Tap: il rischio risarcimenti c’è, i 20 miliardi sono una stima

A Melendugno, sulla ormai famosa spiaggia di San Foca, gli attivisti no-Tap bruciano la bandiera del Movimento Cinque Stelle e se la prendono con il ministro per il Mezzogiorno Barbara Lezzi (M5S): “Vattene dal Salento”. Su Facebook la deputata M5S Sara Cunial contesta il governo che ha votato: “Sebbene esista un trattato trilaterale, proprio in quel documento è scritto che le penali sono subordinate agli Hga (Host Government Agreement) cioè agli accordi tra il governo ospitante e Tap, che l’Italia non ha firmato”.

Il tema è sempre lo stesso: esistono o no le penali da “20 miliardi” che il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ha citato a supporto della decisione del governo Conte di dare il via libera alla contestata (in Puglia) Trans Adriatic Pipeline che deve portare in Europa il gas dell’Azerbaigian via Grecia e Albania?

Pare più una disputa terminologica che di sostanza, sulla differenza tra “penali” e rischio di “risarcimenti” da pagare. Il 23 luglio il presidente Sergio Mattarella va in Azerbaigian e rassicurano il governo di Baku (e tutti quelli che vogliono la Tap per ridurre la dipendenza di Italia ed Europa dal gas russo) che il progetto non subirà ritardi, nonostante i movimenti pugliesi contestino l’approdo del tubo. Inizia in quei giorni a circolare una stima del costo dello stop. Il sito EnergiaOltre, scrive che la Socar (ente energetico azero) e la Bp, entrambi azionisti del consorzio Tap, “hanno indicato danni complessivi per il ritiro dell’Italia dal progetto tra 40 e 70 miliardi di euro. Una stima che comprendei costi di approvvigionamento maggiori e mancato gettito fiscale per l’Italia”. I movimenti no-Tap chiedono, con l’accesso gli atti (Foia), al ministero dello Sviluppo economico se quelle stime hanno un fondamento. Il 27 settembre risponde il direttore generale Gilberto Dialuce. La Tap, scrive Dialuce, “non prevede finanziamenti dello Stato italiano, una eventuale revoca dell’autorizzazione rilasciata e riconosciuta legittima da tutti i contenziosi amministrativi, con il conseguente annullamento del progetto, causerebbe una serie di danni a soggetti privati”. Che sono parecchi: la società costruttrice Tap, quelle che hanno avuto i lavori in appalto, gli esportatori di gas azero e le società italiane (Enel, Hera ed Edison) che hanno prenotato le forniture di gas dal 2020 con contratti di durata venticinquennale. Il premier Conte, in una lettera ai cittadini di Melendugno resa nota ieri sera, ricorda che Socar, BP, Snam, Fluxys, Enagas, Axpo, azionisti di Tap, chiederebbero indietro “i costi di costruzione e di mancata attuazione dei relativi contratti e per il mancato guadagno da commisurare all’intera durata della concessione”.

Secondo il ministero dello Sviluppo e secondo Conte, uno stop unilaterale da parte dell’Italia sarebbe una violazione degli impegni presi con l’accordo intergovernativo del 2013 con Grecia e Albania. La cancellazione dell’opera farebbe scattare “cause o arbitrati internazionali in base alle convenzioni internazionali firmate dall’Italia che proteggono gli investimenti esteri effettuati da privati”. Il risultato, scrive il direttore generale dello Sviluppo Gilberto Dialuce, sarebbe una raffica di “richieste di rimborso degli investimenti effettuati nonché dei danni economici connessi alle mancate forniture, anche al di fuori del territorio italiano, nei confronti dello Stato italiano”. Nessuna cifra, ma, dopo Di Maio, anche Conte parla di “20-35 miliardi”.

Il costo finale si vedrebbe però al termine di questi arbitrati e contenziosi, non è stabilito ex ante perché nessun accordo intergovernativo su un progetto infrastrutturale con durata di vari anni sarebbe credibile se lo Stato stabilisse al momento della firma le procedure e il prezzo preciso per cancellare il progetto stesso a lavori avviati. Delle penali subordinate a ulteriori accordi citati dalla deputata Cunial nel testo non c’è traccia.

Ma tutte queste informazioni erano disponibili anche prima delle elezioni vinte dai Cinque Stelle anche chiedendo i voti dei movimenti no-Tap che a loro si affidavano per fermare il progetto.

Ma mi faccia il piacere

Legalità. “Anche le leggi del periodo nazista erano legalità, ma è stato un dramma per l’umanità” (Domenico Lucano, sindaco di Riace, indagato con divieto di dimora per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e appalti illegale, Che tempo che fa, Rai1, 21.10). Ben detto: stavo giusto cercando un alibi per fare una rapina, ora procedo.

Nostalgia canaglia. “Silvio, come le preferisci, bionde o more?”. “Mi vanno bene tutte… basta che te la diano!” (scambio di idee politiche a Bolzano fra un elettore di Forza Italia e Silvio Berlusconi, 21.10). Come diceva De Gaulle: “Vasto programma”.

Critica d’arte. “La mortadella è sublime, non vuole essere desiderata, vuole essere mangiata, non vuole essere corteggiata vuole essere presa, non vuole essere sedotta, vuole farti godere. È una vera troia, è la troia assoluta. Il culatello è la fighetta, un po’ finocchio. Il prosciutto è la figa classica di 40 anni. La mortadella è come se la figa si sciogliesse in bocca. Ti dice: prendimi!” (Vittorio Sgarbi, deputato FI, nonleggerlo.it, 17.10). Vedi sopra.

Ue guagliò! “Salvini prepara la marcia contro la Ue Probabile manifestazione l’8 dicembre” (Libero, 26.10). Giusto, così impara la Ue a pagargli lo stipendio per vent’anni.

Colpa di Virginia. “In piazza del Campidoglio… una marea di gente senza etichetta che urla “Raggi dimettiti! Dimettiti!’. Sit in contro il degrado urbano e sociale (di cui la morte di Desirée è la più tragica delle testimonianze)… contro gli alberi malati che cadono… il flop del maltempo con le strade allagate…” (Alessandra Longo, Repubblica, 28.10). Piove, Raggi ladra. E pure assassina.

