Mille miglia dal sogno: Iván e altri 7mila in fuga

C’era un tempo in cui Iván era tra le poche persone che potevano spostarsi senza rischi, lungo le frontiere invisibili del Sector Rivera Hernández – la zona più pericolosa di San Pedro Sula, Honduras – tra le varie pandillas conosciute qui come maras. “Amico, si ricorda di me?”, è il messaggio che mi ha lasciato lunedì in segreteria. “Qui le cose vanno molto male, me ne vado con la Carovana”. La Carovana di migranti, migliaia di honduregni come Iván che, dalla frontiera tra Guatemala e Messico, punta dritta verso gli Usa.

Ho conosciuto Iván – il nome è di fantasia, per la sua sicurezza – nel 2014. Mi avevano detto che aveva l’“onore” di essere rispettato da gruppi antagonisti di pandillas: è grazie a lui se sono potuto entrare nel Sector Rivera Hernández. Il giorno prima del nostro primo incontro, due ragazzi della mara “Barrio 18” erano stati uccisi perché, dopo un fermo, la polizia li aveva lasciati nel territorio nemico della “MS”, la maraSalvatrucha.

Iván ha 35 anni. È sempre stato rispettato dai capi delle bande, che conosce da quando è ragazzino. È difficile immaginare un tipo come lui con uno zaino in spalla a emigrare nella carretera. Ma va via anche lui, il prototipo dell’honduregno che ha un lavoro (in una ditta che distribuisce bibite), e che può vivere tra i pericoli della sua città senza rischiare. Ha sentito parlare della Caravana migrante e ha deciso di provare a cambiare il suo destino.

Padre Ismael Moreno Coto, che tutti conoscono come Padre Melo, è un noto attivista in Honduras. Dirige Radio Progreso, nella città El Progreso, vicino a San Pedro Sula, e ha accettato di rispondere alle domande del Fatto Quotidiano mentre partecipa a una caravana interna de la dignidad: 200 persone che da El Progreso percorreranno 300 chilometri a piedi, fino alla capitale Tegucigalpa, per manifestare solidarietà ai viaggiatori diretti in Messico e ripudiare il regime illegale del presidente Juan Orlando Hernández.

“La Caravana migrante è l’effetto di una pentola a pressione che fischia da molti anni, cioè dal colpo di Stato del 2009. È la fotografia di un popolo che non trova nel proprio Paese la soluzione ai propri problemi”, spiega Padre Melo. Secondo i suoi calcoli, sei milioni di honduregni (su nove milioni di abitanti complessivi) sono afflitti da gravi problemi di salute, mancanza di casa, bassa istruzione e violenza. “Sono persone che non sopportano più uno Stato che produce esclusione”, ci dice il sacerdote. “E questo sentimento è alla base del fenomeno della carovana”.

Quando abbiamo incontrato l’ultima volta Iván, aspettavamo la Caravana Migrante nella città di Tecún Umán, sulla frontiera settentrionale del Guatemala, a pochi metri dal confine dove oltre 4 mila persone si sarebbero riunite per continuare il cammino in direzione Stati Uniti. “L’Honduras non serve più per vivere”: mi ha detto. È per questo che Iván si unirà a quelle 7.500 persone che fanno parte del cosiddetto “esodo honduregno”.

Milton Madrid è lì tra i tanti. Viaggia col seguito di moglie e figlio di due mesi. Vivevano a San Pedro Sula, la città di Iván da cui è partita la Caravana, il 13 ottobre scorso. Anche Milton ha lavorato nella zona del Sector Rivera Hernández e spiega che tutte le attività economiche che conosce sono soggette a estorsioni da parte delle maras.

“Si chiede un pizzo a tutti: dai venditori di tortillas ai tassisti, ai negozianti”, ci ha raccontato a Tecún Umán, mentre aspettava di attraversare la frontiera del Messico. “Non c’è zona che si salvi a San Pedro Sula. Se per caso a uno delle bande piace mia moglie, non mi resta che lasciare il quartiere se non voglio che mi ammazzino, non c’è modo di sopravvivere in questo inferno”, la moglie di Milton annuisce con la testa. Poi, ha detto anche lui: “Honduras non serve più per vivere”.

La famiglia di Milton si è persa nella moltitudine che ha attraversato il ponte che collega il Guatemala e il Messico. È una fila di cinque chilometri: più di 7 mila persone che si stanno dirigendo nel cuore del Messico.

Per Padre Melo, la Caravana Migrante “è un fenomeno sociale, non si tratta di una semplice carovana, ma di migliaia di abitanti impoveriti che vivono ai margini della città”.

Si calcola che circa 500 persone al giorno lascino il Paese, l’Honduras, alla volta degli Stati Uniti. Senza contare le marce spontanee che sono nate durante tutto l’anno, e che il governo di Juan Orlando Hernández accusa essere complici della strategia di destabilizzazione architettata dall’opposizione nel Paese. E mentre il presidente honduregno attacca il suo Paese, c’è un altro presidente, Donald Trump, che da giorni minaccia Messico, Guatemala e Honduras. Due giorni fa, Trump ha autorizzato l’invio di 800 militari che dalla prossima settimana presidieranno la frontiera del Texas. “Impiegherò l’esercito per questa emergenza nazionale. Li fermeremo!”, ha twittato ieri. E per sottolineare il concetto, aveva evocato lo spettro dell’Europa: “A quelli che si battono per l’immigrazione illegale consiglio di dare uno sguardo a ciò che è successo in Europa negli ultimi cinque anni. Un disastro totale!”

