Costa ha torto: così s’inquina di più

Il ministro Costa definisce chi ha criticato la norma sui fanghi di depurazione presente nel decreto Genova o in malafede o disinformato. Io sono colui che ha sollevato le critiche a quella norma e trovo incredibile quanto affermato dal ministro Costa e rispondo puntualmente.

Il ministro sostiene che l’art.41 del decreto Genova serve a “normare i fanghi che prima non venivano adeguatamente controllati e nelle maglie larghe della normativa nei campi potevano finire sostanze inquinanti”. È vero che finivano sostanze inquinanti nei terreni contenuti nei fanghi ma non per responsabilità delle maglie larghe della normativa ma a causa di comportamenti criminali di chi, consapevolmente violava la legge, spandeva sui suoli agricoli fanghi “tossici” con la presenza di diossine, Pcb e altro.

Cosa fa invece il ministro ? Introduce per la prima volta per legge la presenza di diossine e Pcb, molecola fuori legge dal 1984, nei fanghi di depurazione che verranno sparsi sui suoli agricoli prevedendo limiti più elevati rispetto a quelli in essere previsti dal dlgs 152/2006 per i terreni che dovrebbero essere sottoposti a bonifica perché contaminati. Il ministro dice che non si possono mischiare i limiti dei terreni da bonificare con i fanghi e chi lo fa è in malafede. Ma chi dice che vanno presi come riferimento i limiti previsti dal dlgs 152/2006 non è il sottoscritto ma il documento 228/2015 dell’Ispra e la sentenza della cassazione penale n.27958 sez. III del 6 giugno 2017. Non penso che si possa sostenere che la Cassazione sia in malafede. Quanto agli idrocarburi è vero quello che dice il ministro che vi sono idrocarburi di origine vegetale ma vi sono anche quelli di derivazione del petrolio che nulla hanno a che vedere con il burro di cui parla il ministro.

La direttiva europea e la dlgs 99/92 prevede che i fanghi di depurazione destinati allo spargimento in agricoltura debbano avere una funzione concimante e ammendante e non devono contenere sostanze tossiche o nocive in quantità superiori a determinati parametri. Il dlgs 99/92 non prevedeva la presenza di diossine, Pcb e altro, non per un vuoto normativo, la tossicità e cancerogenicità di queste sostanze è nota da decenni, ma per un motivo semplice che diossine e Pcb negli scarichi civili non dovrebbero esserci. Nessun umano fa i bisogni alla diossina ! Allora cosa fa il ministro dell’ambiente? Prevede per legge la presenza di diossine e Pcb fino a 25 ng per kg che potranno essere sparsi sui suoli agricoli. Non è vero quello che dice Costa che la norma è stata fatta per trovare gli inquinanti ma in realtà serve per autorizzarne la loro presenza! Il ministro pensa che la diossina sparsa sui terreni possa avere un effetto concimante e benefico per gli alimenti che andremo a mangiare? I fanghi alla diossina non c’entrano nulla con l’economia circolare ed in ogni caso il loro destino non possono essere i suoli agricoli dove si coltiva il nostro cibo. Ricordo che in base all’art.2 del codice penale, principio del favor rei, l’art.41 rischia di far saltare quei processi sui fanghi tossici o quantomeno condizionarli a favore degli imputati, altro che lotta alle ecomafie!

*Federazione dei Verdi

Tria: “Su Alitalia rispettare le regole Ue Fs? Ha il suo cda…”

“Dopo un anno abbiamo tre commissari e non ho visto nessun piano industriale, c’è il problema del prestito ponte di 900 milioni che deve essere restituito secondo le regole europee. E poi verrà il piano industriale”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a distanza di pochi giorni dallo scontro con il vicepremier Luigi Di Maio sulla nazionalizzazione di Alitalia, torna a parlare della compagnia di bandiera alla festa del Foglio. “Il primo punto – spiega Tria – è che bisogna consultarsi con la Commissione europea e seguire le regole della concorrenza per vedere in che modo si può gestire il rientro del debito, secondo quanto pattuito con la commissione Ue quando fu fatto il prestito ponte da 900 milioni di euro. Il secondo punto è che il piano industriale di Alitalia deve rispettare le regole europee e quindi ci devono essere i privati. Altra questione è l’alternativa, che va evitata e cioè la liquidazione di Alitalia che interessa 14.000 persone”. Quanto al possibile ruolo di Ferrovie dello Stato in Alitalia, Tria ha detto: “Il connubio è una questione che non riguarda il mio ministero. Fs sono al 100% statali, ma il ruolo dello Stato è nominare il consiglio di amministrazione che poi farà le sue valutazioni in autonomia”.

Pd, a Milano riflette il terzo incomodo: Martina

Pedro Sanchez, il premier spagnolo, ad aprire; Walter Veltroni, più o meno l’unico padre nobile a disposizione, a chiudere. Erano mesi che Maurizio Martina lavorava alla sua Conferenza programmatica di Milano. E così ieri ha seguito tutti i lavori in prima fila. Attanagliato da un dubbio amletico: essere o non essere uno dei candidati al congresso? Presumibilmente, il dubbio non verrà sciolto neanche nell’intervento di chiusura di oggi. Anche le sue dimissioni (che dal palco di Milano verranno annunciate), necessarie per dare il via al congresso, arriveranno ufficialmente nei prossimi giorni, con una lettera. L’Assemblea nazionale è prevista per il 10 o l’11 novembre.

