Italia infetta tra pesticidi, altre Ilva e veleni vari

L’Italia è un paese avvelenato. Le comunità locali in trincea per difendere paesaggi, patrimoni, economie e tradizioni non si contano, gli esempi più significativi mediaticamente degli ultimi anni sono i No Tav in Piemonte e i No Tap in Puglia. Ma l’Italia è anche il paese delle “57 Ilva”, come questo giornale scriveva il 6 luglio 2014 riferendosi ai Sin (Siti d’interesse nazionale), di cui 18 declassificati a interesse regionale dal governo Monti: quel che rimane di mezzo secolo di industria chimica, petrolifera e metallurgica.

L’affermazione dei Verdi tedeschi con il 18% alle elezioni in Baviera mette il vento in poppa alle forze ambientaliste, indica una tendenza a nuovi linguaggi per la sinistra mentre i socialdemocratici perdono terreno in modo clamoroso, ma in Italia un’affermazione simile del “Sole che ride” – partito attivo tra mille battaglie dagli anni Ottanta – appare ancora pura utopia. Ma chissà, le strade della politica e del consenso sono spesso imprevedibili, quel che è certo è il “dossier ambiente malato” sul tavolo dell’Italia.

 

Assenza di depurazione delle acque in 74 città

Sulle nostre teste pesa la condanna della Corte europea di giustizia. La colpa fa rabbrividire: nell’anno di grazia 2018 non sono mai stati completati i lavori per fogne e depuratori in ben 74 città (48 solo nella martoriata Sicilia): assenza o insufficienza di sistemi di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane. La multa dello scorso maggio è salata, quantificata in 25 milioni di euro a cui vanno aggiunti 30 milioni per ogni sei mesi di ritardo dei lavori. Nei 74 agglomerati urbani interessati sono in corso o previsti 124 interventi per un importo complessivo di quasi 2 miliardi: 83 cantieri sono gestiti dal commissario unico alla depurazione, il professor Enrico Rolle, gli altri 41 da Comuni, Regioni, Consorzi e altri enti. Una giungla. Per poter vedere qualche risultato concreto bisognerà aspettare ancora mesi, forse anni, per adesso il problema rimane oltre i livelli di guardia.

 

Uso di pesticidi e fanghi con diossine

La polemica attuale verte su quella che proprio i Verdi hanno definito “scandalosa sanatoria di diossine”, rispetto a un ormai celebre emendamento (sui fanghi di depurazione) del decreto Genova. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha scritto in una lettera a questo giornale che, invece, sono stati così introdotti “limiti e controlli che prima non c’erano mentre la normativa fino ad oggi ha maglie talmente larghe da lasciar tutto alla discrezionalità delle Regioni”. Per i Verdi, però, “la direttiva europea e la legge sui fanghi non prevede limiti per diossine, Pcb e altri per il semplice motivo che i fanghi di depurazione sono relativi a quelli domestici e che i nostri bisogni non producono né diossine, né Pcb o idrocarburi. I microinquinanti si trovano perché nei depuratori va di tutto o quasi e per superare un’emergenza legata alla necessità di smaltire i fanghi si alzano all’inverosimile i limiti per consentirne lo smaltimento sui suoli agricoli. La legge e la direttiva europea prevedono che i fanghi non devono essere dannosi per l’ambiente, la salute e devono essere concimanti. Qualcuno può spiegare come possono essere concimate zucchine, melanzane e cavoli con le diossine?”.

Poi ci sono i pesticidi, il rapporto 2018 dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, un ente governativo, è allarmante: “Nel biennio 2015-2016 sono stati analizzati 35.353 campioni ed effettuate 1.966.912 analisi. Il monitoraggio evidenzia una presenza diffusa di pesticidi nelle acque, con un aumento delle sostanze trovate e delle aree interessate. Nel 2016, in particolare, ci sono pesticidi nel 67% dei punti delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee. Il risultato complessivo indica un’ampia diffusione della presenza e contaminazione da pesticidi. In alcune Regioni la presenza dei pesticidi è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 90% dei punti di acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento. Nelle acque sotterranee la presenza di pesticidi è elevata in Friuli (81%), in Piemonte (66%) e in Sicilia (60%)”.