La Caravana intanto è arrivata a Mapastapec, nello Stato messicano del Chiapas. E continua la sua lenta avanzata. In tanti non smettono di camminare. Come Iván.

(Traduzione Gabriella Saba)*Rodrigo Soberanes
è un giornalista indipendente, tra i più famosi in Messico, fondatore del sito di informazione e giornalismo investigativo “Ruta 35”

Non essere cattiva, Desirée

I ragazzi sono appollaiati al buio su quella costruzione stramba di acciaio e plastica. Una scala che finisce su una specie di piattaforma. Bizzarrie di un architetto americano. “Da queste scale – mi racconta un commerciante che sta per chiudere il suo negozietto di alimentari – scendevano le modelle delle sfilate di moda”. Lussi semplici, non erano delle moderne Wanda Osiris, ma belle ragazze dell’Agro che indossavano ricchi costumi da sposa. Ora solo buio e le solite stanche, inutili promesse e progetti di riqualificazione urbana per una piazza che stenta finanche ad avere un nome: piazza Amedeo di Savoia, piazza taxi, no piazza viola. Pochi metri oltre, le luci di “Randy kebab”, “Stuzzicheria” e “Medirock wine bar”, illuminano il marciapiede. Qualche tavolino, pochi ragazzi seduti a mangiare. Quelli sulla piattaforma chiacchierano. Fumano e si raccontano. “Desirée non la conoscevo. Ho letto che si faceva, che andava a Roma, che usava roba pesante. Pasticche, eroina, cose che puoi trovare anche qui, in zona. Noi, intendo il mio gruppo, fumiamo solo erba. Ogni tanto”. Il ragazzo che decide di scambiare due chiacchiere ha pochi anni più di Desirée. Felpa nera e testa avvolta nel cappuccio. Cerco di capire da lui come si vive a Cisterna di Latina, come vive la sua vita un ragazzo con i suoi sogni, le sue fragilità, la sua rabbia. Mi guarda, sbuffa e risponde: “Qui si vive con la speranza di scappare, di andar via. All’estero ma anche a Roma, dovunque si possa rompere questa noia che ti soffoca. Prendi il treno, ‘na mezz’oretta e sei nella Capitale e il mondo è tuo”. Ride, il ragazzo con la felpa. A pochi metri, seduti sulle panchine attorno alla fontana Biondi, dallo scultore che nel 1890 diede corpo alla bella Ninfa, maestosa mentre impugna un ramoscello di ulivo, ci sono gli anziani con le loro badanti bulgare. “Domenica faremo una grande fiaccolata per quella povera ragazza, ci saremo tutti con le candele e il cuore. Povera figlia!”. Vecchi e giovani. Due solitudini in questa città che a passi veloci si avvia a essere una triste appendice metropolitana di Roma.

Cisterna di Latina. Nessun cinema, tanti palazzi e qualche villetta, una panchina. Il quartiere di Desirée, San Valentino

Cisterna di Latina, città del kiwi, delle fabbriche e di antichi butteri che qualche schiaffo, narra la leggenda, lo diedero anche a Buffalo Bill. Città sempre in crescita vertiginosa. Ventottomila abitanti nel 1981, 31 mila nel ’91, 32 mila nel 2001, 35 mila dieci anni dopo. Agricoltura, fabbriche e affitti sostenibili attirano gente dalla Capitale. Antonio Pennacchi, lo scrittore dell’Agro vincitore di un Premio Strega, ambientò qui uno dei suoi racconti di operai e rabbia, Shaw 150. Il quartiere San Valentino, dove Desirée ha vissuto la sua breve vita, e dove vivono il padre, la madre e i nonni che l’avevano in protettivo affidamento, è il più grande della città, con i suoi settemila abitanti. Palazzi dell’Ater (edilizia popolare), ma anche villette a schiera. Proletariato, sottoproletariato e piccola borghesia. Tanto verde e nient’altro. Poche luci. Alle nove di sera anche quelle del bar vengono spente. C’è la guardia medica e una pubblicità che inneggia al Roipnol, un farmaco contro l’insonnia che spesso viene usato per sballarsi. Di fronte, il Centro polivalente, una bella struttura abbandonata da almeno tre anni. C’erano sale per concerti, spazi per i giovani, punti di ascolto. Tutto chiuso per i soliti inenarrabili motivi burocratici. Solo una luce è accesa, quella del centro per anziani. Ci parla il signor Alvaro. “Ci riuniamo qui, giochiamo a bocce, a carte, mangiamo una pizza. La nuova amministrazione comunale ha promesso che riaprirà il centro. Speriamo”.

Intanto, tutto è chiuso e i ragazzi del quartiere per andare a passare un po’ di tempo sono costretti a scavalcare muri e cancelli. Il resto è una panchina, la scuola di danza privata dove ballare zumba e balli latinoamericani, la palestra privata per farsi i muscoli, il campo da calcio gestito da società sportive. Altro non c’è. Neppure un cinema. I 35 mila cisternesi non hanno il diritto di sedersi in una sala al buio e godersi un film. È la provincia italiana sempre in bilico tra isolamento e rischio di essere schiacciata dalla metropoli. Ha ragione Andrea Di Consoli, quando nel suo bel romanzo La collera (Rizzoli 2012), scrive che tra case e palazzi come questi dove si vivono esistenze scollegate l’una dall’altra e senza più alcun senso di comunità, “l’anima si riduce a corpo”.