Mafie magiche. “Mi viene da dire che niente è peggio che gestire la città in modo arrogante e incompetente. Quasi quasi direi ‘ridatece Carminati e Mafia capitale’. Naturalmente scherzo, ma non si può cedere all’immobilismo” (Paolo Virzì, regista, La Stampa, 28.10). Battutona.

Mai dire mai. “Cercate una mia proposta di legge di condono che riguarda Ischia o qualche altra regione: se la trovate, mi iscrivo al Pd” (Luigi Di Maio, allora candidato premier M5S, 23.8). Ora il Pd lo attende a braccia aperte, come se non avesse già abbastanza guai.

Slurp. “Quanto è pop il presidente”, “Arriva felpato, è il minimo che si possa dire. Il passo pneumatico, quasi che fosse trasportato da un tapis roulant, l’indefettibile completo scuro che un sarto potrebbe avere finito di cucirgli addosso due minuti prima, la cifosi incipiente che ne incassa il venerando capo. Aureolato da una pettinatura vaporosa e turchina, un sorriso dolce e lontano dal ghigno che inarca le labbra alla generalità dei politici sotto i riflettori. Pare la perfezione del ‘De Senectute’ o l’apoteosi dell’archetipo del nonno. Si ferma davanti al microfono che gli spetta e pronuncia parole definitive: ‘Nelle prossime ore assumerò un’iniziativa’. Sarebbe una frase priva di spunti e invettiva, l’ultima possibile a candidarsi fra i trend topic sui social. Invece lo diventa, perchè c’è qualcosa di troppo umano, in quella chiusa del discorso che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, emette tra la tensione dei cronisti e l’odio che il futuro vicepremier, Luigi Di Maio, gli lancia addosso… Tutto ci si poteva attendere, tranne che Mattarella sfondasse il muro della cultura popolare, inarcandosi nell’immaginario collettivo… Mattarella è poetico a partire dal rapporto con il suo stesso fisico. Il corpo del capo è carico di aspettative, detiene una potenza taumaturgica, incarna il carattere decisionale o la scaltrezza strategica, la furbizia che non arranca dietro a sconfitta. E l’ipotenusa di un triangolo i cui due lati restanti sono costituiti dal carattere variamente felino” (Giuseppe Genna, scrittore, l’Espresso, 28.10). Lo portano via.

Fate la carità. “Sono rimasto senza un soldo… Oggi faccio 6-7 km al giorno a piedi. E prendo i mezzi pubblici, anche nell’ora di punta. A volte capita che gruppi di ragazzi vogliano farsi un selfie con me. E la gente mi chiede: ‘Formigoni perché non torna? Quando c’era lei la Lombardia funzionava meglio’” (Roberto Formigoni, ex governatore FI della Lombardia, condannato in appello a 8 anni per tangenti, il Giornale, 25.10). In realtà, come si vede, non funzionavano neppure i reparti psichiatrici.

Il titolo della settimana. “C’è chi paga sempre le tasse e chi attende i condoni-premio” (Livio Caputo, il Giornale, 23.10). Tipo il padrone, per dire.

In principio fu il Toro, disse la Bibbia granata

Immaginate la vostra squadra del cuore (ma che sia una che non vince spesso eh?) fare, oggi, 95 punti. E immaginatela perdere lo scudetto, perché un’altra squadra ne fa 97. Come la prendereste (ammesso che possa realmente accadere)? Non benissimo, si suppone.

Bene, a qualcuno è accaduto. Correva l’anno 1977, una squadra batté ogni record facendo 50 punti (su 60 disponibili), cinque in più di quanti erano bastati a vincere il campionato precedente. Non vinse, perché un’altra squadra – battendo un record in più – ne fece 51.

Pensate poi alla vostra prima (e per ora unica) doppia finale europea contro una blasonatissima avversaria, di non perdere né l’andata (2-2) né il ritorno (0-0) e, in più, di centrare tre pali nella decisiva partita in trasferta, uno (il più clamoroso) a tempo quasi scaduto. Se finisse poi con il portiere della blasonatissima avversaria (mentre nello stadio risuona We are The Champions dei Queen) che bacia i pali della sua porta prima di alzare la coppa, come la prendereste? Non benissimo, si suppone.

Bene, fu il Torino a fare 50 punti in campionato. A farne 51 fu – ovviamente – la Juventus, che strappò dalle maglie granata l’ultimo tricolore della storia, vinto un anno prima, nel 1976. E fu sempre il Torino, nel 1992, a perdere così la Coppa Uefa contro l’Ajax di Amsterdam. Sconfitte epocali.

Ma sì, perché in fondo anche quelle, quando le storie si sanno raccontare, possono finire in bacheca.

O in una Bibbia, come quella della fede granata che Gian Paolo e Timothy Ormezzano (che di storie se ne intendono) aggiungono alla già copiosa biblioteca di una delle squadre più letterarie d’Italia. Con una particolarità, tuttavia. Non è un’antologia, ma una Bibbia per iniziati (che ne coglieranno ogni sfumatura, comprese un paio di chicche inedite anche per il tifoso incallito) e anche per neofiti, che – pur a digiuno di granatismo – comprenderanno il perché un club certamente non tra i più vittoriosi sia a modo suo (e solo suo) leggendario (e letterario). E non soltanto per le grandi tragedie – Superga e Gigi Meroni su tutte – ma anche per quel melieu irriproducibile altrove che nasce dalla coabitazione forzata con quella che i granata chiamano con sufficienza “l’altra squadra della città” (che non ne porta il nome) con cui esiste un rapporto di sincero odio sportivo (è necessario che sia reciproco, altrimenti è umiliante) e – va da sé – di incolmabile disparità sportiva. Disparità che tuttavia non esclude un atavico senso di superiorità morale che buon può riassumersi prendendo a prestito uno striscione geniale esposto nel palasport di Pistoia: “Non potrete batterci mai: potete solo fare qualche canestro in più”.

Non di canestri, ovviamente, ma di gol e dintorni nella Bibbia ormezzanesca si parla. Storie di poeti, trincee e gemelli, di Rambo, Tarzan e animali, di sopravvissuti, templi e pittori, di bandiere, colbacchi e barbera, di pali, reti, risse e abbracci.

