Preso il quarto del branco: “È il pusher” Era nel “ghetto” di Borgo Mezzanone

“Il sesso c’è stato, la droga anche. Ma non l’abbiamo violentata”. Due dei tre fermati di mercoledì notte hanno ammesso ad alcuni agenti della Squadra Mobile di Roma, informalmente e in inglese, di aver avuto un rapporto sessuale con Desirée Mariottini. Tutto ciò mentre ieri è stato catturato in un sobborgo di Foggia il quarto uomo del branco, Yusif Salia, 32enne ghanese ritenuto dagli investigatori lo spacciatore principale di via dei Lucani, quello che potrebbe aver fornito alla 16enne la dose “letale” di eroina dopo averla sedata con il Tranquirit, pur non essendovi certezza della sua partecipazione alla violenza di gruppo. Al momento, è indagato come gli altri tre per omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti.

L’uomo era in fuga da giorni, essendosi reso conto (a differenza degli altri) della gravità dell’accaduto: aveva tagliato barba e capelli e, ormai braccato, aveva fornito false generalità. Ma da Roma lo avevano già localizzato grazie al gps del suo telefonino. Aveva trovato riparo a Borgo Mezzanone, nell’ex pista del Cara, tra decine di baracche abitate per lo più da immigrati irregolari. Nel suo covo sono stati ritrovati 11 kg di marijuana, 194 grammi di hashish, 2 buste di resina e 4 dosi di metadone, oltre a un bilancino e una pistola giocattolo. E irregolare lo era anche lui, come gli altri tre presunti complici: trovato con il permesso di soggiorno per motivi umanitari scaduto dal 2014, il 27 marzo gli agenti del Commissariato San Lorenzo gli avevano intimato di recarsi a Napoli per chiedere il rinnovo. I pm foggiani – che sono a caccia degli eventuali complici – lo hanno interrogato fino a tarda notte, in attesa che venga trasferito nella Capitale.

Intanto, oggi nel carcere di Regina Coeli a Roma saranno interrogati i primi tre fermati. Per la convalida del fermo, compariranno davanti al gip Maria Paola Tomaselli, i senegalesi Mamadou Gara (27 anni) e Brian Minteh (43 anni) e il nigeriano 46enne Chima Alinno. Due dei tre avrebbero già ammesso di aver avuto rapporti sessuali quella sera con Desirée sotto effetto della droga, ma avrebbero negato di averla violentata e di essersi accorti che fosse in pericolo di vita. Dichiarazioni informali che potrebbero essere ritrattate in presenza degli avvocati, ma che coinciderebbero con i due Dna ritrovati sul corpo della ragazzina. E a caccia di ulteriori indizi nel tugurio di San Lorenzo, ieri mattina è tornata la polizia scientifica: gli agenti hanno registrato almeno 16 reperti, fra cui coperte, accendini, tracce di stupefacente e vestiti. Il rischio è che, dopo una settimana, possa esservi stata contaminazione degli ambienti. Una volta ricostruite per grandi linee le responsabilità della violenza e del decesso, gli investigatori sono decisi ad allargare le indagini a chi era presente e nulla ha fatto. In questo, poco aiutano le dichiarazioni dei testimoni – tutti ascoltati almeno due volte – fra cui le “amiche” di Desirée che si sono spesso contraddette e hanno fatto molta confusione nella ricostruzione. E ieri sera a San Lorenzo si è tenuta la seconda fiaccolata in memoria della giovane cisternina. A organizzarla i centri sociali del quartiere, con la partecipazione silenziosa di almeno 2.000 persone. In testa al corteo il gruppo femminista di Communia che ha esposto uno striscione con su scritto “basta violenza sulle donne”

C’è invece grande preoccupazione per la manifestazione di Forza Nuova di oggi alle 12. Il partito neo-fascista vorrebbe sfilare per via dei Lucani, ma la Digos sta trattando in queste ore per limitare il corteo a Porta Maggiore, fuori dal perimetro del quartiere. Anche perché, a piazza dell’Immacolata, ci sarà alla stessa ora un presidio dell’Anpi. Contro il corteo di Forza Nuova si sono schierati fermamente anche la sindaca Virginia Raggi e tutto il M5S capitolino.