“Avevo un lato dolce, ma l’ho mangiato”, scrive la piccola Desirée in un ingenuo post su Facebook. E inconsapevolmente, forse, ci rivela i tormenti della sua vita difficile. Una madre che da bambina appena cresciuta ha dovuto sopportare il peso della maternità. E da giovane donna non ce l’ha fatta a capire la sofferta ribellione di sua figlia. Che oggi chiede “giustizia per Desirée: voglio che questa tragedia non accada ad altre ragazze”. Un padre sbandato, uno che morde il mondo e che le cronache giudiziarie raccontano come un boss dello spaccio, proprio a San Valentino. Pure lui, affidandosi al Messaggero, parla. “Non sono riuscita a tenerla lontano da quelli come me”. E i nonni, l’ultima spiaggia. Una coppia perbene, villetta nel verde di via Procida nello stesso quartiere. Lei funzionaria del ministero di Grazia e Giustizia, lui sindacalista apprezzato in città. La famiglia non ce l’ha fatta a salvare Desirée. E insieme a loro il Sert (il centro contro le dipendenze che è ad Aprilia), gli assistenti sociali, il Consultorio che a Cisterna non c’è, il Comune, la scuola. Lo Stato. “La verità – dice allargando le braccia al cielo don Livio, l’anziano parroco del quartiere – è che questi ragazzi sono soli. Non parlano, ti chiedono aiuto con gli occhi. Ma noi, i nostri figli non li guardiamo mai negli occhi”.

Lo psicologo: “Gli adolescenti oggi si sballano per colmare vuoti, cercano visibilità e non rifuggono il senso di inadeguatezza”

“L’adolescenza è un periodo della vita terribile, soprattutto nel mondo di oggi”. Il dottor Rosario Capo, direttore della scuola di specializzazione in psicoterapia psicosomatica dell’ospedale Cristo Re di Roma, da anni si occupa di ragazzi difficili. “Alcuni adolescenti sono più impulsivi di altri. Hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, in parte congenita, in parte dovuta a esperienze conflittuali. Nella droga vedono una via d’uscita per governare questi impulsi emotivi che gli altri non riescono neppure a comprendere. Sballarsi, come si dice, serve a colmare vuoti esistenziali terribili. Anche la ricerca del brutto, del buco nero dove precipitare, e non solo in termini metaforici, fa parte di questo meccanismo, essere fuori dalle regole, avere visibilità sociale, sfuggire alla massa che ci giudica inadeguati. E lo spacciatore diventa un amico, uno che mi capisce col quale ho affinità. Questi ragazzi hanno bisogno di adulti forti e gentili, altrimenti vivono in un vuoto di presenza e di gioie e nessuno li aiuta a capire e progettare il futuro”.

Lo specialista parla dei ragazzi in generale e a noi vengono in mente le scene che abbiamo visto in via dei Lucani a San Lorenzo. Quella fogna dell’umanità dove Desirée ha vissuto la sua via crucis. La droga che l’ha uccisa. L’umiliazione di sé e del suo corpo. Le grida ubriache e sguaiate di chi ha abusato di lei. E l’ultima violenza, il suo corpo straziato, la sua storia, le sue fantasie, i turbamenti e i sogni di bambina che si credeva già donna, i silenzi, l’indifferenza di chi gli stava accanto, la triste impotenza di una famiglia che non ce l’ha fatta. Tutto questo usato per la politica, quella bassa e volgare, per dare altra legna al fuoco di campagne di odio, per protagonismi televisivi, per il vomitevole chiacchiericcio sui social.

Tutti oggi sanno di lei, il suo volto è già stampato sulle magliette, tutti oggi hanno bocca per parlare e parole da dire. Nessuno, ieri, aveva occhi e cuore per capire il suo disperato grido d’aiuto. La famiglia no. Non ce la fa, non ce la facciamo. E poi lo Stato con il suo welfare morente: chi si occupa dei nostri ragazzi? “Il sistema Paese, come si dice, usa gli adolescenti come target per campagne pubblicitarie e prodotti da consumare. È indifferente alle loro esigenze, non c’è nessuna connessione tra psicologia evolutiva e clinica e la formazione delle leggi che regolano il sistema educativo e formativo. Gli sportelli per l’ascolto nelle scuole non funzionano, sono una farsa nella maggior parte dei casi. Spesso sono affidati a giovani laureati in Psicologia pagati pochissimo o nulla. I servizi per l’età evolutiva hanno sempre meno risorse”. È l’analisi disperante che ci consegna il dottor Capo.

Le sue parole ci risuonano in testa mentre inizia la notte di Cisterna di Latina. I ragazzi sulla piattaforma a parlare, parlarsi e scrutare i telefonini. I loro coetanei sulle panchine del Valentino. Tra poco torneranno a casa, stanchi e vinti dalla noia posteranno un “buonanotte” su FB. Soli con le loro vite. Desirée, che non voleva perdere la sua dolcezza, è morta e ci lascia un messaggio semplice e forte: siamo morti con lei, un Paese che non sa occuparsi dei suoi giovani è morto, e non lo sa. Il resto è la lenta agonia di urla, invocazioni di ruspe e castrazioni chimiche, tweet e post rabbiosi, tv del dolore. Il resto è una Italia senza pietà.

Guerre di parole

“La comunicazione, che è diventata così determinante per le nostre vite, deve rimanere sotto il presidio attivo della nostra cultura e della nostra umanità”

(da La guerra delle parole di Vittorio Meloni, Laterza, 2018, pag. XIII)

È una “guerra delle parole”, più che delle idee e degli ideali, quella che si sta combattendo nella politica italiana. Una “guerra fredda” a colpi di notizie e false notizie, battute, slogan, dichiarazioni e smentite; un turbine di parole in cui diventa sempre più difficile orientarsi e farsi un’opinione, razionale e convinta. “Fibrillazioni dialettiche”, le ha definite il premier Conte nel suo incontro con la stampa estera.

