Strage in sinagoga Usa, 11 morti “Tutti gli ebrei devono morire”

Questa volta il killer, il terrorista, il “lupo solitario”, non ha gridato “Allah è grande”. Ha gridato, invece, “tutti gli ebrei devono morire” e ha sparato, nella sinagoga di Pittsburgh, in Pennsylvania, affollata nell’ora del culto, il sabato mattina. Undici i morti, 12 i feriti – quattro poliziotti – Un bilancio ancora provvisorio. Lo sparatore, ferito, è stato catturato ed è piantonato in ospedale. Negli Stati Uniti, sono tragicamente segnate a sangue dalla violenza di destra, suprematista e anti-semita, le ultime battute della campagna elettorale per il voto di midterm del 6 novembre. Dopo la scia d’ordigni bomba, fortunatamente inesplosi, tra martedì e giovedì, contro esponenti democratici e, più in generale, oppositori del presidente Donald Trump, ecco la strage.

L’anti-semitismo era già emerso nelle intimidazioni telefoniche contro il sindaco di Tallahassee, Andrew Gillum, in lizza per divenire governatore della Florida: “Non votatelo: è un ‘negro’ ed è amico degli ebrei”; e in altri episodi analoghi. Ora ha armato la mano assassina di Robert Bower, bianco, 46 anni, robusto, barbuto, attivo su social dell’ultradestra, entrato in azione in jeans e giacchetta verde, armato di fucile semi-automatico AR-15 e di tre pistole, fra cui una Glock. L’Fbi considera la vicenda “un crimine dell’odio”, con motivazioni razziste. L’uomo, all’arrivo della polizia, s’era inizialmente asserragliato nella sinagoga, chiamata “L’albero della Vita”, facendo fuoco contro gli agenti. Poi, ferito, s’è arreso. Gli artificieri hanno setacciato l’edificio sacro, nel timore che Bower vi avesse piazzato esplosivi. Le autorità hanno invitato tutti gli abitanti di Squirrel Hill, quartiere ebreo di Pittsburgh, a restare in casa fino al cessato allarme. Dopo la sparatoria, in tutta l’Unione sono state rafforzate le misure di sicurezza già disposte intorno alle sinagoghe, specialmente a New York, che è la più popolosa città ebrea al Mondo. Il premier d’Israele Benjamin Netanyahu ha condannato, da Gerusalemme, “l’orrenda brutalità anti-semita”.

Non è la prima volta che un luogo di culto è teatro di una strage negli Usa: nel 2005, una carneficina avvenne in una chiesa del Wisconsin – il killer agì per motivi personali – nel 2016 un massacro di neri fu compiuto da un suprematista bianco ventenne in una chiesa nel centro di Charleston, South Carolina.

Il presidente Trump ha seguito da vicino tutta la vicenda, prima twittando i suoi consigli (“Se siete nell’area della sparatoria, restate al riparo”), poi alimentando l’allarme (“Gli eventi di Pittsburgh sono ben più devastanti di quanto inizialmente immaginato. Ho parlato col sindaco e il governatore per rassicurarli che il governo è con loro”); infine, commentando a modo suo l’accaduto. “È una cosa terribile. L’odio è una cosa terribile, qualcosa deve essere fatto”, afferma il presidente più divisivo nella storia dell’Unione. E ancora: “Dovremmo rafforzare le leggi sulla pena di morte” per chi compie crimini come questo.

Trump continua a negare che la facilità con cui gli americani possono acquistare e detenere armi abbia qualcosa a che vedere con le stragi. A febbraio, dopo la strage nel liceo di Parkland in Florida, il presidente aveva ipotizzato di armare, come deterrente, insegnanti e bidelli; ora, dice che se ci fossero stati vigilanti armati davanti alla sinagoga non sarebbe successo nulla. Manca poco che consigli ai fedeli – e magari ai ministri del culto – di andare alle funzioni armati. Più accorate le prese di posizione di Melania, la first lady: “La violenza deve fermarsi … Che Dio benedica, guidi e unisca gli Stati Uniti”. Il vescovo cattolico di Pittsburgh, monsignor David Zubik, condanna come “grave peccato” ogni forma di odio, contro ogni religione ed ogni etnia: “Dio ci liberi dall’odio”.

Afghanistan, elezioni (finte) in un Paese invaso a metà

Questo articolo è dedicato a tutti coloro che mi hanno sempre accusato di avere la fissazione dell’Afghanistan. Sabato e domenica scorsi ci sono state in Afghanistan le elezioni parlamentari. Elezioni farsa. Per due motivi. Non ci possono essere elezioni libere in un Paese occupato da forze straniere, in questo caso la Nato. Nel 70% del Paese non si è votato perché è sotto il controllo dei Talebani. Sabato a Kabul un attentato kamikaze degli insorti Talebani ha provocato 15 morti. Nel resto del Paese ci sono stati attacchi talebani a colpi di mortaio a Nangarhar, Kudduz, Ghor, Kunar e altre provincie con un bilancio complessivo di 50 morti e centinaia di feriti. Domenica un ordigno piazzato sul ciglio della strada ha fatto undici morti civili fra cui sei bambini. Attentato non rivendicato e probabilmente attribuibile all’Isis.