Desirée e gli altri dannati: così Roma si fa di droga

Roma fa storia a sé. Anche nello spaccio. È un rompicapo più complicato che nel resto d’Italia perché, spiegano gli investigatori, persino i più specializzati, a Roma è sempre più difficile distinguere e separare la criminalità diffusa da quella organizzata. È complesso individuare quale sia la criminalità prevalente. C’è il pusher che arriva da un’altra regione e spaccia per due, tre giorni, il tempo di mettere in tasca quello che gli serve e ripartire. C’è chi si ferma una settimana, chi un mese, più raramente c’è chi resta. E in gran parte, questo anello della catena, è rappresentato da immigrati, per lo più nordafricani, come nel caso degli stupratori assassini di Desirée Mariottini, la ragazzina di 16 anni morta in via dei Lucani a San Lorenzo. Difficile, come nel resto d’Italia, risalire con esattezza la catena seguendo ogni singola sostanza – che sia eroina, cocaina hashish o marijuana – e le mani in cui è passata, per individuare il filo che dal pusher porta al narcotrafficante. Molto più facile invece individuare le zone del traffico. E bisogna scordarsi il modello napoletano di Scampia e Secondigliano, dove le piazze di spaccio sono presidiate da decine di sentinelle, e organizzate come fortini in assetto di guerra. Fa eccezione via dell’Archeologia, a Tor Bella Monaca, che è la più simile a una vera e propria “piazza”, dove si spaccia anche all’interno dei palazzi popolari, edifici che a volte contano fino a 32 ingressi quasi impossibili da controllare. Per il resto, Roma è infestata da “zone di spaccio”, “vie dello spaccio” e soprattutto pusher itineranti. Camminano. Si spostano in continuazione. Portano i loro clienti sugli autobus. Ed è ovviamente una tecnica per evitare controlli. Esattamente l’antitesi della piazza di spaccio che protegge spacciatori e consumatori con la sua organizzazione militare. Ma questo non significa che sia difficile sapere dove andare per acquistare qualsiasi dose. Anzi. C’è innanzitutto un triangolo al centro di Roma. Un lato parte dalla stazione di Roma Termini e punta a sud di Roma, verso via Giolitti, Porta Maggiore, per poi unire idealmente i rioni San Lorenzo e Pigneto. Da un lato i “ballatoi” della zona Termini, una vera e propria “strada dello spaccio”, dall’altro i pusher della movida, tra via Tiburtina e via Prenestina, tra i locali di San Lorenzo e Pigneto, affollati di studenti e pub. Il Pigneto ha perso un po’ della sua potenza stupefacente, dopo i numerosi interventi delle forze dell’ordine, ma in piazza del Pigneto il fenomeno è stato senza dubbio ridimensionato, non certo sradicato.

E poi nel traffico di droga, come diceva Totò, alla fine è “la somma che fa il totale”: gran parte dei pusher, dal Pigneto, si sono spostati solo un po’ più in là. A piazza Vittorio. Spesso nei giardini intitolati a Nicola Calipari. E se è vero che non si tratta del modello Scampia, è anche vero che le vedette le trovi anche a Roma, ma di altro tipo rispetto a quelle gestite dalla camorra o qualsiasi altra criminalità organizzata. Sono i pusher stessi a fare da vedetta per chi sta smerciando all’isolato più in là. Per questo si spaccia preferibilmente nelle zone pedonali. Un cenno, all’arrivo di un’auto o di una moto delle forze dell’ordine, e lo spacciatore si dilegua. Accade a San Lorenzo come in quasi tutte le zone della movida in cui il traffico è solo pedonale. Si spaccia a Trastevere, nei pressi di Ponte Sisto, o più a nord, intorno a ponte Milvio, nella zona del piazzale o nella piccola via Flaminia, e ancora nei locali di Testaccio. Il cuore dello spaccio: sempre e soprattutto la movida. Cocaina, tanta. Ma anche eroina. Ai Parioli? Il traffico c’è ma non si vede: i locali notturni sono pochi. Più aumenta il degrado, o più ci si avvicina alle periferie, e più – come è ovvio – la situazione peggiora, come a Torre Angela e Tor Bella Monaca. Casi a parte Ostia e San Basilio: qui la criminalità è più organizzata ed è prevalentemente italiana. Difficile stabilire se il mercato della droga a Roma aumenti. E di quanto. I sequestri non sono parametri indicativi. E neanche i prezzi, ormai, che sono ormai indifferenti alle leggi della domanda e dell’offerta. In tutta Italia le organizzazioni, soprattutto africane, sono in grado di stoccare la merce ed evitare l’oscillazione dei prezzi. Insomma, non c’è solo San Lorenzo e via dei Lucani. E non c’è solo l’assuefazione alla sostanza. Ma anche quella della gente alla presenza dei pusher. “Può sembrare incredibile”, dice un investigatore, ma da via dei Lucani, dove è morta Desirée, non sono mai pervenute segnalazioni, né al 115, né al commissariato di zona, di persone che spacciavano”.