Sono parole in libertà quelle di Beppe Grillo, quando auspica – com’è lecito – la riduzione dei poteri attribuiti dalla Costituzione al presidente della Repubblica. Sono parole al vento quelle del neo-presidente della Rai, Marcello Foa, quando dichiara a un giornale israeliano che il gruppo del Pd al Parlamento europeo avrebbe preso soldi dal finanziere Soros, offrendo così il destro a Matteo Renzi per sollecitare gli europarlamentari “dem” a querelarlo per diffamazione. Sono parole a vuoto quelle di Renzi, se resteranno senza seguito, quando denuncia che le schede dell’elezione di Foa in Commissione di Vigilanza sarebbero state “segnate”. E sono parole insensate quelle di Giovanni Floris, quando invita alla sua trasmissione l’ex premier e gli contesta la “titolarità” a parlare della manovra economica, dimenticando che il suo ospite è un senatore dell’opposizione e – piaccia o meno – è stato per tre anni capo del governo.

Ma a volte La guerra delle parole, come s’intitola il saggio di Vittorio Meloni che ricitiamo all’inizio di questa rubrica, può diventare anche una guerra di carte bollate. È il caso della causa civile per danni intentata da Tiziano Renzi contro Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano, ottenendo – per ora – un risarcimento di 95 mila euro. Non spetta a un collaboratore esterno assumere la difesa d’ufficio del direttore e del giornale. Ma, senza entrare qui nel merito di una vicenda già ampiamente raccontata, si può fare una riflessione ulteriore sulla patologia del rapporto tra informazione e giustizia.

Posto che sono i cittadini, e non i giornalisti, i titolari del diritto all’informazione, è ovvio che ognuno è legittimato a difendere la propria reputazione e la propria onorabilità quando viene o si ritiene diffamato. Se questo è l’interesse giuridico da tutelare, la via maestra per accertare la verità e ottenere una riparazione effettiva è certamente quella del processo penale, attraverso la querela per diffamazione. L’eventuale condanna del giornalista, accompagnata da un obbligo di rettifica negli spazi e nei modi più adeguati, è l’unica sanzione che può risarcire la lesione subita dal cittadino.

Quando s’imbocca invece la strada della causa civile, senza neppure presentare la querela per diffamazione, si trasferisce la vertenza sul piano economico, rivelando così che in realtà l’obiettivo è quello di lucrare un “quantum” e magari di vendicarsi nei confronti del giornalista. È da tempo che il sottoscritto sostiene piuttosto che, prima di tutto, bisogna ripristinare la reputazione e l’onorabilità del diffamato. E solo se ciò non avviene, dev’essere consentito di procedere sul piano civile. Altrimenti, la “spada di Damocle” di cui parlava Travaglio nel suo editoriale su questa vicenda diventa un’intimidazione e una forma di censura preventiva nei confronti della libertà d’informazione. E allora la richiesta di risarcimento si converte in un danno per tutti i cittadini, legittimi titolari di questo fondamentale diritto.

Caro grillo, l’autismo suscita rabbia, non riso

Egregio sig. Grillo, sono Elio, quello della terra dei cachi. Ho ascoltato le Sue parole sui politici/autistici e a parte che non mi hanno fatto ridere, ma far ridere al giorno d’oggi è difficile, Le confesso che mi hanno fatto proprio incazzare. Come forse sa, sono genitore di un bimbo autistico, il che significa molto sinteticamente: DISPERAZIONEFATICASOFFERENZAFRUSTRAZIONEFATICARICERCAAFFANNOSADIUNASOLUZIONE

FATICADOLOREINCUBOFATICAINFERNOFATICALITIGIFATICAH24TUTTIIGIORNI.

Pensi che solo in Lombardia si stima che le famiglie interessate da questa orribile sensazione siano centomila. Se mi chiede la cifra italiana non gliela so dire, lo Stato Italiano non fornisce questo servizio di conteggio. Non fornisce quasi nessun servizio. Tornando alla mia incazzatura, io capisco benissimo che Lei si occupa di questioni molto più importanti del mio bambino autistico; però mi sono confrontato con altri genitori di bambini autistici e li ho trovati incazzati pure loro.

Sig. Grillo, lo so che quando ci si accalora per questioni importanti magari si dicono cose un po’ forti. Basta chiedere scusa e se l’interlocutore è intelligente tutto va a posto. Noi genitori dell’autismo siamo molto intelligenti. Le scuse però non le ho viste. Ho letto invece una dotta e accorata difesa del sig. Fini Massimo, il quale dice che allora si dovrebbero incazzare anche ciechi e sordi. C’è una differenza sostanziale: se uno ha problemi di udito va dall’otorino, se ha problemi di vista va dall’oculista. Quelli dell’autismo non sanno dove cazzo andare.

Se ti nasce un figlio autistico, parte una specie di orrida caccia al tesoro in cui pochissimi fortunati riescono a trovare persone competenti che A PAGAMENTO iniziano una terapia abilitativa del bambino; gli altri, cioè quasi tutti, continuano a non sapere dove sbattere la testa. E l’incubo, sig. Grillo, L’INCUBO è solo all’inizio; perché quando il bambino cresce e diventa uomo non lo tiene più nessuno, men che meno i genitori ormai anziani. E l’incidenza dei nati autistici sta aumentando a ritmi vertiginosi, ormai siamo a 1 su 50. Significa che se i suoi figli avranno dei figli c’è il 2% di probabilità che saranno autistici, sig. Grillo.