Questa serie di tragedie ha risvegliato un sia pur modesto interesse dei media occidentali rivelando cose che noi abbiamo scritto tante volte ma che erano sempre state sottaciute o sottovalutate. Da un paio di articoli di Andrea Nicastro sul Corriere apprendiamo che nel 2013 la media dei soldati dell’esercito “regolare” afghano morti per attacchi frontali o imboscate dei Talebani erano una decina al giorno, nel 2016 quaranta, nell’ultimo anno sono, secondo una stima approssimativa, 70 al giorno. Più di 20 mila all’anno. Questa è una tragedia nella tragedia. Chi sono i soldati dell’esercito “regolare”? Sono ragazzi che in un Paese già povero e ulteriormente impoverito dall’occupazione occidentale non hanno altra alternativa che arruolarsi nell’esercito.

E infatti ogni anno per quanti vi entrano altrettanti, appena possono, ne escono per fuggire all’estero. È recente il fenomeno di una emigrazione afghana che non si era mai manifestato in proporzioni così consistenti ed evidenti. Alcuni che si sono arruolati senza avere nessuna motivazione ideale si ribellano. Nei giorni immediatamente precedenti le elezioni un gruppo di poliziotti si è ammutinato a Kandahar, la culla del movimento talebano, uccidendo un numero imprecisato di “colleghi”, molti alti ufficiali, fra cui il capo della stessa polizia Abdul Raziq e il governatore della provincia. Fra le vittime anche un cameramen della tv di Stato Rta. Insomma siamo riusciti a riportare in Afghanistan una guerra civile in grande stile, quella guerra civile cui aveva posto fine il Mullah Omar nel 1996 sconfiggendo i “signori della guerra” (Massud, Dostum, Eckmatyar, Ismael Khan). Con la differenza che i “signori della guerra” combattevano per interessi propri, comunque afghani, mentre l’esercito “regolare” afghano di oggi combatte, si fa per dire, per interessi altrui, cioè degli occupanti occidentali.

I Talebani stanno utilizzando mortai. E questa è una novità perché prima ne avevano in quantità molto ridotta. Si sostiene che i Talebani possono contare oggi sull’aiuto russo. Ed è molto probabile. Putin ha riconosciuto ai Talebani lo status di “movimento politico e militare” (mentre per gli americani sono solo “terroristi”) fatto di cui avevamo dato notizia su questo giornale (“Quei 900 ostaggi italiani a Kabul” Il Fatto 3 giugno 2018). Di questo appoggio russo ai Talebani si danno due versioni diverse che non si elidono ma non coincidono. La prima è che i russi vogliono mettere in difficoltà gli americani in Afghanistan. La seconda è che cerchino di favorire i Talebani contro l’Isis, che i Talebani combattono, perché se l’Isis sfonda in Afghanistan si espande in Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, tutti Paesi a maggioranza musulmana, prevalentemente sunnita, e si avvicina pericolosamente a Mosca.

Questa preoccupazione di Putin l’avevamo anticipata sempre sul Fatto del 3 novembre 2017. Che Putin voglia mettere in difficoltà gli americani in Afghanistan è fuori discussione, ma non vuole eliminare la loro presenza, intende solo logorarli. Altrimenti avrebbe fornito loro quei missili terra-aria che a suo tempo gli americani avevano dato agli afghani quando combattevano i sovietici e che avevano posto fine alla guerra. Del resto in Afghanistan gli americani dal punto di vista militare sono presenti solo con l’aviazione e per rimandarli a casa sono necessarie armi che possano colpire aerei e droni.

Visto che sono impegnati in una guerra che per loro stessa ammissione “non si può vincere” e per la quale hanno speso 1.000 miliardi, l’obbiettivo americano è oggi di dividere il Paese in due, il 70% in mano ai Talebani il resto ai filo-occidentali. Ma non esistono “filo-occidentali” in Afghanistan se non quella parte minoritaria che abbiamo corrotto col denaro. Gli americani contavano anche che dopo la morte del Mullah Omar i Talebani avrebbero avuto un periodo di sbandamento e che ci sarebbe stata al loro interno una lotta per il potere. E questo effettivamente è avvenuto, ma ora i Talebani si sono ricompattati sotto la guida di una diarchia formata dal figlio di Omar, il mullah Iaquob, una sorta di “garante”, e il “capo ufficiale degli studenti”, il mullah Akhdundzada. E sia Iaquob che Akhdundzada, interpretando i sentimenti del movimento talebano, nelle trattative che si sono svolte a Doha hanno posto come precondizione per ogni accordo che le truppe straniere se ne vadano. Del resto questo è il sentimento dell’intera comunità afghana. Tanto è vero che tutti i candidati alle elezioni parlamentari dello scorso weekend avevano nel loro programma il ritiro delle truppe straniere.