Treviso, ai funerali di Gilberto Benetton mancava la politica

Cittadini accanto all’imprenditoria veneta e non solo. Una cerimonia essenziale, in una città avvolta in un silenzio quasi surreale. Il funerale di Gilberto Benetton a Treviso è durato poco più di un’ora e poco dopo mezzogiorno il feretro è uscito dal duomo di Treviso. Del tutto assente la politica, a parte il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Treviso Mario Conte. Fra gli esponenti della grande finanza, a spiccare è stata la presenza di Florentino Peres, presidente di Acs, gruppo spagnolo socio di Atlantia e presidente del Real Madrid. Tra gli altri Francesco Caltagirone, Flavio Briatore, Marco Tronchetti Provera, Enrico Marchi, Giuseppe De Longhi, Andrea Tomat e Mario Moretti Polegato.

La bara è stata portata in duomo dagli ex giocatori della squadra di basket.

Gravemente malato da tempo, Benetton era stato ricoverato alcuni giorni fa a Treviso per una polmonite, e le sue condizioni erano ulteriormente peggiorate. Con i fratelli Luciano, Giuliana e Carlo, aveva fondato il Gruppo Benetton nel 1965.

Il 10 luglio scorso era morto il più giovane dei quattro fratelli, Carlo, all’età di 74 anni.

Juve-Milan, Supercoppa a Ryad e zero imbarazzi

Ci sono 22 milioni di ragioni per dimenticarsi di Jamal Khashoggi, lo scrittore sequestrato, torturato e ucciso nel consolato saudita in Turchia, e andare a giocare una partita di pallone come nulla fosse in Arabia. Tanto incasseranno Juventus, Milan e Lega calcio per portare a Ryad la Supercoppa italiana, l’incontro che tradizionalmente si disputa tra la vincente del campionato e quella della Coppa Italia e che per l’edizione 2018 si disputerà in una data compresa tra il 12 e il 16 gennaio 2019, durante la sosta invernale.

Il contratto era stato firmato lo scorso giugno, con somma soddisfazione dei club della nostra Serie A: 7,5 milioni di euro a partita (il 90% ai due club in parti uguali, il 10% alla Lega); il doppio di quanto sborsato in passato da Cina e Qatar per ospitare lo stesso trofeo, più ovviamente le spese di trasferta e organizzazione a carico del Paese. Un affare senza precedenti. Intanto, però, il governo saudita è stato travolto dallo scandalo Khashoggi e adesso qualcuno si chiede se non sia il caso di prendere le distanze da un Paese coinvolto in un omicidio politico.

Lo ha fatto ieri, ad esempio, Luca Lotti: “La comunità civile internazionale deve far sentire la propria voce, a tutti i livelli. Credo che anche il mondo dello sport italiano non possa e non debba tirarsi indietro: va immediatamente bloccata la decisione di giocare la finale di Supercoppa italiana a Ryad”. Ma l’ex ministro dello sport non è l’unico ad aver sollevato la questione, pochi giorni fa anche i vertici di Amnesty International avevano messo in discussione l’opportunità del match: “Grandi club come Milan e Juventus dovrebbero rendersi conto che la loro partecipazione a eventi sportivi può essere utilizzata dal governo per ripulirsi la reputazione”.

