Da Consip al crac Direkta: tutti i guai di papà e mamma Renzi

Dopo il padre, la madre. A casa Renzi i guai giudiziari non finiscono mai. I genitori dell’ex premier aspettano l’udienza del prossimo 4 marzo nel processo che li vede imputati a Firenze per fatture false, ma nel frattempo si tengono singolarmente impegnati. Papà Tiziano attende l’esito del fascicolo Consip nel quale è indagato a Roma per traffico di influenze illecite, esito che dovrebbe arrivare a breve. Per Laura Bovoli, invece, pochi giorni fa, come rivelato da La Verità, è stato chiesto il rinvio a giudizio dai magistrati di Cuneo con l’accusa di concorso in bancarotta della Direkta, società piemontese di Mirko Provenzano. Società con la quale mamma Renzi aveva rapporti attraverso la Eventi 6, una delle azienda di famiglia, detenuta dalle tre donne di casa: Laura Bovoli con le figlie Matilde e Benedetta, sorelle di Matteo. Secondo i magistrati di Cuneo, tra le due società più che reali attività commerciali esisteva un rapporto finanziario ritenuto fittizio: quando una delle due aveva necessità di liquidità o di far risultare una operazione, interpellava l’altra, che si prestava. In particolare, secondo l’accusa, Direkta chiedeva pezze d’appoggio retrodatate e la signora Bovoli provvedeva. I documenti individuati, i mandati amministrativi isolati dai magistrati, riportano in calce la firma di Bovoli.

Le indagini di Cuneo hanno preso avvio da uno stralcio dell’inchiesta svolta dalla Procura di Genova sul fallimento della Chil Post, società di famiglia. Nel capoluogo ligure inizialmente i due coniugi sono stati indagati per bancarotta fraudolenta e poi archiviati. Il curatore fallimentare Maurizio Civardi, chiamato a verificare i bilanci della Chil e a valutare come tentare di coprire i debiti per 1,5 milioni, nel novembre 2013 individuò un credito registrato dai Renzi nei confronti di Provenzano e della Direkta per 247 mila euro. Nel tentativo di recuperarli Civardi scrisse all’azienda ma, si legge nella relazione poi inviata ai magistrati, “Direkta ha contestato il debito affermando addirittura di avere a sua volta un credito di 24.109,60 verso la fallita società”.

Da Genova gli atti sono stati inviati in parte a Firenze, sede della Eventi 6, in parte a Cuneo, dove si trova la Direkta. Da qui prendono avvio le diverse indagini. Tra le annotazioni della Guardia di Finanza – che poi individua le fatture false (per opere connesse all’outlet The Mall a Reggello) con un altro imprenditore, Luigi Dagostino, e al rinvio a giudizio dei coniugi Renzi – ce ne sono molte in cui vengono analizzati gli scambi di email. Email che dimostrano come attorno alle aziende ruoti l’intera famiglia di Rignano.

Il 13 gennaio 2016 – quando la Direkta è ormai fallita da due anni –, Provenzano scrive ai genitori dell’ex premier e ad Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, proprio in quel 2016 indagato sempre dalla Procura di Firenze insieme ai fratelli Luca e Alessandro per riciclaggio: secondo l’accusa, avrebbero sottratto e usato a fini personali 6,6 milioni di 10 ricevuti in beneficenza per i bambini in Africa dalla Play Therapy. In altre email, sempre del 2016, figura anche Patrizio Donnini, coinvolto con la sua Web&Press nel disastroso acquisto dei periodici Il Reporter e Chianti News, e con la Soluzione grafica e comunicazione. Donnini è un fedelissimo di Matteo Renzi. La sua ex moglie, Lilian Mammoliti, oltre a essere l’ideatrice e animatrice storica delle kermesse alla Leopolda, era socia della Dot Media di un altro dei fratelli Conticini, Alessandro, indagato per appropriazione indebita e pure di truffa con il terzo, Luca.

Donnini è stato più volte adoperato dal segretario del Pd per le campagne elettorali degli esponenti dem. Curò anche il tentato sbarco di Alessandra Moretti alla guida della Regione Veneto. Con risultati simili a quelli delle aziende nate a Rignano.