 

Smog e traffico auto: costi economici e sanitari

Il problema si presenta soprattutto d’inverno, come per magia l’Italia impegnata nei preparativi per le feste di Natale viene mangiata dallo smog. E via con i dati delle colonnine che schizzino verso l’alto in tutte le principali città. Anche quest’anno la tradizione sarà rispettata. A causa dello smog l’Agenzia europea dell’ambiente stimò a fine 2016 più di 84 mila vittime di malattie causate dall’inquinamento atmosferico delle città italiane, indicando la possibilità di 25 mila decessi l’anno in meno ma solo con la completa adesione ai limiti di legge previsti dalla normativa europea e nazionale. Il risultato sembra ancora lontano, le carenze delle amministrazioni cittadine rimangono troppe e tutto questo ha anche un costo pari a quasi 230 miliardi di euro di spese e di perdite per la collettività (il 14,6% del Pil italiano secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità).

 

L’altra Taranto: la ferriera di Trieste

Lo scandalo dell’Ilva di Taranto ha un gemello più a nord di cui si parla molto meno, la ferriera di Servola, a Trieste: ecatombe di operai tra 2000 e 2013 con 83 morti a causa del loro lavoro in fabbrica. Un mostro da più di 560 mila metri quadri con cokeria, due altiforni, impianto di agglomerazione e macchina a colare per la solidificazione della ghisa. Più volte tutte le forze politiche hanno promesso la chiusura dell’area a caldo, ma nessuno ha mai rispettato l’impegno, intanto una larga fetta di Trieste vive col terrore di ammalarsi perché qui resta elevata e preoccupante l’incidenza tumorale in chi abita a pochi passi dalla ferriera.

 

Bonifiche mai eseguite e chi inquina non paga

Amianto, piombo, petrolio, mercurio. Aree ex industriali infette mai bonificate con circa sei milioni di italiani che ci vivono vicino: rischio di mortalità maggiore del 15% rispetto alle medie regionali. Basta leggere i nomi di località e aree geografiche che ormai risultano sinistri: Porto Torres, Sulcis, Priolo, Cogoleto, comprensorio di Brescia-Caffaro, Bagnoli, laguna di Grado e Marano. Sono anni che il portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, ripete lo stesso ritornello inascoltato: “La portata del principio chi inquina paga è stata via via depotenziata dai vari governi, caricando sulla collettività spese che andrebbero sostenute da chi è responsabile del problema”. E nessuno fa marcia indietro. La “prescrizione economica” ha numeri imbarazzanti, denunciano i Verdi: “220 miliardi il danno ambientale provocato su 80 mila reati prescritti tra 2004 e 2013; 15 mila siti da bonificare e 10 mila morti in eccesso nelle aree Sin”.

Maltempo, mezza Italia si ferma per la pioggia

Acqua alta, non solo a Venezia: in quasi tutta Italia è allarme per il maltempo con nubifragi e vento fino a 100 km orari, soprattutto a Nord e nelle regioni tirreniche, fino alla Capitale e in Campania. L’apice sarà oggi, avverte la Protezione civile; addirittura il governatore del Veneto Luca Zaia ha ipotizzato “scenari riferibili alla piena del 1966”, mentre in Friuli è allerta rossa, in Lombardia arancione e al Brennero sono chiuse sia la ferrovia sia l’autostrada. Anche a Ovest – dalla piena del Polcevera a Genova al crollo di un pontile all’Elba – la situazione è critica. Oggi resteranno chiuse molte scuole: a Roma e provincia; a Venezia e provincia e a Vicenza e provincia (stop anche domani); a Padova e provincia; a Treviso e provincia; a Rovigo; a Belluno e provincia; a Bergamo e provincia; a Livorno e provincia; a Grosseto e provincia; a Genova e provincia; a Savona e provincia (a eccezione di Spotorno e Albisola); a Imperia e provincia; a La Spezia e provincia; ad Alessandria. In tre giorni sono previste le piogge di tre mesi: domani dovrebbe esserci una temporanea tregua delle precipitazioni, accompagnata da un calo delle temperature, ma mercoledì è attesa una nuova perturbazione.