Le televisioni hanno fatto vedere donne afghane in burqa che si presentavano compunte ai seggi elettorali. Ora, a parte che sotto il governo del Mullah Omar il burqa non era affatto obbligatorio, lo era il velo come in molti altri paesi musulmani, questa presenza di donne in burqa appare piuttosto curiosa. O sono state mandate lì a calci nel sedere, travestite, dai capi clan che, per opportunismo, appoggiano il governo di Ashraf Ghani o vuol dire che l’occupazione occidentale è fallita anche dal punto di vista di quella “liberazione femminile” che era uno degli sbandierati obbiettivi dell’invasione, nel 2001, dell’Afghanistan.

ESCLUSIVO! La telefonata Conte-Juncker sui conti tedeschi

Dopo la telefonata con Angela Merkel di mercoledì sulla manovra italiana rivelata dalla sua portavoce, cui era seguito l’esplicito sostegno di Berlino alla strategia della Commissione Ue, ieri Jean Claude Juncker ha proseguito il suo giro di colloqui sentendo Giuseppe Conte sul bilancio tedesco e Il Fatto è in grado di rivelare il contenuto della chiamata. I due hanno convenuto che il Draft budgetary plan presentato da Berlino non sia affatto in linea con le raccomandazioni di Bruxelles: il surplus di bilancio della Germania è previsto decrescere nel 2019, ma restando pari all’1% del Pil e, conseguentemente, non c’è traccia del grande piano per colmare il gap infrastrutturale tedesco sottolineato più volte dalla Commissione; anche l’attivo nei confronti con l’estero, che costringe gli altri Paesi europei a impopolari manovre di deflazione interna e l’intera Eurozona a una crescita anemica, continuerà anche l’anno prossimo ad essere abbondantemente sopra il pur blando limite del 6% sul Pil previsto dalle norme Ue. In sostanza, Conte e Juncker hanno convenuto che, nonostante piccoli segnali come l’aumento della spesa corrente e (parziale) dei salari, il bilancio tedesco – l’anno prossimo come i precedenti – persegue l’interesse di Berlino anche a scapito della stabilità dell’Eurozona e rischia peraltro di acuire le tensioni con gli Usa, che hanno inserito fin dal 2013 la Germania fra i paesi che manipolano il cambio.

Come dite? Non c’è stata alcuna telefonata tra Juncker e Conte per discutere del bilancio tedesco? Strano.

Scrivi ’ndrangheta leggi narcos

Pubblichiamo un brano estratto da “Storia segreta della ’ndrangheta – Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018)”

 

In Calabria, dove si spara e si muore, spesso a far premere il grilletto è la droga, il cui traffico contribuisce alla crescita della ’ndrangheta nel panorama della criminalità internazionale. Oggi la mafia calabrese controlla gran parte dello smercio di cocaina in Europa.