Nelle indagini di Cuneo, il ruolo centrale lo svolgeva Laura Bovoli. Tiziano nella Eventi 6 non ha mai ricoperto alcun incarico, ha un contratto come agente. Contratto che rappresenta la sua unica entrata e, come ha ricostruito la Guardia di Finanza fiorentina, registra un’ascesa in proporzione all’incremento del volume di affari della società negli anni in cui il figlio è premier. Nel solo 2014, quando il fu rottamatore varca la soglia governativa, il fatturato della Eventi 6 aumenta del 117% e l’utile addirittura di 63 volte. La dichiarazione unica di Tiziano Renzi negli anni 2015, 2016 e 2017 cresce progressivamente: 65 mila, 120 e 150 mila. Nonostante il ruolo esterno, il papà dell’ex premier è molto attivo nelle scelte strategiche, come dimostrano sempre le numerose email allegate agli atti prodotti sia dalla Procura di Firenze sia da quella di Cuneo. Ma la famiglia, ormai si sa, è molto unita.

“Triste, declassato y final. Ma la colpa è anche nostra”

È un caso umano di downgrade. Andrea Orlando, ministro prima dell’Ambiente e poi della Giustizia, è stato declassato dal popolo italiano dalla tripla AAA alla tripla BBB col voto del 4 marzo.

Scendi dal treno e guardi la realtà dal pianoterra.

Cenere eri e cenere ritornerai.

Per un soffio sono stato candidato, perché poi ho saputo che Renzi aveva intenzione di farmi fuori proprio.

Immagino che dev’essere molto triste il declassamento.

Non mi sono mai immedesimato con la carica. La cosa più triste è la rottura che senti con il tuo popolo. Esco di casa a La Spezia e vedo alcuni di quelli con cui ho fatto politica per tutta la vita che sono divenuti grillini, o sovranisti con qualche punta di xenofobia.

Non ti vien voglia di berci assieme neanche più un caffè.

È brutto, sa? Io non li incolpo, abbiamo sbagliato anche noi, sottovalutando alcuni segnali. Ora che sono sceso dal treno guardo la vita in modo diverso, e percepisco le questioni più da vicino.

Niente più salamelecchi.

Quante genuflessioni, quanta ipocrisia. La ragione è che la burocrazia italiana non si sente autorevole, autonoma. Vive in uno stato di perenne provvisorietà. Ora vedo quelli che erano così cortesi con me, al limite del servo encomio, usare lo stesso riguardo con i nuovi arrivati.

Un politico declassato è un politico dimezzato.

In politica il saliscendi è la norma.

Inviti a cena, all’aperitivo, in barca, di qua, di là.

C’erano gli inviti, ma non facevano per me.

Si mangia meglio quando si è ministri.

Nel senso di quelle cose lì? Di me potrete dire tutto, tranne quelle vergogne lì.

Cibo. Facevo riferimento al cibo. Pranzi e cene coi fiocchi.

Dieta uguale: schifezze prima, schifezze oggi.

Da ministro il corpo però sussulta.

Ma la minima della pressione arteriosa era giunta a 120! E non mi riusciva di prendere sonno. Dormivo pochissimo. Guardi che se senti la responsabilità non è che stai tranquillo…

Ha perso anche la fidanzata.

L’avevo già perduta. Cioè era finita.

Presa di lato, l’adunata grillina al Circo Massimo di domenica scorsa sembrava una festa dell’Unità senza bandiere rosse.

Lo so. Loro hanno preso i nostri, e noi stiamo prendendo quelli che votavano Forza Italia.

Bell’acquisto.

Perciò dico che serve il congresso. Quando si smarrisce il senso della comunità, quella rete di protezione e di prudenza che ti costringe a non dire tutto ciò che pensi del tuo compagno.

In effetti ve ne dite di cotte e di crude.

Ne parlavo con Minniti l’altroieri. Ti senti solo, e pensi di risolvere da solo la questione, magari prendendo a male parole chi ti sta a fianco.

Renzi si sente solo.

Si sente il centro del mondo, pensa che le sorti del Pd dipendano dal suo destino personale.

Voi tutti però avreste bisogno di fare un po’ di terapia.

Abbiamo preso un colpo micidiale, enorme. Ma inutile colpevolizzare chi non ci ha votato.

Hanno preferito gli incompetenti a voi.