Tra i Democratici si aspetta con trepidazione mista ad ansia la data da cerchiare sul calendario per le primarie. Dovrebbero essere il 10 febbraio, ma chi può dirlo? C’è grande confusione sotto al cielo. Nicola Zingaretti fa un passaggio con poco entusiasmo: se Martina corre, contende i suoi voti. Matteo Renzi è assente, in Cina: più caos c’è meglio è. Marco Minniti, invece, è presente, pure se a un certo punto della giornata se ne va: anche la sua candidatura resta in stand by, nel tentativo da una parte di smarcarsi da Renzi, dall’altra di non trovarsi isolato, se l’ex segretario accelera verso l’uscita. Matteo Richetti non manca: ma lui le convention del mese se l’è fatte tutte, da Piazza Grande alla Leopolda.

Tra i litiganti, Martina si diverte a ritagliarsi il ruolo del terzo incomodo che potrebbe funzionare da ago della bilancia in Assemblea. Nelle speranze dei renziani, quello che potrebbe portare la vittoria a Minniti e condizionarlo, nel nome dell’ex segretario. Intanto, ieri, si porta dietro mezzo Pse. Frans Timmermans, il favorito per diventare Spitzenkandidat. Federica Mogherini, lady Pesc voluta da Renzi e in rotta con lui da anni: “È bello sentirsi a casa”, dice provocando qualche polemica. E soprattutto Sanchez, che in Spagna governa con l’appoggio esterno di Podemos. Tra spread, liti di governo e moniti di Mario Draghi, nel Pd si ricomincia a ragionare di ritorni al governo. Magari con i Cinque Stelle. E le parole di Sanchez sembrano quelle giuste: “In tanti ci dicevano di rassegnarci, che non ci sarebbe stato mai più un governo progressista in Spagna. Ma con costanza e determinazione abbiamo dimostrato che dipende da noi. Non ci siamo arresi e ce l’abbiamo fatta, oggi siamo al governo”.

Nell’entusiasmo del momento, Sanchez sembra dimenticare che il Pd al governo c’è stato fino a qualche mese fa: “Lottate e presto sarete a capo della grande trasformazione di cui l’Italia ha bisogno”. Decisamente accorate le parole di Veltroni: “State uniti, vi prego. Il Pd deve aprirsi e non arroccarsi nelle correnti. Ascoltate il mio consiglio: fate meno riunioni di corrente e più riunioni della nostra comunità”. Calata nel contesto, con il gioco delle candidature che assomiglia a quello degli scacchi, la preghiera suona quasi ironica.

Senza contare che la chat dei senatori dem in questi giorni è stata particolarmente attiva. Il gruppo si è spaccato nel voto sulla legittima difesa, con gli orlandiani che non hanno votato l’articolo 2 della legge (quella che ricalcava il testo di David Ermini) insieme alla maggioranza. Nell’occasione Davide Faraone ha commentato: “Siamo due gruppi parlamentari. Prendiamone atto”. Con queste premesse, immaginare cosa sarà davvero il Pd è pressoché impossibile.

La Cgil ai ferri corti. La scelta su Landini (per ora) è rinviata

Le condizioni per una spaccatura netta erano tutte sul tavolo del Direttivo nazionale della Cgil convocato ieri. All’ordine del giorno, la decisione di indicare Maurizio Landini come futuro segretario generale dopo Susanna Camusso. La spaccatura alla fine non si è consumata formalmente per una serie di tattiche che solo i gruppi dirigenti possono capire. Ma c’è stata. Tanto che gli oppositori parlano di “golpe evitato” e di “partita ancora aperta”, mentre Camusso incassa un rinvio che non rende esplicita la frattura. L’indicazione di Landini resta così in sospeso fino al prossimo direttivo che si terrà probabilmente il 4 novembre.

Per capire la durezza dello scontro interno e decifrare la tattica di ordini del giorno presentati e ritirati occorre armarsi di pazienza. Al terzo punto dell’ordine del giorno del direttivo figura quello più importante: il futuro della Cgil. Susanna Camusso fa un relazione introduttiva molto dura, irritata con gli oppositori i quali, contemporaneamente, fanno circolare all’esterno un loro documento. In questo ordine del giorno, firmato da importanti segretari di categoria – i Pensionati, con Ivan Pedretti, gli Edili, con Alessandro Genovesi, i Chimici e Tessili, con Enrico Miceli, la Comunicazione, con Fabrizio Solari, e poi i segretari di Milano, Napoli, Firenze, Lazio e la potente Emilia Romagna – si specifica che sulla proposta di Landini la segreteria nazionale non è unitaria e che dunque l’elezione del segretario generale dovrà essere affidata all’Assemblea generale che scaturirà dal congresso convocato a Bari dal 22 al 25 gennaio. Insomma, Camusso ritiri la sua proposta e si trovi una soluzione unitaria oppure ci si conterà.