Rai, tramonta ipotesi Sciarelli al Tg1. Salvini e Di Maio trattano ancora

Ancora una fumata nera sulle nomine Rai. O per lo meno grigia. In un vertice ieri Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno affrontato l’argomento, ma il cerchio non è ancora chiuso: lo sarà tra oggi e domani, in tempo per il Cda di mercoledì mattina. “Non ne abbiamo parlato, è una questione che stanno risolvendo Salini e Foa, com’è giusto che sia”, ha detto Salvini al termine dell’incontro. Un modo per far passare il messaggio che la politica si sta tenendo lontano dalle nomine. Ma il tema ieri è stato affrontato. Da quel che trapela il nodo è sempre il Tg1, perché Federica Sciarelli, il nome più forte portato da Di Maio, non se la sentirebbe di lasciare Chi l’ha visto?. Per quella direzione ieri sono rimbalzati altri due nomi: Francesco Piccinini, direttore di Fanpage, spinto dalla parte più movimentista dei grillini, e Bruno Luverà, cronista politico del Tg1. Qualcuno, però, è sicuro che vi sia un nome tenuto ancora coperto, magari un esterno (Gabanelli?).

Un imprenditore e tre lavoratori sepolti vivi nel fosso

Avevano le mani alzate come se volessero proteggersi il viso dalla parete di argilla e terra che veniva giù. Come se volessero risalire quei sette metri di costone che, invece, li ha sepolti. Sono stati ritrovati ancora in piedi i corpi dell’imprenditore crotonese, Massimo Marrelli, e dei tre operai: Santo Bruno, un muratore 53 anni di Isola Capo Rizzuto, Luigi Ennio Colacino, un bracciante agricolo 45enne di Cutro, e Mario Cristofaro, 49 anni di Crotone.

La tragedia si è consumata in località Sant’Anna, a Isola Capo Rizzuto, dove i tre operai stavano riparando la condotta fognaria, danneggiata nei giorni scorsi dal maltempo che aveva provocato una fuoriuscita che poi ha invaso un seminterrato della villa di Marrelli, nella tenuta agricola “Verdi praterie”. I lavori erano iniziati il giorno prima ed erano quasi conclusi. Si erano però prolungati fino alla tarda sera di sabato. Dopo una giornata di lavoro, verso mezzanotte, gli operai erano ancora nel cantiere. Dovevano finire presto forse perché era previsto un peggioramento del tempo. Avevano già fatto lo scavo, con un mezzo, per consentire il passaggio di un tubo della fognatura. Proprio mentre lo stavano posizionando, Marrelli è sceso a dare una mano, come era solito fare, ai suoi collaboratori. Ha iniziato a piovere, l’argilla si è sfaldata ed è stato allora che la parete dello scavo è franata, seppellendo gli operai e l’imprenditore di 59 anni, marito dell’ex vicepresidente della Regione Calabria Antonella Stasi.

I loro corpi sono stati recuperati dai vigili del fuoco un paio d’ore più tardi. Una fatalità o, più probabilmente, una manovra sbagliata dell’escavatore, sequestrato ieri dai carabinieri. Di certo si tratta di tre operai morti sul lavoro. La Procura di Crotone ha aperto un’inchiesta per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza. Sul posto è arrivato il pm Andrea Corvino che, dopo aver fatto eseguire gli accertamenti medico legali, ha disposto la riconsegna delle salme alle famiglie. Sulla pagina Facebook della Protezione civile Calabria c’è scritto che si è trattato di un “incidente sul lavoro prodottosi a seguito di un movimento di terra innescato da un incauto sbancamento”.

