Le bocciature dei competenti con retromarcia incorporata

Quella gialloverde è la prima manovra ad essere mai stata respinta preventivamente dalla Commissione Ue come le consentono le regole introdotte col Fiscal compact, ma tutti gli ultimi governi italiani hanno avuto problemi coi giudizi di Bruxelles sui saldi di finanza pubblica e non tutti l’hanno presa bene come sembrerebbe dalle reazioni sdegnate di oggi.

Il primo, ma vigevano ancora le vecchie norme, fu ovviamente Silvio Berlusconi, costretto a fare quattro manovre di finanza pubblica tra 2010 e 2011 (le ultime dettata dalla Bce) senza riuscire a salvarsi la poltrona. Reazione a chi gli chiedeva se temeva una bocciatura: “Io non sono mai stato bocciato in vita mia”. Pochi giorni dopo lasciava Palazzo Chigi. Anche la manovra di fine 2013 di Enrico Letta, pur autore di Morire per Maastricht, non piacque a Bruxelles: “Non c’è nessuna bocciatura”, disse il premier; il problema è solo nella “stima di crescita del Pil della Commissione che, com’è noto, non coincide con la nostra”, spiegò il ministro Saccomanni (ricorda qualcosa?).

A marzo 2014 quella manovra fu effettivamente bocciata con relativa correzione richiesta da 3 miliardi: al governo c’era già Renzi, che non la prese bene (“l’Europa non è il luogo in cui veniamo a prendere i compiti da fare”). Peggio andò in autunno, quando iniziò il balletto sulla “flessibilità” con annesse polemiche sui “burocrati europei” e gli “zero virgola”. Una costante per Renzi che raggiunse il suo apice nel 2016, quando l’Upb non validò le stime dell’esecutivo (ricorda qualcosa?): “L’obiettivo di crescità è ambizioso: abbiamo il dovere di esserlo”; “i moltiplicatori sono elevati, ma forse sottostimati”, disse Padoan (ricorda qualcosa?). Arrivò la bocciatura: “Manterremo la manovra”, scolpì il ministro; “flessibilità o bocciamo il bilancio Ue”, mise il carico il premier. La Commissione rinviò a primavera la decisione per non turbare il referendum. Non servì.

Con B., da sola o coi 5 Stelle? Così la scelta della Lega cambierebbe il Parlamento

Lega al 30,6 per cento; M5S al 28,1; Pd al 16,6 e Forza Italia ormai adagiata nella sua caduta libera, poco sotto al 9 per cento. La supermedia Youtrend/Agi di questa settimana restituisce proiezioni indicative sulla salute dei partiti, ma non basta a chiarire come si comporrebbe il Parlamento in caso di nuove elezioni. La fluidità del contesto politico, con una maggioranza alleata da Palazzo Chigi ma che si presenta divisa alle elezioni locali, richiede che i risultati del sondaggio siano tradotti in numeri – e quindi in seggi alla Camera e al Senato – tenendo conto di almeno tre possibili scenari, a seconda dei diversi confini delle coalizioni.

Nel primo, che mostra cosa accadrebbe se si votasse con le stesse alleanze dello scorso 4 marzo, Youtrend evidenzia come stavolta il centrodestra conquisterebbe la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, grazie al traino della Lega. I 334 seggi a Montecitorio e i 168 a Palazzo Madama – tenuto conto anche dei collegi uninominali – strapperebbero parlamentari ai 5 Stelle (187 deputati invece che 221, 93 senatori anzi che 112),costretti all’opposizione insieme al Pd (135 eletti anzi che 169) con l’estinzione di LeU, naufragato sotto la soglia di sbarramento. Nessun bisogno di contratti di governo tra forze rivali, dunque. Ma per quanto atipica, l’alleanza gialloverde di questi mesi ha un consenso alto. Pur restando difficile una simile coalizione alle urne, Youtrend fa i conti anche in caso di intesa pre-elettorale tra M5S e Lega. Il risultato sarebbe netto, con l’attuale maggioranza che sfiorerebbe il 60 per cento nel proporzionale facendo man bassa dei collegi uninominali. Tradotto in seggi: 457 su 630 alla Camera, 231 su 309 al Senato. A perderci più di tutti, al fronte di un Pd più o meno stabile, sarebbe Forza Italia, divorata dal Carroccio e ferma alla miseria di una sessantina di parlamentari.

C’è poi un altro possibile scenario. Se la Lega decidesse di staccare la spina al centrodestra potrebbe provare a correre da sola, accontentando quella parte di elettorato che non vuole più dipendere dalle lune di Berlusconi ma che, allo stesso tempo, teme uno snaturamento del Carroccio nel tentativo di rincorrere i grillini.

A quel punto si avrebbe la situazione più incerta: la Lega otterrebbe la maggioranza relativa alla Camera (230 deputati), ma difficilmente potrebbe formare un governo senza tener conto del Movimento 5 Stelle (203). Una situazione simile, seppur ribaltata, a quanto avvenuto dopo il 4 marzo, con il Movimento che era costretto a trovare un alleato tra le altre forze politiche per poter far partire un esecutivo.