L’irritazione della segretaria generale è ben rappresentata da un fatto inedito: la pubblicazione della sua relazione sul sito di Rassegna sindacale, il giornale della Cgil. Nel testo si accusano gli oppositori di aver costruito, per vie esterne all’organizzazione, “una candidatura occulta” organizzando su di essa “una vera e propria campagna elettorale”. Il riferimento è alla candidatura di Vincenzo Colla sostenuta dai firmatari del documento in dissenso. Camusso insiste su Landini, frutto di una “campagna di ascolto” effettuata durante l’estate tra i gruppi dirigenti soprattutto quelli delle Camere del lavoro. Metodo che finora le è stato contestato.

L’ordine del giorno degli oppositori viene pubblicato, contemporaneamente, su vari siti e blog e inizia a circolare la notizia che sarebbe un modo per sfiduciare Susanna Camusso. La segreteria, dal canto suo, presenta un proprio ordine del giorno e ci si avvia così a votare su testi contrapposti. Una spaccatura il cui esito nessuno è in grado di prevedere, visti i numeri risicati. È la segretaria della Fiom Cgil a chiedere una scelta netta, proponendo di passare subito ai voti e farla così finita con la tattica.

Ma a questo punto l’ordine del giorno di opposizione viene ritirato. “Per senso di responsabilità ed evitare una conta interna” dicono gli anti-Camusso. “In realtà si sono accorti di non avere i voti” replicano i sostenitori della segreteria. La riunione viene così rinviata, non prima di aver chiesto agli oppositori di redigere un comunicato in cui precisano di non aver voluto presentare nessuna sfiducia al segretario generale uscente ma solo la volontà di rispettare le regole.

Come si vede, la sostanza è quella di una spaccatura netta, mentre la forma parla di un rinvio. Una settimana, forse, per trovare una via d’uscita unitaria che, al momento, non sembra visibile se non al prezzo di un ritiro della candidatura Landini. A ogni modo la Cgil non riesce più a nascondere una crisi interna che dura da tempo e che non è stata messa a verifica degli iscritti, visto che tutti i contendenti sostengono lo stesso documento congressuale. Nei congressi di base, poi, non si vota sul futuro segretario e quindi la dialettica è chiusa nel dibattito tra i gruppi dirigenti. Un gioco a incastri che potrebbe far implodere, così come sono implosi i partiti della sinistra, anche il più grande sindacato italiano.

Rai, Consob & C. Il metodo nomine in epoca Salvimaio

Che fatica produrre le nomine, distribuire il potere, occupare le sedie in epoca gialloverde. Ci sono gli azionisti di governo: la monolitica Lega e il variegato Movimento. Ci sono i capi e i presunti capi, i sensali e i presunti sensali. Ci sono i garanti, le istituzioni politiche e burocratiche: il presidente Giuseppe Conte, il Quirinale di Sergio Mattarella e quelli che si muovono sinuosi tra Chigi e Colle, per esempio il Tesoro di Giovanni Tria. E soprattutto ci sono decine di posti da assegnare nei prossimi giorni: una caterva per la Rai, e poi Consob, Invimit, Antitrust, Intelligence. “Noi abbiamo più poltrone che culi”, è l’icastico aforisma di Stefano Buffagni, la versione pentastellata di Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario dei Cinque Stelle, l’esaminatore di candidati per conto di Conte e per i conti di Di Maio. Il metodo gialloverde per le nomine è complesso, una cadrega più o meno ciascuno per non scontentare nessuno, però a volte s’inceppa, i leghisti rallentano, il Tesoro esonda, il Movimento è cacofonico. I Cinque Stelle reclutano e – assicurano – valutano i profili dei papabili; il Carroccio propone, insiste e propone ancora lo stesso. Ecco un florilegio del metodo.

Viale Mazzini

Il rigore dietetico di Salvini – l’unico vincolo esterno che gli garba – vacilla dopo la sequenza di cene con Di Maio (stasera replica) e un piatto unico e troppo ricco: la Rai. Ormai da tre mesi Viale Mazzini è immobile, l’emergenza nazionale è il direttore del Tg1 e il presidente leghista Marcello Foa già sfida l’amministratore Fabrizio Salini. Viale Mazzini è il solito pantano che affonda gli azionisti perché Di Maio ha deliberato ciò che vuole, ma Salvini fa ostruzionismo perché in palio c’è tanta roba e non è sazio. Il metodo gialloverde, efficiente altrove, è fallito in Viale Mazzini. Tant’è che l’azienda non ha previsto per l’ultimo Cda di ottobre – quello dei Tg – la scelta dell’ad di Rai Pubblicità, una società da 700 milioni di euro di ricavi affidata ad interim da gennaio al leghista non di rito salviniano Antonio Marano. L’ex Sipra è rivendicata dal Carroccio per blandire Silvio Berlusconi, l’alleato a periodi alterni e interessi costanti.

Consob e Antitrust

Estirpato il presidente Mario Nava, che s’è dimesso un mese e mezzo fa, per questioni di agenda e pure di pesi, la Commissione che vigilia sui mercati s’incastra col capo dell’Antitrust, assente da ottobre per il trasferimento di Giovanni Pitruzzella alla Corte di giustizia europea. I presidenti di Camera e Senato scelgono per l’Antitrust, cioè il pentastellato di minoranza Roberto Fico e la berlusconiana di culto Elisabetta Casellati devono costruire un accordo e indicare il successore di Pitruzzella. Più semplice chiudere le frontiere. Mediaset sorveglia, Berlusconi gongola e Salvini pretende un presidente non ostile né a Berlusconi né a Mediaset. I Cinque Stelle di governo non si fidano assai di Fico e dunque aspettano inermi. Allora è la Consob, appunto, la risorsa del Movimento. Al momento, il racconto è lineare e però non brillante: Di Maio ha investito Marcello Minenna, Giorgetti fa le barricate. Fine.