Questo è anche il frutto avvelenato dell’antipolitica. Poi vai a fare il ministro e ti senti come l’asino in mezzo ai suoni. Mi hanno riferito che uno di questi nuovi non sapeva neanche chi fosse il suo capo di gabinetto.

Lei asino mai?

Mi è capitato di non aver percepito il senso di un problema. Guardavo in superficie e non mi accorgevo che sotto c’era dell’altro. Ma asino così, no.

Andrea Orlando è mite, dialogante, ligure e parsimonioso.

Devo dire che ho messo da parte più di quanto i genitori abbiano potuto in una vita intera.

Tutto in conti correnti.

Ma è poco.

In banche sicure o traballanti come Carige?

Carige? Niente. Anzi no, un piccolo conto lo dovrei avere anche là.

La politica l’aveva mandata sulla luna, adesso ne è ridisceso. Ha visto che noi giornalisti neanche la cerchiamo più di tanto?

Voi fate parte del paesaggio.

Siamo dentro la cerchia di quelli del servo encomio?

Non tutti, naturalmente. Io comprendo, non mi stupisco, la vita è così.

Voi del Pd dovete decidere se fare la corte a Salvini, divenire una Lega rosé e con la cravatta, oppure creare un’azienda politica nuova. Con il provvedimento sulla legittima difesa siete parsi sulla scia del ministro dell’Interno.

L’idea di assecondare la spinta securitaria ci ha coinvolto. Abbiamo pensato che fosse giusto. Invece proprio non si può. Questi vorrebbero che se spari in casa tua nessuno, nemmeno il giudice, possa chiedere conto. Vorrebbero farci retrocedere all’età della pietra.

Il downgrade ha fatto bene almeno alla salute?

Questo sì. Pressione alta rientrata, dormo molto meglio ora.

E all’amore?

Effetti visibili ancora no.

Ruocco e Lannutti bocciano il dl fiscale: “Va modificato”

Il dl fiscale va modificato, “rispettando i principi ispiratori del M5S”. Lo hanno scritto la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, e il senatore Elio Lannutti, storico amico di Beppe Grillo, in un comunicato congiunto che ha provocato sorpresa e diffusa irritazione nel Movimento. E non poteva essere altrimenti, perché la nota è molto diretta: “Molte delle disposizioni del provvedimento all’esame del Senato sono contrarie ai nostri valori. Il M5S da sempre si batte per un fisco equo, semplice, non vessatorio con gli onesti ed i piccoli contribuenti in difficoltà e, d’altro canto, duro e intransigente nel contrasto alle pratiche evasive ed elusive soprattutto dei soggetti che reiterano condotte dannose per la società frodando l’erario”. E allora, secondo Ruocco e Lannutti, la “pace fiscale” va modificata in base a questi principi che da sempre sono l’anima del nostro elettorato”. Luigi Di Maio, a margine di un incontro avuto con alcuni studenti, ha commentato così: “Chiaramente la nota vuole dire che nessuno deve provare a buttare dentro il decreto qualche schifezza. Ma escludo nuove manine”.

“Faremo un contratto anche in Europa, ma non con la Lega”

Un contratto, sul modello di quanto già fatto in Italia con la Lega. Ricalcato sul manifesto programmatico che il M5S presenterà a inizio del 2019, e da sottoporre ai possibili alleati per nuovo gruppo nel Parlamento europeo, guidato dal Movimento.

È la carta per le prossime elezioni europee dei Cinque Stelle, che si attendono una rivoluzione nelle urne. “Il voto cambierà la maggioranza e gli equilibri politici in Parlamento, e noi vogliamo fare da catalizzatore per tante delegazioni che non si riconoscono nella destra o nella sinistra”, afferma l’europarlamentare siciliano Ignazio Corrao. Confermando quanto anticipato domenica scorsa da Di Maio, che sul palco di Italia5Stelle ha lanciato “la terza via del M5S in Europa”.

Ma la via va costruita, e non è affatto semplice, visto che numeri e risorse ce li hanno i grandi blocchi. E allora ecco Corrao: “Vogliamo costruire un nuovo gruppo, e con l’attuale regolamento pre-Brexit, per farlo servono almeno 25 parlamentari e rappresentanti di sette nazionalità diverse. Nel 2014, prendendo il 21 per cento, siamo stati eletti in 17: quindi questa volta potremmo avere i numeri minimi per il gruppo (con il 30 per cento si eleggono tra i 25 e i 28 parlamentari, ndr). Però bisogna trovare altre delegazioni”. I contatti ad ampio raggio “sono già partiti da tempo”, conferma Corrao.