Marrelli era un imprenditore e un medico odontoiatra molto conosciuto. E non solo perché era sposato con la Stasi che, per otto mesi, è stata presidente facente funzione della Regione Calabria dopo le dimissioni, nel 2014, di Giuseppe Scopelliti. Oltre a essere editore dell’emittente locale EsperiaTv, infatti, Marrelli era a capo dell’omonimo gruppo che gestisce diverse strutture sanitarie. Il suo nome è legato al “Marrelli Hospital”, una clinica privata di Crotone negli ultimi anni impegnata in una vertenza con il commissario Massimo Scura, incaricato dal governo di risanare il debito sanitario della Calabria. I budget per la specialistica ambulatoriale erano stati ridotti e a settembre erano state annunciate 300 lettere di licenziamento. La vertenza era arrivata al ministero per lo Sviluppo e nei prossimi giorni ci sarebbe stato l’ennesimo incontro per scongiurare i licenziamenti.

Ritornando alla tragedia, il sindaco di Crotone Ugo Pugliese ha disposto il lutto cittadino nel giorno dei funerali. Per Cgil, Cisl e Uil, “è il momento del dolore ma è anche il momento di dire nuovamente basta agli incidenti sul lavoro”. Sono oltre 600 i lavoratori morti in Italia dall’inizio dell’anno. Per la segretaria generale delle Cisl Annamaria Furlan, “basta parlare di fatalità”. E al governo chiede che “la sicurezza sul lavoro e la tutela del territorio diventino una delle priorità del Paese. Dobbiamo fermare questa continua carneficina”.

Studentessa 23enne stuprata e segregata: denunciato pakistano

È di Rimini l’ennesima vittima di stupro: una studentessa 23enne, che sabato – a un giorno dall’aggressione – ha trovato il coraggio di andare all’ospedale e farsi curare, spinta dal dolore di graffi e lividi. Ai medici del pronto soccorso dell’Ospedale Infermi ha raccontato di essere stata violentata e segregata nella notte di venerdì, e le ecchimosi sul corpo sarebbero compatibili con la ricostruzione. Così dall’ospedale è partita la segnalazione alla polizia di Stato, che ha identificato nelle scorse ore il presunto aggressore: un 43enne pakistano con permesso di soggiorno e impiegato in una rosticceria-kebab, denunciato a piede libero per violenza sessuale e sequestro di persona. Ora la denuncia è al vaglio del sostituto procuratore Luigi Sgambati, che potrebbe anche chiedere al Gip l’applicazione di una misura cautelare. È in rosticceria che venerdì sera la ragazza ha incontrato l’uomo (a lei già noto), il quale, dopo averle servito un panino, l’avrebbe invitata a seguirlo a casa con una scusa. Dopo l’iniziale rifiuto, la giovane si sarebbe fatta convincere, e da lì l’incubo, durato fino a sabato mattina, quando la 23enne è riuscita a tornare a casa: ai suoi genitori non ha raccontato nulla, si è aperta solo con i medici.

La tragedia di Roma: la morte, le indagini

 

La scomparsa
Desirée Mariottini scompare da Cisterna di Latina il 17 ottobre. La madre, alla quale aveva detto di dormire da un’amica, dà l’allarme. Fino al 19 ottobre di lei non ci sono notizie, finchè non viene trovata senza vita in uno stabile abbandonato nella zona romana di San Lorenzo.

 

Omicidio volontario per quattro
In quattro sono accusati di omicidio volontario aggravato e violenza sessuale. Per Gara Mamadou, detto Paco, il più giovane, un senegalese di 27 anni, il connazionale Brian Minteh (detto Ibrahin) di 43 anni e il nigeriano, Chima Alinno di 46 anni, detto Sisco, il gip ha già convalidato la misura cautelare in carcere. E poi c’è un quarto fermato a Foggia, il ghanese Yusuf Salia, detto Youssef. Secondo la ricostruzione dei pm capitolini Maria Monteleone e Stefano Pizza alla ragazza è stato somministrato un mix di metadone e benzodiazepine. Poi sono è stata violentata ripetutamente.

 

Altri sospetti
Ma le indagini non sono concluse. Gli investigatori stanno cercando di identificare un italiano presente sul posto, un tale Marco. Ma anche un uomo di nome Samir: secondo una testimonianza anche lui avrebbe abusato della giovane. Rischiano invece l’accusa di favoreggiamento o omissione di soccorso coloro che, presenti nello stabile, non hanno chiamato l’ambulanza.