I gialloverdi potrebbero così riproporre il patto di governo escludendo il Pd, che più di tutti guadagnerebbe dalla divisione del centrodestra (186 parlamentari) pur senza impensierire nei numeri le due maggiori forze politiche, che si spartirebbero i collegi uninominali. Impossibile, per ovvie ragioni politiche, immaginare un accordo tra Lega e Pd (già escluso da Salvini nei giorni successivi al 4 marzo).

Allo stesso modo, sarebbe impensabile un’intesa tra grillini e dem, che pure nelle proiezioni Youtrend avrebbero una risicata maggioranza sia alla Camera che al Senato: a differenza di quanto accaduto nei mesi scorsi, M5S e Pd non potrebbero neanche valutare un’intesa, essendo improbabile che la Lega finisca all’opposizione da primo partito, restando a guardare il governo di chi è arrivato secondo e terzo.

Il surreale dibattito su banche e spread che agita il governo

Alla fine la tanto temuta tempesta delle agenzie di rating è passata con meno danni del previsto (un declassamento con outlook stabile e un rating confermato con outlook negativo), ma adesso domina nella politica e sui giornali un surreale dibattito sulle banche e una loro eventuale ricapitalizzazione per mano pubblica, scelta su cui Lega e 5 Stelle avrebbero differenti visioni. Non è un caso che se ne parli visto che da qualche giorno nel Transatlantico della Camera, l’universo concentrazionario in cui razzola il particolarmente inconsapevole animale politico d’oggidì, ci si rimpalla da un divanetto all’altro la voce di una grande crisi bancaria tra gennaio e febbraio non si sa legata a cosa, forse a una crescita dello spread (ipotesi assai improbabile).

Non aiutano dichiarazioni inconsulte di membri del governo, anche d’alto rango, come Giancarlo Giorgetti: “Se lo spread va verso quota 400 in automatico gli attivi delle banche vanno in sofferenza quindi serve ricapitalizzare”, aveva buttato lì – martedì sera da Bruno Vespa – il sottosegretario dando avvio a un dibattito francamente autolesionista alimentato, da ultimo, dal viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia su Repubblica di ieri (“non posso anticipare nulla” di come interverremo per ricapitalizzare, ma “se serve si farà e velocemente”). Su queste preoccupazioni non meglio declinate dei leghisti – almeno di quelli dell’ala “governista”, ma rilanciate con una mezza frase pure da Matteo Salvini – s’innesta la comunicazione un po’ pazzotica dei 5 Stelle e, in particolare, di Luigi Di Maio: la ricapitalizzazione delle banche, ha detto qualche giorno fa, “può avvenire in tanti modi, in questo momento posso dire che è tutto sotto controllo”. Frase un po’ anodina e un po’ insensata dietro cui, secondo lo spin dei grillini, si cela una preferenza per le fusioni (di chi? con chi?) rispetto all’intervento pubblico diretto. Ieri in Sicilia, infine, Di Maio è passato al niet vero e proprio: “Siamo vicini alle banche ma non ci metto un euro degli italiani. Ce ne abbiamo già messi troppi in questi anni”. Impettita dichiarazione che, semmai dovesse servire un intervento, gli sarà giustamente rinfacciata.

Ma di che stiamo parlando? Davvero il capitale delle banche italiane (Cet1) rischia di finire sotto i limiti obbligatori per colpa dello spread? In realtà, almeno per quanta riguarda gli istituti più grandi, questo pericolo non esiste: per i primi 7 – l’80% del settore – questo accadrebbe solo a livelli oggi impensabili (il triplo o più di adesso). Per Credit Suisse – ha scritto Il Sole – ogni 100 punti di spread in più valgono 2,8 miliardi di capitale, sicuramente non una buona notizia, ma un livello gestibile per il sistema. In sostanza, il dibattito sulla ricapitalizzazione non ha alcun senso a meno che non si pensi a livelli di differenziale coi bund tedeschi tali che le banche diventerebbero quasi un problema secondario. Anche i tassi per le famiglie, che sono ancora assai bassi nonostante i (piccoli) aumenti di una dozzina di istituti, sono influenzati solo molto indirettamente dallo spread.

Le tensioni sui titoli di Stato, e più in generale sulle prospettive dell’economia italiana, non sono ovviamente senza conseguenze: la prima, più ovvia, sono i pessimi risultati in Borsa per le quotate (Mps e Carige soprattutto, che a breve potrebbero pure dover chiedere soldi al mercato), ma i cali in corso da giugno sono ancora nulla rispetto al crollo del settore seguito all’introduzione del bail-in e alla risoluzione di Etruria & C nel 2016. La seconda conseguenza è quella più preoccupante: una diminuzione del capitale, anche se non sotto i livelli di guardia, comporta comunque una contrazione dei crediti concessi e, dunque, problemi per imprese e famiglie. In questo senso, ha ragione il ministro Giovanni Tria: così non si può restare a lungo. Ma tanto bisogna arrivare solo fino alle Europee.

“Draghi non è nostro nemico, vogliamo un dialogo sereno”

“Mario Draghi non è un nemico, ma un italiano che rappresenta un’istituzione importante, con cui vogliamo avere un dialogo sereno nell’interesse del Paese”. Il giorno dopo l’attacco di Luigi Di Maio, che aveva accusato il presidente della Bce di “avvelenare il clima”, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, esponente di peso del M5S, assicura che non c’è nessuna guerra con Draghi. Proprio come ha fatto lo stesso vicepremier ieri: “Non ho litigato con il presidente della Bce, ho solo espresso un parere”.