In effetti da qualche tempo l’Arabia Saudita si è scoperta grande appassionata di sport. Il 16 ottobre ha ospitato l’amichevole di lusso fra Argentina e Brasile (nello stesso stadio dove si giocherà Juve-Milan), il 22 dicembre ci sarà un’esibizione di tennis fra Djokovic e Nadal, a gennaio sarà la volta dell’European Tour di golf: la nostra Supercoppa è solo un piccolo tassello di un piano ambizioso, che mira a contendere il primato nell’area ai nemici del Qatar e a costruirsi un’immagine autorevole a livello mondiale.

Il pallone italiano ha accettato ben volentieri di farne parte: del resto, non è la prima volta che per denaro la Supercoppa trasloca all’estero, e già in passato la Lega calcio non si era fatta troppi problemi etici quando si era trattato di andare a giocare in Qatar, altro Paese su cui gravano pesanti accuse di mancato rispetto dei diritti umani. L’appello è destinato a rimanere inascoltato: i presidenti non si sognano nemmeno di rinunciare a tutti quei milioni. La settimana scorsa, proprio mentre il governo saudita rilasciava le prime ammissioni sull’omicidio di Khashoggi, i tecnici della Lega calcio erano in Arabia Saudita per gli ultimi sopralluoghi in vista del grande appuntamento. È filato tutto liscio, senza un briciolo di imbarazzo. C’è di più: il contratto prevede che tre delle prossime cinque edizioni si disputino in Arabia. Il calcio italiano, dunque, non soltanto il prossimo gennaio sarà regolarmente a Ryad: ci tornerà pure in futuro.

Guerriglia “live”: “Erano più di 100, abbiamo risposto”

Mercoledì sera, a Barcellona. Mezzora al fischio d’inizio. Partita di Champions League. Al Camp Nou arriva l’Inter. Stadio esaurito e tv collegate da mezzo mondo. Sugli spalti, striscioni che inneggiano all’indipendenza della Catalogna. Tutto normale, dunque. Si pensa: sarà solo una bella partita di calcio. In realtà non andrà così, perché fuori dallo stadio, lungo una delle vie di accesso ai settori ospiti, si assiste a scene di guerriglia urbana con feriti, macchine sfasciate, cartelloni lanciati, bombe, pietre, bottiglie. Quasi quaranta minuti di battaglia per strada che sarebbe passata sotto traccia alla vittoria del Barcellona, se non fosse per il racconto in presa diretta di chi, quella sera, c’era e si è ritrovato in mezzo al caos.

Sul piattonon solo violenti scontri tra ultras, ma anche il dato sociale e politico della contesa tra separatisti e antiseparatisti. E questo perché tra le file degli ultras dell’Inter, con idee marcatamente di estrema destra, c’era anche un nutrito gruppo di valenciani che in quel momento rappresentava, volontariamente o meno, l’ala unionista spagnola. Su di loro, in parte, si è scaricata la rabbia degli hooligans del Barça. Alla fine due ultras interisti saranno fermati dalla polizia catalana, poi lasciati andare dopo gli scontri e, secondo il racconto di Alfa, anche grazie alle trattative con la polizia italiana. Tra loro, oltre a un giovanissimo del gruppo degli Irriducibili, anche il figlio di Franco Caravita, storico leader della curva nerazzurra. Ecco allora il racconto in presa diretta. Chi parla è un ultrà della curva Nord dell’Inter. Lo chiameremo Alfa. L’inizio della vicenda è da fissare temporalmente circa mezzora prima del match. Gli italiani si stanno avviando ai loro settori. “Compatti o non compatti – spiega – stavamo facendo il corteo, eravamo circa una cinquantina della curva e una cinquantina degli Inter club. A un certo punto, da una vietta è partito un coro: ‘Inter, Inter vaffanculo’. E poi ‘Barça Hooligans!”. È il segnale. La guerriglia è a un passo. Cova dietro l’angolo di una strada che incrocia il viale dello stadio.

