Un condono e gli sgravi fiscali: le mani di Giorgetti sullo sport

Un bel condono per le società e sgravi per gli impianti: Giancarlo Giorgetti inizia a metter mano allo sport italiano. Un mondo sconfinato di dirigenti, tecnici, semplici amatori: un grande bacino di voti, specie se si considera la base del movimento (su cui già l’ex ministro Lotti aveva messo gli occhi). E infatti proprio al dilettantismo sono rivolti i primi provvedimenti che il sottosegretario ha preparato. Al momento della formazione del governo, l’uomo forte della Lega aveva rivendicato la delega allo sport, stoppando le velleità dei 5S che avrebbe preferito un vero Ministero per contrastare il Coni di Malagò, respingendo anche i suggerimenti degli amici che lo sconsigliavano. Si comincia a capire il perché: Giorgetti ha sfruttato subito il suo ruolo per indirizzare le Olimpiadi invernali 2026 verso Lombardia e Veneto; è intervenuto anche sul caos dei ricorsi in Serie B e sulla giustizia sportiva con un decreto d’urgenza. Adesso si mette in proprio con due misure molto gradite a quel mondo a cui ha deciso di rivolgersi.

La prima di fatto è già operativa, inserita nel decreto fiscale: la “pace fiscale” (o condono, che dir si voglia) vale anche per le società sportive dilettantistiche (le cosiddette Asd) iscritte al Coni che potranno avvalersi della “dichiarazione integrativa” fino a 30 mila euro l’anno, pagando solo il 50% del dovuto; in più, avranno la possibilità di risolvere i contenziosi pendenti con uno sconto notevole (si paga solo il 40% della cifra contestata, il 50% se si ha già perso in primo grado). Un bell’aiuto per chi guarda all’Agenzia delle Entrate con terrore: piccole società (circa 120 mila in tutta Italia) che vivono di volontariato e risorse minime; spesso non hanno neppure un vero commercialista, faticano ad arrivare a fine mese e a star dietro al Fisco. In diverse Regioni per alcune controversie nell’interpretazione delle norme (ad esempio sul concetto di “occasionalità” delle prestazioni) si è creata una mole di contenzioso notevole. Il condono dà un colpo di spugna e farà emergere un po’ di nero (che non manca mai).

Giorgetti avrebbe voluto anche di più: il testo entrato in Consiglio dei ministri prevedeva un condono largo, e regalava alle società che ne usufruivano uno “scudo” su “ulteriori accertamenti”. Su questo il M5S ha fatto opposizione, per principio: la versione ridotta farà comunque felici le Asd. Anche perché accompagnata dal cosiddetto “sport bonus”, già inserito nella bozza di legge di bilancio: voluto da Lotti lo scorso anno e ora rinnovato, prevede un credito d’imposta al 65% per i privati che potranno “scontare” dalla tasse i soldi investiti per costruire o ristrutturare impianti sportivi. Una misura per la base, i paletti fissati impediscono le grandi speculazioni e consentono solo piccoli sgravi per piccoli lavori (nel 2018 il credito più alto riconosciuto è stato di 20 mila euro).

Un modoper tendere la mano al mondo dello sport dilettantistico che coinvolge 10 milioni di italiani. E genera consenso. Ci aveva già provato Lotti nella scorsa legislatura: un anno fa l’ex ministro aveva infilato nella manovra le società sportive lucrative, che avrebbe spalancato le porte di un business enorme; una “furbata” respinta però dalla stessa base e subito abrogata dal decreto Dignità. Giorgetti si muove con più accortezza, strizzando l’occhio soprattutto a chi vive di sport (e non ci si arricchisce).