(…) Il locale di Siderno è uno di quelli più potenti, con ramificazioni in molte regioni italiane, in Europa, ma soprattutto in Canada, negli Stati Uniti e in Australia. Negli anni Ottanta e Novanta era noto come “Siderno Group”, un network criminale come pochi altri. Nel 2016, al termine di una laboriosa indagine partita dalle intercettazioni raccolte in una lavanderia di proprietà di Giuseppe Commisso, detto “u Mastru”, già condannato nell’operazione “Crimine”, vengono arrestate quattordici persone. Nel corso delle indagini, tra l’altro, vengono sequestrate a Siracusa, in Sicilia, circa tre tonnellate di hashish. Quello di Siderno è un locale particolarmente potente capace di intavolare trattative con i narcos venezuelani, di stoccare grossi carichi di cocaina in Africa e di eludere i controlli portuali in mezza Europa. Nell’ambito dell’operazione “Apengreen Drug”, viene arrestato anche un ex agente della polizia di frontiera, in servizio presso la squadra nautica della questura di Reggio Calabria. Secondo gli inquirenti, mantenendo contatti con gli uomini del clan sidernese, avrebbe fornito “informazioni sulle modalità di elusione dei controlli presso l’area portuale di Gioia Tauro, nel caso di importazioni di sostanza stupefacente via mare”. (…) Nel frattempo, decide di collaborare con la giustizia anche uno dei broker più noti, Domenico Trimboli, nato in Argentina, da genitori originari di Natile di Careri (Reggio Calabria), catturato a Medellín, in Colombia, il 27 aprile 2013, proprio nello stesso giorno in cui Luigi Barbaro, calabrese di Gerace, veniva arrestato nelle acque al largo di Miami, mentre a bordo di una barca a vela stava cercando di entrare negli Stati Uniti con circa 700 chilogrammi di cocaina. Latitante da quindici anni, Trimboli aveva iniziato con un viaggio in Bolivia per conto del clan Paviglianiti di Roccaforte del Greco, seguendo le orme di Oreste Squillace, uno dei pionieri della ’ndrangheta in America Latina. Racconta dei tanti viaggi per trasferire la cocaina in Italia per conto di molte famiglie e della necessità di garantirsi la “discesa” nei porti di destinazione, cioè avere a libro paga portuali, agenti delle forze dell’ordine, ma soprattutto la benedizione di clan come i Pesce, i Bellocco, i Mammoliti, gli Alvaro, ai quali bisogna consegnare una percentuale della droga in arrivo a Gioia Tauro pari al 30%. Spesso bisogna pagare anche la polizia di frontiera dei porti e degli aeroporti di partenza. Trimboli rivela anche come è possibile eludere i controlli in Italia attraverso il sistema noto come “rip-on” e “rip-off”, ovvero la spedizione della droga all’interno dei container utilizzati per il trasporto di merci lecite, preferibilmente secche (non deperibili), spesso in transito nei porti di caricamento dello stupefacente, attraverso la sostituzione dei sigilli doganali. “I container che trasportano merci secche rimangono più tempo sulle banchine dei porti, in attesa del trasferimento su navi più piccole” spiega Trimboli, che racconta anche le modalità di pagamento e le tecniche di trasferimento internazionale. “A recuperare i soldi in Italia sono quasi sempre arabi, “spalloni” che vivono in Spagna. Sono loro che hanno i contatti con i referenti finanziari dei cartelli colombiani. In altri Stati europei, come Belgio e Olanda, lo stesso ruolo lo svolgono turchi e libanesi. I soldi, poi, vengono trasferiti a San Andresito, uno dei centri commerciali più grandi di Bogotá, dove altri arabi gestiscono i “libri mastro” dei narcos. Altre zone utilizzate sono i centri di cambiovaluta di Maicao, nei pressi di Cúcuta, al confine con il Venezuela, e Barranquilla”. Trimboli chiarisce anche il ruolo della cosiddetta “Oficina de Envigado”, un cartello nato per il recupero crediti del narcotraffico nell’omonima cittadina, alle porte di Medellín. “Fu Pablo Escobar a costituirla. Dopo la sua morte, la gestione venne affidata a Diego Murillo, detto ‘Don Berna’”. Con il tempo, l’Oficina si è trasformata in una vera e propria mafia, in grado di taglieggiare anche i trafficanti di droga. “Con i narcos colombiani e boliviani” conferma Trimboli “la ’ndrangheta ha sempre avuto buoni rapporti, riuscendo in tempi non sospetti a ottenere cocaina in conto vendita”. Nel traffico di cocaina, insomma, la ’ndrangheta – “principale referente delle organizzazioni colombiane” – continua a mantenere una posizione di assoluta supremazia in tutta l’Europa, proprio nel momento in cui, secondo i dati del World Drug Report del 2016 redatto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, cresce il bacino mondiale dei consumatori, passato dai 208 milioni del 2006 ai 247 milioni del 2014. “Se nei prossimi sette anni sarà mantenuto lo stesso trend” scrive la Direzione nazionale antimafia nella sua relazione relativa al 2017, citando lo stesso rapporto, “nel 2020 avremo nel mondo circa 300-350 milioni di consumatori”. Il quadro diventa ancora più preoccupante se si tiene conto che dei 247 milioni di consumatori, pari al 3,3 per cento della popolazione mondiale, 32 milioni sono cittadini dell’Unione europea, pari al 6 per cento della popolazione europea, ovvero “una percentuale di consumatori di stupefacenti doppia rispetto a quella mediamente rilevabile nel resto del mondo”. In questo scenario, oltre “a ricoprire un ruolo di assoluta ed indiscussa centralità nel traffico della cocaina” come ha rilevato la Direzione centrale dei servizi antidroga, la ’ndrangheta è diffusa “in quasi tutte le regioni italiane, nonché in vari Stati, non solo europei, ma anche in America – Stati Uniti e Canada – ed in Australia”. Oggi, le stime sul volume d’affari della ’ndrangheta garantito dal traffico di droga parlano di una cifra superiore ormai ai 30 miliardi di euro l’anno. Soldi che vengono riciclati in giro per il mondo. Di questa ricchezza, in Calabria restano solo le briciole.

Di tutti gli obbrobri di Fs, comprare Alitalia è il definitivo

Con le Fs se sei un pendolare sono affari tuoi, se viaggi sulle Frecce devi rassegnarti a essere spolpato. Se fai un biglietto online e sbagli sei finito. Provi la procedura online di rimborso e non riesci a cliccare il pulsante “rimborso”. Chiami il call center, una voce ti avverte che pagherai 1,28 euro per ogni minuto di attesa. Dopo un paio di minuti cade puntualmente la linea. Alla fine, dopo che hai speso in musichetta 10-12 euro, scopri che “non siamo noi operatori a far cadere la linea, è il sistema”, e che il pulsante “rimborso” non funziona perché hai acquistato un biglietto “non rimborsabile”, anche se ti sei accorto dell’errore 30 secondi dopo l’acquisto. I tuoi euro vengono così incamerati a maggior gloria dell’amministratore delegato Gianfranco Battisti e dei risultati che potrà vantare con il governo giallo-verde che l’ha nominato.