“Subito abbiamo sentito un paio di bomboni”, ordigni artigianali molto pericolosi assemblati con la polvere pirica dei petardi. E poi: “Lancio di sassi, torce e bottiglie. Questi qua sono usciti, saranno stati più di cento. Sono partiti e noi abbiamo risposto subito al fuoco” A quel punto “la polizia catalana ha iniziato a spaccare un po’ da una parte un po’ dall’altra”. Gli agenti in assetto anti-sommossa arginano il caos. Nel frattempo “hanno fermato subito un ragazzino degli Irriducibili e il figlio di Franco”. La calma che si vive è solamente apparente. Gli eventi accelerano di nuovo. Protagonisti gli ultras del Valencia. “Loro – prosegue Alfa – si sono staccati, erano una quindicina. Un gruppo di una quarantina di questi del Barça li hanno beccati e li hanno spaccati tutti, ma proprio spaccati, erano tipo due contro uno, 40 contro 15 più o meno”. In questo caso, stando al suo racconto, la polizia catalana non interviene. “I valenciani sono riusciti a tornare sotto al settore. Ci siamo riaccorpati. Ma gli scontri con la polizia sono andati avanti ancora per 40 minuti. Gente che prendeva i cartelli stradali, che spaccava macchine e specchietti… Il nostro obiettivo era portare via il figlio di Franco e l’altro ragazzo”.

La situazione è decisamente tesa, tanto che secondo Alfa interviene anche la polizia italiana. “Ci hanno detto: ‘Faremo le carte in Questura a Milano, piuttosto che qua, intanto portateli via’. Fondamentalmente siamo riusciti a liberarli”. Il gruppo degli ultras dell’Inter entra al Camp Nou al 26° del primo tempo. “Nessun simbolo del Valencia – racconta Alfa – poteva entrare, hanno fatto perquisizioni come fossimo in aeroporto”. Sugli spalti, però, non vi è traccia del manipolo dei Barça hooligans. Dopo la partita altri scontri tra loro e la polizia catalana. “Il finale – conclude Alfa – è che noi abbiamo preso un sacco di botte, gente veramente spaccata, sembrava un cinema. Ma quando sei in cinquanta della curva e si presentano in cento, ti sdraiano, cosa devi fare, compatti o non compatti”. Sale la tensione per il ritorno a Milano il 6 novembre.

Antimafia al via il 12 novembre, Morra verso la presidenza

Ci vorrannoancora un paio di settimane, ma entro la metà di novembre, dopo mesi di attesa, si insedierà la commissione parlamentare Antimafia. A presiederla dovrebbe essere il senatore grillino Nicola Morra, preferito al collega del M5S Michele Mario Giarrusso dopo una votazione interna al Movimento, che ha la maggioranza in commissione. La data fissata sul calendario per la prima seduta, nella quale si eleggerà il presidente, è quella del 12 novembre, anche se la riunione potrebbe slittare di un paio di giorni in funzione dei lavori del Parlamento. In ogni caso, dopo più di otto mesi dall’inizio della legislatura, l’Antimafia sarà finalmente avviata e potrà occuparsi di criminalità organizzata, come previsto dalla Costituzione, con poteri analoghi a quelli della magistratura. Nelle scorse settimane i ritardi nel far partire la commissione, istituita con una legge del Parlamento prima della pausa estiva, avevano preoccupato anche il Procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho, che aveva sollecitato i partiti ad accelerare le nomine dei propri componenti per poter iniziare i lavori.

Mafia Capitale, i “non so” e le bugie. In 17 rischiano un altro processo

Un mese dopo la sentenza di appello che ha condannato per mafia 17 imputati del processo sul “mondo di mezzo” ora altrettante persone rischiano il rinvio a giudizio con l’accusa di aver reso falsa testimonianza nel corso del dibattimento di primo grado su Mafia Capitale. Un nuovo filone di indagine che si era aperto con il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado. Il prossimo 18 dicembre, il giudice dell’udienza preliminare, Costantino De Robbio, dovrà pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio a carico, tra gli altri, di Antonio Lucarelli, già capo della segreteria politica del Campidoglio con Gianni Alemanno sindaco, e della deputata Micaela Campana, responsabile welfare del Pd nella prima segreteria di Matteo Renzi. È stata richiesta l’archiviazione invece per l’ex viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, Al quale in primavera era stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini perché sospettato di non aver riferito il vero su alcune circostanze, a seguito di un interrogatorio da lui reso successivamente.