Non è un caso che il 48% delle società abbia sede al Nord, in particolare in Lombardia (il 15% del totale) e Veneto. È il terreno di caccia, l’elettorato di riferimento della Lega, su cui il sottosegretario sta puntando forte. Ed è solo l’inizio, visto che alla manovra si accompagnerà un decreto ad hoc sullo sport, per andare a mettere mano in settori nevralgici e di vertice come diritti tv del calcio e Coni. Infatti il M5s, che pure aveva fatto campagna elettorale su questi temi, è rimasto spiazzato da tanto iper-attivismo (praticamente non sta toccando palla) e cerca di riorganizzarsi. Ma Giorgetti si è tenuto la delega. E adesso vuole prendersi lo sport.

Dal Sinodo sui giovani apertura ai gay e invito a fermare la xenofobia

Un Sinodo delicato per papa Francesco, quello sui giovani. Il Pontefice ha chiesto ai vescovi di “difendere la Chiesa” perché “l’accusatore – ha detto riferendosi al demonio – tramite noi attacca la madre e la madre non la si tocca”. Tutti i 167 punti del documento finale hanno ricevuto la maggioranza qualificata, corrispondete ai due terzi dei presenti, cioè a 166 voti favorevoli. Quello più difficile ha riguardato il paragrafo dedicato all’apertura per le persone gay approvato con 178 Sì contro 64 “non placet”. Oltre alla necessità di favorire percorsi di accompagnamento per le persone omosessuali si rileva anche: “Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Il Sinodo ha così rinnovato il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Apertura anche alla presenza femminile nella Chiesa, ma senza sacerdozio, e infine un nuovo richiamo contro la xenofobia e il dovere dell’accoglienza verso i migranti.

Bastonate a caso al primo nero incontrato: due arresti

Una notte da giustizieri per ripulire la città dagli extracomunitari. Sarebbe stato questo l’intento di Paolo Ottonaro (43 anni) e Piero Cerasino (36 anni), arrestati in regime di domiciliari dagli investigatori della Digos di Brindisi con l’accusa di lesioni gravi con l’aggravante dell’odio razziale. Sono stati i due brindisini, la notte del 19 ottobre, ad aggredire con un bastone di legno e a distanza di dieci minuti, due africani Bakari C., 20enne originario del Senegal e il segretario della comunità cittadina del Ghana, Elija K., colpito alla testa e alla spalla. Sono state le immagini delle telecamere di videosorveglianza a incastrare Ottonaro e Cerasino, ma anche quelle portate spontaneamente in questura dai cittadini che abitano nella zona dell’aggressione.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due volevano dare una lezione agli stranieri dopo i fatti accaduti qualche ora prima in città: una ragazzina di 15 anni aveva raccontato di essere stata molestata da tre extracomunitari e un altro straniero aveva danneggiato diverse auto parcheggiate nel centro cittadino. Le due vittime sarebbero state scelte a caso dagli aggressori che quella notte avevano evidentemente deciso di farla pagare al primo straniero incontrato per strada.

Cerasino e Ottonaro non sono legati ad alcun gruppo politico. Il secondo ha precedenti penali specifici. In città sono conosciuti perché hanno frequentato la tifoseria del Brindisi calcio: “Sono sempre stati tipi violenti, predisposti alle risse, ma non immaginavamo che sarebbero arrivati a tanto”, raccontano al Fatto Quotidiano alcuni amici degli arrestati. Intanto la paura dell’uomo nero cresce. Nessuno lo nega: molte abitudini dei brindisini sono cambiate. La città dell’accoglienza si è spaccata in due: si evitano alcune strade dopo le 20 e sono tantissimi i cartelli di vendesi nella zona della stazione dove nessuno vuole più vivere.

Forza Nuova non entra a San Lorenzo. Piazza Immacolata è di Anpi, Arci e Cgil

Una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Desirée Mariottini, il quartiere romano di San Lorenzo è ancora dilaniato dalle tensioni. Ieri l’estrema destra di Forza Nuova ha marciato fino a Porta Maggiore, all’imbocco della zona, dove ad attendere i militanti del partito c’era un imponente schieramento di uomini e mezzi delle forze dell’ordine.