Il tutto con un fondamentale collante: zero retorica e tanto humor. Che poi è quel che non deve mancare mai quando si parla d’amore.

Italia ’18, “Notti magiche” di Paolo Virzì, aspettando il prossimo (bel) film

Italia ’90, Notti magiche: il 3 luglio la Nazionale esce ai rigori con l’Argentina, e un produttore, Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), viene ripescato esanime dal Tevere. I principali sospetti sono tre sceneggiatori in erba, finalisti al premio Solinas: l’intellettualino della Magna Grecia Antonino (Mauro Lamantia), il toscano esuberante e farfallone Luciano (Giovanni Toscano), la problematica di influente famiglia Eugenia (Irene Vetere). Le simmetrie con i tre al tavolo di scrittura, Francesco Piccolo, il regista Paolo Virzì e Francesca Archibugi, sono palesi.

È “l’ultima stagione gloriosa, nello splendore e nelle miserie, del Cinema Italiano”, e in un tourbillon faceto di abboccamenti, sortite e inciampi ecco i protagonisti di quel turgore residuale: Fulvio, ovvero Furio Scarpelli (Roberto Herlitzka); il maestro Pontani, alias Antonioni (Ferruccio Soleri); il grande Ennio, De Concini (Paolo Bonacelli), che delega il passaggio da Placido a Mezzogiorno ne La Piovra; l’avvocatessa, ossia Giovanna Cau (Ludovica Modugno); Ornella Muti, che si presta alla diva Federica; Federico Fellini, con La voce della luna in campo lungo. Antonino sa tutto, ma non conosce furbizia; Luciano brama e briga, al netto di compagna e figlio a Piombino; Eugenia un po’ ci è e un po’ gattamorteggia: dovrebbero essere i nostri Virgilio nei gironi del cinemone patrio all’apogeo della decadenza, tra art pour l’art (il solo Antonioni, parrebbe), solido mestiere (Scarpelli), sòle e bidoni (Saponaro, e i tanti per lui). Centoventicinque minuti sono troppi, e Notti magiche di magico ha poco: i caratteri hanno scarsa empatia, la storia difetta d’inclusività e il “chi è chi?” lascia l’interesse – quanto largo, quanto esperibile poi? – che trova.

Per Virzì, si capisce, non è insolito, ma addirittura inedito: l’indecisione tra il fondale immaginifico e l’autobiografia immaginata è palpabile, la raison d’être assai meno, si intuisce un ripiegamento su se stessi, invero più depressivo che egoistico, che stride con l’imperativo poetico e categorico di “tenere aperte le finestre”.

Un film sbagliato, succede.

Sale piene e Monda “ubriaco”: la Festa salvata dal pubblico

Che Festa che ha fatto? Si chiude oggi con la sorellanza di Alba e Alice Rohrwacher in dialogo pubblico, ma il bilancio è tratto: numeri, allori, colpi di fulmine, pollici versi, casi e casini della tredicesima edizione.

I premi. Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis vince il Premio del pubblico, il direttore artistico Antonio Monda conciona: “Il pubblico va da una parte, la critica dall’altro: va fatta una riflessione, per primo dalla critica”. Ad Alice nella Città, sezione divergente della Festa, vince Jellyfish dell’inglese James Gardner, gloria anche per Ben Is Back di Peter Hedges, con Julia Roberts che lotta per il figlio tossicodipendente.

Doc è meglio. They Shall Not Grow Old di Peter Jackson è la cosa migliore vista in Festa: un documentario sulla Grande Guerra, con il materiale di repertorio degli Imperial War Museums colorato ex post e le voci dei soldati sottratte all’oblio per narrarlo come fosse un film tout court. L’effetto è straniante, sono gli effetti speciali più efficaci mai impiegati da Jackson, e al cospetto del Signore degli Anelli non è cosa di poco conto: sembra di stare sulla Luna e in trincea nello stesso tempo, che qualcuno ce lo porti in sala. Analoga invocazione merita il doc Corleone del franco-bulgaro Mosco Levi Boucault, che in due parti, Il potere e il sangue e La caduta, smitizza il Capo dei capi, sopra tutto grazie ai suoi sicari, da Giovanni Brusca a Francesco Paolo Anzelmo: non c’è solo perizia e dovizia di informazioni storiche, ma affondo antropologico prezioso.

Soledad. La storia di Sole (Soledad Rosas) e Baleno (Edoardo Massari), accusati di atti di terrorismo NoTav, suicidi e quindi scagionati post mortem, nel dramma diretto dalla figlia del presidente argentino Agustina Macri, in cartellone ad Alice. Gli anarchici non gradiscono, e all’Auditorium recensiscono con lo spray a caratteri cubitali: “Contro il vostro sporco business per l’anarchia per Sole e Baleno”.

Moore il mattatore. La sua parola magica è Fahrenheit, ora l’abbiamo capito: invertendo l’ordine, dal 9/11 dell’11 settembre 2001 all’11/9 dell’elezione (9 novembre 2016) di Donald J. Trump, il risultato non cambia, sono due documentari informati, debordanti, faziosi meno che preziosi, e godibilissimi. Fahrenheit 11/9 – il 5 novembre verrà trasmesso da La7 – non bastona solo The Donald, ma mette alla gogna l’establishment democratico, da Hillary Clinton in giù. La lezione di cinema di Moore non è da meno: dal gusto inimitabile dei pomodori italiani al Salvini “razzista e bigotto”, istrioneggia senza tema di smentita. E ci dà un avvertimento, lui che fu l’unico a mettere in guardia sulle possibilità di vittoria di Trump, da non lasciare disatteso: “Attenti a Steve K. Bannon, è un genio e ha puntato l’Europa”.

I numeri. Per quel che contano, e se contano bene, alcuni dati: + 6% di riempimento delle sale sul 2017, 266 proiezioni, 91 titoli, 4 sale all’Auditorium e 10 in città, + 1% di articoli su quotidiani nazionali e locali, +13% di copertura dei media internazionali. Quelli di Alice: 7mila euro di incasso in più rispetto all’anno scorso, pubblico cresciuto del 9.87 % con sala dedicata, 10mila ragazzi delle scuole.