Concludo citando un estratto della Sua risposta sul social: “Conosco pienamente i problemi di chi vive il dramma di situazioni familiari quasi impossibili da sostenere, ho rovesciato il corso della mia vita per impegnarmi verso il mio paese, certo non a favore di chi se la spacchia… Continuerò ad utilizzare metafore e continuerò ad esservi vicino”. Vuole esserci vicino? Ci aiuti a fare applicare la legge. Le leggi italiane in tema di autismo esistono e sono buone, ma non vengono applicate. Se vuole veramente esserci vicino, mobiliti le sue forze e ci aiuti a farle applicare! Chi più di Lei può ottenere questo risultato che per un Paese civile sarebbe normale, ma che in Italia sembra impossibile!!!

Firmi anche Lei la petizione di Uniti per l’Autismo su change.org, siamo a duecentomila firme, con Lei potremmo come minimo raddoppiarle. Forza sig. Grillo, usi tutta la Sua potenza. CI AIUTI A RAGGIUNGERE QUESTO SEMPLICE RISULTATO.

Per Iuschra, la bambina autistica dispersa nei boschi di Brescia.

Per Gilla, autistica, e il suo fratellino Lorenzo, travolti da un treno in Calabria.

Per Tiziana, la mamma di Como che non ce l’ha fatta.

Per tutti i bimbi autistici vittime di episodi di bullismo e di abusi.

Per tutti i bimbi autistici che potrebbero, con una terapia adeguata, vivere una vita il più possibile autonoma e serena, liberando se stessi e le loro famiglie da questa situazione.

Si può fare.

Cordialmente.

Chiesa o moschea, è sempre preghiera

Ha voglia di far pentole, il Demonio, sarà sempre Dio a mettere il coperchio quando e come vuole.

L’Associazione Musulmani si aggiudica all’asta la cappella degli ex Ospedali Riuniti di Bergamo che fa capo alla Regione Lombardia, dell’ex chiesa se ne farà una moschea e così – l’Altissimo sì che sa profondere il buonumore – è Iddio in persona, di fronte alla legge restrittiva contro i luoghi di culto, a offrire il sacrosanto inganno.

C’è da sorriderne, la partita è proprio impari e perfino le reazioni più allarmate – come ieri Libero col titolo “Allah sfratta Gesù” – volano nell’allegria perché l’Islam proprio non può privarsi del figlio di Maria, anzi, ne custodisce il lascito spirituale, al pari della sua sacrissima Madre e però è inutile attardarsi in sermoni quando già la sancta simplicitas risolve tutto: pregare non è mai una colpa.

E il titolare, meglio – il destinatario dell’orazione – è sempre lo stesso: il Divino.

Non avete idea quanto sia moschea la superba cattedrale di Palermo dove cristianamente, ma al modo saraceno, è seppellito Federico II, il tedesco che per farsi musulmano volle vivere in Sicilia. Avvolto nei lini, nudo, il capo poggiato sulla nuda pietra, l’Imperatore dell’universale è sepolto in direzione di Mecca. E sempre a Palermo, la Cappella Palatina, a Palazzo de Normanni, porge agli uomini la preghiera all’ombra del verde intarsiato d’oro. E sono “giardini di vigne circondati di palme”.

Così è scritto nei mosaici, e non è soltanto il logo dei profumi Ortigia – così nella versione stilizzata – è il versetto della Sura della Caverna, dal Santo Corano.

Pregare non è mai una colpa.

Non c’è stato verso di poterli sfrattare gli Dei, tutti, quando del Pantheon – a Roma – se n’è fatta una chiesa cristiana. Ogni qual volta dal foro del tempio vi si affaccia la luce per trascinare nel suo fascio, i raggi del sole, è sempre quello – il Dio ignoto – a far capolino tra le Guardie d’Onore, i turisti e i Gladiatori di cartapesta.

Nessuno sfratta nessuno: sono sempre raggi della stessa luce.

Come a Santa Sofia, a Istanbul – eterna Roma – o come a Damasco le cui moschee nei minareti cantano, col vigore dei muezzin (ebbene, sì), il nome di Gesù.

Come nei templi del fuoco – è quello dei Re Magi – perennemente ravvivato dai sacerdoti di Zaratustra nella pur Repubblica islamica d’Iran.

C’è anche in Kazakistan, in Pakistan, in Uzbekistan, in Siberia, tra gli sciamani del Nord America, è lo stesso di quello di Vesta – ai Fori Imperiali – e però il nostro fuoco è stato fatto spegnere da molti secoli ormai, quando, la religio dei nostri padri, la fede di Ipazia, diventava un crimine abietto da cancellare nell’oblio e nella distruzione.

Come a Palmira, la perla del deserto in Siria, devastata dai terroristi islamisti dell’Isis, arrivati secondi, secoli dopo, rispetto ai fanatici cristiani.

Ed è un dolore, infatti, leggere Nel nome della croce, la distruzione cristiana del mondo classico, un saggio di Catherine Nixey pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri dove si capisce – i fatti sono messi in fila – che tutti sfrattano tutti quando a far legge sono le pentole dell’odio e non l’incommensurabile coperchio di misericordia del Divino.

Dopo di che, certo, c’è la politica. La Lega della campagna elettorale indugia sulla voluta confusione tra religione e immigrazione per averne consenso. Matteo Salvini che oggi è al governo – ministro dell’Interno – deve adesso separare le due questioni. Ha promesso di confrontarsi con i cittadini federiciani (se proprio si vuol parlare di radici europee, più radice di Federico II non c’è…) e i musulmani italiani sono ben pronti. Per tenere ben distinte religione e geografia. Dopo di che, ovvio, c’è la realtà.