I magistrati della Procura di Roma vogliono accertare la natura di quelle che valutano come possibili reticenze e omissioni nelle deposizioni rese dai 17 indagati. A Lucarelli, un passato nella destra extra parlamentare romana, i pm contestano di aver dichiarato in aula il 20 marzo 2017 di non conoscere Massimo Carminati – una delle due figure chiave dell’inchiesta, condannato in appello a 14 anni e 6 mesi – e di non esser mai stato contattato né intimidito da lui durante il suo incarico in Campidoglio. E poi di aver avuto rapporti conflittuali con Salvatore Buzzi, il ras della cooperativa 29 Giugno – l’altro imputato chiave del processo condannato a 18 anni e 4 mesi – nonostante le “evidenze emerse dalle intercettazioni” acquisite agli atti.

La deposizione della Campana nell’udienza del 17 ottobre 2016 invece è divenuta celebre per i suoi 39 “non ricordo” pronunciati in risposta alle domande dei magistrati.

I pm, nella richiesta di rinvio, annotano che la deputata Dem “negava reiteratamente di ricordare numerose circostanze della sua vita politica e personale”. Tra queste il motivo specifico di un incontro risalente al 2014 con Buzzi nella sua abitazione o nei pressi, quello di un vertice sul Cara di Castelnuovo di Porto a cui aveva partecipato assieme ai membri della 29 Giugno e all’allora sottosegretario Domenico Manzione. Ma anche le circostanze in cui sarebbe maturata la richiesta a Buzzi di curare il trasloco per il cognato, Nicolò Corrado. La Campana non avrebbe saputo ricostruire nemmeno i motivi per i quali “lo stesso Buzzi doveva rivolgersi” all’allora viceministro “agli Interni Filippo Bubbico e se fosse per l’accoglienza di immigrati a Castelnuovo di Porto”.

Tra le altre persone che rischiano il processo anche l’allora dirigente capitolino dei servizi sociali, Angelo Scozzafava, già condannato a 2 anni e 3 mesi.

Gli anni orribili dei carabinieri che Salvini non vuole vedere

Nessuno, dal palco, ha nominato Stefano Cucchi. Ma con i giornali strapieni del processo per le violenze e dell’inchiesta sul depistaggio, nessuno ieri pensava ad altro quando il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, alla festa per i 40 anni del Gruppo intervento speciale (Gis) dei carabinieri, ha detto: “Non ammetterò mai che un eventuale errore di uno possa infangare l’impegno e il sacrificio di migliaia di ragazze e ragazzi in divisa”. Chi sbaglia, certo, non infanga tutti, ma “un eventuale errore di uno” è un po’ poco. Salvini in questo modo strizza l’occhio alle componenti peggiori delle forze dell’ordine. Infatti la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, ha dedicato all’innominato Cucchi un passaggio più equilibrato, in cui ricorda i valori di “rettitudine, integrità, coerenza, interiorizzazione del senso del dovere e della responsabilità” che l’Arma incarna, per dire che “laddove si accerti l’avvenuta negazione di questi valori, si deve agire e accertare la verità, isolando i responsabili allo scopo di ristabilire quel sentimento di fiducia”. E anche il comandante generale, Giovanni Nistri, che ha con coraggio ha chiesto scusa ai Cucchi ma poi è stato accusato di riservare maggior rigore ai carabinieri che hanno testimoniato rispetto agli imputati di violenze e depistaggi, si è tenuto sulle generali: “È nella virtù dei 110 mila uomini che ogni giorno lavorano per i cittadini che abbiamo tratto, traiamo e trarremo la forza per continuare a servire le istituzioni”.