Il denaro succhiato con applicazione certosina ai passeggeri non migliorerà le condizioni di vita dei pendolari, come pure sarebbe nei voti di Battisti. Ogni euro accumulato dalle Fs a spese dei clienti sta per essere dedicato al salvataggio dell’Alitalia, in nome dell’integrazione. È una storia antica. Le ferrovie possono essere sinergiche con tutto. Possono verticalizzarsi verso l’alto con un centro siderurgico per i binari e verso il basso con gli alberghi vicini alle stazioni (lo hanno fatto). Possono integrarsi con i tour operator (lo hanno fatto) e con commercio e ristorazione (lo stanno facendo). Possono comprare società di autobus in Puglia (lo hanno fatto) e dire, come il predecessore di Battisti, che il futuro della ferrovia è negli autobus. Possono comprarsi l’Anas, salvo poi dire che “al momento non è scattata nessuna sinergia fondamentale” e lasciar perdere. Possono comprare le ferrovie greche senza mai dire perché.

In tutti i casi di integrazione, verticalizzazione, sinergia (quante belle parole per indorare lo sperpero di denaro pubblico) qualcuno ci ha sempre guadagnato, le Fs mai.

Ma di tutti gli obbrobri visti quello che stanno per combinare con l’Alitalia è il più assurdo. L’Alitalia era fallita nel 2008, è rifallita nel 2013, è ririfallita nel 2017. È riuscita a fallire tre volte in dieci anni e politici di ogni colore (giallo, verde, marrone, di destra e di sinistra, di sopra o di sotto) continuano a dire che il mondo ce la invidia. Un’azienda talmente ganza che investirci altri miliardi pubblici è un affarone, come il Monte dei Paschi di Matteo Renzi. Poi ci sono quelli che dicono che non c’è grande paese industriale senza una forte compagnia di bandiera. Scambiano le cause con gli effetti: non è che l’Italia declina se non c’è più l’Alitalia, è l’Alitalia che è fallita perché non c’è più l’Italia. E buttare altri miliardi per tenere in vita l’Alitalia non servirà a rilanciare l’economia italiana ma a fare felice qualche amico degli amici.

E torniamo quindi alle Fs. Battisti ha tre possibilità: 1) dare una spiegazione sensata (cioè resistente alla critica di un bambino di 8 anni) delle sinergie tra Fs e Alitalia, che non sia la bubbola del biglietto unico o altre amenità vietate dall’Antitrust. E dirci chi è lo strategist dei trasporti che ha messo queste idee in testa al vicepremier Luigi Di Maio (non può non sapere quale scatola cranica elabori la strategia per la quale pagano lui); 2) rivendicare, come i predecessori, la muta obbedienza al governo che l’ha nominato; 3) ammettere che, nel suo silenzio, sta solo sperando che il governo si fermi in tempo e non gli chieda davvero di indebitare le Fs per salvare l’Alitalia.

 

Noi, moderni Bartimèo non vogliamo vedere la bellezza del vivere

In quel tempo, mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

(Marco 10,46 -52).

Gesù continua a camminare davanti ai discepoli sempre più impauriti circa il loro futuro, per il fatto che Gesù ha apertamente dichiarato di andare a Gerusalemme per soffrire e morire. L’incertezza, o meglio il timore dell’annuncio ripetuto crea un clima d’immobile cupezza.

Il gruppo si trova a Gerico, ultima tappa prima della salita verso la Città santa. All’improvviso ecco il racconto del figlio (bar) di Timèo, cieco e che sedeva lungo la strada a mendicare il suo handicap in cambio di un’elemosina pietosa.

Pur impedito nella vista, avrà sicuramente sentito parlare del Figlio di Davide ed è preoccupato di perdere un’occasione propizia, che Gesù passi oltre senza aiutarlo. Altri malati e bisognosi si sono industriati da soli a toccare Gesù, ad andargli incontro, a parlargli. Al non-vedente Bartimèo non gli resta che la sua voce! A squarciagola grida la sua disperazione, ma anche la sua carica di fiducia: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me: eléison me! Prorompe in un’invocazione personale, che è diventata preghiera supplice della liturgia cristiana, che sentiamo in bocca ai malati nei santuari, che anima l’orazione più interiore: Kyrie eléison. Essa è sintesi della fragilità dell’uomo e del nostro bisogno di Dio. Questo forte grido di guarigione dalla cecità è diventato richiesta di perdono dei peccati e di speranza verso il Signore Gesù e continua così a vivificare la storia della spiritualità cristiana di oriente e d’occidente.

È grazie alla persistenza di questo grido ed emesso ancora più forte che Bartimèo riesce a superare la barriera di coloro che lo rimproveravano perché tacesse e gli impedivano di accedere al Figlio di Davide. Ben presto, egli diventa il centro d’interesse di Gesù che ascolta e risponde: Chiamatelo! E d’un balzo, quello della sua fede, incoraggiato ora proprio da coloro che prima lo ostacolavano, si sente interrogato da Gesù stesso: Che cosa vuoi che io faccia per te? Domanda inattesa, forse ovvia, scontata quando è rivolta da un “guaritore” come poteva venir considerato Gesù, dopo che Bartimèo grida per attirare l’attenzione, getta via il mantello, balza in piedi da terra. È Geremia (Ger 31,8) a ricordarci che Dio, fedele alla sua promessa, quando radunerà il suo popolo dalle estremità della terra, fra loro ci sono il cieco e lo zoppo!