Il papà: “Ho visto Desirée comprare droga. Poi è sparita”

Il cerchio intorno alla terribile morte di Desirée Mariottini non è affatto chiuso. Oltre i quattro fermati, gli investigatori sono al lavoro per identificare altre persone che tra il 17 e il 19 ottobre scorso in un immobile in via dei Lucani, nel quartiere romano di San Lorenzo, hanno avuto contatti con la 16enne, abusando di lei, cedendole sostanze o anche solo non chiamando i soccorsi quando già stava male.

Per ora quattro sono accusati di omicidio volontario aggravato e violenza sessuale. Per Gara Mamadou, detto Paco, il più giovane, un senegalese di 27 anni, il connazionale Brian Minteh (detto Ibrahin) di 43 anni e il nigeriano, Chima Alinno di 46 anni, detto Sisco, il gip ha già convalidato la misura cautelare in carcere. E poi c’è un quarto uomo, fermato a Foggia, il ghanese Yusuf Salia, detto Youssef.

Secondo la ricostruzione dei pm Maria Monteleone e Stefano Pizza alla ragazza è stato somministrato un mix di metadone e benzodiazepine. Poi sono arrivate le violenze.

Adesso però gli investigatori stanno cercando un italiano, un tale Marco, che qualcuno racconta essere amico di Desirée. Come pure un nordafricano di nome Samir: secondo un informatore anche lui avrebbe avuto rapporti con la ragazza tra il 17 e il 18 ottobre scorso. Ma su queste e altre circostanze i testimoni forniscono versioni contrastanti.

Sentito dagli agenti della Squadra Mobile, guidata da Luigi Silipo, un bulgaro di 32 anni racconta: “Quando l’ho vista si bucava da sola, nessuno l’aiutava”. La circostanza viene contraddetta da un’altra testimone, una congolese di 34 anni: “Quando la vidi la prima volta mi è rimasto impresso che la stessa, che si era già procurata un piccolo quantitativo di eroina, era alla ricerca di una persona che le iniettasse la sostanza”.

Lei non l’aiutò, ma il sospetto è che qualcun altro dei frequentatori dello stabile possa aver fatto diversamente.

Al bulgaro gli investigatori chiedono anche di un tale Koffy, che pure stanno cercando di identificare: “Era colui che vendeva la cocaina, era quello che mentre Desirée si trovava all’interno con Sisko mi diceva di non entrare. (…) Youssef era quello che diceva di non chiamare la polizia o aiuto perché sarebbe successo un casino”.

Dell’italiano, Marco, invece dice: “Marco o Mirko, l’ho visto solo quel giorno”. Era presente nello stabile, chiedono quindi gli agenti. “Non ricordo – risponde – l’ultima volta che l’ho visto lì dentro era tre o qualche giorno prima della sua morte. (…) Non è stato Marco a dare il metadone a Desirée”. Poi però precisa di conoscere due persone, entrambe che si chiamano Marco.

Di un nordafricano di nome Samir invece il bulgaro è sicuro: “Quel giorno non c’era. Con lui poi ho commentato ciò che è successo. So che in questi giorni due italiani lo hanno menato”.

Eppure un altro testimone fa proprio il nome di Samir tra coloro che tra il 17 e il 18 ebbero rapporti con la 16enne: “Ho saputo, – racconta una napoletana – che anche un uomo nordafricano, Samir, la mattina del 17 o 18, ha avuto rapporti sessuali con Desirée in cambio di droga”. Le versioni fornite saranno vagliate dagli investigatori. Come pure le posizioni dei testimoni: c’è il rischio di un’accusa di favoreggiamento o omissione di soccorso.

Tra i frequentatori dello stabile c’era anche un ghanese di 35 anni. In passato ha visto Desirée dormire in quell’immobile abbandonato, dove lui stesso si era appisolato la sera della tragedia. Racconta: “Esortavo tutti a chiamare l’ambulanza, (…) Youssef mi bloccava dicendomi che la ragazza stava bene. (…) Nel frattempo Desirée era stata posta con le spalle appoggiate a una parete, Youssef ci stava parlando, scuotendola. Desirée faceva qualche verso con la bocca, non riuscendo a parlare bene. (…) In ragione del fatto che la ragazza si era mossa (…) non insistevo a chiamare l’ambulanza, anche perché avevo paura che Youssef mi picchiasse, come già accaduto alcuni mesi addietro”.