Dall’altro lato della strada un presidio antifascista che voleva impedire l’ingresso di Fn nel quartiere. Alla fine, tra saluti romani di ordinanza e qualche ululato a due migranti di passaggio, il sit in è trascorso senza momenti di tensione raccogliendo anche l’adesione di alcune donne del quartiere. “Siamo disposti a fare le passeggiate della sicurezza con i cittadini con l’obiettivo di impedire agli spacciatori di tornare nel quartiere”, ha annunciato il leader di Forza Nuova Roberto Fiore.

A meno di un km di distanza, a piazza dell’Immacolata, per decenni feudo della sinistra, per quattro ore Anpi, Arci, Cgil e movimenti hanno dato vita ad un presidio antifascista. La manifestazione, traFischia il vento, Bella ciao e testimonianze di ex partigiani, aperta da un minuto di silenzio per Desirée: “Non sono accettabili strumentalizzazioni, a cominciare da quella di Salvini, il quartiere ha bisogno di normalità, della presenza quotidiana dello Stato”, sostiene Francesca Del Bello, presidente Dem del Municipio II.

Salvini invoca la ruspa ma dimentica il prefetto

Matteo Orfini e il Pd, sull’onda delle dichiarazioni della presidente del II Municipio di Roma, se la prendono con la Prefettura e con il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Sei tu – scrive Orfini – che devi spiegare perché per mesi la Prefettura non ha ascoltato gli allarmi del Municipio. Smettila di fare lo sciacallo e inizia a fare il ministro”. La questione è la messa in sicurezza dell’ex opificio di via dei Lucani 22-24, abbandonato e divenuto centro di spaccio, sgomberato, “rioccupato” e infine teatro della morte della sedicenne Desirée Mariottini. “Il prefetto non può sostituirsi al sindaco – ha replicato Salvini – mentre una cattiva amministrazione può essere sostituita dai cittadini. Ecco perché il Pd è stato cacciato”.

Ma insomma, chi ha sbagliato? Dal 27 marzo scorso l’Osservatorio sulla sicurezza che riunisce I e II Municipio, Comune, Prefettura, polizia, carabinieri e vigili urbani si occupa di via dei Lucani. L’ha messa sul tavolo, con forte allarme, il II Municipio, entità priva di reali poteri che comprende i 170 mila abitanti di un’area semicentrale nord-est che va dai quartieri bene del Flaminio e dei Parioli alla “povera” San Lorenzo. Qualcosa da allora è successo. Non solo gli sgomberi. Ad aprile i vigili hanno sequestrato l’area, poi dissequestrata dai giudici. Il 6 giugno la ditta che lavora per il Municipio ha chiuso gli accessi a una serie di numeri civici. Non al civico 22, spiegano dal Municipio, perché non c’era l’accordo con la proprietà. Alla proprietà, una società amministrata da Valerio Veltroni, fratello di Walter, si è deciso di chiedere guardie giurate agli ingressi perché la polizia non ce la fa. D’altro canto non ce la fa neanche ad arginare lo spaccio a cielo aperto in piazza dell’Immacolata, che prosegue anche dopo la tragedia di Desiréee e non ad opera di africani, figuriamoci in quel vicolo; certo non possono contrastarlo Comune e Municipio. Non è chiaro se la richiesta sia partita, i vigilantes non sono arrivati.

Secondo la presidente del II Municipio, Francesca Del Bello, il “rischio evidente per la sicurezza pubblica” è stato “sottovalutato dalla Prefettura”. “Volevamo la demolizione”, dice. Alla riunione del 25 settembre si è presa in considerazione la “messa in sicurezza in danno del proprietario”. Il provvedimento, articolo 54 comma 4 del Testo unico degli enti locali (267/2000), può rientrare nelle ordinanze che spettano al sindaco per proteggere la sicurezza urbana anche dallo spaccio di droga, richiamato al comma 4 bis.