Di Maio ha fatto marcia indietro. Attaccare Draghi è stato un errore, no?

Luigi ha solo chiarito che non c’è stato nessun litigio. La sua critica si riferiva a un passaggio dell’intervento del presidente della Bce, quello in cui parlando dell’Italia aveva accennato alla Brexit. Un paragone che è stato ripreso ovunque ma che non può esistere, perché il nostro governo non ha alcuna intenzione di lasciare la Ue e l’euro.

Magari teme che la Lega voglia proprio questo. E magari ha ragione.

Il contratto di governo sul punto è chiarissimo.

Il presidente della Bce vi chiede toni più moderati nei confronti delle istituzioni europee, per non innervosire i mercati. Ma voi continuate a urlare contro Juncker e Moscovici.

Siamo aperti al dialogo, ma i due commissari europei fanno politica sulla pelle dei cittadini. Hanno criticato la manovra a prescindere, senza averla neppure letta, appena hanno appreso dell’aumento del deficit.

Criticare lo sforamento rientra nel loro ruolo.

Su altri sforamenti molto più alti non hanno battuto ciglio.

Per il ministro dell’Economia Tria “sullo spread pesa l’incertezza su dove va il Paese”. E ammette che avrebbe preferito un livello di deficit più basso.

Non abbiamo incertezze e sappiamo dove va il Paese. Siamo stati chiamati a governare per rispondere alla domanda di cambiamento dei cittadini. Tria non mette in discussione la bontà della manovra.

Per il ministro “ se la crisi continua il governo dovrà intervenire sulle banche”. Vi apprestate a dare miliardi come Renzi e Gentiloni?

Non sarà dato un euro dei cittadini alle banche. La situazione è sotto controllo.

E se peggiorasse?

Spiegheremo la manovra ai mercati e lo spread calerà.

Lei è ottimista.

Renderemo l’Italia più forte con le nostre riforme. E una di queste sarà la riforma del processo civile, con cui abbatteremo i tempi delle cause, garantendo la tutela dei diritti: e sarà fondamentale per attirare investimenti. Non abbiamo deciso se presentarla con disegno di legge o con decreto. Entro metà novembre la metteremo in consultazione sul web per avere il parere di cittadini e addetti ai lavori.

Avete accettato un condono fiscale.

No, è una pace fiscale prevista dal contratto, per andare incontro a chi è in difficoltà

È un condono.

Accedervi non converrà a chi ha commesso reati, perché non è prevista la non punibilità.

Di Maio aveva promesso le manette per gli evasori, ma sono sparite dal decreto fiscale. Brutto, no?

Saranno previste in un emendamento al disegno di legge spazzacorrotti, un altro provvedimento prezioso per gli investitori. Gli uffici lavorano all’ipotesi di inasprire le pene per gli evasori e abbassare le soglie di punibilità.

Basterà?

Sono riforme importanti. Come lo sarà quella della prescrizione, che voglio inserire con un altro emendamento al ddl spazzacorrotti.

La Lega farà muro.

La riforma è nel contratto, ed è legata ad un aumento del personale della giustizia, previsto grazie a investimenti per 500 milioni. E l’intenzione resta quella di congelare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

Intanto sul Tap avete tradito le promesse. Avevate giurato di fermarlo in 15 giorni.

No, sul Tap abbiamo fatto un’operazione verità appena entrati in possesso delle carte. Hanno creato penali per 20 miliardi, e non si può tornare indietro. Ma faremo di tutto per limitarne l’impatto.

State perdendo l’identità.

Falso. Della giustizia le ho spiegato, ma ricordo che abbiamo abolito i vitalizi, varato il decreto dignità e fermato lo stop alle intercettazioni. E presto faremo il reddito di cittadinanza e la class action. E questi sono i nostri valori

In caso di condanna Virginia Raggi dovrà dimettersi? Salvini è pronto alla campagna per Roma.

Il codice etico parla da solo. Ma fare commenti politici sull’udienza di Virginia è davvero irrispettoso.