Invimit e Sogei

Il ministro Tria incassa sornione le critiche pubbliche, ma nei fatti non lesina ruvidi duelli con la coppia Salvini/Di Maio e non fa mai arretrare il Mef. Invimit è una società controllata dal Tesoro che gestisce il patrimonio immobiliare. I soci gialloverdi hanno concordato il nuovo Cda da mesi, ma Tria li blocca e sfrutta la consulente Claudia Bugno: ex membro del Cda di Banca Etruria e direttrice del comitato per le Olimpiadi con Renzi a Chigi, Bugno è l’ennesimo motivo di scontro fra i viceministri e il Tesoro. I Cinque Stelle non perdonano a Tria neanche la conferma dei vertici di Sogei (servizi informatici) e temono di non riuscire a esordire in gennaio con l’obbligo di fatturazione elettronica.

Intelligence

Non ha competenze specifiche, ma è Salvini che ha ordinato la rimozione di Alessandro Pansa, capo del Dipartimento che coordina l’Intelligence (Dis) e di Alberto Manenti, direttore dell’Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna (Aise). Anche se Manenti considerava terminato il suo ciclo.

Il Movimento ha sostenuto Salvini, non il premier. Conte ha la delega all’Intelligence e, per non irritare il Colle, ha rinviato la pratica all’indomani della conferenza di pace sulla Libia che si terrà in novembre a Palermo.

Carta, vigilanti e soldi a B. Le prime spese giallo-verdi

Si va dai 200 bigliettini da visita per Barbara Lezzi e il suo capo di gabinetto al ministero del Sud – per la modica cifra di 192 euro – ai 97.453 euro investiti in risme di carta. Nella microeconomia della pratica di governo c’è un oceano di spese quotidiane che manda avanti la macchina di Palazzo Chigi. È una delle spiacevoli conseguenze, quando si passa dall’altra parte della barricata: Cinque Stelle e Lega ereditano la responsabilità di guidare il Paese e insieme quella di amministrare il motore grande e costoso della burocrazia degli uffici. In un attimo, dagli slogan anticasta ci si ritrova a mettere in fila bonifici per spese in genere inevitabili, a volte comiche.

Fogli, buste, fotocopie

C’è di tutto, negli acquisti di Palazzo Chigi e dei suoi dipartimenti, nel primo trimestre gialloverde. La carta, per esempio, è molto cara. Il 26 settembre il dipartimento servizi strumentali – quello che si occupa della gestione di immobili, beni e servizi della presidenza del Consiglio – stipula un contratto da 4.110,89 euro con la Zecca per la “fornitura di stampati ufficiosi”: ovvero alcune migliaia di fogli A4, buste e cartoncini per decreti con il marchio istituzionale. È su queste pagine che vengono scritte le leggi dello Stato. Il nome si presta a malintesi: il fatto che siano stampati “ufficiosi” piuttosto che ufficiali, fa pensare alla famigerata “manina” che – tra una bozza ufficiosa e l’altra, appunto – ha manomesso il dl fiscale.

Ma questo è solo colore. E a tale proposito, un’altra significativa voce di spesa è quella per le fotocopiatrici. L’ultimo contratto è di giugno: 13.614,72 euro per il noleggio di 4 macchine a colori. Prima c’è una lunga serie di pagamenti: il 2 luglio sono stati saldati 1.767,95 euro alla società Kyocera Document Solutions Italia, che il 10 agosto riceve altri 4.248 euro per quattro distinte fatture; il 13 agosto vengono registrati tre bonifici (uno da 394, uno da 393 e uno da 226 euro) per Sharp Electronics e altri due per Olivetti (in tutto 2.038 euro); il 4 settembre ancora 2.158 euro a Kyocera. In tutto fanno 11.224 euro, in tre mesi, per la stessa ragione: “Noleggio fotocopiatrici”. Che a Palazzo Chigi devono essere una moltitudine.

Salasso Protezione civile

Carte, documenti e scartoffie riempiono gli scaffali. E a volte bisogna spostarli. Così a giugno la Protezione civile (il più costoso dei dipartimenti della presidenza del consiglio) ha liquidato la bellezza di 75.193,20 euro per “servizio di smontaggio archivi mobili e scaffalature industriali nel centro logistico di via Affile”.

È la stessa Protezione civile che per garantire la sicurezza delle sue tre sedi romane – via Ulpiano, via Vitorchiano e via Affile – ha stipulato un contratto “di vigilanza armata” fino al 2020 con l’agenzia Sevitalia dall’importo di 1 milione e 800mila euro (ma in fondo sono solo 17,29 euro all’ora).