Qui sembra che abbia ragione Salvini. Però il provvedimento, per non essere facilmente impugnato, dev’essere concordato con la Prefettura, la quale però secondo i tecnici del Viminale non può agire direttamente, in base all’articolo 2 del Testo unico di pubblica sicurezza, perché ha solo poteri di emergenza. Se un po’ di inerzia c’è stata si deve al Comune, che rimanda a lunedì tutte le spiegazioni, almeno quanto alla Prefettura. Mentre Salvini invocava le “ruspe” a favore di telecamere, forse senza conoscere la vicenda.

Alla riunione del 25 settembre, si legge nel verbale, il viceprefetto Nicola Di Matteo “suggerisce che il Municipio inoltri una diffida ai proprietari intimando la bonifica entro 60 giorni”, necessaria perché “il Municipio” effetti poi “i lavori con esecuzione in danno”. Per il proprietario, oltre alle spese, c’è una multa da 154 a 929 euro. La Prefettura, dicono dal Viminale mentre la prefetta Paola Basilone non risponde, in ogni caso non può anticipare le spese. E Comune e Municipio non navigano nell’oro. Sembra che la diffida sia partita ma non sia arrivata. Ad ogni modo sarebbe stato tardi, Desirée è morta il 19 ottobre, molto prima dei 60 giorni dalla corretta notifica.

Il senso di Karen per Stefano Cucchi

Più leggiamo alcune cronache e alcuni post e più ci convinciamo che in fondo aveva ragione Giovanardi: Cucchi era solo uno spacciatore, uno che ha fatto male a tutti i giovani del mondo, signora mia, e quindi che fa, lo santifica? Anzi, è assurdo che il film di Alessio Cremonini, Sulla mia pelle, destini al tema fondante del “caso Cucchi” – lo spaccio, mica il pestaggio o la morte – una sola scena, che “lo ritrae mentre passa il suo veleno a un altro giovane uomo e soltanto una frase senza immagini resoconta del chilo di hashish e 130 grammi di cocaina rinvenuti a casa sua dopo la morte”. Per fortuna è arrivata Karen Rubin, signora Mimun, a raccontare nella sua rubrica “Qui e ora” sul Giornale la vera storia di Stefano, descritto – dagli altri giornalisti, dio li perdoni – come “giovane geometra romano” e non come quello che davvero era: uno “spacciatore”. Non solo: la collega si è presa la briga di contare quante persone avrebbero pagato sulla loro pelle per quell’attività illecita: 260, pari alle dosi che Cucchi avrebbe ricavato da quella sostanza. Certo, “non doveva essere picchiato e morire” – per carità, non siamo mica bestie, noi – però vuoi mettere 260 drogati in meno? Che poi tutti e 260 lo “hanno incontrato”. Pensa quanti testimoni in più potrebbe avere il processo contro Stefano. Come dite? Ah, è morto pestato…

“Roma dice basta”, sit in anti-Raggi in Campidoglio

Per la prima volta dopo due anni e mezzo di mandato di Virginia Raggi a piazza del Campidoglio è andata in scena una manifestazione di protesta che chiedeva direttamente le “dimissioni” della sindaca. Finora si erano svolte proteste tematiche per il diritto all’abitare e contro lo sfratto alla Casa Internazionale delle Donne, mentre ieri mattina alcune migliaia di persone si sono date appuntamento sotto alla statua di Marco Aurelio all’insegna dello slogan “Roma dice basta”.

Un presidio organizzato da un gruppo di sei donne per protestare contro “il degrado”, perché, spiegano le portavoce della protesta, in città “non c’è più nulla che funzioni, la Capitale è ferita dall’incuria, dalla mancanza di visione e di strategia di chi dovrebbe governarla”. Società civile, dunque, con la partecipazione nutrita di esponenti del Pd e della sinistra, fotografia della debole opposizione condotta finora in Campidoglio, scavalcata da un presidio di cittadini.

Durissima la replica della sindaca: “C’era tutta la vecchia guardia del Pd ma hanno nascosto le bandiere, ormai hanno un certo imbarazzo”.