Distinguere per capire

Quando manca l’opposizione, quel vuoto lo riempiono le piazze. Piazze diverse, contrapposte, scomposte, contraddittorie, ma piene. E pacifiche. Ottimo sintomo di democrazia. Anche quando chi manifesta non sa precisamente cosa vuole, o vuole l’esatto opposto di quel che vogliono quelli che manifestano nella strada accanto, o peggio vuole una cosa che domani ne causerebbe un’altra peggiore di quella che oggi non vuole. No Tav, sì Tav. No Tap, sì Tap. No alle ruspe, sì alle ruspe. No ai clandestini, sì ai clandestini che anzi non vanno chiamati clandestini. No ai giudici che arrestano Mimmo Lucano perché è un amico, ma no chi attacca i giudici che inguaiano i nemici. No ai migranti perché sotto casa spacciano droga, ma sì ai migranti perché senza la badante filippina, il culo a mia nonna lo devo pulire io. No alla Raggi, ma no anche a Salvini che verrebbe dopo. No al governo Salvimaio, ma no anche al governo Salvisconi che verrebbe dopo. Grande è la confusione sotto il cielo. Le ideologie sono morte tutte: il fascismo, il comunismo, ora il liberalismo mondialista e sviluppista. E nessuno sa bene cosa arriverà al loro posto. Si dice “populismo”, “sovranismo” e altri gargarismi per demonizzare e contemporaneamente esorcizzare una realtà che non si capisce e non si controlla. Spetterebbe agli intellettuali darci una mano a orientarci: ma chi li ha più visti, incistati come nelle trincee dell’establishment in fuga a difendere il posto e la prebenda. Nessuno più ci illumina la realtà, ci dà gli strumenti per comprenderla e per compiere l’esercizio più difficile, nell’appiattimento di questo eterno presente del web che finge di informarci su tutto in tempo reale e in realtà ci ruba la memoria del passato e la chiave del futuro: l’esercizio di distinguere. La società civile americana, incredula e sgomenta dopo l’avvento di Trump, ha riscoperto il valore della carta stampata, come unico spazio di analisi e di approfondimento, e le vendite dei giornali si sono risollevate dopo anni di picchiata. Potrebbe accadere anche in Italia, se i giornalisti sapessero ciò che la gente chiede all’informazione. E invece sono anche loro intruppati, embedded nei carri armati sempre più sgangherati e sbilenchi dei loro gruppi editoriali, aggrappati alle lobby e ai partiti retrostanti. Non spiegano, non raccontano, non analizzano più nulla: tifano pro e contro, nella speranza che la gente distratta o abituata al peggio non avverta il fetore dell’ipocrisia, del doppiopesismo, dell’incoerenza, della censura e dell’autocensura che si leva dalle pagine dei giornali. Lo spread sale? Colpa del governo Conte, ovvio.

Ma quando restava oltre quota 500, ai tempi di Monti, non ci si faceva caso. E neppure a fine maggio, quando schizzò sopra i 300 punti dopo che Mattarella aveva incaricato Cottarelli al posto di Conte dopo il caso Savona, noto terrorista No euro (ora tutti scoprono, stupefatti, che Savona è Sì euro). Con tutti gli errori che possono imputare alla Raggi, le gettano addosso pure la croce del delitto di Desirée, come se i sindaci avessero poteri di ordine pubblico; invece le Prefetture e le Questure nessuno le chiama mai a rispondere – dell’illegalità endemica a San Lorenzo o dei disordini di piazza San Carlo a Torino – perché la colpa è sempre del sindaco (almeno se è 5Stelle). Se il M5S di governo si schiera col Tap perché bloccarlo costerebbe cifre insostenibili, sbaglia perché è incoerente. Ma se la giunta M5S di Torino si schiera contro il Tav perché quell’opera inutile costerebbe cifre insostenibili, sbaglia perché è coerente. Poi, nella pagina accanto, tutti ad accusare il M5S di “dire no a tutto” e bloccare nientemeno che “150 grandi opere”: come se fossero tutte uguali, balsamiche o inevitabili. I giornali che predicavano l’accoglienza per tutti, inclusi gli irregolari, e scambiavano le espulsioni per fascismo anziché per legalità, ora che Desirée è morta scoprono che molti irregolari africani delinquono e vanno espulsi.

Distinguere è di per sé difficile. Ma diventa impossibile quando si parte da un pregiudizio. Se hai deciso chi ha sempre ragione e chi ha sempre torto, non puoi distinguere. E neppure comprendere chi cerca di farlo. Ieri abbiamo criticato Di Maio per l’assurda polemica con Draghi, che in realtà ce l’aveva con gli urlatori leghisti No euro e tendeva una mano alla parte più ragionevole del governo e dunque anche a lui. Ora ci divertiamo a leggere le reazioni: si va da “persino il Fatto scarica Di Maio”, a “Travaglio tira la volata a Di Battista”, a “i 5Stelle hanno fallito, lo scrive pure il Fatto”. L’idea che Di Maio abbia sbagliato e un giornale libero gliel’abbia fatto notare, come già sui condoni fiscale, edilizio (per Ischia) e ambientale, non sfiora nessuno. Eppure sono nove anni che facciamo così con tutti. Pronti a elogiare anche chi sbaglia di più, se fa cose giuste: per esempio il Pd, quando con Minniti mise un primo freno all’immigrazione incontrollata. Per esempio i 5Stelle per le tante misure sacrosante già varate: il reddito di cittadinanza, la quota 100 sulle pensioni (merito anche della Lega), l’abolizione dei vitalizi, il pur timido decreto Dignità, la pur perfettibile soluzione sull’Ilva, l’anticorruzione li chiedevamo da tempo immemorabile a chi governava prima (e non governa più anche perché non l’ha fatto). Ma chi non sa distinguere e continua a ragionare con la guerra fredda nel cranio, come nel Novecento, tutto il bene di qua e tutto il male di là, pensa che anche noi siamo come lui: che passiamo la vita a salire sui carri e a scenderne, a imbarcare tizio e a scaricarlo, a sposare caio e poi a divorziare. Rassegnatevi: il Fatto non ha mai sposato nessuno. A parte i lettori, che mai come in questo momento ci sono vicini. E ci fanno sentire poligami.

Benigni sarà Geppetto (al posto di Servillo)

Roberto Benigni farà Geppetto nell’atteso Pinocchio di Matteo Garrone.