Proprio verso Bartimèo Gesù farà conoscere il mistero della sua azione divina: il non-vedente si riscopre uno come gli altri. Domenica scorsa abbiamo osservato che i due figli di Zebedèo, Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di partecipare del “potere” che gli è dato, qui, ora, umilmente e francamente Gli viene chiesto: Rabbunì (Maestro mio), che io veda di nuovo! Ridonandogli la vista Gesù si mette a servizio della vita di Bartimèo e offre al cieco guarito la chiave per entrare in relazione con Lui e comprendere il segreto che porta in Sè: la tua fede ti ha salvato.

Infatti, appena vide di nuovo, Bartimèo decise liberamente d’inserirsi nel gruppo che seguiva (Gesù) lungo la strada verso Gerusalemme. Noi, Bartimèo del nostro tempo, non ci lasciamo aiutare dalla fede nello scoprire pienamente la bellezza del vivere, mediante occhi e visioni nuove che ci sono offerti dal Vangelo di Gesù Cristo.

*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Notizie da un paese di pessimo umore

Il commissario Moscovici ha appena finito di dire perché la legge di bilancio italiana è fuori dalle regole europee. Mentre si sta alzando e non ha ancora raccolto le sue carte dal tavolo, agile arriva da destra un leghista italiano che esibisce e poi preme una scarpa sulle carte del funzionario nemico, cercando di farla aderire, come simbolo di disprezzo. L’impulso è lo stesso dei genitori che, in certe scuole italiane, picchiano gli insegnanti quando danno voti di insufficienza ai loro figli. Non serve, peggiora, ma sfoga sentimenti. “Tre bestie sono state prese. Ora prenderemo la quarta”.

Il lettore capisce che si parla di un disgustoso delitto che sta sconvolgendo un Paese intero. E molti, certo, condividono il linguaggio feroce.

Qui però è citata una dichiarazione pubblica del ministro dell’Interno, mentre presunti colpevoli vengono continuamente esibiti, ma non hanno ancora incontrato un giudice. Il ministro dell’Interno è solo uno dei due vice primi-ministri.

L’altro ci ha dato notizie del suo umore quando ha attraversato, in preda al furore, i palazzi del potere denunciando con rabbia “la manina” che avrebbe manomesso una sua legge, e indicando con durezza i funzionari del Tesoro da cacciare per dissenso (comunicano numeri diversi da quelli del governo). Ma nelle ultime ore Di Maio è esploso contro Draghi, il presidente italiano della Banca Centrale europea con questa motivazione: “Draghi avvelena il clima. Avrebbe dovuto tifare per l’Italia”.

La ragione? I conti italiani, appena bocciati dalla agenzia di “rating” Standard and Poor’s, non coincidono con ciò che risulta agli economisti del mondo. “Io non guardo le virgole” fa sapere Di Maio. Ma l’idea-guida è: “Non arretrare di un millimetro”, come in una trincea.

In altre parole, ciascuno dei due offre lo sconquasso dell’Italia e il destino degli italiani al dio del loro prossimo trionfo elettorale. E ci fa sapere che il gioco non è politico, dove tutto è ricerca di compromesso. Qui tutto è un rigido dettato ideologico che non può essere cambiato in nessun modo.

Dettato da chi? Come ci ha dimostrato la non festosa “festa” di Cinque Stelle al Circo Massimo di Roma, alle spalle di Di Maio c’è sempre Beppe Grillo. È un ruolo che viene, oscurato, negato o revocato ogni volta che Grillo diventa imbarazzante.

Ma Grillo c’era l’altra domenica a Roma. Era il punto alto della festa M5S.

E Grillo ha dedicato parte del suo monologo a coloro che sono afflitti da autismo.

È stata una triste comica, fatta quasi solo di presa in giro senza humor, un linguaggio da barzelletta razzista (voleva dire che molti inetti politici e presunti “filosofi” contrari al suo movimento in televisione hanno la stessa capacità espressiva, ridicola e nulla, dei malati di autismo). In questo modo ha comunicato tre cose.

La prima è che lui dice quello che vuole, dove vuole, come vuole, senza badare al successo o all’offesa dei suoi discorsi. Ovvero gode della politica senza risponderne.

La seconda è la domanda: ma da quando un largo elettorato (i Cinque Stelle sono il primo partito italiano) segue, accetta e vuole una simile volgare irrisione di persone malate, che include il dramma dei bambini colpiti da quella dolorosa sindrome?

Infine: nessuno ha notato che l’autismo è – nella superstizione violenta e convinta dei “no vax” – la presunta conseguenza delle vaccinazioni, dunque la causa di una crescente resistenza all’obbligo di vaccinare i bambini?

Di fronte alle telecamere di tutta Italia, Grillo ha giocato con la presunta maledizione delle vaccinazioni, rinforzando vigorosamente l’opposizione alla scienza, sostenendo la superstizione “no vax” che sta già provocando focolai, anche mortali, di morbillo.

Però, come si sa, il Movimento Cinque Stelle non finisce con Grillo.

Il proprietario della zona non clandestina, l’imprenditore Casaleggio figlio, è anche il responsabile della comunicazione, e della scelta delle persone adatte al movimento.