Ma nel M5S guardano anche ai gruppi che ancora non sono sbarcati a Bruxelles. E per convincerli si partirà da un contratto, “che potremo stipulare prima o subito dopo il voto”. E la base dell’accordo sarà il manifesto per l’Europa: “Dentro ci saranno i nostri valori, e il primo punto sarà la lotta all’austerità. Poi ci saranno temi come la lotta alla corruzione e le politiche ambientali, fino alla riorganizzazione dell’immigrazione, con una revisione del Trattato di Dublino che porti alla redistribuzione dei migranti per quote obbligatorie tra i vari Paesi. E i nostri iscritti ratificheranno tutto sul web”. Però ci sono nodi. Come il fatto che a opporsi alla revisione sono innanzitutto i governi di Visegrad, cioè i sovranisti dell’Est, “amici” di Matteo Salvini. Così è ovvio chiedere: il contratto sarà aperto a tutti, compresi la Lega e il Front National di Marine Le Pen?

L’eurodeputato replica: “Ci sono partiti che hanno connotati molto chiari che non coincidono con i nostri. E ho i miei seri dubbi che una come La Pen, catalogata con i sovranisti, possa aderire. In generale, noi non vogliamo stare con i partiti dell’establishment, che siano i liberali oppure i socialisti, così come con l’estrema destra o l’estrema sinistra, e qui penso a Podemos, dove ha prevalso la linea di Pablo Iglesias di fare da stampella dei socialisti”. Sarà, ma i numeri sono stretti. E allora chi cercate? “I nomi dei partiti con cui dialoghiamo non li faccio, scoprirei le carte. Però tante delegazioni si sentono strette nei loro attuali gruppi e hanno affinità con noi”. Anche se dopo l’alleanza con la Lega in Europa venite visti come di destra e amici degli xenofobi? “Chi lo afferma non sa ciò che avviene a Bruxelles. Noi siamo completamente diversi da Le Pen e dalla Lega, che in Europa ha cinque eletti e ai lavori non partecipa quasi mai. Noi siamo rispettati, tanto che abbiamo eletto un vicepresidente (Fabio Massimo Castaldo, ndr) e siamo stati relatori di dossier come la direttiva antiriciclaggio, che ho seguito io. E poi abbiamo un’identità diversa dal Carroccio”.

Però per i Verdi , forti di 52 eletti, il M5S è comunque a destra. Quindi quella opzione pare chiusa… “Su temi ambientali e sociali abbiamo spesso votato assieme, ma loro hanno sempre appoggiato i socialisti”. È vero che i Verdi francesi vi vorrebbero, mentre per i tedeschi siete il nemico? Corrao sorride: “Dentro i Verdi c’è una struttura di potere che teme una delegazione numerosa come la nostra, e a guidarla effettivamente sono i tedeschi. Ma anche dentro il loro gruppo ci sono anime con cui dialogare”.

Conte: “Il Tap si deve fare” Anche Costa dà il via libera

Così doveva essere e così è stato: il gasdotto Tap (Transadriatic pipeline) porterà in Salento il gas dell’Azerbaigian; il premier Giuseppe Conte lo ha annunciato ieri sera. L’esito era scontato tanto per il peso delle probabili penali (15-20 miliardi secondo Palazzo Chigi) implicite nel Trattato sottoscritto dall’Italia con Grecia e Albania nel 2013, quanto – e forse soprattutto – per i toni ultimativi con cui Donald Trump aveva parlato del Tap allo stesso Conte a Washington: l’opera, sulla cui bontà sia ambientale che economica c’è più di un dubbio, è ritenuta indispensabile dagli Usa per ridurre il peso geopolitico del gas russo e quindi si deve fare. Ieri c’è stato l’ultimo atto con un “paso doble” già scritto dal 15 ottobre, data della riunione a Palazzo Chigi tra governo e gli eletti grillini pugliesi e il sindaco di Melendugno Marco Potì. Prima, in mattinata, è arrivato l’ultimo atto amministrativo: il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha consegnato una relazione sulla Valutazione di impatto ambientale (Via) rilasciata nel 2014 – assai contestata dai No Tap – in cui si dice che è tutto a posto. In serata, Conte ha annunciato ai sindaci che la battaglia era perduta e promesso un po’ di soldi a compensazione dei danni.