Non tutte le spese sono per il funzionamento quotidiano degli uffici: c’è anche l’attività politica. A settembre, per esempio, il dipartimento per l’informazione e l’editoria (guidato dal 5Stelle Vito Crimi) chiede un sondaggio “sulle attività e sulle decisioni del Governo”. L’affidamento diretto è a Ipsos, l’istituto di Nando Pagnoncelli. Il “monitoraggio dell’opinione pubblica” non è a buon mercato: costa 22.500 euro. Sempre tra i pagamenti del dipartimento di Crimi, una voce è più interessante delle altre: il 18 luglio compare un bonifico da 103mila euro per Publitalia ‘80 spa, ovvero la concessionaria pubblicitaria di Mediaset. È probabile che i gialloverdi abbiano ereditato il contratto dai predecessori. Di certo, per il grillino ortodosso Crimi non dev’essere stato piacevole saldare 103.696,80 euro alla società di Silvio Berlusconi.

I test psicoattitudinali

Altre voci dalla galassia che orbita attorno alla presidenza del consiglio: 2.937 euro per l’acquisto di “tende da ufficio” per la Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna); 290mila euro per una “fornitura finalizzata al rinnovo parziale del parco apparati digitali Motorola” della solita Protezione civile; 16.509 euro per “il ripristino e adeguamento normativo del sistema di rilevazione fumi presso la sala stampa” di Palazzo Chigi (giornalisti, spegnete le sigarette). Quest’ultimo, come un’infinità di altri lavori, è assegnato – tramite Consip e con affidamento diretto – alla Rti Romeo Gestioni. Ovvero la società di Alfredo Romeo, accusato di corruzione proprio in un processo sugli appalti della pubblica amministrazione. Nel frattempo la sua impresa continua a collezionare piccoli e grandi appalti, anche sotto il governo gialloverde.

Il premio per la spesa più bizzarra va alla Sna: 104mila euro per la fornitura di 310 test psicoattitudinali “Hogan Personality Inventory”. Leggiamo dal sito: “L’Hpi descrive la bright side, la personalità in condizione di normalità, ovvero le qualità che si manifestano quando la persona entra quotidianamente in relazione con gli altri mostrando la parte migliore di sé”. Per alcuni psicologi è il non plus ultra (e con quello che costa…).

Infine, una chicca dagli sgoccioli del governo Gentiloni (giusto per stabilire il termine di paragone per Giuseppe Conte e i suoi): il 17 aprile, un mese e mezzo dopo il voto e a poche settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo, l’ex sottosegretario alle politiche europee Sandro Gozi ha noleggiato un auto con conducente. Niente di male. Quanto è costata l’operazione? 628,5 euro. Dev’essere stato un lungo, lungo viaggio.

Donazioni Unicef & C: il 66% finisce ad una società privata

Su dieci milioni di donazioni versate ad associazioni umanitarie per aiutare i bambini, oltre sei sono diventati profitti di un’azienda: la Play Therapy Africa. La procura di Firenze lo ha scoperto e ha indagato i responsabili della società, i fratelli Conticini. Unicef, che le aveva affidato 3,8 milioni dei 10, ha deciso di non querelare e quindi di non approfondire l’uso dei fondi raccolti tra i suoi donatori. Non solo. Da parte lesa avrebbe potuto formulare richiesta di accesso agli atti come previsto dall’ex articolo 116 di procedura penale. Il Fatto ha accertato che neppure questa strada è stata percorsa. La vicenda è nota. Nel 2016 i magistrati Luca Turco e Giuseppina Mione hanno indagato i tre fratelli Conticini: Alessandro e Luca per riciclaggio e appropriazione indebita aggravata. Andrea – marito di Matilde Renzi – per riciclaggio. I pm hanno scoperto che di 10 milioni complessivi affidati da Unicef, Fondazione Pulitzer e altre onlus americane e australiane per finanziare attività benefiche a favore dei bambini a Play Therapy 6,6 sono finiti in conti personali e utilizzati per investimenti immobiliari all’estero e in altre operazioni finanziarie. Andrea, inoltre, secondo i magistrati, ha prelevato soldi dai conti destinandoli a tre società dell’inner circle renziano: alla Eventi 6 della suocera Laura Bovoli (133.900 euro), alla Quality Press Italia (129.900 euro) e 4 mila alla Dot Media di Firenze, che organizzava la Leopolda del cognato Matteo.

A indagini ormai prossime alla chiusura, lo scorso aprile il governo Gentiloni, in uscita da Palazzo Chigi, ha approvato un decreto che esclude dalla procedibilità d’ufficio alcuni reati fiscali tra cui l’appropriazione indebita aggravata, lasciando la denuncia di parte. Per questo ad agosto i magistrati hanno trasmesso la richiesta di rogatoria alle possibili parti lese: Unicef New York, Fondazione Pulitzer, Action Usa in particolare. A fine settembre Unicef ha comunicato, per voce del direttore Italia, Paolo Rozera, la decisione di non querelare. Di conseguenza molti donatori hanno scritto all’associazione esprimendo la volontà di interrompere le loro donazioni. Un lettore ci ha trasmesso anche la risposta ricevuta da Unicef. Un testo che vorrebbe rassicurare i benefattori ma che in realtà lascia inevase numerose domande e genera dubbi. Tanti. In particolare sulla carenza di controlli, di trasparenza e sulla gestione delle donazioni che, chi fa, presume sia oculata. Ma può definirsi tale se il 66% dei soldi versati in beneficenza diventa utile di privati? Questo è quanto accaduto con Play Therapy Africa e individuato dalla procura di Firenze. La gentile mail di Unicef è accompagnata dall’invito a “leggere con la dovuta attenzione l’intero testo”. Lo abbiamo fatto.