Corsi e ricorsi si sprecano: nella prima stesura di 12 anni or sono, Benigni avrebbe dovuto interpretare il Canaro, poi incarnato nel ribattezzato Dogman da Marcello Fonte, laureato migliore attore allo scorso festival di Cannes proprio da Roberto.

“Con Benigni – dichiara Garrone – è stato un ‘inseguimento’ iniziato molto tempo fa: l’ho conosciuto da bambino, grazie a mio padre (il critico teatrale Nico Garrone, ndr). Avere finalmente l’opportunità di lavorare insieme è per me un’occasione straordinaria: Pinocchio sarà un film per tutta la famiglia, grandi e piccoli, e nessuno come Roberto – che ha divertito e commosso milioni di spettatori in tutto il mondo – riesce a emozionare il pubblico di ogni età”.

Chissà, forse proprio la maggiore notorietà internazionale, con le potenziali ricadute sul botteghino, del premio Oscar per La vita è bella l’ha fatto preferire a Toni Servillo, associato al ruolo esattamente due anni fa: non è dato sapere se ora troverà un’altra collocazione, lo stesso attore campano aveva ribadito la propria vicinanza al progetto solo poche settimane fa. Per Garrone quello di Collodi è il livre de chevet: “Ci ‘inseguiamo’ da quando – bambino – disegnavo i miei primi “storyboard”.

Poi, negli anni, ho sempre sentito in quella storia qualcosa di familiare. Come se il mondo di Pinocchio fosse penetrato nel mio immaginario, tanto che in molti hanno ritrovato nei miei film tracce delle sue Avventure”.

Per Benigni, viceversa, è un guilty pleasure, già travasato sul grande schermo con esiti poco esaltanti: il suo Pinocchio del 2002 affidò la Fata Turchina alla moglie Nicoletta Braschi, Lucignolo a Kim Rossi Stuart e, in un’ardita replica ai Franco e Ciccio dello sceneggiato Le avventure di Pinocchio diretto da Luigi Comencini (1972), il Gatto e la Volpe ai Fichi d’India. Il cinquantenne Roberto non c’aveva l’età eppure si volle burattino, gli abituali Vincenzo Cerami, alla sceneggiatura, e Nicola Piovani, alle musiche, non ci misero una pezza, sicché l’attore toscano al posto degli Academy Awards trovò i Razzies, le pernacchie hollywoodiane ai peggiori della stagione.

Sedici anni più tardi, all’apparenza non ne rimane traccia: “Un grande personaggio, una grande favola, un grande regista: fare Geppetto diretto da Matteo Garrone è una delle forme della felicità”.

Pinocchio sta conoscendo una rinnovata, ehm, fortuna cinematografica: di qualche giorno fa la notizia che il messicano Guillermo Del Toro, premio Oscar con La forma dell’acqua, dirigerà per Netflix un adattamento in chiave musical, firmando la prima animazione (stop-motion) della carriera.

 

“Se ‘lamento’ si fosse chiamato ‘orgasmo’ avrei vinto il Nobel”

“La mia vita consiste quasi esclusivamente nello stare da solo a scrivere chiuso in una stanza. La solitudine mi piace come ad altri piace andare alle feste”. Così Philip Roth a Joyce Carol Oates in un’intervista del 1974. Agguantare un brandello di autenticità dalla vita, che intanto scorre di fuori, attorno al perno immobile dell’inventore di storie: ecco perché scrivere, consacrandosi al solipsistico e guerresco dialogo con se stessi (pagandone tutte le conseguenze).

È un inno alla sovranità della scrittura, questo Perché scrivere, raccolta di 37 brani tra saggi, interventi sui giornali, interviste e discorsi selezionati da Roth tra il 1960 e il 2013, che Einaudi pubblica mettendo in copertina una fotografia scandalosamente vera del volto profondo e beffardo dello scrittore morto a maggio. Ma questo inno di mezzo secolo all’irresponsabilità “sociale” della narrativa e alla libertà dello scrittore di intrattenere con le proprie storie e i propri personaggi un rapporto intimo e teso, tale da non considerare il lettore se non come singolo che intreccia con essi una corrispondenza amorosa, è intonato nella canea di voci contrarie e schiamazzanti: categorie di indignati fissi, moralizzatori dell’arte, critici pedanti e lettori comuni offesi “dall’odore salmastro di condotta licenziosa” di libri come Lamento di Portnoy, Il teatro di Sabbath o L’animale morente.

Roth passò quasi tutta la sua vita a difendersi dall’accusa di essere misogino, perché un suo personaggio lo era; di essere un ebreo che odia sé stesso, perché rappresentava sulla pagina ebrei dalla moralità non edificante, non dotati di “virtù e autocontrollo”; di nutrire odio per questa o quella categoria di lettori che si sentivano chiamati in causa, non riuscendo a fare l’esperienza di un’opera oltre il confine elementare dell’identificazione.

L’equivoco apparterrebbe alla categoria del faceto: uno scrittore è il suo personaggio; quel che scrive riproduce il mondo come lo vorrebbe; i suoi personaggi sono disegnati sulla base di ciò che egli pensa essi rappresentino, e dunque, in un immaginario zoom off che va dalla pagina al mondo, lo scrittore racconta vite, pensieri e sentimenti collettivi o universali.

