C’era un tempo in cui Iván era tra le poche persone che potevano spostarsi senza rischi, lungo le frontiere invisibili del Sector Rivera Hernández – la zona più pericolosa di San Pedro Sula, Honduras – tra le varie pandillas conosciute qui come maras. “Amico, si ricorda di me?”, è il messaggio che mi ha lasciato lunedì in segreteria. “Qui le cose vanno molto male, me ne vado con la Carovana”. La Carovana di migranti, migliaia di honduregni come Iván che, dalla frontiera tra Guatemala e Messico, punta dritta verso gli Usa.
Ho conosciuto Iván – il nome è di fantasia, per la sua sicurezza – nel 2014. Mi avevano detto che aveva l’“onore” di essere rispettato da gruppi antagonisti di pandillas: è grazie a lui se sono potuto entrare nel Sector Rivera Hernández. Il giorno prima del nostro primo incontro, due ragazzi della mara “Barrio 18” erano stati uccisi perché, dopo un fermo, la polizia li aveva lasciati nel territorio nemico della “MS”, la maraSalvatrucha.
Iván ha 35 anni. È sempre stato rispettato dai capi delle bande, che conosce da quando è ragazzino. È difficile immaginare un tipo come lui con uno zaino in spalla a emigrare nella carretera. Ma va via anche lui, il prototipo dell’honduregno che ha un lavoro (in una ditta che distribuisce bibite), e che può vivere tra i pericoli della sua città senza rischiare. Ha sentito parlare della Caravana migrante e ha deciso di provare a cambiare il suo destino.
Padre Ismael Moreno Coto, che tutti conoscono come Padre Melo, è un noto attivista in Honduras. Dirige Radio Progreso, nella città El Progreso, vicino a San Pedro Sula, e ha accettato di rispondere alle domande del Fatto Quotidiano mentre partecipa a una caravana interna de la dignidad: 200 persone che da El Progreso percorreranno 300 chilometri a piedi, fino alla capitale Tegucigalpa, per manifestare solidarietà ai viaggiatori diretti in Messico e ripudiare il regime illegale del presidente Juan Orlando Hernández.
“La Caravana migrante è l’effetto di una pentola a pressione che fischia da molti anni, cioè dal colpo di Stato del 2009. È la fotografia di un popolo che non trova nel proprio Paese la soluzione ai propri problemi”, spiega Padre Melo. Secondo i suoi calcoli, sei milioni di honduregni (su nove milioni di abitanti complessivi) sono afflitti da gravi problemi di salute, mancanza di casa, bassa istruzione e violenza. “Sono persone che non sopportano più uno Stato che produce esclusione”, ci dice il sacerdote. “E questo sentimento è alla base del fenomeno della carovana”.
Quando abbiamo incontrato l’ultima volta Iván, aspettavamo la Caravana Migrante nella città di Tecún Umán, sulla frontiera settentrionale del Guatemala, a pochi metri dal confine dove oltre 4 mila persone si sarebbero riunite per continuare il cammino in direzione Stati Uniti. “L’Honduras non serve più per vivere”: mi ha detto. È per questo che Iván si unirà a quelle 7.500 persone che fanno parte del cosiddetto “esodo honduregno”.
Milton Madrid è lì tra i tanti. Viaggia col seguito di moglie e figlio di due mesi. Vivevano a San Pedro Sula, la città di Iván da cui è partita la Caravana, il 13 ottobre scorso. Anche Milton ha lavorato nella zona del Sector Rivera Hernández e spiega che tutte le attività economiche che conosce sono soggette a estorsioni da parte delle maras.
“Si chiede un pizzo a tutti: dai venditori di tortillas ai tassisti, ai negozianti”, ci ha raccontato a Tecún Umán, mentre aspettava di attraversare la frontiera del Messico. “Non c’è zona che si salvi a San Pedro Sula. Se per caso a uno delle bande piace mia moglie, non mi resta che lasciare il quartiere se non voglio che mi ammazzino, non c’è modo di sopravvivere in questo inferno”, la moglie di Milton annuisce con la testa. Poi, ha detto anche lui: “Honduras non serve più per vivere”.
La famiglia di Milton si è persa nella moltitudine che ha attraversato il ponte che collega il Guatemala e il Messico. È una fila di cinque chilometri: più di 7 mila persone che si stanno dirigendo nel cuore del Messico.
Per Padre Melo, la Caravana Migrante “è un fenomeno sociale, non si tratta di una semplice carovana, ma di migliaia di abitanti impoveriti che vivono ai margini della città”.
Si calcola che circa 500 persone al giorno lascino il Paese, l’Honduras, alla volta degli Stati Uniti. Senza contare le marce spontanee che sono nate durante tutto l’anno, e che il governo di Juan Orlando Hernández accusa essere complici della strategia di destabilizzazione architettata dall’opposizione nel Paese. E mentre il presidente honduregno attacca il suo Paese, c’è un altro presidente, Donald Trump, che da giorni minaccia Messico, Guatemala e Honduras. Due giorni fa, Trump ha autorizzato l’invio di 800 militari che dalla prossima settimana presidieranno la frontiera del Texas. “Impiegherò l’esercito per questa emergenza nazionale. Li fermeremo!”, ha twittato ieri. E per sottolineare il concetto, aveva evocato lo spettro dell’Europa: “A quelli che si battono per l’immigrazione illegale consiglio di dare uno sguardo a ciò che è successo in Europa negli ultimi cinque anni. Un disastro totale!”
La Caravana intanto è arrivata a Mapastapec, nello Stato messicano del Chiapas. E continua la sua lenta avanzata. In tanti non smettono di camminare. Come Iván.
(Traduzione Gabriella Saba)*Rodrigo Soberanes
è un giornalista indipendente, tra i più famosi in Messico, fondatore del sito di informazione e giornalismo investigativo “Ruta 35”