Unicef è una onlus, cioè una organizzazione non lucrativa di utilità sociale e, spiega subito nella lettera, “Play Therapy è stata tra le migliaia di implementing partner con cui Unicef ha avuto a che fare nel corso degli anni in oltre 150 Paesi”. Un elemento che dovrebbe rassicurare: è solo una goccia nel mare del nostro impegno. Quanti casi Conticini esistono? Colpisce un altro elemento: manca (e non sarà mai riportata) la corretta indicazione societaria della Play Therapy, che non è una onlus ma è una Ltd, società di diritto inglese equivalente alle nostre srl. Quindi agisce a scopo di lucro. Vero che fosse “validamente accreditata come branca africana di una nota e stimata Ong internazionale (Play Therapy International)” ma è altrettanto vero che la società era per il 66% dei coniugi Conticini. Tutti elementi facilmente rintracciabili attraverso delle visure – gratuite sul sito del governo inglese – e già pubblicati sia sul Fatto sia nel libro di Marco Lillo Di padre in figlio uscito a maggio 2017.

Nella lettera l’associazione ricostruisce i rapporti avuti: “Nell’ottobre 2008 Unicef ha stipulato un primo contratto (…), data la buona qualità dei lavori svolti nella prima fase del rapporto, ha esteso la sua collaborazione con Unicef a diversi paesi (10 in tutto), anche al dì fuori dell’Africa. Successivamente la qualità delle prestazioni fornite è risultata sempre meno soddisfacente e nel 2013 Unicef ha valutato di interrompere definitivamente il rapporto”. Che tipo di lavori aveva svolto Play Therapy? E cosa prevedevano i contratti? Perché Unicef non li rende pubblici? In cosa e quando “la qualità delle prestazioni” è calata? Come è stato scoperto? Ci sono state delle segnalazioni? Disservizi? Lamentele? Chi dona in beneficenza sarebbe rassicurato da una operazione trasparenza più che da una lettera.

Alla domanda “quali rapporti ha avuto Matteo Renzi con Unicef” la onlus risponde “nessuno”. Ma non è corretto scrivere: “Affermare che l’Unicef abbia addirittura finanziato le società di Matteo Renzi è una completa menzogna”. Lo ipotizza la procura di Firenze: parte dei fondi distratti sono finiti anche nell’azienda della madre, fra l’altro proprio nel periodo in cui la maggioranza era detenuta dalle sorelle Benedetta e Matilde. Oltre alle poche migliaia di euro finite alla DotMedia che organizzava la Leopolda, nota kermesse creata ad hoc proprio per l’ascesa politica di Renzi. Non sarebbe necessario sporgere querela per accertarsi senza alcun dubbio se quelli erano i fondi di Unicef? Pare di no. Anzi. “Più inverosimile affermare che sia stato Alessandro Conticini a sottrarre somme all’Unicef dato che il rapporto contrattuale era con una società e non con un singolo individuo”. Peccato che la società fosse al 66% di Conticini e moglie.

Poi c’è un passaggio che lascia quasi interdetti. “Unicef non conosce (né avrebbe modo di saperlo) l’uso che è stato fatto delle somme percepite da Play Therapy Africa quale implementing partner, e che secondo quanto è dato sapere sull’inchiesta avrebbero in parte beneficiato società afferenti alla famiglia Conticini-Renzi. Si tratta di eventi totalmente estranei al rapporto tra Unicef e Play Therapy e, sebbene ci sembri assurdo doverlo sottolineare, un committente non può essere chiamato a rispondere di ciò che un fornitore fa con i soldi ricevuti per il servizio reso. Conticini non ha mai avuto accesso ai soldi dell’Unicef, mentre ovviamente non possiamo sapere se e in quale modo abbia avuto accesso ai soldi di Play Therapy”. Se dunque il 66% di donazioni finisce in qualche tasca, Unicef non si preoccupa del perché e come sia accaduto? Gli inquirenti al momento non hanno identificato con assoluta precisione quanti di quei 6,6 milioni ritenuti sottratti siano arrivati da Unicef o altre associazioni, ma la onlus non ha interesse ad approfondire?

Vero è che nella lettera garantisce: se mai nella rogatoria ci saranno elementi nuovi, Unicef potrebbe rivalutare la decisione di non sporgere querela. Basterebbe la volontà di “tutelare i propri legittimi interessi e quelli dei suoi donatori, e soprattutto il bene dei bambini, che rischiano di pagare il prezzo della campagna di disinformazione e diffamazione in corso in Italia”. Campagna alla quale il Fatto si ritiene estraneo. Il ruolo fondamentale svolto da Unicef nel mondo deve essere tutelato, così come la sua credibilità non deve avere ombre. Per questo dovrebbe rendere pubblici tutti i contratti avuti con Play Therapy ed essere trasparente per tutelare donatori e bambini, oltre alla sua immagine. Perché a oggi c’è una sola certezza raggiunta dai magistrati: il 66% delle donazioni ricevute dalla società dei Conticini non sono stati usati per i bambini. Perché?