E ancora, la sindaca parla di “signore con borse firmate da mille euro indossate come fossero magliette di Che Guevara e barboncini al guinzaglio. Non mi lascio incantare dalle sirene degli orfani di Mafia Capitale”.

A fianco della sindaca, a fare da contraltare ai cartelli e alle voci della piazza che chiedevano “una Roma torni a essere una Capitale: inclusiva, vivibile, accogliente, con un’idea di futuro”, è stato il leader del M5S Luigi Di Maio ribadendo un’importante cavallo di battaglia del Campidoglio: “Ai sindaci dobbiamo dare più poteri. Non si può governare una città come Roma con i poteri di un qualsiasi sindaco”.

La manifestazione arriva in un momento già delicato per la sindaca Virginia Raggi: l’attesa per la sentenza che, il prossimo 10 di novembre, metterà un punto al processo che la vede imputata per falso in relazione alla nomina del fratello di Raffaele Marra. Gli interrogativi che scuotono i partiti di opposizione al M5S sono: cosa accadrà in caso di condanna e se dovesse davvero dimettersi chi scenderà in campo per la sfida all’ombra del Colosseo?

Il branco di Desirée: “Meglio lei morta che noi in galera”

“Meglio che muore lei che noi in galera”, diceva – secondo il racconto di alcuni testimoni – il branco, parlando di una minorenne alla quale avevano dato un mix di droghe, per poi abusarne “lungamente e ripetutamente”. Alla fine Desirée Mariottini è morta davvero. E in tre, due senegalesi e un nigeriano, sono finiti in carcere. Ieri il gip Maria Paola Tomaselli ha convalidato il fermo e ordinato il carcere nei confronti di Gara Mamadou, detto Paco, il più giovane, un senegalese di 27 anni, del connazionale Brian Minteh (detto Ibrahin) di 43 anni e del nigeriano, Chima Alinno di 46 anni, detto Sisco. Il quarto fermato, il ghanese Yusuf Salia, attenderà la convalida a Foggia.

Per tutti l’accusa è di omicidio volontario aggravato e violenza sessuale. Desirée, secondo la ricostruzione dei pm Maria Monteleone e Stefano Pizza, è stata drogata con un mix di metadone e benzodiazepine, poi abusata e abbandonata, quando già stava male, impedendo i soccorsi. Sono accuse gravissime che potrebbero comportare, ove confermate, la più grave delle pene: l’ergastolo.

Così in 11 pagine di ordinanza il giudice Tomaselli ripercorre, con le parole di diversi testimoni, le ultime 48 ore di vita di Desirée. Dal momento in cui, dopo aver detto alla madre che sarebbe rimasta a dormire da un’amica, la giovanissima di Cisterna di Latina mette piede nello stabile di via dei Lucani, nel quartiere romano di San Lorenzo. Lì, nell’immobile abbandonato, si vendono stupefacenti, ma anche medicine. Business affidato, secondo alcuni racconti, a un italiano, tale Marco.

Come dice una testimone agli investigatori, quando Desirée entra, il 17 ottobre, le viene somministrato un “mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche”, facendole credere che si trattasse di metadone. Due giorni dopo, quando è già morta, un altro testimone racconta di aver incontrato Paco: “Pezzo di merda hai dato a Desirée un mix di psicofarmaci per poterla stuprare”, gli avrebbe detto. E il senagalese, secondo la testimonianza, avrebbe ammesso “di aver fatto sesso con lei, precisando di averle dato solo le pasticche”.

Un altro persona in quelle ore incrocia Desirée: le raccomanda di andarsene ma la ragazza era “stanca di droga, come se fosse rallentata” e quindi era rimasta in via dei Lucani. Poi avvengono le violenze, prima con uno degli indagati e poi con un altro, “in evidente attesa del suo ‘turno’”. Si aggiunge, continua il giudice, il “via vai”, degli altri due. Per il gip è inverosimile “oltre che contraddetto dai dati probatori acquisiti, che Desirée abbia volontariamente operato tale scelta”.