Che nella vita di Desirée fosse entrata la droga sembrano averlo capito anche i genitori. Agli agenti la madre fornisce i nomi della amiche, compresa una tale Giulia dove la figlia aveva detto di rimanere a dormire la sera della scomparsa. Poi spiega anche di aver letto, ad agosto, dei messaggi di una tale Chiara. Invitava Desirée a Roma. “Ho maturato la convinzione – dice la madre – che Chiara facesse uso di stupefacenti ed era ben addentrata nell’ambiente degli spacciatori”.

Il papà invece non vedeva la figlia dal 17 agosto scorso. Quel giorno finisce ai domiciliari, perchè, racconta agli agenti il 23 ottobre scorso, ha violato l’ordine del giudice di stare a distanza dalla moglie.

L’uomo racconta anche di aver visto Desirée un giorno con in mano una bottiglia di vino: “Le toglievo di mano la bottiglia e la invitavo a seguirmi. (…) In quel momento un gruppo di stranieri mi venivano contro allo scopo di trattenere con loro mia figlia. Io rompevo la bottiglia di vino per difendermi dal gruppo di giovani. (…) Nell’infrangere la bottiglia mi procuravo una vistosa lesione alla mano destra”.

E ancora: “La madre mi ha riferito di aver trovato in casa residui di carta stagnola combusta, probabilmente utilizzata per inalare o sciogliere la sostanza stupefacente”.

“Una volta – continua il verbale – alle autolinee di Latina notavo Desirée avvicinarsi a un cittadino di colore, probabilmente intenta ad acquistare stupefacenti. (…) Anche in quella occasione riuscii a portarla a casa mia”.

Quando poi trova un’altra bottiglia di vino, volano “con due schiaffi”. La madre così lo manda via perchè, riferisce l’uomo, la figlia era rimasta delusa dal suo comportamento. “Visto che non mi rassegnavo, temendo peggiori conseguenze per mia figlia, allo scopo di intimorirmi chiamava il 113 che giungeva sul posto. Gli operatori sapendo che avevo il divieto di avvicinamento alla madre di Desirée inoltravano una segnalazione per aver contravvenuto alla disposizione del giudice e pochi giorni dopo venivo ristretto ai domiciliari”. Da quel giorno, della figlia non ha avuto più notizie, fino a quando la figlia scompare da Cisterna di Latina.

Il vizio italico della “condonite”

C’è una cosa più imbarazzante dei renziani dello Sblocca Italia che aggrediscono il Movimento 5 Stelle per il condono di Ischia? Sì: c’è il fatto che hanno ragione, anche se sono gli ultimi a poterlo dire. Il giudizio più azzeccato e sintetico è quello di Italia Nostra, la gloriosa associazione ambientalista che per il 6 novembre ha indetto un incontro pubblico a Napoli sul tema: “Condonite italiana. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio”. Laddove il lupo è il potere: che, almeno su alcuni temi, rimane orrendamente simile a se stesso che abbia il volto di Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi o Luigi Di Maio.

La brutta storia del condono ad Ischia (capitale dell’abusivismo costiero) infilato nelle pieghe del fantasmatico decreto per Genova è, in questo senso, esemplare. Nonostante gli emendamenti delle ultime ore e un fitto fumo di propaganda, Italia Nostra, Legambiente e Verdi hanno ragione: il condono resta, ed è un condono pesante. A poco giova aver precisato, solo dopo le polemiche, l’ovvio: e cioè che non potranno usufruirne i mafiosi (ci mancava pure) e che in zone vincolate resta competente la Soprintendenza (ci mancava pure bis).