L’ex generale della Forestale Costa era l’ultima speranza dei No Tap, ma il parere del suo ministero era, in sostanza, già scritto: non si può far nulla per bloccare il gasdotto o per spostare l’approdo a Brindisi (soluzione caldeggiata da Michele Emiliano). “Parliamo di un procedimento già autorizzato e concluso nel 2014, su cui si è espresso il Consiglio di Stato nel 2017 confermandone definitivamente la legittimità. Tuttavia abbiamo ascoltato tutte le osservazioni provenienti dal territorio” e “abbiamo valutato se tutte le autorizzazioni fossero state emesse a norma di legge”. La risposta è sì: tanto più “che i ricorsi sulle autorizzazioni già in passato non hanno trovato gli esiti giudiziari sperati dai cittadini”. Le contestazioni sulla Via non servono a bloccare l’opera: “Ricordiamo che è stata rilasciata sul progetto definitivo che, per sua natura, è suscettibile di adattamenti in fase esecutiva e pertanto le prescrizioni possono essere aggiornate man mano che in tale ultima fase dovessero emergere nuove e mutate situazioni. Anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità, indipendentemente dal merito: la Commissione Via – unico soggetto titolato a pronunciarsi – ha ritenuto ottemperate le prescrizioni”. E quindi Conte ha messo il suo sigillo: “Abbiamo fatto il possibile, ma interromperne la realizzazione comporta costi insostenibili, decine di miliardi di euro”. Non una bella figura per i 5 Stelle che, ai loro massimi vertici, avevano promesso ai pugliesi lo stop dell’opera (“in 15 giorni”, sosteneva Di Battista): d’altra parte, ora come ora, la benevolenza di Trump è più utile di quella di qualche migliaio di salentini.

La giustizia privata di via Nazionale

Da ieri la sentenza è definitiva, essendo scaduto il termine estremo entro cui la Banca d’Italia poteva costituirsi parte civile nel processo per ostacolo alla vigilanza ai vertici della banca Ubi e al suo storico dominus Giovanni Bazoli. La pubblica accusa ha indicato in Consob e Bankitalia le persone offese. Consob si è costituita parte civile, Bankitalia no. Sei mesi fa Il Fatto ha chiesto alla Banca d’Italia in quali altri casi nella storia non si è costituita parte civile in un processo per ostacolo alla vigilanza, la risposta ancora non è arrivata. Però adesso abbiamo capito il polemicone sulle autorità di garanzia che assicurano il bilanciamento e la separazione dei poteri orchestrato dal Quirinale attraverso i suoi giuristi di riferimento. Funziona così. Se un tribunale processa banchieri benemeriti come Bazoli, Victor Massiah, Andrea Moltrasio e Mario Cera, la Banca d’Italia, in nome della stabilità del sistema e magari della lotta allo spread, comunica ai mercati che i giudici potranno decidere quello che vogliono ma il sistema ha già assolto gli imputati. Se il giudice condanna, l’autorità indipendente assolve. Se la Consob si costituisce parte civile la Banca d’Italia no. Lo chiamano bilanciamento dei poteri, purtroppo assomiglia all’asservimento delle istituzioni a interessi privati.

Pensioni, “Quota 100” in un ddl”. Per la Pa sarà più selettiva

Anche per ‘quota 100’ bisognerà aspettare un provvedimento specifico. Il dettaglio della misura non dovrebbe quindi arrivare con la legge di Bilancio che conterrà solo gli stanziamenti necessari per la creazione di due Fondi: uno per le pensioni e uno per il reddito di cittadinanza. A complicare la stesura della misura anche il nodo del pubblico impiego, per il quale si profila una norma ad hoc per l’uscita dal lavoro con la pensione anticipata. L’annuncio è arrivato dalla ministra della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno che, confermando le indiscrezioni circolate, ha sottolineato la necessità di “garantire la continuità dell’azione amministrativa”, insomma si studiano misure selettive, e si sta valutando “l’introduzione di un preavviso per chi raggiunge i requisiti e decide di andare in pensione anticipata”. Dai dati del governo, le persone potenzialmente interessate nel 2019 con quota 100 e con il blocco dell’adeguamento dei contributi all’aspettativa di vita (lasciandoli fermi a 42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne) sono 380.000 e tra questi circa il 40% nel settore pubblico. Il governo cerca, quindi, di evitare il rischio di un’emorragia dei lavoratori dalla Pubblica amministrazione.