Budget.Tre milioni e 419mila euro di budget, il vicepresidente della Fondazione Cinema per Roma Laura Delli Colli e Monda concordano: “Servirebbe il 15, 20% in più”. Con maggior danaro a disposizione, osserva il direttore, avremmo avuto due star in più sul red carpet. Insomma, tre milioni e 419mila euro di budget posson bastare.

Ahi, che male! Licenziando il programma, Monda plaude all’anteprima mondiale del film e scrive sul catalogo: “Canal + scommette sulla Festa per Mia et le Lion Blanc”. Il giorno prima la proiezione, Canal + ufficializza un embargo per le recensioni di Mia e il leone bianco al 27 (ventisette) dicembre. E la Festa muta.

Scorsese. Prima che riveli una volta ancora i suoi film italiani preferiti, la Festa lo accoglie con un medley dei suoi titoli: sulle immagini di Toro scatenato, Scorsese si commuove, la Sala Sinopoli dell’Auditorium è un’unica standing ovation. E Martin non si risparmia: concede il bis per introdurre San Michele aveva un gallo dei Taviani – Paolo l’ha premiato.

Musica, maestri! Cinema in concerto: da Ennio Morricone, con un omaggio a Luigi Pestalozza, a Nicola Piovani, con repertorio morettiano, sotto l’orecchio vigile di Pivio (Hamam), i nostri meglio compositori fanno ensemble questa sera alla Sinopoli.

“La scrittura mi ha salvato dal fare l’attore. Salvini a Rocco non piace di certo”

Il primo fuma canne tutto il giorno, l’altro neanche le sigarette; il primo prende a schiaffoni ogni fastidio fisico e mentale, l’altro preferisce il silenzio della campagna; il primo sfida il freddo di Aosta con il loden, l’altro si infagotta in un piumino alla prima brezza autunnale. Però la distanza tra Rocco Schiavone e Antonio Manzini si annulla all’improvviso dentro a un bar di Treviso, e grazie all’entusiasmo per un semplice tramezzino: “Qui e a Venezia sono spettacolari”. Il suo vicequestore (non commissario) sin dal primo romanzo della serie, giudica la qualità di un bar a seconda se utilizzano un panno umido o la pellicola per conservarli. “Regola aurea, da lì capisco la serietà del posto”.

Manzini è in tour per presentare Fate il vostro gioco , sempre con protagonista “il personaggio letterario più interessante degli ultimi anni”, parola del collega noir Maurizio De Giovanni, e attualmente record di ascolti su Rai2 grazie anche a un superlativo Marco Giallini.

Domande più frequenti dei lettori.

In serie: come è nato Rocco; se io sono Rocco; se Camilleri è un maestro; fino a quando scriverò; se Rocco troverà l’amore.

Chi legge i suoi libri?

Non solo i miei, in generale, la narrativa è prerogativa delle donne, direi quasi all’ottanta per cento, poi i ragazzi, infine gli uomini trascinati dalle mogli.

Lei non ama molto girare.

Questione di pigrizia: da anni ho lasciato Roma e vivo nella campagna laziale, lontano da rumori, odori molesti, inutile caos; sto lì con mia moglie, i miei cani e pile di libri. Leggo tutto il giorno. E più si invecchia e più certe nevrosi si accentuano.

Poche presentazioni.

Sì, non molte, altri colleghi sono molto più presenti di me; preferisco restare a casa e scrivere, forse sono lentissimo e poi c’è Andrea Camilleri che ha alterato tutti i parametri: la sua capacità di produzione è straordinaria e il mio editore ha quel parametro.

Nel libro scrive: “La sporcizia si attacca alla pelle e non va più via”.

E il maggior colpevole è il mondo del lavoro.

Anche nel suo campo?

Oggi no, dopo anni mi sono quasi del tutto disintossicato e ripulito, la scrittura mi ha salvato, ma non dimentico la mia vita precedente….

Quando era attore.

Ecco, era è la coniugazione giusta.

Nessun desiderio di macchina da presa.

Per carità! Non ci penso proprio, tra me e quella realtà ho piazzato qualche migliaio di pagine scritte, e ringrazio ogni parola, ogni idea, ogni intuizione in grado di distanziarmi.

Cos’ha quel mondo?

È una realtà analfabeta sotto il piano emotivo: gli esseri umani dovrebbero rappresentare la parte erudita della società, al contrario sono trattati come ruspe, dove i rapporti tra soggetti diventato mera facciata.

Apparenza e basta.

Rimasti a livello preadolescenziale.

Ne sono consci?

No.

Nessuno.

È un letamaio.

Ne ha proprio sofferto.

Non da quando scrivo sceneggiature, solo la realtà del set non mi piace. L’ignoranza dei sentimenti mi colpisce sempre.

Un esempio di set.

Perenni leccate di culo a destra e poi a sinistra, di nuovo a destra e così via; nel frattempo, tra uno spostamento e l’altro della lingua, scatta pure la gomitata.

Ha mai assistito a scene in stile Weinstein?

È l’acqua calda, mi stupisce chi si è stupito, e non c’è bisogno di essere testimoni diretti, basta analizzare i ruoli assegnati.

Nel senso?

Quante parti esistono per donne oltre i 45 anni?

Poche.

Mentre vediamo uomini di 55-60 anni protagonisti come avvocati, medici, magari giornalisti, al contrario per le donne la vita si ferma intorno ai 35. Giusto Meryl Streep si salva.

Va sul set di Rocco Schiavone?

Una sola volta, non è necessaria la mia presenza.

Beh, lei è il nucleo.

Dovrei andare a controllare, ma in Italia non esiste il ruolo di showrunner (l’addetto alla verifica), quindi è inutile. Solo Niccolò Ammaniti ci è riuscito.

Autore e regista de “Il miracolo”.

Esatto e quello sforzo l’ha pagato caro: un anno totalmente dedicato alla serie, niente scrittura.

Ammanniti è il suo migliore amico.

Accomunati dagli stessi gusti letterari e cinematografici. Stessa ironia. E sappiamo esattamente rispettare i nostri momenti da orso, quando ci isoliamo. Più lui di me.

L’anno scorso sul Fatto è nata una polemica tra scrittori su quanto, e se sono utili i classici.