È un equivoco madornale che impesta tutta la storia della letteratura: che la letteratura contribuisca all’elevazione morale del mondo, non con la sua unicità artistica e il suo valore esclusivamente letterario, ma con l’offerta di personaggi e situazioni quietamente esemplari.

Così Alexander Portnoy, “ridicolo zimbello bruciato dall’erotismo”, non avrebbe dovuto essere un ebreo che si masturba nel suo appartamento di New York (circostanza che fruttò a Roth la vendita di centinaia di migliaia di copie e il pettegolezzo che l’autore fosse finito in manicomio a causa della stessa “fissazione masturbatoria”), per il semplice motivo che non tutti gli ebrei maschi lo fanno; ma coltivare interessi e pensieri tali da non far sfigurare le categorie a cui il politicamente corretto lo associa insindacabilmente.

Il magnifico, rigoroso e ironico inchiostro di Roth servì per anni a giustificare l’arbitrarietà creativa di Pastorale americana (“Può darsi che Masin lo Svedese si sia trasferito in una zona residenziale alla periferia di Newark. Wikipedia dice così, e io non ne so niente”), o ad affermare il principio semplice, eppure ignoto ai critici più zelanti, che per uno scrittore, “così come per un attore come Marlon Brando, creare l’illusione dell’intimità e della spontaneità non significa… essere se stessi, ma inventare un’idea del tutto nuova di come si fa a trasmettere la sensazione di ‘essere se stessi’”.

Emozionano le pagine in cui Roth legge “gli altri”: Kafka, su tutti (“la sua timidezza edipica, una follia perfezionistica e un insaziabile desiderio di solitudine e purezza spirituale”), Saul Bellow, Bernard Malamud, e poi Edna O’Brien, intervistata da Roth nel 1984 con delicatezza stupefacente sul sesso e i sentimenti (“Roth: E non ci sono donne altrettanto promiscue? [degli uomini].

O’Brien: L’unica vera sicurezza sarebbe volgere le spalle agli uomini, staccarsene, ma questa sarebbe una piccola morte, almeno per quanto mi riguarda”).

Poi Roth smise, di scrivere e di spiegarsi; non tanto per il Nobel mancato (“Se Lamento di Portnoy si fosse intitolato L’orgasmo sotto il capitalismo rapace, allora forse mi sarei guadagnato il favore dell’Accademia svedese”), ma perché nessuno come lui comprese fin dentro lo scheletro l’insegnamento di Kafka: “Nella lotta fra te e il mondo, asseconda il mondo”.

“Hendrix, l’ultimo Addio”. Le eredità di Patty Pravo

“Io? Io sono un essere”. Senza troppe definizioni, restrizioni, stereotipi o facili salvagenti per incasellare una persona. Lei è Patty Pravo, dove neanche l’età esiste, solo storia presente, passata e futura (“perché la mia vita è il palco”), con 55 anni vissuti dentro un personaggio nato a metà degli anni Sessanta e celebrato sotto ogni sfumatura artistica, sociale (“le donne mi dicono ancora grazie”), personale, per chi ha attraversato intere epoche, e non ha visto, ma vissuto. Ora esce con Patty Pravo live, un doppio Cd per rivivere i concerti al Teatro La Fenice di Venezia e al Teatro Romano di Verona.

Oramai tutti i suoi brani hanno una storia importante alle spalle.

Ogni canzone apre un file della memoria, come Ragazzo triste, scritta insieme a Gianni Boncompagni durante una scorribanda intorno al Raccordo Anulare di Roma, noi stipati dentro a una Fiat 500.

Lei non era d’accordo sul titolo.

Non lo capivo, eravamo felici e spensierati, contestavo questa tristezza; ma lui irremovibile replicava: ‘È il periodo beat, va di moda’.

È vero che ha in mano l’ultima canzone di Califano?

Eccome! Un gesto bellissimo, lo ha scritto nel testamento; ora è lì, presto intendo inciderlo, ma subito dopo l’uscita del mio prossimo cd di inediti.

Il Califfo…

Ci conoscevamo dai primi anni Settanta, un uomo molto simpatico, intelligente, buono e anche bellissimo…

C’è sicuro un “ma”…

A suo tempo mi ha fregato la segretaria, una francese meravigliosa in grado di parlare molte lingue: non ha resistito a sedurla, se l’è portata via, con lei presissima.

Era irrefrenabile.

Il vero Califfo.

Anche con lei?

Non ci ha provato, ha lasciato perdere, gli è bastata la segretaria.

Quando nei talent i ragazzi portano i brani cantati da lei, sono dolori.

Perché sono canzoni che vanno interpretate, devi offrire la tua visione, non puoi fermarti all’orecchio…

Si impara?

Quasi impossibile, o certe sensibilità le hai di natura, fanno parte del tuo animo d’artista, o è inutile (riflette) ah, secondo me lo stesso può accadere con Francesco.

De Gregori.

È un fratello: una presenza artistica non comune.

È Diva

Certo.

Né uomo né donna.

Infatti sono un essere, però musicalmente mi reputo solo una buona interprete.

Gigioneggia.

No, lo penso: sono nata per stare su un palco, lì sopra mi trasformo, azzero tutto, dalle malinconie ai dolori fisici.

Anestetizzata.

Ricevo amore, e lo restituisco, godo e loro altrettanto; certo il piacere cambia a seconda del tipo di tournée, di periodo musicale, di pubblico.

