per una gran fetta di popolazione, soprattutto neri, nella disoccupazione e nella povertà. Se si aggiungono le dichiarazioni contro la parità dei diritti – soprattutto economici – delle donne si può, come ha fatto l’analista Xosé Hermida, prevedere una società polarizzata e “con licenza di odiare”.

“Nem um centímetro a mais para terras indígenas”. Nemmeno un centimetro di terra per le riserve degli indios e per le aree di conservazione della foresta tropicale dell’Amazzonia. Quelle che costituiscono la principale barriera di contenimento alla devastazione del più grande polmone verde del mondo dovranno lasciare il passo al “settore produttivo”. Ovvero ai pascoli di grandi fazendas, al latifondo di soja, a attività minerarie. O alla spoliazione dei grileiros, potenti locali che si impadroniscono delle terre pubbliche a colpi di pistola. E disboscano selvaggiamente. Bolsonaro ha detto a chiare lettere che metterà “un punto finale all’attivismo ambientalista”. Uscirà dal Trattato di Parigi (che prevede tra l’altro la fine della deforestazione illegale dell’Amazzonia) e nel suo governo non vi sarà posto per il ministero dell’Ambiente. Sarà incorporato nel Ministero dell’Agricoltura e il ministro sarà deciso in accordo, appunto, con “il settore produttivo”. Ovvero con l’agrobusiness, che “avrà mano libera”. Ecco perché se stamattina Bolsonaro è il presidente eletto, non solo il Brasile democratico, ma tutto il mondo, dovrebbe essere molto più preoccupato.

L’onda verde travolge l’Assia (e la Merkel)

Il voto in Assia conferma l’onda verde, che in Germania caratterizza gli ambientalisti, i Grüne. In qualche modo anche il governatore uscente, Volker Bouffier, è riuscito a salvare il proprio onore, anche se la cancelliera Angela Merkel è sempre più sulla graticola perché il voto è stato poco influenzato dai temi locali.

Seppur con una pesante perdita, il 11,1% in meno rispetto alle consultazioni del 2013, ha guidato il suo partito verso una certezza quasi granitica. E cioè che la regione non potrà venire governata senza la partecipazione della Cdu. “Vale la pena di lottare”, ha sorriso Bouffier parlando ai simpatizzanti. Ai quali ha anche ricordato che appena due settimane fa i cristiano democratici erano dati addirittura attorno al 25%, una percentuale che avrebbe reso possibili esecutivi diversi. Almeno stando alle ultime proiezioni, la Cdu si attesta poco sotto il 27,2%. La Spd si ferma al 19,8% (-10,9%) e i Grüne (+8,5%) si arrampicano fino al 19,6%. La quarta forza, che per la prima volta entra nel parlamento regionale dell’Assia, dove si trova Francoforte, la capitale finanziaria della Germania e sede della Bce, è la Alternative für Deutschland (AfD) che arriva al 13,2%. I nazionalisti xenofobi completano così la rappresentanza a livello regionale con delegazioni in ciascuno dei 16 Länder. Il movimento non ha sfilato solo consensi alla Cdu, dalla quale arriva il 26% degli elettori, ma è riuscita anche a guadagnarsi la fiducia (19%) degli astensionisti. La sinistra estrema, la Linke, avanza dello 0,9% (6,1%) e i liberali della Fdp raggiungono il 7,7% (+2,7%).

L’Assia manda un segnale chiaro a Berlino indebolendo la GroKo, la grande coalizione tra il partito della Merkel (e Bouffier), i socialdemocratici ed i cristiano sociali bavaresi che stanno lavorando alla formazione del nuovo esecutivo locale con i Freie Wählern. Il miglior risultato dei Verdi in Assia (il candidato dei Verdi, Tarek Al-Wazir, vice governatore e ministro dell’economia nell’esecutivo di coalizione uscente, ha addirittura raddoppiato il gradimento a titolo personale) non significa la conferma dell’esecutivo uscente con la Cdu. Nella distribuzione dei seggi (passati da 110 ad almeno 121 sulla base di un sistema elettorale che dovrà venire corretto in tutta la Germania) mancherebbe la maggioranza, che almeno nella proiezione delle 20.51 della Ard, la prima rete pubblica, avrebbero Cdu ed Spd ma senza un reale mandato popolare visto l’emorragia del 22% dei consensi. L’ambasciata degli elettori del Land finanziario è quella di un governo formato Giamaica, tra Cdu, Fdp e Verdi. Quello che il segretario dei liberali Christian Lindner aveva fatto saltare a Berlino all’inizio dell’anno dopo mesi di infruttuose trattative. A Wiesbaden, tuttavia, gli equilibri politici sono diversi e la Fdp ha già lasciato intendere di essere disponibile ricordando proprio che a livello locale non ci sarebbero gli ostacoli che avevano sancito il fallimento la possibile intesa federale.