È una boiata di dimensioni epocali.

Pro o contro?

I classici non solo vanno letti, ma anche conosciuti, e c’è differenza: il respiro di un romanzo dell’800 oggi non lo trovi più.

Cosa insegnano?

In particolare i movimenti psicologici dei vari personaggi, la differenza tra emozione e sentimento, mentre molti libri attuali offrono una scarsa profondità.

Il primo romanzo che le viene in mente?

Papà Goriot.

Psicologia, dicevamo.

Da anni spesso sono gli stessi autori ad auto-descriversi, ma solo perché non conoscono altro, è un continuo guardarsi allo specchio, e moltiplicare la propria immagine all’infinito, tanto da causare una noia mortale: hanno la gobba a forza di ammirarsi l’ombelico.

Altro che Simenon.

Lui non si discute, fuoriclasse assoluto.

Ancora lei scrive: “Un uomo può cambiare”.

In potenza, però è uno sforzo di volontà e di conservazione.

Più semplice in peggio.

È più facile sentirsi creditore verso qualcuno che debitore, ed è necesario togliere ogni scusa, abdicare alla lacrima facile, altrimenti si diventa come Alberto Sordi, quando gridava: “A me m’ha fregato la guerra”.

Meglio riflettere.

Analizzare, sempre. E questo è uno dei lati maggiormente belli del mio lavoro: per scrivere devi conoscere, confrontarti, prendere la metropolitana e ascoltare, non puoi bluffare.

Nel libro cita una canzone di Bowie: “Possiamo essere eroi anche solo per un giorno”.

Basta solo trovare il momento giusto, quell’attimo in grado di mutare l’impensabile, anche casualmente, non importa l’intenzione mirata. Oggi basta essere umano e diventi eroe.

Pessimista.

No, per niente.

Un auspicio?

Il conflitto verbale, lo trovo necessario. Non la lite. Il conflitto. Vuol dire criticare, dubitare, però è fondamentale motivare, prepararsi, non arrendersi alla prima risposta, affondare e ascoltare.

A Schiavone piace Salvini?

No.

Per niente.

Neanche un po’ e il sentimento è reciproco, in caso contrario Rocco si preoccuperebbe, e parecchio, rifletterebbe su quale errore ha commesso per suscitare simpatia in uno come lui.

Dal suo libro: “Le figure di merda non esistono più”.

È una citazione che ho preso da Ammanniti.

Come mai?

È un continuo ascoltare persone sbandierare ideali o grandi idee, per poi rimangiarsi tutto con una facilità e una tempistica estrema. Ecco, per me queste sono e restano figure di merda, e non mi riferisco solo ad amici o conoscenti, parlo a livello politico e televisivo.

Cambi repentini di casacca.

Trent’anni fa la società avrebbe bollato ed emarginato questi soggetti, oggi diventano persone importanti, e magari la figura di merda la piazzano in bella evidenza nel curriculum.

I suoi miti da ragazzo.

Adriano Panatta e Sandro Mazzola.

Perché Panatta?

Bellissimo, sfrontato, inafferrabile. Un artista. Uno che se ne fregava di certe liturgie: se aveva voglia di giocare, distruggeva chiunque, altrimenti arrivederci alla prossima. E la storia della maglietta rossa ancora mi emoziona (quando è andato a giocare la finale di Davis nel Cile fascista di Pinochet).

Mazzola.

Calciava da dio, si smarcava tutti, dava le palle giuste, indossava il 10, portava i baffi e non obbediva agli sporchi diktat di Herrera: lui certe pastiglie le buttava nel cesso.

C’è un altro numero 10 nella sua vita.

Lo so, Francesco Totti. Quando ha lasciato il calcio ho visto la partita da solo e ho pianto, poi il giorno dopo ho scritto un pezzo sul vostro giornale: dovevo sfogarmi.

I suoi anni Ottanta.

Nel 1982 avevo 18 anni e suonavo la batteria in un complesso: un giorno siamo stati ingaggiati dallo stesso produttore dei Depeche Mode per andare a Londra; poco prima di partire due del gruppo lasciano, e finisce il sogno.

Peccato.

No, va bene così, non ho rimpianti, non vivo di se o di forse. Però è stato divertente.

Schiavone fuma le canne e lo rivendica. Lei ha una debolezza che le piace?

Tutto ciò che faccio è una debolezza.

Nello specifico.

Non riesco a incazzarmi con le persone che amo, e poi mi lancio in grandi propositi e non li rispetto quasi mai.

I suoi romanzi sono più storia che giallo.

Il delitto è un pretesto, mi interessa maggiormente la commedia umana, i perché, i come vivono, i dove vivono, i desideri.

In quest’ultimo capitolo lascia un finale non proprio chiuso.

(Alza le mani come a dire: mi arrendo) Colpa mia. Mentre scrivevo mi sono reso conto del problema e sono andato in crisi, così dopo un lento riflettere ho deciso di raddoppiare.

Subito un altro Schiavone.

Ma è lui a decidere, Rocco è una presenza fissa accanto a me, a volte provo a metterlo da parte, e invece riappare, si materializza tra tastiera e schermo, e assecondo.

Quindi?

A gennaio ne esce un altro.

Per lei i libri sono…

Religione. Appena entro in casa di qualcuno controllo immediatamente gli scaffali, voglio capire quanto e cosa leggono.

È il parametro.

Regola fondamentale passata da mio padre; quando dovevo uscire con una ragazza mi ricordava: “Antò, mi raccomando, se non legge, al massimo una botta e via, non di più”.

Aveva ragione?

Di più: se una non legge, non vale la pena neanche quella botta e via.

(Meglio andare al bar e mangiare un buon tramezzino).

 

Chiese evangeliche, i nuovi conquistadores

La zona 1, il centro storico di Guatemala City, di notte cambia forma. Gli studenti tornano nei quartieri periferici, alcuni venditori ambulanti, per lo più indigeni, caricano le loro merci su bus colorati e inquinanti e raggiungono i villaggi intorno alla capitale. Chi abita il centro storico si barrica in casa dietro porte protette da sbarre di ferro e vive le ore notturne da carcerato perché nelle carceri vere non ci sta chi ci dovrebbe stare, o, quantomeno, non tutti coloro che si meriterebbero la cella per aver distrutto il Paese. Le farmacie restano aperte ma sembrano gabbie.