Mentre viene abusata, Desirée sta male. Nel pomeriggio del 18 ottobre, una persona la vede nuda e in “una condizione di completa incoscienza”. Che diventa sempre più grave. Ed è chiaro a tutti, “a coloro che l’hanno provocata, a coloro che ne approfittano”, a chi vuole aiutarla e a chi lo impedisce. la morte di Desirée, secondo il giudice, non è “un fatto improvviso”, ma “appare diretta conseguenza della loro condotta omissiva”.

“Youssuf, Ibrahim, Sisco, che pure sono presenti – aggiunge il giudice – ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita, per garantirsi la impunità o comunque qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell’ordine”. “Meglio che muore lei che noi in galera”, avrebbero detto i tre, quando Paco era già andato via, secondo il racconto di diversi informatori. Se Yusif Salia il quarto uomo, è ancora in stato di fermo a Foggia, per Gara, Minteh e Alinno è stato ordinato il carcere. Sono tutti irregolari, possono scappare da un momento all’altro. Sono soggetti, secondo il gip, di “elevatissima pericolosità”, che hanno agito con “pervicacia, crudeltà e disinvoltura”.

Ieri si sono tenuti gli interrogatori di garanzia. Solo Brian Minteh ha risposto: “Non sono stato io a uccidere Desirée, ma altre persone”, ha detto, fornendo alcuni nomi sui quali sono in corso accertamenti. Anche Chima Alinno si professa innocente, ma solo davanti al difensore: “Non mi sarei permesso neanche di sfiorare Desirée, si vedeva che era solo una bambina”, avrebbe detto al legale.

Il ministro: “Contrari al Tav. Il No all’opera è nel contratto”

“Da sempre noi siamo contrari al Tav e, soprattutto, è nel contratto di governo. Credo che in questo momento nessuno del governo a Roma abbia intenzione di foraggiare quell’opera”. A chiudere la partita sulla Torino-Lione è il vicepremier Luigi Di Maio che ha ribadito il no dei gialloverdi all’Alta velocità. Il sì alla Tap non potrà, quindi, illudere i suoi sostenitori, perché almeno per questa grande opera la strada dovrebbe restare in salita. Il no del vicepremier arriva alla vigilia di una discussione sulla nuova linea ferroviaria in Consiglio comunale a Torino (ci sarà lunedì) che si preannuncia molto accesa. Alla discussione non ci sarà, comunque, la sindaca che si trova a Dubai per cercare di attrarre nuovi investitori a Torino. Intanto il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, si è nuovamente appellato alla Appendino ricordandole che “il rifiuto della città di Torino al collegamento Tav è una bestemmia”. “Siamo sempre stati contrari al Tav, la posizione è già nota da tempo. Ora la decisione spetta al governo e spero si arrivi in fretta a una conclusione”, ha riposta la sindaca in attesa che venga completata l’analisi costi-benefici annunciata dal governo.

M5S e lo strappo dei No-Tap: stracciate le tessere elettorali

Non una parola. La signora Anna strappa la tessera elettorale. Dal suo silenzio traspaiono decisione e fierezza. Non c’è bisogno di dire niente, non davanti al mare di San Foca. Così fanno anche altri: tessere ridotte a brandelli, coriandoli da lanciare in aria. “Non avrete più il nostro voto”. I social fanno da detonatore. A Melendugno (Lecce) quella contro il M5S è una dichiarazione di guerra. “Elezioni europee 2019: questo il varco a cui vi aspetteremo”. Troppo bruciante il passo indietro, cioè il via libera definitivo al gasdotto che sta per arrivare dall’Azerbaijan.