Ha segnato anche uno stile, in qualche modo è stata ed è un’influencer.

Io? (E fa le corna, più volte) Non ho l’influenza.

Influencer.

La febbre non mi viene mai e mi sono preoccupata; cos’è quest’influencer?

Chi condiziona le scelte altrui.

Forse all’inizio, in particolare con le donne, a loro devo molto, soprattutto dopo La bambola; ci si riconoscevano, sia per il testo, che per il mio modo di truccarmi.

L’emancipazione.

Lo spero, e ancora oggi molte mi esprimono stima; forse si sono sentite più libere.

Di divorziare…

Ma neanche dovevano sposarsi, a che serve?

Parla lei? È andata all’altare quattro volte.

Perché me lo hanno chiesto, hanno insistito, quindi li ho accontentati: un periodo per ognuno ma un anello unico per rappresentarli (e mostra una fede al dito medio).

È in buoni rapporti?

I grandi amori restano.

È bugiarda?

Non ci penso proprio, troppa fatica, e poi non ricordo quasi mai nulla.

Poca memoria?

Per i nomi, zero.

I visi?

Lì sono micidiale, non dimentico nulla, anche chi ho incontrato una sola volta, tanto da causare delle scenette memorabili all’aeroporto: saluto persone convinta di conoscerle, mentre magari ci ho preso l’aereo in appena un caso e anni prima.

I testi?

Posso aiutarmi con il gobbo, ma preferisco sbagliare o dimenticare una parola, così la performance è più vera.

Verità o leggenda: lei ha ricevuto l’ultima telefonata di Hendrix prima di morire.

Verissimo, era stanco del suo personaggio ribelle, non voleva più rompere le chitarre sul palco, ma sognava di suonare con un’orchestra.


Crisi totale.

Voleva cambiare musica ma gli era vietato dai manager, e per questo era giù di morale, non ne poteva più. Spesso le persone non capiscono qual è l’animo di un artista.

Non lo rispettano.

Non comprendono il lato da bambino da salvaguardare.

E lei lo protegge?

(Si finge bambina, sbatte le mani con tempi sincopati) Per fortuna il pubblico mi ama sempre.

La sua prima sigaretta a dieci anni.

E non intendo smettere.

Non le danneggia la voce?

Anche Sinatra non ha mai abbandonato il pacchetto, e io amo solo le Marlboro rosse, e come me Giorgia: siamo diventate amiche grazie a una sigaretta regalata da lei a me; quel giorno mi ha salvato dall’isteria.

Guida la macchina?

Sì, ma solo Porsche 911 S.

Sportiva.

Amo la velocità, mi metto lì e spingo; oddio, oramai ho smesso, non si può più correre, mica come prima.

(Quando con Boncompagni andava sul Raccordo. Ma allora almeno era una 500…)

Twitter: @A_Ferucci

Assia, le elezioni che fanno tremare la Merkel

Volker Bouffier rischia la poltrona. Il navigato politico della Cdu, il partito di Angela Merkel, è dal 2010 governatore dell’Assia, l’unico Land tedesco in cui la Alternative für Deutschland (AfD) non è ancora rappresentata. L’ultimo Parlamento regionale era stato rinnovato prima dell’ondata migratoria dell’estate del 2015 e il risentimento contro i partiti che l’avevano avallata non era ancora esploso. Domenica sera i nazionalisti xenofobi saranno rappresentati anche a Wiesbaden, ma non è per colpa loro che Bouffier rischia la poltrona.

Il voto, che avrebbe dovuto essere squisitamente locale, ha assunto una forte connotazione nazionale dopo il terremoto politico che ha scosso la Baviera e la Grande Coalizione (GroKo) che governa a livello federale. L’Assia ha 6,25 milioni di abitanti, è benestante e la disoccupazione è del 4,6%. È il Land dove si trova Francoforte, la sede della Bce. Bouffier guida un esecutivo bicolore nel quale è alleato con il Grünen, i Verdi. Con i suoi 61 seggi (gli ambientalisti ne hanno 14) su 110 la maggioranza è solida. Ma scricchiola pericolosamente. Gli ultimi sondaggi danno la Cdu e i socialdemocratici della Spd in caduta, con una perdita del 10,5%. La prima dal 38,5 al 28%, i secondi dal 30,5 al 20%. Il movimento ecologista sempre più centrista e moderato (a Francoforte è stato un giudice a imporre il divieto di circolazione per le auto a gasolio meno moderne vista l’inerzia dell’amministrazione) rischia di raddoppiare, passando dal 9 al 20%, addirittura sopra il livello di cui è accreditato a livello nazionale. La AfD diventerebbe la quarta forza con il 12%, mentre la Linke, la sinistra estrema, e i liberali della Fdp, guadagnerebbero il 3% raggiungendo l’8%.

La scomoda posizione di Bouffier, che sull’immigrazione ha lasciato ad altri il ruolo di “falco”, è quella di confermare il partito come quello di maggioranza relativa, ma senza la certezza di restare a capo del governo locali. Il Grünen è in forte recupero e sarà il vero ago della bilancia. La quasi “naturale” coalizione tra Cdu e i liberali è esclusa. E un’alleanza tra due soli partiti potrebbe non essere sufficiente: sia la prosecuzione dell’esecutivo nero-verde sia il governo di larghe intese tra Cdu e Spd sembrano traballanti. Si delineano così nuove ipotesi: intesa rosso-rosso-verde, “clamorosa” per il land finanziario. O come la formula Giamaica (cristiano democratici, liberali e verdi) affossata a livello federale.