Con le prime luci dell’alba l’umanità torna visibile, le donne iniziano a cuocere le tortillas negli angoli delle strade mentre gli uomini spremono le arance e ti servono il succo semplice o rinforzato con un uovo crudo di gallina o di quaglia. Tutto sembra tornare alla normalità. Ogni giorno vengono a galla nuove ingiustizie, ma la speranza non muore mica. Al contrario cresce sempre più, non nella politica, ma nei pastori delle chiese evangeliche, le nuove star latinoamericane.

Nel 1969 Nixon, appena eletto Presidente degli Stati Uniti, commissionò a Nelson Rockefeller, all’epoca Governatore dello Stato di New York, una ricerca sulle condizioni dell’America del sud. In quel documento Rockefeller scrisse che la Chiesa Cattolica stava rompendo con il suo passato trasformandosi in un’istituzione favorevole al cambio sociale, economico e politico del continente, un cambio che, se non ci fossero stati altri modi, si sarebbe potuto conquistare persino sostenendo i movimenti rivoluzionari. Traduzione? Per gli Usa la chiesa cattolica sudamericana non era più un alleato affidabile.

Esistono varie versioni riguardo a ciò che accadde da quel momento in poi. C’è chi sostiene che le grandi corporation statunitensi, in primis le compagnie bananiere che facevano il bello e il cattivo tempo in Guatemala e Honduras, abbiano finanziato il movimento pentecostale latinoamericano; c’è chi ritiene che la Cia stessa abbia ricoperto di milioni di dollari le chiese evangeliche a sud del Rio Bravo; c’è chi pensa che l’esodo di centinaia di pastori protestanti nordamericani verso il Centro America fosse strategia politica, non solo evangelizzazione. Quel che è certo è che, dal 1969 ad oggi, la Chiesa cattolica ha perso decine di milioni di fedeli.

L’avanzata degli evangelici dipende da mille fattori. Dall’organizzazione quasi militare delle loro chiese, dalla formazione dei suoi volontari, incredibilmente accoglienti quando bussi alla porta dei loro templi, dall’aggressività dei loro mezzi di comunicazione capaci di fare proseliti e di convincere anche i più poveri tra i poveri ad offrire parte dei loro miseri guadagni alla causa di Dio.

Il rapporto con gli Stati Uniti

La relazione tra la Chiesa cattolica, o parte di essa, con i Presidenti degli Stati Uniti d’America, non è stata sempre semplice. Theodore Roosevelt pensava che l’espansione degli interessi Usa in America Latina sarebbe stata difficile fino a quando questi sarebbero restati fedeli al cattolicesimo. Reagan fece di tutto per contrastare la Teologia della Liberazione, una corrente del pensiero cattolico che si sviluppò a partire dal Concilio Vaticano II e che venne teorizzata con maggiore precisione nel 1968, durante il Consiglio Episcopale latinoamericano di Medellín. I vescovi e i sacerdoti che abbracciarono questo nuovo pensiero ritenevano che la liberazione delle anime passasse dall’emancipazione dei fedeli. Ritenevano altresì che la liberazione che l’essere umano doveva perseguire fosse una liberazione totale, una liberazione anche dalle cause responsabili della povertà degli uomini. Una liberazione, dunque, non solo spirituale ma sociale, economica, ovvero politica. Ovviamente per chi deteneva il potere, dall’inquilino della Casa Bianca, agli azionisti delle multinazionali, passando per tutti quei fantocci piazzati dai governi statunitensi al comando dei Paesi latinoamericani, queste idee erano pericolose. Per contrastarle Reagan sostenne economicamente orde di paramilitari, oltretutto grazie a fondi neri ottenuti dalla vendita illegale di armi in Iran, i quali si macchiarono di crimini di ogni tipo, compresa l’uccisione di innumerevoli sacerdoti e catechisti che avevano abbracciato la Teologia della Liberazione.

I colpi di stato o le vittorie elettorali dei politici telecomandati da Washington, i quali scelsero come interlocutori i vescovi più conservatori della Chiesa cattolica latinoamericana, isolarono sempre più gli esponenti del movimento di liberazione. La stessa Curia romana fece la sua parte accusando di marxismo il movimento. Giovanni Paolo II, se non contrastò apertamente la Teologia della Liberazione, quanto meno lavorò per evitarne l’espansione. Quel movimento che raccolse le speranze di milioni di poveri si ridusse lasciando un vuoto. Quel vuoto è stato sistematicamente riempito, e persino espanso, dalle chiese evangeliche, dalle assemblee protestanti, da pastori diventati celebrità o talvolta uomini politici.