Popolari, nuovo schiaffo a Bankitalia

Finisce alla Corte di Giustizia Ue lo scontro sulla riforma delle banche popolari non quotate varata dal governo Renzi. Ieri il Consiglio di Stato, chiamato a esprimersi su numerosi ricorsi, ha passato la palla alla Corte Ue. I supremi giudici amministrativi hanno trovato così un modo elegante per trarsi d’impaccio nel lungo scontro con la Consulta, che si era già espressa ritenendo la riforma allineata ai principi costituzionali, e con la Banca d’Italia, che di quella riforma era stata realizzatrice, dettando il regolamento attuativo.

La riforma che imponeva la trasformazione in Spa di tutte le banche cooperative con attivi superiori agli 8 miliardi era stata decisa per decreto il 20 gennaio 2015 dal governo Renzi. La legge aveva eliminato il voto capitario sostituendolo con un voto per ogni azione posseduta. Entro 18 mesi 10 banche avrebbero dovuto convocare i soci per approvare la trasformazione: Ubi, Banco Popolare e Bpm (poi fuse), Bper, Creval, Banca Etruria (finita invece “risolta” il 22 novembre dello stesso anno), Bari, Sondrio, Vicenza e Veneto Banca, queste ultime andate in liquidazione il 25 giugno 2017. In totale, secondo i dati dell’epoca, la riforma coinvolgeva un milione e centomila soci, quasi tutti piccoli risparmiatori e molti anche tra i 78 mila dipendenti.

Il Consiglio di Stato chiede alla Corte Ue di valutare se tutta la riforma e la circolare della Banca d’Italia rispondono al diritto comunitario, in particolare sul punto critico della limitazione o azzeramento del diritto di recesso dei soci. Nelle norme Ue non esiste limitazione totale e senza limiti di tempo del recesso, come deciso invece da Banca d’Italia. Il recesso da socio e il rimborso delle proprie azioni, come degli altri strumenti di capitale, era stato limitato dalla circolare attuativa varata il 27 giugno 2015 da Banca d’Italia. Via Nazionale voleva evitare che, pagando il valore pieno delle azioni a chiunque intendesse uscire dalle banche, il patrimonio degli istituti di credito scendesse sotto i limiti fissati dalla Bce. Ma molti soci si erano ribellati portando la riforma davanti ai tribunali.

Il 15 febbraio 2016 il Tar del Lazio aveva dichiarato inammissibile uno dei tre ricorsi contro il regolamento della Banca d’Italia. Il Tar aveva bocciato poi altri due ricorsi, portati in appello al Consiglio di Stato che li aveva unificati. Il 22 marzo la Corte costituzionale aveva invece respinto le istanze di costituzionalità sollevate dallo stesso Consiglio di Stato.

Delle dieci Popolari coinvolte solo due, a oggi, non hanno ancora attuato la riforma: la Sondrio e la Bari, che ha già fissato per il 16 dicembre l’assemblea. Ora i loro soci possono chiedere ulteriori dilazioni, in attesa della decisione Ue che potrebbe coinvolgere anche le banche già trasformate in Spa e che potrebbe arrivare tra un anno.

Quell’apertura di Draghi che Di Maio non ha capito

Deve essere rimasto parecchio stupito Mario Draghi quando ha letto in agenzia le parole di Luigi Di Maio, in un’intervista registrata per la trasmissione Nemo di Rai2: “Secondo me siamo in un momento in cui bisogna tifare Italia e mi meraviglio che un italiano si metta in questo modo ad avvelenare il clima ulteriormente”. Da quando hanno abbandonato la promessa del referendum per uscire dall’euro, più volte invocato in passato anche da Di Maio, i Cinque Stelle sono sempre stati prudenti nei rapporti con le istituzioni europee, Bce in particolare.