Il decreto governativo continua a stabilire che le istanze di condono presentate ai sensi della legge introduttiva del “terzo condono” in Italia (Berlusconi, l. 326/03), la cui proposizione era già inammissibile nelle zone tutelate, divengano d’incanto “ammissibili”: e anzi che i soldi pubblici potranno servire a ricostruire quelle case in quegli stessi posti in cui non devono stare. Come se non bastasse, sia le sanatorie ammesse dalla legge introduttiva del “secondo condono” (Berlusconi, l. 724/94) che soprattutto quelle del terzo, godrebbero di forte sconto sulle sanzioni pecuniarie, applicandosi quelle infinitamente più basse stabilite dalla legge introduttiva del “primo condono” (Craxi, l. 47/85). Infine, vengono condonati anche “i grandi abusi” (con volume superiore ai 750 metri cubi: all’incirca 250 metri quadrati) che nemmeno il Berlusconi del 1994 aveva la faccia di ammettere, limitando la sanatoria solo ai cosiddetti “abusi di necessità” (formula, peraltro, in sè menzognera). Chi a suo tempo ha inoltrato un’improponibile domanda per gli abusi compresi tra il 1994 e il 2003 ben sapeva di non poterla presentare, ma lo ha fatto perché la legge consente ai notai di rogitare gli atti di vendita di un immobile anche abusivo purché all’atto stesso sia allegata la copia della domanda di condono, e soprattutto per bloccare gli effetti delle ordinanze di demolizione, in quanto la legge stabilisce che solo all’esito (negativo) dell’istanza possa procedersi ad abbattere l’abuso: è questa la ragione per la quale non si è mai demolito nulla, con la indegna complicità dei Comuni che da anni lasciano dormire le domande negli armadi, e delle Regioni che non attivano le procedure sostitutive fissate dalle leggi. Ebbene oggi, gli sfacciati e impuniti che presentarono quella indebita domanda di condono sono favoriti rispetto a coloro che se ne vergognarono.

Ciò che lascia sconcertati è che tutto questo non si deve (una volta tanto) alla Lega, navigatissimo perno del sistema dotatosi di una retorica neofascista: no, lo si deve al partito dell’onestà. Ed è del tutto evidente che in un colpo solo il M5s tradisca l’onestà di chi per tutta la vita non ha commesso abusi ed è stato umiliato dai condoni per i disonesti, e tradisca la legalità costituzionale dell’articolo 9, che tutela paesaggio e ambiente. L’ambiente era una delle 5 Stelle, già assai offuscata dalla brutta storia dello Stadio della Roma e dal voltafaccia sul Tap: un conto sono i 5 Stelle di opposizione (tutti Costituzione e ambiente) ben altri i 5 Stelle di governo. Con fermezza e pazienza confuciana il benemerito ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha dichiarato di confidare che il condono ischitano (evidente apripista per un condono nazionale) sparisca nel corso dei lavori parlamentari. È quel che sperano gli italiani di buona volontà. Ma a questo punto non basta: per chi si presenta come governo del cambiamento il cambiamento di rimangiarsi le proprie porcate è, per quanto necessario, non sufficiente.

Allora, ecco un bel banco di prova. L’architetto Luigi De Falco, consigliere di Italia Nostra, ha proposto di affidare per legge al Genio Militare le demolizioni delle case abusive. Oggi non lo si fa, perché i tribunali devono scegliere la via più economica e dunque scelgono quella del Genio Civile, che però dovendo collaborare con gli inadempienti Comuni risulta inefficace: e infatti nulla si demolisce. Ma perché ricorrere all’esercito sarebbe così costoso? Il tariffario dei lavori edili del Genio Militare ancora vigente è fissato da un protocollo del 1995 che mediamente triplica i prezzi dei tariffari degli uffici regionali del Genio Civile ed esclude la demolizione delle opere in sottosuolo (fondazioni, volumi interrati, eccetera), e addirittura la bonifica e lo smaltimento delle macerie. Questo capolavoro si deve ad un accordo tra un ministro leghista ai Lavori Pubblici e uno forzista alla Difesa. La domanda è: il partito di maggioranza relativa e principale azionista del governo, il partito che sta ingoiando una politica migratoria razzista e incostituzionale, ha almeno la forza morale e politica per una piccola-grande riforma come questa? O la clientela elettorale degli abusivi è troppo forte anche per il partito degli onesti, perno del governo del cambiamento?