La lunga tradizione dei presidenti del Guatemala

Ríos Montt, generale dell’esercito guatemalteco, dittatore responsabile del genocidio delle comunità maya, prima di condurre il colpo di stato del 1982 grazie al quale conquistò il potere, fu a capo della chiesa evangelica “Il Verbo”, legata al Gospel Outreach, una congregazione protestante americana che ha ancora la sua sede ed una scuola ad Eureka, in California, da dove, negli anni ’70, molti pastori partirono alla volta del Guatemala. Allora si riteneva che uno dei modi per eliminare i guerriglieri – oltre a radere al suolo tutti i villaggi indigeni dove si pensava che vivessero i loro simpatizzanti – fosse, per l’appunto, sostenere il movimento evangelico. “Un evangelico in più un guerrigliero in meno” si diceva in quegli anni. Jorge Serrano Elías, il presidente del Guatemala che nel 1993 organizzò il fallimentare auto-colpo di stato per poter sciogliere il parlamento, prima di fuggire a Panama carico di milioni di dollari, era pastore di El Shaddai, una delle più potenti chiese evangeliche la quale vanta templi e scuole disseminati per tutto il Guatemala. A fondare El Shaddai è stato Harold Caballeros, proprietario dell’impero radiofonico Stereo Vision nonché ministro degli Esteri durante la penultima presidenza del Guatemala, quella di Otto Pérez Molina, oggi in carcere per corruzione. Anche l’attuale presidente, Jimmy Morales, è evangelico. Ama farsi fotografare accanto ai pastori più famosi del Paese i quali, direttamente o indirettamente, non gli hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Quando Jimmy Morales ha annunciato, tanto per guadagnarsi i favori di Trump, lo spostamento dell’Ambasciata guatemalteca d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, Manuel Medina, presidente dell’Alleanza evangelica, ha immediatamente ringraziato Dio per la decisione. L’Alleanza ha calcolato la presenza di più di 40.000 chiese evangeliche in Guatemala, novantasei chiese evangeliche per ogni parrocchia cattolica. Julio Aldana, banchiere arrestato per aver aiutato la vice-presidente del Guatemala Roxana Baldetti a rubare tutto quel si è rubata, è stato pastore del Ministerio Internacional Dios es Fiel, altra chiesa evangelica. Le congregazioni evangeliche, con le enormi ricchezze derivate dalle offerte e dalle decime di milioni di fedeli, stanno comprando ogni mezzo di comunicazione possibile: radio, TV, giornali. Il potere che hanno è immenso e, dal Brasile al Messico, lo utilizzano per convertire gli elettori oltre che le anime. In Brasile già da anni esiste la Bancada evangelica, un gruppo di deputati sempre più potenti e le congregazioni protestanti stanno realizzando incredibili campagne a favore di Bolsonaro il quale proprio oggi si giocherà la presidenza del Paese al ballottaggio con Fernando Haddad, leader del Partito dei Lavoratori.

In Argentina vi è il sospetto che “El Chapo” Guzmán, il signore della droga più potente del Messico, abbia utilizzato due chiese evangeliche per lavare il denaro proveniente dal narcotraffico.

La povertà come una benedizione

A Oaxaca, in Messico, ho conosciuto un ragazzo che gestisce una ristorante. Una persona squisita. Mi ha confidato che nella fede evangelica ha trovato la forza di finirla con un passato non proprio semplice e le sue parole erano sincere. Allo stesso tempo non posso non notare quanto, per lo meno in Guatemala, l’espansione delle congregazioni evangeliche sia direttamente proporzionale alla disaffezione verso la politica. Ho ascoltato con le mie orecchie pastori sconsigliare ai fedeli la partecipazione politica, rammentargli che la Nazione non si discute, va servita e basta e che la povertà, in fondo, è una benedizione divina.

Nelle comunità indigene le case sono fatte di tavole di legno e lamiere, l’energia elettrica non se la possono permettere, per illuminare i tuguri dove vivono utilizzano bottiglie di plastica piene di acqua con un po’ di cloro che piazzano in alcuni buchi fatti nelle lamiere. La luce del sole passa e arriva forte in casa, è una bella idea ma è triste sapere che spesso, a pochi metri di distanza, c’è una chiesa evangelica scintillante, in muratura, con un bagno vero per il pastore, non le latrine che scavano gli indigeni a pochi metri dalle loro abitazioni.

Entrando dal Belize in Guatemala è un susseguirsi di chiese protestanti intervallate da case fatiscenti. Chiesa evangelica, miseria; Assemblea di Dio, fogne a cielo aperto; Tempio pentecostale, bambini senza scarpe. A Città del Guatemala, sulla strada che porta a El Salvador, c’è il tempio della Casa de Dios, la chiesa fondata dal pastore Carlos Enrique Luna Lam, meglio noto come Cash Luna. Non è un pastore qualunque, è una star e il suo tempio è enorme, sembra uno stadio dell’Nba. Cash Luna ha oltre 6 milioni di followers su Facebook molti dei quali pensano che faccia miracoli.

Sono arrivato al tempio di buon mattino, sulla strada c’era un traffico infernale. Ho pensato che fosse solo per via delle migliaia di fedeli che stavano raggiungendo il tempio ma ad una decina di chilometri dalla chiesa avevano appena scoperto un paio di cadaveri gettati al lato della strada. Arrivato al tempio mi si è avvicinata una signora, aveva in braccio un bambino di un anno, l’età di Andrea, mio figlio. La mamma mi ha spiegato che il bambino soffriva di una rara malattia al cuore e mi ha chiesto di pregare per lui. Più tardi, durante la predica, Cash Luna l’ha fatta salire sul palco. Ha dato un abbraccio al bambino e ha detto: “Questo bambino mesi fa non poteva respirare senza una macchina, poi gli ho dato un paio di parole ed eccolo qui, grande è la potenza di Dio”. Dalla platea è partito un applauso fragoroso. Poco prima che Cash Luna iniziasse con maestria, tempi teatrali, proprietà di linguaggio, simpatia e con l’ausilio di strabilianti supporti audio-visivi ad ammaliare la platea, Marly De Armas, responsabile delle relazioni pubbliche di Casa de Dios, mi ha domandato via whatsapp se credessi in Dio. “Sono cristiano ma ho i miei dubbi” ho risposto io. “Glielo dico perché se non crede in Dio difficilmente capirà ciò che accade da noi”. Poi mi ha chiesto, con estrema gentilezza, di non fare foto e di non disturbare con domande i fedeli. “Che strano, mi avevate autorizzato”. “D’accordo però non le faccia durante il momento delle offerte”.

“Donate, anche con la carta di credito”