Come si vede, Casaleggio vuole persone con una immagine arida, gelida e a una certa distanza dalla realtà (Raggi, Toninelli, Lombardi) anche se non tutte le sue scelte sono riuscite, e forse si sono infiltrati degli umani (Fico, forse altri ancora non noti).

Ma da dove viene il blueprint poco gradevole ma molto originale – disciplina, obbedienza, silenzio, gelo – al quale i Casaleggio si sono ispirati?

Mail Box

Ancora lettere di solidarietà dopo la sentenza del Tribunale di Firenze che ha condannato Il Fatto, il suo direttore e una nostra giornalista a pagare 95mila euro a Tiziano Renzi. Ne pubblichiamo qui alcune.

Grazie al “Fatto” possiamo essere “lettori critici”

Mi ha fatto molto piacere, ma in fondo non mi ha sorpresa, la solidarietà espressa dai lettori per la condanna del Tribunale civile di Firenze subita dal Fatto. Se questa vicenda è servita per farvi sapere quanto noi lettori ci sentiamo una comunità, ha avuto anche un aspetto positivo. Siamo consapevoli che, grazie al vostro giornale, molto difficilmente ci ritroveremo ad essere degli hooligans o degli hobbit nei confronti dei partiti politici. Riconosco che questa definizione, che riguarda gli elettori, di Jason Brennan nel suo saggio “Contro la democrazia” (anche se la sua teoria non mi piace affatto) è abbastanza calzante. Non essere né passivi né tifosi ma critici, anche nei confronti di una forza politica alla quale magari si è data fiducia, è importantissimo per noi cittadini.

È molto utile, come stimolo, anche a chi sta al governo e all’opposizione. Leggere sul Fatto articoli con posizioni molto diverse fra loro, anche se all’inizio sembra confonderti, ti abitua a operare delle scelte, a ragionare con la tua testa, diversamente dall’ “indottrinamento” al quale in genere si è condannati.

Enza Ferro

 

Il “mio” giornale ha molti nemici, ma gli amici sono di più

Abbiamo permesso la nascita di “Servizio Pubblico” di Santoro, con somme ben più cospicue dei 90 mila euro di multa per il Nostro Giornale, condannato sul metodo e non certo sul merito delle cose riportate. Cara, anzi carissima redazione del Fatto, dovete solo darci il via e son sicuro che arriverebbero molti più euro di quelli coi quali dovreste risarcire queste persone perbene… Per quel che mi riguarda non ho mai perso nemmeno un editoriale del Fatto, ovunque mi trovassi. Lo compro sempre, e la domenica due copie, avendo cura di lasciarne una in luoghi frequentati.

Anche durante un periodo di ricovero ospedaliero, grazie al cappellano dell’ospedale (che me lo comprava con gioia) pure lui sovranista, populista, demagogo, ecc. potevo godere del piacere di leggere il mio giornale di prima mattina. E in quei giorni era ancora più prezioso, perché oltre a tenermi informato mi aiutava per un po’ a dimenticare dov’ero in quel momento. Per me siete come familiari, e ritengo il vostro lavoro e il vostro impegno preziosissimi.

Unici nello smontare la controinformazione che mai come in questi anni era arrivata ad un tale livello di bassezza. Avete molti, moltissimi nemici, ma vi assicuro che gli amici non sono pochi, e siamo pronti ai sacrifici, se necessari, per impedire che sentenze discutibili, oltre al mainstream imperante, possano privarci dell’unica voce credibile del panorama giornalistico italiano, mai così scadente dai tempi dell’Istituto Luce. Lunga vita al Fatto Quotidiano.

Paolo Sanna

 

Le querele non limiteranno la nostra informazione

È insopportabile quello che sta accadendo a un giornale libero e letto da moltissimi. Aiutarvi economicamente – se fosse necessario – è uno dei modi per cercare di creare un mondo migliore. Un mondo in cui certe persone non hanno alcun potere di impedire la libera informazione. Vi seguo dal primo numero e non vorrei che mi fosse impedito di farlo per ingiuste questioni di querele.

Franca Nicoletti

 

Ci siamo noi a difendere il giornalismo libero

Caro Marco e cara redazione tutta, col cavolo che voi chiudete! Ci siamo noi a non permetterlo. È una sentenza folle che verrà sicuramente ribaltata in appello. Me lo auguro. Ho una tale stima e fiducia nel vostro gruppo e nel vostro modo di fare giornalismo che nei prossimi giorni mi muoverò per sostenervi. Anche perché senza Il Fatto perdiamo tutti qualcosa.

Alberto Forni

 

Cara redazione, avanti così: hanno sbagliato bersaglio

Sono una vostra abbonata dal primo numero. Ho seguito il consiglio di Travaglio. Ieri non avevo monete da mettere nella macchinetta del parcheggio. Ho cambiato 20 euro in edicola acquistando una copia del Fatto e l’ho lasciata su una panchina.

Caro Tiziano Renzi, hai sbagliato bersaglio: il Fatto Quotidiano non è solo un giornale, è una comunità, un punto di riferimento per tanti che hanno voglia di un’informazione libera e non sarai né tu né nessun altro a far sì che sparisca. Avanti così ragazzi, la mia stima per voi è sempre intatta.