Il sardo di Sardegna con molta autostima e mille vite alle spalle

E poi c’è Paolo Savona. In mezzo ai tanti cartonati del nostro sgangherato luna park politico, finalmente un personaggio vero. Uno che ha costruito l’Europa con l’inchiostro dei numeri, ma anche quello delle polemiche. Economista non del tutto ortodosso e persino antitedesco: “Non esiste una Europa, ma una Germania circondata da pavidi”. Nazionalista fervente e persino filo russo: “Le sanzioni che gli Usa hanno imposto all’Europa di infliggere a Mosca sono ingiuste e nuocciono alla nostra economia”. Collezionista d’alti incarichi – dalla Banca d’Italia al Fondo Interbancario, da Confindustria a Gemina, passando per Impregilo, Unicredit, Bnl – mai disdegnando gli ingaggi, i benefit, gli uffici sontuosi. Di larga fede repubblicana, senza smentire quella massonica. Ministro dell’Industria nel governo Ciampi, anni ’93 e ’94. Esperto di intelligence, con tutto quello che ne consegue, compresa la delicata manutenzione delle connessioni internazionali, coltivate tra i velluti dell’Aspen Institute e altre segrete cose. Pieno di amici, compreso il burattinaio Gian Carlo Elia Valori, espulso dalla P2, ma anche di nemici, talvolta cominciando da se stesso, colpa del cattivo carattere. E di certe intemperanze, anche nella vita privata, ultima la denuncia alla Rinascente che, nel centro di Roma, gli ha costruito due piani proprio davanti alle finestre del suo ufficio, cancellandogli la vista e il buon umore.

Un sardo di Sardegna con massima considerazione di sé e con molte vite alle spalle, visti i suoi 82 anni, il più anziano ministro d’Europa in carica, dicastero degli Affari europei, conquistato arretrando da quello dell’Economia, suo primo incarico fortissimamente voluto da Matteo Salvini, il sovranista, ma sgradito al presidente Sergio Mattarella che quando vuole sa essere loquace. E specialmente a Mario Draghi, l’atermico sacerdote dell’euro, da cui lo divide una ruggine ben coltivata già nei primissimi corridoi della Banca d’Italia per temperamenti e orizzonti incompatibili.

Ai bei tempi coccolato da Guido Carli, il Governatore, e poi da Francesco Cossiga, il Presidente, le due sole maiuscole della sua carriera, iniziata nell’Italia a stelle e strisce del Dopoguerra, tutto da ricostruire, l’industria, le banche, la scuola, le élite destinate a governare la rinascita. E naturalmente a predisporre le transenne al comunismo che minacciava neve sul sole della Repubblica. “Sono un soldato”, disse una volta a consuntivo della sua storia. Ed è vero anche nel dettaglio.

Il dettaglio è il mare di Cagliari, l’acqua dondolante del porto, dove il padre, maestro d’ascia, fabbricava barche da pesca, sotto l’arco capovolto della Sella del Diavolo. Tutto pregevole, ma angusto. E dunque, dopo la laurea con lode, la traversata dell’Atlantico per la specializzazione in Economia monetaria al Mit di Boston, dove insegna Franco Modigliani. Ma prima il servizio militare nel Reggimento Leoni di Liguria con esercitazioni siglate OP, ordine pubblico, nella zona calda, cioè rossa, di Genova. “Il nostro compito – ebbe a raccontare – era liberare la sede della tv pubblica, nell’ipotesi di un attacco eversivo”. Siamo dalle parti di Gladio, cioè in quel doppio fondo della Repubblica, opportunamente segreto fino ai giorni del crollo del Muro di Berlino, a cui era ancorata l’Italia, con tutte le conseguenze del caso, i misteri, le affiliazioni. I segreti che selezionano i loro titolari e li conducono, spalla a spalla, lungo una strada comune, anche molto al di là delle apparenze.

La strada di Savona, dopo la prima cattedra universitaria, è l’Ufficio studi della Banca d’Italia, anno 1963 – “sono arrivato primo al concorso, tra duemila candidati” – dentro la grande ombra di Guido Carli. Molte analisi, molti libri, la messa a punto del primo “modello econometrico” della economia italiana, che trasforma le ipotesi degli andamenti statistici in numeri e i numeri in interventi di programmazione. Segue Carli in Confindustria, dove diventa direttore generale. Partecipa alla fondazione della Luiss. A fine Anni Settanta è convinto gli spetti il trono da Governatore, ma perde la corsa con Carlo Azeglio Ciampi, una delusione che negli anni crescerà come una ferita, come un rancore.