Striscioni su Superga, ora Report smentisce Andrea Agnelli

Questa sera Report – seconda puntata della stagione su Rai3 – torna in onda con un seguito dell’inchiesta di Federico Ruffo sui rapporti tra la Juventus, il tifo organizzato e la ‘ndrangheta. Il programma di Sigfrido Ranucci risponde alla fragile difesa del presidente Andrea Agnelli sulla questione degli striscioni contro il Toro e la tragedia di Superga: “Alessandro D’Angelo non ha aiutato a introdurre striscioni canaglia, io così li ho definiti io – ha detto prima dell’assemblea degli azionisti della Juve – nelle ore successive a quei fatti e lo ribadisco tutt’oggi sulla tragedia di Superga, non lo dico io lo prova la sentenza della Corte federale d’Appello”. Report, però, smentisce Agnelli e spiega meglio il ruolo del capo della sicurezza del club con una serie di testimonianze inedite e le intercettazioni tra D’Angelo e Rocco Dominello (di recente condannato in appello a cinque anni per associazione mafiosa) e lo stesso D’Angelo e Raffaello “Ciccio” Bucci, ex ultrà, collaboratore della Juve, che si è suicidato il giorno dopo l’interrogatorio per l’inchiesta “Alto Piemonte” sulle infiltrazioni mafiose a Torino.

Martina saluta: “Mi dimetto”. Il Pd marcia diviso verso il congresso

Al Forum del partito di Milano, l’unica grossa città ancora amministrata dai dem e davanti al sindaco Giuseppe Sala, Maurizio Martina annuncia le dimissioni da segretario (reggente) del Pd per avviare la macchina che porta alle primarie e al congresso. Questa è l’agenda di Martina, che non piace tanto ai renziani, che pure l’avevano scelto per gestire il caos dopo il fallimento elettorale del 4 marzo e il solito parziale arrivederci di Matteo Renzi: “Si completa il mandato che ho ricevuto all’Assemblea nazionale di luglio. Nei prossimi giorni com’è giusto che sia, con la segreteria nazionale, noi concluderemo questa fase”.

Per l’ex ministro l’assemblea nazionale potrebbe riunirsi l’11 novembre: “Considerate questa due giorni di Milano non come il patrimonio di un segretario ma come il patrimonio di tutta la nostra comunità: non ricominciamo da capo. Ripartiamo da qui, dalla piazza del Popolo, che non è mia, è di tutti. Il congresso è utile – ha aggiunto – e il tema è come lo viviamo. Sono convinto che non dobbiamo temere il confronto, il confronto è lo strumento dell’unità. Non siamo uniti quando non ci confrontiamo. Penso che il congresso possa essere uno strumento utile, e anche le primarie, sono un grande strumento. Sta a noi decidere come utilizzare questo passaggio”. Per Gianni Cuperlo va affrontato un primo problema: “Il fantasma che aleggia sul Pd”, cioè Renzi. A tal proposito, è interessante la reazione a caldo di Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato di stretta osservanza renziana: “Si può anche posticipare il congresso, non mi straccerei le vesti, ma se lo facciamo occorre che si tenga in tempi molto, molto rapidi; non possiamo arrivare a marzo. Abbiamo il dovere di fare tutti la campagna elettorale – ha insistito – alla nostra comunità deve stare a cuore la comunità nazionale e europea, come lavoratori, studenti, famiglie, imprenditori e noi non le possiamo affrontare nell’interesse dell’uno o dell’altro ma nell’interesse generale”. Oltre al Nazareno, si pensa alle elezioni europee della prossima primavera. Dario Franceschini ha proposto un listone allargato, il sindaco Sala ha dei dubbi: “Nulla contro il fatto che ci sia una lista aperta, ma i tempi lo consentono? C’è un tema di rispetto verso chi si vuole candidare, che dovrà decidere entro dicembre visto che le europee sono il 26 maggio: la circoscrizione è molto larga e bisogna andare in giro. Se si dice lista nuova, bisogna dirlo se si è in condizionati di farla. Il tempo stringe”. Francesco Boccia, invece, chiede prima di definire la linea del partito e poi proporsi agli elettori.