Melendugno è da decenni una roccaforte del partito socialista, sopravvissuto a se stesso qui come difficilmente altrove. Se il 4 marzo questo paese di 10mila abitanti ha fatto vincere con percentuali bulgare, oltre il 65%, i pentastellati e Barbara Lezzi in particolare, il motivo è uno solo. “Li abbiamo votati perché ci hanno fatto credere di poter fermare l’opera, mica per altro. Se questo non è un tradimento, che cos’è?”, dice una commerciante. “No, non lo rifarei mai. Mai a rivotarli”, le fa eco un anziano. Non c’è solo la rabbia degli attivisti. C’è la delusione della gente comune, quella che un’altra chance ha provato a darla alla politica. Ed è rimasta scottata.

“Contro il governo Conte è mobilitazione generale”, rilanciano dal Movimento noTap. Si torna in trincea. Stamattina, sul lungomare di San Foca, sulla cui spiaggia da bandiera blu arriverà il metanodotto, è in programma il primo sit-in, a muso duro: “Salvini prepari le ruspe”. Le richieste di dimissioni all’indirizzo degli esponenti del M5S votati nel Salento sono un diluvio.

Replicano a tutti, documenti alla mano, gli attivisti. “Da ministro dello Sviluppo economico – ha detto ieri il vicepremier Luigi Di Maio – ho studiato le carte della Tap per tre mesi. Vi posso assicurare che non è semplice dover dire che ci sono delle penali per quasi 20 miliardi di euro. Ma così è, altrimenti avremmo agito diversamente”. “Di Maio non ha studiato un bel niente”, ribatte Gianluca Maggiore, portavoce del Movimento, squadernando la nota del direttore generale del Mise, Gilberto Dialuce, che a fine settembre ha ammesso che la “quantificazione dei costi di abbandono ha come fonte la società di Stato azera Socar” e che “non si tratta di conteggi effettuati dal governo italiano o da questo Ministero”.

Dentro al M5S c’è chi prende le distanze. Sono i tre parlamentari Lello Ciampolillo, Saverio De Bonis e Sara Cunial, nessuno dei quali salentino: “Anche Conte sbaglia. Non ci possono essere penali, semplicemente perché non esiste alcun contratto tra Stato e Tap”.

Penali formalmente non sono. Tuttavia, le conseguenze, in caso di stop, sarebbero due. La prima: con l’accordo intergovernativo entrato in vigore il 19 febbraio 2014, l’Italia si è obbligata con Albania e Grecia a non ostacolare l’opera e sull’eventuale violazione di quell’impegno è chiamato ad esprimersi il tribunale arbitrale di New York. La seconda: la revoca dell’autorizzazione rilasciata, ritenuta legittima da diversi tribunali e dal Coniglio di Stato nel 2017, avrebbe aperto la strada a contenziosi, con richieste di rimborsi da parte di Tap, delle società appaltatrici, degli acquirenti del gas. Per Palazzo Chigi un rischio da “almeno 20 miliardi”. Da Melendugno è partita una diffida al governo, intimato a rendere noti documenti e calcoli che partoriscono quelle cifre.

La Prefettura di Lecce, intanto, si prepara alla nuova stagione calda: ieri mattina, ha convocato la società del gasdotto, per impartire direttive sulla sicurezza. Parola d’ordine: non farsi male. Dovrebbe essere più semplice, stavolta, visto che il cantiere riparte dal mare, nello specchio d’acqua già delimitato dalla Capitaneria di Porto, che ha imposto una fascia di rispetto off limits di 200 metri. Il pattugliamento sarà costante e si temono azioni di disturbo con tutti i mezzi. In base alle condizioni meteo, lunedì o martedì le prime imbarcazioni di Saipem saranno a San Foca per effettuare i monitoraggi previsti. Poi, tra mercoledì e giovedì, è atteso l’arrivo della grande nave che inizierà a fissare le palancole sul fondale, nel punto in cui la condotta, dopo aver attraversato l’Adriatico provenendo dall’Albania, perforerà il sottosuolo, per rispuntare al di là della pineta, tra gli oliveti dove un anno fa è stato necessario istituire anche una zona rossa con filo spinato per allontanare i manifestanti.