La campagna elettorale di Bouffier è un calvario perché sul governatore gravano i burrascosi rapporti tra i partiti della GroKo. Ha provato a smarcarsi attaccando i costruttori che non vogliono farsi carico delle spese di adeguamento dei veicoli a gasolio che i pendolari rischiano di non poter più usare. Ma proprio il suo partito non soltanto ha beneficiato dei generosi contributi delle case d’auto, ma le ha anche “fiancheggiate” a livello comunitario. Nel confronto diretto tra aspiranti governatori è nettamente davanti al rivale Thorsten Schäfer-Gümbel, che per la terza volta è il candidato di punta della Spd: 46% contro 32% secondo le ultime indagini. Solo che il più apprezzato è Tarek Al- Wazir (Verdi), laureato in Scienze politiche, attuale vice di Bouffier e ministro regionale dell’Economia. Il gradimento del 47enne dal doppio passaporto (tedesco e yemenita) è di 1,7 punti su una scala tra 5 e meno 5. Gli altri due arrivano a 1,2 e a 0,8.

Voto, sul Brasile torna lo spettro della dittatura

Da lunedì il Brasile, il Paese con la più grande foresta del pianeta e la maggiore biodiversità, avrà molto probabilmente un presidente di estrema destra che non crede al cambiamento climatico, ritiene logico deforestare e aumentare la vendita di armi per contrastare la piaga della criminalità di strada. L’ex capitano dell’esercito Jair Bolsonaro, che aveva raggiunto quasi la maggioranza assoluta (46%) al primo turno delle Presidenziali, contro il 29 del rivale Fernando Haddad, secondo gli ultimi sondaggi vincerà con il 57% al ballottaggio di domani, mentre il sostituto di Lula dovrebbe fermarsi al 43. Nonostante alcuni sondaggi segnalino che Fernando Haddad stia acquisendo nuovi consensi e che vincerà nell’importante Stato di San Paolo e sicuramente nella omonima metropoli (di cui è stato sindaco dal 2003 al 2017) con il 51%, l’esponente del Partito dei Lavoratori non sembra avere chance per la presidenza della Federazione. Nel commentare la crescita nei sondaggi dello sfidante, Bolsonaro ha detto via Facebook che “la sua vittoria sarebbe possibile solo in caso di brogli elettorali… Haddad sta provando a manipolare i dati dell’istituto di sondaggi Ibope”.

Bolsonaro, con il pretesto di essere ancora convalescente in seguito alle coltellate ricevute il mese scorso da uno squilibrato, ha declinato il faccia a faccia televisivo con il rivale-sostituto di Lula già ministro durante la presidenza Rousseff. In realtà l’ex militare Bolsonaro, pur accreditandosi come rappresentante delle istanze più conservatrici e retrive – quelle che stanno a cuore agli evangelici, ai latifondisti e ai costruttori di armi – si è affidato a whatsapp anziché alla vecchia Tv per aumentare il proprio consenso, favorito anche dall’agguato che gli stava costando la vita. La scorsa settimana il 63enne deputato del Partito social liberale aveva aperto una disputa con i responsabili del social network affinché consentisse agli utenti di inviare messaggi di testo, audio e video a centinaia di contatti. Del resto all’inizio della campagna elettorale, quando era ancora di fatto sconosciuto alla massa e ignorato dai media, l’ex militare-deputato non potendo contare su un budget consono a una corsa per la presidenza, aveva trovato nella piattaforma di messaggistica la propria agorà. Ha però respinto le accuse rivoltegli dal suo rivale circa la richiesta di sostegno finanziario, che sarebbe una violazione della legge elettorale.

Ma la maggior parte degli osservatori indipendenti e gli esperti di social media sostengono che attraverso whatsapp, il team di Bolsonaro abbia inondato gli smartphone di un numero enorme di elettori (che sono 147 milioni) con falsità e teorie cospirative per disorientare il dibattito politico senza alcun tipo di controllo.

Haddad, 4 giorni fa, aveva ancora una volta richiesto il confronto diretto con il rivale, arrivando ad accettare un eventuale dibattito via social. L’ex sindaco di San Paolo e i suoi alleati hanno affermato di essere seriamente preoccupati del fatto che Bolsonaro ha più volte elogiato pubblicamente la dittatura militare del Brasile (1964-1985) che conosce bene dato che allora era un quadro dell’esercito. Alcuni media hanno già fatto i nomi dei militari ed ex-militari che sostengono Bolsonaro e sono pronti a ricoprire ruoli di potere nel futuro governo qualora vincesse il ballottaggio.

“Non siamo una minaccia per la democrazia, al contrario, siamo la garanzia per la libertà e la democrazia contro la corruzione endemica”, ha detto Bolsonaro in un’intervista radiofonica.

L’ex capitano si vanta di non essere mai stato corrotto, ma contro di lui ci sono state varie azioni penali ed è risultato colpevole in due processi: uno per apologia allo stupro, l’altro per avere fatto dichiarazioni omofobiche in televisione.