Ecco un aneddoto: incontro casualmente Omar e Ibrahim in metropolitana, a Roma, e nella gioia del rivedersi usciamo in superficie per prendere un caffè.

Ibrahim è romano verace, di antica schiatta, abita nel quartiere Quadraro e non ne può più dei bengalesi che “tengono le mogli chiuse in casa, le vestono con i sacchi neri, fingono di essere poveri e si fanno dare i soldi della solidarietà”.

Che c’entra questo discorso, domandiamo all’unisono io e Omar.

E lui: “Questo non è l’Islam!, che vuor di’ che te tieni ’a moglie come un cane?”.

No, non è l’Islam, rispondiamo pure noi. Siamo a piazza Vittorio e Omar – una colonna della comunità – osserva: “Ci rendiamo conto che già qui, in questo slargo, ci sono ben quattro sale da preghiera… ma perché non se ne fa una sola, grande, bella…”.

Lo interrompe Ibrahim: “Questo non è l’Islam, questi se stanno a fa’ le loro tribù, nun fanno ‘a religione, fanno solo geografia!”.

Mail box

 

Solidarietà al “Fatto”, è stata colpita l’onestà intellettuale

Da abbonato e lettore del Fatto da sempre e del suo mensile, desidero esprimere tutta la mia vicinanza a Marco Travaglio e a tutta la famiglia del Fatto per questa condanna incredibile che va a colpire una persona e un giornale che hanno fatto dell’onestà intellettuale e dell’indipendenza dai poteri forti una regola di vita a cui tutta l’Italia perbene deve gratitudine.

Cosa sarebbe oggi l’informazione in Italia senza questo giornale? Speriamo che Giovanni Donzelli (Il Fatto 25.10) riesca a portare a compimento una nuova legge sulle querele che impedisca la possibilità ai potenti di mettere in difficoltà la stampa libera e che anche il querelato, in caso di sua vittoria giudiziale, possa avere un risarcimento proporzionale alla richiesta del querelante.

Leggo che non avete problemi finanziari conseguenti a questa sentenza: sono comunque anch’io sempre disponibile ad aiutarvi come posso, se questo fosse necessario.

Spero che non accada il peggio ma, se disgraziatamente ci fosse la necessità, vi invito a mettere in contatto tutti noi vostri lettori, perché penso che così, tutti insieme (siamo in molti!) potremmo raccordarci meglio e aiutarvi più incisivamente.

Francesco Giovannelli

 

Scale mobili: condizioni vergognose in tutte le stazioni

La condizione delle scale mobili di tutte le stazioni metro di Roma è spaventosa.

Dire che è da terzo mondo è un eufemismo. Io viaggio per Roma tutti i giorni e mi muovo molto per tutta la città: una scala mobile su due è tutti i giorni, puntualmente e immancabilmente, ferma per lavori di riparazione, e tutto il flusso dei passeggeri viene caricato sulla restante stressandola fuori dalla sua capacità di carico. Alla fermata Policlinico, dove mi reco ormai da anni per impegni familiari, alle 18 una delle due scale mobili in discesa è messa sempre regolarmente in riparazione. Alla meravigliata domanda che ho fatto al personale Atac su come fosse possibile che una riparazione della stessa scala mobile durasse mesi e anni senza mai avere una fine, mi è stato risposto che quella scala mobile è “a pezzi”, che non ci sono i soldi per cambiarla e quindi ogni giorno devono metterci mano per tenere insieme i pezzi.

Già molto prima che succedesse l’inevitabile avevo il terrore di salire su qualsiasi scala mobile della metropolitana di Roma, perché è evidente dalle condizioni in cui si presentano e dai rumori che fanno che sono a rischio crollo. Il Comune e Atac sanno benissimo che fanno viaggiare milioni di persone a rischio incolumità. È indecente e criminale!

D. Pisu

 

L’eutanasia è un diritto, ma la legge va scritta con precisione

Se la vita è un dono, è nostro diritto poterne fare quello che vogliamo. L’eutanasia è un diritto.

Di certo un diritto che va scritto con precisione certosina, ogni caso va esaminato con riflessione, ma il diritto di decidere del nostro destino è qualcosa a cui non possiamo rinunciare.

G.C.

 

In un clima di odio il rischio di emulazione è più alto

Quando un personaggio di pubblica evidenza e dotato di buona espressività dirama un messaggio di odio, trova sempre un emulo che, in forma più carognosa e decisa dell’originale, parte in quarta per realizzarlo, quasi fosse un ordine personale diretto a lui stesso. Se poi nel messaggio si dice che è diretto al popolo, allora diventa una squillante autorizzazione a dare sfogo a tutta l’aggressività. La storia più o meno recente del nostro paese pullula di questi personaggi: un uomo pubblico agita il pugno, un suo emulo esegue l’ordine nel peggiore dei modi.

Così sono morti in tanti, inutile fare nomi, dei feriti non c’è contabilità. Ovviamente tutto questo va calibrato alla situazione del momento: non siamo ancora nella fase della massima tensione e i fatti della cronaca attuale sono ancora contenuti anche se molto gravi. Dovrei dire che sono molto preoccupato, ma non è vero, alla mia età non ci si preoccupa più.

Sono invece estremamente deluso: di questi fatti, attuati allo stesso modo di tanti altri successi in tempi che ancora si possono dire di memoria diretta, proprio non pensavo più di vederne!