Probabile gli abbia nuociuto il legame troppo stretto con Francesco Cossiga, sardo di opposta latitudine, sassarese. Eppure complementare: il suo secondo mentore, all’epoca già ministro dell’Interno con la kappa, poi penitente nel dopo Moro, al punto da somatizzarne in solitudine il dolore che non lo avrebbe abbandonato anche negli anni della risalita, ostinata fino al punto più alto della Repubblica, il Quirinale, dove esercitò il suo dominio prima in silenzio, poi con l’eccesso di parole, senza mai più trovare pace. Savona faceva parte – con Giuliano Amato, Luigi Zanda e pochi altri – della sua cerchia più ristretta. Consigliere per l’economia, prima di tutto, in qualità di plenipotenziario del Credito Industriale Sardo. Ma anche membro, con Franco Bernabè e il generale Carlo Jean, di un comitato per la riforma dei Servizi di sicurezza, il ricorrente dettaglio della sua storia. Arruolato da Cossiga in quel “corpo speciale delle élite” che agisce trasversale ai partiti, alle istituzioni, seleziona incarichi, li incassa, ma sempre nell’interesse della Nazione. Che talvolta non esclude il proprio. Come negli anni fastosi in cui Savona asseconda le avventure economiche di Cesare Romiti, di suo figlio Piergiorgio, in Impregilo, il colosso delle costruzioni, e finirà indagato per i bilanci che non tornano, cavandosela con la prescrizione del reato di aggiotaggio. Ma intanto vivendo alla grande, ricchi emolumenti, estati in villa a Porto Cervo, proprio lui che per formazione e understatement, le passava in famiglia – una moglie, un figlio designer, una figlia archeologa – nelle barraccas, le case di legno, canne e fascine di fiume, costruite davanti al mare di Sinis, golfo di Oristano.

Gli piace definirsi un “Ulisse legato all’albero della nave”, dunque curioso di ogni nuova traversata. Ma in pochi si aspettavano che proprio lui, incarnazione dei poteri forti fino all’ultimo bottone delle sue giacche troppo chiare, avrebbe compiuto l’azzardo di salpare a bordo con chi ha dichiarato guerra a quei poteri. La nave dei barbari, anzi dei pirati, che d’abitudine neanche nomina, chiamandoli “queste nuove forze popolari”. Attribuendosi il compito di “incanalarle verso la cautela, la prudenza la serietà”. Offrendo in pegno (persino) il suo ravvedimento operoso dal fondo speculativo Euklid, basato a Londra, dove deteneva 50 mila azioni, oltre alle funzioni di vertice. E dichiarando di possedere 1,3 milioni di euro in un conto in Svizzera, i maledetti euro di cui l’Italia potrebbe sbarazzarsi secondo il suo famoso “piano B”, ma pur sempre buoni per vivere nell’attuale piano A. Tutto legale, ma sommamente inopportuno per un ministro euroscettico. Specie se a scoprirlo è il Corriere della Sera a cui però ha negato ogni commento.

Nella sua autobiografia – Come un incubo, come un sogno – dice che il piano B per uscire dall’euro è solo un’arma pronta per il negoziato, migliorare il cappio di Maastricht, non per fare fuoco. Ci mancherebbe. E a riprova delle sue quiete intenzioni aggiunge di sentirsi “il nonno di questo governo”. Bruxelles per il momento gli crede, ma non distoglie gli occhi, sapendolo assai più imprevedibile dei suoi nipoti.

Boccia (Confindustria) “Stiano attenti a non rallentare i prestiti”

“Se attacchi le banche dal punto di vista politico e fiscale e fai aumentare lo spread, il combinato disposto di queste due cose potrebbe comportare una stretta creditizia”. Parole del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia alla Festa del Foglio. Il numero uno della confederazione degli industriali torna a criticare il governo e avverte: “Prima di arrivare ad un punto di non ritorno sarebbe meglio riflettere”. Poi difende il presidente della Bance centrale europea: “Non ha alcun senso attaccare Mario Draghi (come ha fatto Luigi Di Maio, ndr). Il quantitative easing è stato nell’interesse dell’Italia. Il presidente della Bce ha salvato l’Italia, non mi sembra affatto che sia contro il nostro Paese”. Le critiche di Boccia si allargano alla manovra economica dei gialloverdi: “Potrebbe avere l’effetto di disincentivare al lavoro, e degli altri effetti che non sono recessivi ma che nemmeno spingono alla crescita. Così invece di compensare il rapporto deficit-pil, aumenta il deficit e il debito pubblico. Diversi segnali non vanno in direzione della crescita: il depotenziamento di industria 4.0, la chiusura di alcuni cantieri; che fine farà la Torino-Lione, la Pedemontana, il Terzo Valico, come si fa a crescere così?”.

Tria: “Spread è alto per incertezza politica non per la manovra”

“Come banchierecentrale, Draghi non ha detto niente di strano. È chiaro che lo spread a questo livello è dannoso. Come farlo scendere? Non basta portare il deficit al 2,2%, perché ai mercati non interessano i decimali. Conta quello che farà il governo con l’Europa”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, partecipando alla festa del Foglio a Firenze si è così detto d’accordo con il presidente della Bce, Mario Draghi, per quanto riguarda gli effetti negativi sui bilanci delle banche dell’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Sul livello di deficit – fissato in manovra al 2,4% rispetto al Pil per il 2019 – Tria però ha aggiunto: “Da ministro avrei preferito un livello più basso, da economista anche più alto per contrastare il rallentamento dell’economia”. Quanto alle critiche sulle previsioni di crescita del governo, ritenute troppo ottimistiche dalla Ue ma anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio, Tria ha spiegato che la stima di un +1,5% nel 2019 è stata fatta “con un modello econometrico del Tesoro che si può migliorare”. Sul fronte del deficit, il ministro ha detto che “si è scelto di fare un deficit più alto del previsto: si può essere d’accordo o no, ma è considerato quasi normale per una manovra espansiva”.