Decine di migliaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e vigili urbani si comportano correttamente, altrimenti avremmo morti e feriti tutte le sere. Chi onora la divisa è la prima vittima di chi la disonora. Ma il problema della devianza delle forze dell’ordine esiste, talmente serio che a differenza di altri Paesi non ci sono neanche statistiche accessibili, ha radici storiche profonde, se n’è vista una prova drammatica al G8 di Genova nel 2001 e da allora qualcosa è cambiato ma non abbastanza, specie sulla formazione. I carabinieri lo sanno benissimo perché in genere sono loro che arrestano o denunciano i colleghi e stanno imparando dagli errori del passato.

L’altroieri militari del Noe, il Nucleo operativo ecologico, su ordine della magistratura romana, hanno arrestato altri militari del Noe perché accusati di corruzione nel settore nevralgico del trattamento dei rifiuti. Non sono i primi, purtroppo. È recente la prima condanna per l’incredibile stupro di due studentesse americane a Firenze nell’estate 2017, attribuito a due carabinieri già destituiti dall’Arma con ragionevole solerzia. Tre stazioni della Lunigiana sono state investite da un’inchiesta della Procura di Massa: presunti abusi su stranieri.

Le logiche fascistoidi sono dure a morire. Un mese fa Salvini, sempre lui, ha reso omaggio nelle Marche a un appuntato che era stato ferito da uno straniero: sui social il militare, come raccontato da Sandra Amurri sul Fatto, inneggiava a Mussolini. Non è il primo, anche per questo l’Arma sta potenziando il suo monitoraggio interno sul web. E d’altro canto a Macerata il tiratore razzista Luca Traini, poi condannato in primo grado a 12 anni, è stato benevolmente fotografato in una caserma dei carabinieri col tricolore sulle spalle e l’immagine è finita su tutti i giornali come avrebbe voluto lui. E vale la pena di ricordare il maggiore di Vasto che spiegò, neanche fossimo negli anni 50, che due minori arrestati per abusi sessuali su un’altra ragazzina “non erano consapevoli”, cioè “stupravano a loro insaputa” come scrisse Selvaggia Lucarelli sul Fatto.

Mele marce, si dice. Ma a volte il marcio, o il presunto marcio, è in cima al cesto. Nel caso Cucchi, se i vertici dell’Arma di Roma non coprirono deliberatamente le violenze, certamente non si accorsero di cosa era successo e sembra davvero una barzelletta. Ci sono generali indagati, compreso l’ex comandante generale Tullio Del Sette, per la fuga di notizie rivelata da Marco Lillo sul Fatto nel dicembre 2016 che consentì ai vertici della Consip di far sparire le microspie con cui la Procura di Napoli cercava le prove di corruzioni e traffici di influenze ipotizzati attorno ad appalti pubblici miliardari.

Certi armadi dell’Arma ospitano scheletri che non troveranno mai pace. È di aprile la condanna in primo grado a dodici anni dei generali Mario Mori e Antonio Subranni nel processo per la Trattativa Stato-mafia del 1992-’93: erano ai vertici del Ros, il Reparto operativo speciale, l’élite che si occupa di mafia e terrorismo. E prima di cambiare, il Ros fu guidato dal generale Giampaolo Ganzer, processato insieme ad altri ufficiali per le inchieste sotto copertura trasformate, negli anni 90, in traffici di cocaina: prese 14 anni in primo grado a Milano, ridotti a 4 in appello e cancellati nel 2016 da una salvifica prescrizione in Cassazione.