Luigi Spiota

 

Perché i giornali italiani diffondono allarmismo?

Ha ragione Giulio Sapelli, storico, economista e accademico italiano, quello che avrebbe potuto essere al posto di Tria, quando avverte del pericolo dei giornali italiani che diffondono un allarmismo suicida. Tutti i giornali europei stanno bene attenti a non fare terrorismo per non amplificare uno spread negativo e non danneggiare il proprio Paese.

Solo i media italiani vanno contro corrente come se avessero in odio la propria patria e volessero rovinarla a tutti i costi.

Mario Draghi ha detto che la situazione è seria per cui bisogna “abbassare i toni” perché tutti potrebbero rimetterci e non è in gioco solo l’Italia ma l’intera Europa. Ma non è stato ascoltato né da Moscovici e Juncker né dai media diretti dal Pd, i quali sembrano in preda a un accecamento suicida e accusano gli altri di essere il Partito dell’odio mentre operano solo per la distruzione di tutto.

Viviana Vivarelli

Insegnanti di sostegno. Molto negli anni è stato fatto. Bussetti promette 40 mila posti

 

A oltre un mese dall’inizio dell’anno scolastico, in tantissime scuole mancano i docenti di sostegno, e al di la delle strumentalizzazioni su quanto detto da Grillo sull’autismo, i governi precedenti hanno fatto poco o nulla per i disabili frequentanti la scuola. Si è data la possibilità di frequentare dei corsi dal costo di svariate migliaia di euro ma il numero degli specializzati risulta essere ancora insufficiente a ricoprire i posti occorrenti. A tal fine ritengo utile, anche per eliminare il turpe mercato dei corsi che lo stesso ministero, a richiesta di coloro che vorranno dedicarsi all’insegnamento del sostegno, organizzi dei corsi intensivi affinché al cospetto di alunni disabili non si presenti un docente a digiuno di elementi necessari per ricoprire tale ruolo.

Pasquale Mirante

 

Gentile Pasquale, il sistema italiano è considerato uno dei migliori d’Europa, ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati tra i banchi.

Il problema del sostegno nella scuola esiste, inutile nasconderlo. Non è neppure corretto dire che i governi non abbiano fatto nulla: nell’ultimo decennio i posti di sostegno (e quindi la relativa spesa) sono stati quasi raddoppiati (da 87 mila nel 2008 a 141 mila). Il punto è che molti di questi sono in deroga (cioè assegnati in corso d’opera e non coperti in pianta stabile), mentre in parallelo sono aumentati gli alunni disabili da 174 a 245 mila (non è un dato negativo ma il frutto di maggiore attenzione: si fanno più diagnosi che in passato). La coperta è sempre troppo corta.

La soluzione è avere più insegnanti, certo, ma qualificati: il sistema di formazione è già gestito dal ministero attraverso le università, ha il limite di non sfornare abbastanza docenti (anche perché non ci sono soldi per assumerli) ma sono specializzati.

È vero che così, per mancanza di personale, in cattedra ci finiscono tanti docenti che non lo sono, ma deregolamentare la specializzazione con “corsi intensivi” rischia di sortire l’effetto opposto. Per il futuro il ministro Bussetti ha annunciato un piano pluriennale da 40 mila posti (che sono appunto quelli in deroga): sembra un primo passo.

Lorenzo Vendemiale

Islamico lumbàrd, non avrai la chiesa

Come bambini che, quando perdono, prendono il pallone e se ne vanno, il leghista Attilio Fontana fa marcia indietro sulla vendita di una chiesa pur di non darla vinta ai musulmani.

È il caso del luogo di culto di Bergamo messo all’asta dalla Infrastrutture Lombarde e aggiudicato giovedì a un’associazione islamica. “Il simbolo della cristianità della cappella della chiesa Casa Frati di Bergamo sarà salvaguardato”, dice il presidente della Regione Lombardia che “farà valere il diritto di prelazione”. Gli acquirenti erano riusciti così a beffare la norma (voluta da Roberto Maroni) che limita la costruzione di moschee, aveva comprato all’asta la chiesa, la casa dei frati e il seminterrato in cui fare una sala da preghiera (sfruttando le agevolazioni regionali): insomma, era tutto a norma, ma non basta.

“La Chiesa dei Frati è vincolata dal Ministero dei beni culturali” e quindi la sua vendita può essere fatta soltanto “se lo Stato, la Regione o il Comune non eserciti il diritto di prelazione dell’acquisto”, dice Fontana. Fino a giovedì per fare cassa gli andava bene tutto. Poi sono arrivati i musulmani e allora le regole cambiano.

“Stuprate a Milano da uomini di colore”: due denunce fasulle

Sfruttando l’onda emotiva degli ultimi casi di cronaca, hanno raccontato di essere state violentate da immigrati per coprire loro problemi personali, salvo poi fare retromarcia quando sono state messe di fronte agli esiti delle indagini. Sono i due casi di presunti stupri denunciati, in momenti diversi e negli ultimi mesi a Milano, da due adolescenti che hanno accusato “uomini di colore” e che si sono rivelati inventati. Ieri, infatti, una ragazza di 15 anni ha finalmente ammesso davanti al pm che una violenza, da lei denunciata lo scorso agosto, era soltanto una bugia che aveva usato perché temeva di essere rimasta incinta da una relazione con un 18enne. La ragazzina si era fatta accompagnare dai genitori alla clinica Mangiagalli di Milano, specializzata negli accertamenti sugli abusi, e aveva messo a verbale di aver subito una violenza “da quattro uomini di colore. L’altra ragazzina ha mentito in modo simili perché, si è saputo soltanto con lo sviluppo delle indagini, aveva avuto una sera un rapporto con un uomo di origine marocchina e temeva di aver contratto delle malattie. Anche in questo caso il pm ha chiesto l’archiviazione del fascicolo sulla violenza e ha trasmesso gli atti ai magistrati minorili.