Le parole di Cash Luna ottenevano applausi, approvazione, pianti e risate. Dietro di me decine di giovani, ad occhi chiusi, proclamavano la grandezza di Dio. Alla mia destra una signora, vicina allo svenimento mistico, veniva sorretta da un uomo. Era una cerimonia evangelica ma sembrava un concerto di Michael Jackson. Prima della predica un gruppo musicale cantava canzoni pentecostali. Un vero show, i maxi-schermi più grandi che abbia mai visto passavano le immagini dei battesimi che proprio in quel momento si stavano svolgendo in un’enorme vasca dietro al palco. Poi è arrivato il pastore e ha iniziato a predicare. In un passaggio, piuttosto efficace, ha puntato il dito contro l’avarizia. Mentre Cash Luna parlava sui maxi-schermi spuntavano dei numeri. Erano associati alle centinaia di bambini che, proprio in quel momento, stavano giocando in due strutture nuovissime, complete di campi da calcio e da basket, al di fuori del tempio. I genitori che avevano in mano un bigliettino con quei numeri erano invitati a lasciare la cerimonia e a recarsi dai loro figli che magari stavano piangendo. Poi, magicamente, è iniziato il momento delle offerte e delle decime. Due lunghe code di fedeli con in mano le buste con denaro o assegni si sono create all’istante verso il palco. Sui maxi-schermi veniva proiettato un piccolo video sulle modalità di donare con la propria carta di credito. Poi il Pastore ha ringraziato i fedeli, Dio e ha invitato a servire la Nazione. Canti, balli, pubblicità di altri eventi della chiesa, réclame della prossima Cantera, il corso di formazione in amministrazione e in comunicazione evangelica che si terrà ad aprile del 2019 e via, chiuso il sipario. Migliaia di fedeli hanno fatto ritorno a casa, chi prendendo i bus organizzati dalla stessa chiesa, chi la propria auto. Prima però un passaggio nei bagni più puliti del Paese era d’obbligo. Sugli specchi c’era una scritta: “Gesù si riflette in te”.

Non devo aggiungere nulla a ciò che ho scritto. È quel che ho visto. Si tratta di affari di Dio o di affari e basta. Non di solo pane vive un uomo lo so, ma senza pane si muore e chi continua a privarlo alla popolazione guatemalteca ha un nome e un cognome che non si trova nella Bibbia.

I big del mondo riuniti in Turchia per la pace in Siria

Il presidente turco Erdogan ha ospitato nel suo ufficio di Istanbul la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente francese Macron, l’omologo russo Putin e l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura. È la prima volta che i più importanti leader europei si sono ritrovati allo stesso tavolo con Putin ed Erdogan per discutere della guerra siriana. Ovvero come gestire la questione Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli jihadisti, nel nord est della Siria, al confine con la Turchia. Erdogan sta cercando di implementare gli sforzi per il mantenimento della zona di demilitarizzazione stabilita il mese scorso nell’incontro a Sochi tra il sultano e lo zar. Tutti hanno sottolineato che è necessario proseguire gli sforzi per definire attraverso “un processo politico” la road map per portare la Siria in una condizione di maggior stabilità, allo scopo di mettere a punto una nuova Costituzione condivisa. Solo in questo modo si arriverà a una pace che abbia chance di reggere. L’Eliseo ha confermato che la Francia “intende sostenere il mantenimento del cessate il fuoco nella provincia di Idlib per evitare una catastrofe umanitaria e una nuova ondata di rifugiati”. L’idea dell’incontro tra i big è emersa dopo che alcuni paesi occidentali hanno istituito il “Piccolo gruppo” sulla Siria, che comprende Germania, Arabia Saudita, Egitto, Francia, Giordania, Regno Unito e Usa. L’Iran, ma anche la Turchia, avevano criticato la coalizione. Teheran non è stata invitata, pur facendo parte del gruppo di Astana (Turchia, Russia e Iran), per non irritare gli Usa (non invitati per questioni di opportunità) e che in Siria sostengono i curdi invisi a Erdogan, i quali, a loro volta, combattono contro i ribelli jihadisti e “moderati” appoggiati da Ankara. Un rompicapo difficile da risolvere anche dopo 7 anni di guerra.

Brasile, Haddad oggi spera nella “Virada”

I giovani studenti delle università pubbliche di Rio de Janeiro hanno raggiunto la piazza della Candelaria correndo, sotto gli applausi degli anziani manifestanti che vissero sulla propria pelle il golpe militare del 1964. Hanno manifestato uniti per sostenere la democrazia brasiliana minacciata dall’ex capitano Jair Bolsonaro, il quale disputerà contro il “petista” Fernando Haddad, l’attesissimo ballottaggio presidenziale di oggi.

I manifestanti si sono concentrati nella stessa piazza, dove nel 1993 un gruppo paramilitare ha compiuto il sanguinoso massacro dei senzatetto minorenni di fronte alla cattedrale di Rio: 25 anni dopo, come in altre città dell’ansioso Brasile, è iniziata l’emozionante manifestazione contro la minaccia del ritorno di un regime paramilitare annunciato da Bolsonaro, che dichiara apertamente d’essere contro ogni diritto umano, è razzista, antifemminista, oppositore dei movimenti Lgbt e difensore della tortura e dei torturatori del regime militare, come Carlos Alberto Ustra.

Nei giorni scorsi trentacinque università pubbliche hanno subito simultaneamente retate della polizia militare, sotto gli ordini dei Tribunali regionali elettorali, per reprimere supposti casi di campagna elettorale irregolare. E il cadavere di un uomo assassinato con colpi d’arma da fuoco è stato trovato dentro di un’auto abbandonata di fronte alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Rio. Nei giorni scorsi si sono verificate aggressioni da parte dei sostenitori di Bolsonaro, un travestito è stato accoltellato a morte a São Paulo.

L’ex militare, per l’ennesima volta, ha rifiutato il dibattito di Tv Globo con Haddad. L’ex capitano manterrebbe secondo DataFolha, il 56 per cento delle preferenze, mentre l’ex ministro dell’educazione del governo Lula è balzato in avanti del 46 per cento. Ancora dieci punti, ma ad incoraggiare la sinistra è la forbice che si restringe. E quella che per Bolsonaro sembrava una passeggiata potrebbe rivelarsi una corsa a ostacoli. Sempre secondo DataFolha, Haddad avrebbe, infatti, superato Bolsonaro nella megalopoli di São Paulo. Haddad gongola nelle ultime ore. Il risultato è stato ottenuto grazie anche all’intenso attivismo politico dei brasiliani, giovani, anziani, soprattutto donne e persino ragazzini, i quali hanno combattuto gli algoritmi della destra on line con incessanti volantinaggi, persuadendo a voce sconosciuti passanti, per provocare l’anelata Virada, la rimonta del Partido dos Trabalhadores e della democrazia brasiliana.

Dall’Italia, nel frattempo, arriva un annuncio del governo Conte: lunedì Roma inoltrerà a Brasilia una nuova istanza di estradizione per l’ex terrorista Cesare Battisti. Bolsonaro in campagna elettorale si è già detto favorevole, Lula si è sempre opposto.