Angelica Fraulo

Virginia Raggi resti sindaco: giudichiamola dopo 5 anni

“La Raggi risponde per tre ore: ‘Sul fratello di Marra decisi io’”.

Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre

“’Roma dice basta’, in migliaia protestano contro il degrado e la giunta Raggi”.

La Repubblica.it, 27 ottobre

 

Mi auguro, sinceramente, che, il prossimo 10 novembre, Virginia Raggi venga assolta dall’accusa di falso per la nomina al comparto Turismo del comune di Roma di Renato Marra, fratello di Raffaele (considerato fino al suo arresto il Rasputin del Campidoglio). Lo spero perché sono convinto che sia una persona per bene e che eventuali errori, in quella particolare procedura li abbia commessi in buona fede. Con questo non voglio certo sostituirmi ai giudici che conoscono le carte molto meglio di me. Tuttavia, non mi sfuggono le conseguenze politiche di una condanna che costringerebbe la Raggi alle dimissioni, secondo il codice etico del M5S (che in questo caso trovo demenziale data la natura del reato). Se ciò avvenisse è probabile che, a seguito di un’interruzione traumatica dell’amministrazione grillina (votata con un plebiscito nel giugno 2016), poi potrebbe essere il candidato (o la candidata) di Matteo Salvini a impossessarsi del governo della Capitale, visto il vento che soffia nelle vele leghiste.

Chiedo a chi manifesta sotto il Campidoglio: davvero si vuole che la mia, la nostra città diventi ostaggio di una simile destra, autoritaria, intollerante e che strizza l’occhio ai fascisti di CasaPound? Sul serio siamo convinti che chiunque potrebbe fare meglio di lei, soltanto perché non sarà più lei? Ci sarà un motivo se quando hanno chiesto al ministro leghista Giulia Bongiorno se intendesse correre per l’eventuale successione alla Raggi, ha fatto un gesto come per dire: non sono mica matta? E non ci dice nulla che l’Urbe, così meravigliosa e tremenda, di sindaci ne ha divorati parecchi: ultimi della serie Alemanno e Marino? Tutti incapaci o peggio? A rischio di passare per masochista spero che la sindaca resti dov’è perché è troppo facile andarsene a metà del mandato, lasciando Roma sottosopra e nelle condizioni che ogni giorno vediamo.

Sì, considero la sindaca innocente sotto il profilo giudiziario ma colpevole di avere amministrato male. Non mi piace il giochino “tutta colpa della Raggi”, molto in voga tra i giornali romani che non gliene perdonano una (soprattutto di esistere). E non ripeterò il lungo elenco dei disastri, delle carenze, delle disfunzioni che affliggono la Capitale poiché, dopo due anni e mezzo di cura M5S, sono sotto gli occhi di tutti. Detesto anche la filastrocca grillina che accusa di ogni nefandezza quelli che c’erano prima (“E allora il Pd?”). Ok, Roma ha subito nella sua storia infinite devastazioni, dai barbari a Mafia capitale. Ma una forza (e con che forza elettorale) che si propone alla guida di una grande metropoli deve guardare il presente e il futuro dei cittadini, non giocare allo scaricabarile sul passato. Virginia Raggi sindaca fino a fine mandato avrebbe tempo e modo per rimediare almeno a qualche errore. Le si darebbe l’occasione di mostrarci i frutti delle cose buone che sono state messe in cantiere o che stanno andando a realizzazione (ammesso che esistano). Vorrei che restasse dov’è perché il percorso di un sindaco si giudica dopo cinque anni. Perché peggio di così non potrà fare. Perché è una donna tenace, che è stata lasciata spesso troppo sola, che va rispettata. Vorrei, infine, per Virginia Raggi un’ultima chance perché l’ho votata e non vorrei sentirmi un coglione.

Palazzi, querela per violenza sessuale (dopo un sogno)

Un’altra grana legale hot potrebbe arrivare a preoccupare il sindaco Pd di Mantova Mattia Palazzi, molto vicino a Matteo Renzi. Lorena Buzzago, 49enne mantovana, ha sporto querela nei suoi confronti per un episodio di presunta violenza sessuale risalente al 2015. In un bar, Palazzi l’avrebbe costretta a subire un contatto intimo contro la sua volontà infilandole le mani sotto i vestiti. Circostanza bizzarra è che la presunta vittima avrebbe ricordato l’episodio soltanto nel marzo scorso dopo un sogno realistico fatto sotto effetto di litio, medicinale prescrittole dallo psichiatra che la tiene in cura. Avrebbe poi “concretizzato” il ricordo grazie alla figlia presente all’esterno del bar il giorno dei fatti riferiti, che ha confermato i particolari. Nel gennaio scorso è stato archiviato il procedimento a carico di Palazzi per tentata concussione continuata, nel quale risultava indagato per aver chiesto favori sessuali in cambio di contributi comunali a Elisa Nizzoli, vicepresidente dell’associazione “Mantua Me Genuit”, passata dall’essere vittima a indagata per aver improvvisamente ammesso la manomissione delle chat.