Andrea Nahles, la prima donna a guidare la Spd, ha evitato allarmismi, ma ha fatto capire che a Berlino qualcosa deve cambiare. Seppur con parole misurate i vertici della Spd hanno lasciato intendere che la presenza nell’esecutivo non è un dogma.

Licata, proteste per le trivelle sui resti delle guerre puniche

Polibio, storico della Grecia antica, la descrisse come la più grande battaglia navale dell’antichità, era la prima guerra punica tra Romani e Cartaginesi nel 256 a.C. Oggi lo scenario di quello scontro rischia di essere sfregiato per sempre a causa delle trivellazioni per il gas. Da più di otto anni Licata, città costiera della provincia di Agrigento, si ribella alle trivelle, ribadendo ancora una volta il suo diniego al progetto offshore ibleo, grazie al quale l’Eni metterà in funzione otto pozzi già esistenti nel mare per la coltivazione degli idrocarburi, trasportati a Gela attraverso un gasdotto di prossima costruzione.

In quel mare siciliano però le tracce di Storia emergono già a 12 metri di profondità, dove solo pochi giorni fa, grazie ai volontari subacquei appartenenti all’associazione Finziade, sono stati ritrovati gli ennesimi reperti di ricerche cominciate nel 2013 con l’autorizzazione della Soprintendenza del mare, che però ha imposto appunto il limite dei 12 metri: “Abbiamo trovato tanti reperti e una zona di approdo costiero – spiega Fabio Amato, archeologo subacqueo – con preziose ancore che sono state restaurate e poi esposte al museo”. Nonostante l’importanza del luogo la zona non è però tutelata da alcun vincolo. “Noi non abbiamo il permesso di andare oltre i 12 metri ma sappiamo che in queste acque i romani si scontrarono con i cartaginesi per una battaglia tra 700 navi – racconta Amato – di cui ne affondarono circa 50. Queste imbarcazioni si trovano oggi ricoperte da fango e ben conservate nei livelli più profondi del mare (da 50 a 110 metri) ma non abbiamo le autorizzazioni né i fondi per attivare questa ricerca”.

Ad avere gli strumenti per fare questa esplorazione è però l’Eni, che a bordo delle sue navi può contare sull’aiuto dell’archeologo, il quale nella valutazione di impatto ambientale, il Via, presentato per le autorizzazioni, non ha rilevato nulla, dando l’ok per le trivellazioni. L’Eni, infatti, oggi ha tutte le autorizzazioni del caso, comprese concessioni di coltivazione, per la perforazione e completamento di sei pozzi nei campi Argo 2 e Cassiopea 1-5 e perforazione di due pozzi esplorativi (Centauro 1 e Gemini 1) nella distanza in cui le acque vengono denominate “contigue”, ovvero fuori da quelle territoriali. Pure l’ultima modifica dei documenti, che esclude il ricorso alla piattaforma Prezioso per la perforazione, ha ricevuto pareri positivi. “La situazione è sfuggita di mano – spiega Giovanni Di Maria, ambientalista – perché l’Eni da otto anni chiede di trivellare il mare di Licata e ci stanno riuscendo. Quando, però, hanno emesso uno dei più grossi decreti di Via, noi ci siamo accorti che sia nelle valutazioni presentate dai richiedenti, sia nelle osservazioni fatte dal comitato tecnico Via, manca la valutazione dei rischi industriali in caso di incidente, in un luogo abbastanza fragile”.

A schierarsi contro l’Eni furono diverse associazioni, da Greenpeace e Wwf a Legambiente ma prima il Tar nel 2014, poi la Corte dei conti sancì la loro sconfitta in tribunale. A pochi mesi dall’inizio delle operazioni, quindi, solo una decisione del governo Conte, con il Movimento 5 Stelle in passato schierato contro ale trivellazioni nella zona, o il riconoscimento del luogo come fascia archeologica, possono bloccare le trivelle.

3 domande ad Angelo Bonelli

“Il M5s aveva sostenuto in campagna elettorale la conversione industriale dell’Ilva”. Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi, boccia il governo Conte: “Su Taranto ha confermato il piano Calenda mantenendo l’immunità penale e peggiorandolo su alcuni punti”.

Un ambientalismo bluff?

Faccio l’elenco: condono edilizio a Ischia, fanghi di depurazione contaminati da diossine e pcb su suoli agricoli, dietrofront su Tap e Tav, conferma acquisto F35.

Spera in un nuovo centrosinistra?

Molte volte ha asfaltato l’ambiente: a fermare De Luca in Campania ci ha pensato la Consulta, in Sardegna una legge cementifica le coste e nel Lazio il silenzio assenso sui parchi di Zingaretti porterà cemento nelle aree protette.

In Italia un’affermazione come quella dei Verdi tedeschi sarà mai possibile?

Noi Verdi dobbiamo cambiare: servono nuove intelligenze e un unico progetto ecologista.