Ripartiamo da Sala: che fare con gli africani immigrati e “diversi”

“L’immigrazione africana porta persone che hanno livello d’istruzione pari a zero e che non hanno mai lavorato, questa è la verità”. Chi lo ha detto? Matteo Salvini? Vittorio Feltri? CasaPound? No, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, intervistato lunedì scorso su La Verità da Mario Giordano. Un’affermazione notevole, per almeno tre ragioni. Primo. Sala è stato eletto con il simbolo del Pd, con i voti di una città europea tra le più progredite, con un programma sull’immigrazione fondato sui giusti principi dell’accoglienza, della solidarietà, dell’integrazione.

Secondo. Il collegamento, inevitabile con la (successiva) morte di Desirée – la sedicenne drogata e stuprata in uno stabile abbandonato nel quartiere di San Lorenzo da immondi aguzzini – e dunque con i quattro fermi operati dalle forze dell’ordine: un nigeriano con il permesso scaduto, due senegalesi irregolari, più un ghanese, anche lui con permesso scaduto; tutti molto probabilmente spacciatori. Terzo. Gli applausi (più forti delle contestazioni) che hanno accolto il ministro degli Interni, Salvini, recatosi sul luogo del massacro a deporre un fiore e per rafforzare l’immagine di uomo forte, il solo, vero baluardo contro l’“invasione” di quelli con la pelle scura. Proviamo a capire meglio. Il sindaco Sala, aperto, solidale, accogliente afferma, pur tuttavia, che “in primis bisogna distinguere tra immigrazione degli africani e altri immigrati”. Ci sta dicendo, dunque, che gli africani sono “diversi” dai filippini o dai cinesi. O dai latinos o dagli immigrati dell’est, che pure, nelle statistiche dell’illegalità (e del mercato della droga), non sono certo agli ultimi posti. Allora in che senso “diversi”? Perché sono tutti spacciatori e stupratori? Certamente Sala non può dirlo e nemmeno pensarlo: egli sa bene come spesso i membri di quelle etnie siano vittime essi stessi di forme di inumano sfruttamento, esposti alla violenza e alla morte (le stragi di Rosarno e di Castel Volturno, il giovane sindacalista Sacko ucciso a fucilate nella Piana di Gioia Tauro). Forse, il primo cittadino di Milano vuole dirci altro: che quei senegalesi, nigeriani, maliani, congolesi, prevalentemente irregolari, privi d’istruzione, che non sanno cosa sia il lavoro perché mai hanno lavorato, una volta approdati in Italia finiscono inevitabilmente, ultimi tra gli ultimi, nel fondo più profondo della scala sociale. E chi non accetta di spezzarsi la schiena nella raccolta dei pomodori per una paga miserabile, può sempre scegliere tra l’accattonaggio, il commercio di marchi contraffatti sui marciapiedi, il ciondolare tutto il giorno, lo spaccio di droga (con annesso-connesso sfruttamento della prostituzione). Di fronte a questa incontestabile realtà, quale è stata la risposta dello Stato italiano? Il nulla assoluto. Salvo minacciare l’espulsione in massa dei circa 600 mila immigrati non aventi diritto (con annessa-connessa feccia umana). Proprio lo slogan con cui Salvini ha mietuto voti, ma impossibile da trasformare in fatti. Una gigantesca, insopportabile balla (“Matteo l’ha sparata grossa”, sorrise il sottosegretario leghista Giorgetti). Ci sarebbe un’altra possibilità. Cominciare a occuparsi seriamente di quella immigrazione africana così “diversa”, coinvolgendo le varie comunità con progetti di scolarizzazione e di avviamento al lavoro (forse ne esistono già ma non in misura sufficiente). Quindi, procedere alla bonifica degli inferni urbani dove i pusher prosperano. Infine, riguardo al mercato capillare e incontrollabile di ogni tipo di droga, dall’eroina e cocaina a quelle sintetiche, non sarebbe male interrogarsi sulla dimensione dell’offerta. Che non potrebbe diffondersi a tali livelli senza la contemporanea, impetuosa impennata della domanda.

Tutte considerazioni, mi rendo conto, che lasciano il tempo che trovano. Molto più semplice (e redditizio) mantenere le cose come stanno. Gli spacciatori a spacciare. Le ragazzine a vendersi per una dose. Il degrado a degradarsi tranquillamente, in posti dove è entrata Desirée, ma dove non entrano “gli spazzini dell’Ama, i tecnici della luce dell’Acea, neppure i proprietari” (Repubblica). Mentre, chi dovrebbe vigilare (comune, municipio, vigili, polizia, carabinieri) non vigila abbastanza. Mentre, da tre anni la mancata potatura degli alberi oscura, nella zona, l’occhio delle telecamere di sorveglianza. Massì, molto più comodo, il giorno dopo, versare qualche lacrima, gonfiare il petto di sdegno, e promettere le ruspe tra le acclamazioni. O ancora meglio, partecipare a fiaccolate contro il fascismo incombente o accusare di razzismo chi dice negro invece di nero. È l’assenza di verità che tutto consente. Il sindaco di Milano qualcosa ha cominciato a dire, ma non abbastanza.