Rai, Cda convocato per il 31 ottobre Ancora “vuoto” il Tg1

Mercoledì sarà la giornata decisiva per le nomine Rai. Per la mattina di mercoledì prossimo, infatti, è stato convocato il Cda che all’ordine del giorno prevede la nomina dei direttori di reti e testate. Il problema, però, è che all’appello mancherebbe ancora il nome del direttore del Tg1 in quota 5 Stelle. A chiudere la partita saranno Matteo Salvini e Luigi Di Maio che dovrebbero vedersi domenica per trovare la quadra finale. Dunque ha vinto la linea Salini. L’ad Rai, infatti, da giorni spingeva per la convocazione del Cda, anche senza tutte le caselle a posto. Il presidente Marcello Foa, l’unico che può convocare il Cda, invece frenava perché avrebbe voluto muoversi solo con l’accordo in tasca. Dopo un braccio di ferro che ha generato anche qualche tensione in Viale Mazzini, ha vinto la linea Salini, che ha fatto leva pure sul malcontento interno, che ha generato anche la protesta dell’Usigrai. L’intesa sarebbe quasi fatta, ma mancherebbe ancora il nome nella casella più importate: il tg della rete ammiraglia. Un nome che, dopo diversi stop and go e candidati bruciati e riesumati (Paterniti ora è data a Rainews), Salvini e Di Maio dovranno trovare nell’incontro di domenica.

Lanzalone inguaia (ancora) la Raggi

L’ultima grana di Virginia Raggi si chiama Fabio Serini, il commissario dell’Ipa (l’Istituto di previdenza e assistenza per i dipendenti di Roma Capitale). La sindaca l’ha nominato alla guida dell’ente il 26 maggio 2017, ora si scopre che Serini è indagato per concorso in corruzione.

Insieme a lui, un’altra conoscenza dell’amministrazione Raggi: Luca Lanzalone, noto al Campidoglio come “Mr. Wolf”: l’uomo che si occupava di diversi dossier dell’amministrazione capitolina, tra cui quello relativo allo Stadio della Roma. Lì è caduto Lanzalone, accusato di aver messo a disposizione la propria funzione pubblica in cambio di consulenze (anche solo promesse) al proprio studio legale.

La Procura, guidata da Giuseppe Pignatone, ora contesta all’avvocato genovese un’altra corruzione: sarebbe stato lui a suggerire alla sindaca la nomina di Serini, e anche in questo caso ne avrebbe ottenuto in cambio consulenze per il suo studio.

I due si incrociano a Livorno. Serini, si legge nel capo di imputazione, “nella sua qualità di commissario giudiziale nominato per il concordato preventivo dell’azienda A.Am.PS.S. di Livorno (l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, ndr) e quindi pubblico ufficiale, riceveva da parte di Lanzalone utilità consistite nell’intervento presso il sindaco Raggi per la sua nomina a commissario straordinario dell’Ipa”, come pure per la sua proroga. In quel momento lo studio Lanzalone & Partners assisteva il Comune di Livorno nella procedura di concordato.

C’è un secondo reato ipotizzato dai pm romani: traffico di influenze illecite. Oltre a Serini e “Mr Wolf” riguarda anche il suo socio Luciano Costantini. I tre, secondo le accuse, “sfruttando le relazioni esistenti tra Lanzalone e il sindaco Raggi”, “si facevano indebitamente dare da Serini, a titolo della mediazione illecita finalizzata ad ottenere la nomina, un vantaggio patrimoniale consistente nell’attribuzione allo studio Lanzalone” di almeno due incarichi. In sostanza, dopo aver favorito la nomina di Serini, lo studio di Mr. Wolf ottiene almeno da lui due consulenze.

Lanzalone non ha più rapporti col Campidoglio, Serini invece è tuttora commissario dell’Ipa: spetta alla sindaca valutare la sua posizione alla luce delle ultime rivelazioni (ieri è stato anche perquisito).

Sempre ieri i carabinieri hanno bussato – per una vicenda legata all’inchiesta su Parnasi – anche alla Soprintendenza delle belle arti di Roma.

L’obiettivo era perquisire l’ufficio (e poi l’abitazione) di Francesco Prosperetti. Il soprintendente è indagato dall’estate scorsa per induzione indebita a dare o promettere utilità. Avrebbe sollecitato l’imprenditore Parnasi per far attribuire ad un suo amico architetto un incarico da 200mila euro per la “ricollocazione e ricostruzione” di una tribuna dell’ippodromo di Tor Di Valle, l’impianto da demolire per far spazio allo stadio della Roma. Il denaro, secondo gli inquirenti, serviva a far cadere il vincolo su quella stessa tribuna, che rischiava di bloccare l’iter dello stadio romanista.