Forse troppo preso dal timore di essere scavalcato dalla Lega sovranista di Matteo Salvini, Di Maio non ha colto il senso delle parole di Draghi alla conferenza stampa della Bce a Francoforte. Il vicepremier e capo del Movimento non ha mai parlato con Draghi a tu per tu e forse anche questo può avergli impedito di cogliere il messaggio che, per gli standard di un banchiere centrale, il presidente della Bce ha mandato giovedì: “Se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l’allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread e non mettere in dubbio la cornice istituzionale che sorregge l’euro”.

Traduzione a beneficio di Di Maio: il problema non è il deficit al 2,4 per cento del Pil per finanziare il reddito di cittadinanza e la contro-riforma delle pensioni. Quello che crea allarme intorno all’Italia, e soltanto intorno all’Italia, a differenza che nel 2011, è il continuo evocare lo scontro finale con l’Unione europea. Perché anche se ora rinnegano gli slogan passati, questa è una maggioranza fatta di due partiti che sono stati anti-euro per gran parte della loro storia. La Lega ha candidato economisti e polemisti contrari alla moneta unica come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, Salvini li manda in tv come volti del partito e si allea per le prossime Europee con le forze più estreme anti-Europa, il tutto d’intesa con i due leader che vogliono un’Unione europea debole o addirittura a pezzi, cioè Donald Trump e Vladimir Putin.

Il senso del messaggio di Draghi era l’invito – non il primo – ai Cinque Stelle a porsi come argine di buon senso nella maggioranza. Anche perché con l’avvicinarsi delle Europee, il M5S dovrà scegliere in che campo stare: competere con la Lega per i voti degli eurofobici o con il Pd e Forza Italia per i voti degli eurocritici (gli euroentusiasti sono ormai una minoranza trascurabile)?

Draghi ha detto che è “fiducioso in un accordo”tra Roma e Bruxelles. E lo ha detto dopo una riunione del governing council Bce cui partecipava anche Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione Ue che ha firmato la bocciatura della manovra italiana. È il primo spiraglio di apertura concreto che arriva dalle istituzioni europee: se il deficit 2019 venisse rivisto per esempio al 2,3 per cento invece che al 2,4, tra Bruxelles e Francoforte questo verrebbe interpretato come il segno che i Cinque Stelle hanno la forza di arginare la Lega. Difficile che accada, più probabile che il negoziato con la Commissione si trascini fino alla primavera quando il nuovo Documento di economia e finanza di aprile sarà l’occasione per qualche correzione (magari la crescita sarà migliore del previsto o le spese per il reddito di cittadinanza parecchio inferiori alle attese, causa ritardi nell’attuazione). Certo, le incognite sono molte perché secondo diverse analisi – per esempio un report di Société Générale – il vero deficit prodotto dalla manovra non sarà il 2,4 per cento del Pil ma almeno il 3.

“Di Maio non ha capito nulla, le parole di Draghi sono parte delle manovre in corso per preparare un governo Pd-Cinque Stelle dopo le Europee, e lui lo attacca?”, questa l’analisi di un alto dirigente del Pd. Fantapolitica, per ora. Gli investitori finanziari sono combattuti: c’è chi preferirebbe il ritorno a un governo tutto di centrodestra, anche se a trazione leghista, e chi vede come unico sbocco auspicabile l’uscita della Lega dall’area di governo.

Di sicuro, la campagna elettorale per le Europee è già cominciata.

Crisi, la ricetta Varoufakis

“L’Italia non ha bisogno di una triste lista Frankenstein che metta assieme le parti morte di quella che una volta era la gloriosa sinistra italiana”, ha spiegato Yanis Varoufakis davanti ai giornalisti della stampa estera a Roma dove l’ex ministro delle Finanze greco è arrivato per presentare il programma della coalizione paneuropea “Primavera Europea” in vista del voto del maggio 2019. Varoufakis, che si presenterà alle Europee in Germania, è dal 2016 leader di DiEM25, movimento politico transnazionale. Secondo l’economista greco, l’Italia è il “ground zero della crisi europea”, ma ritiene che per uscire dal lungo inverno economico e dare inizio alla primavera dell’Unione le ricette del governo Salvimaio siano sbagliate. “Il problema non è il deficit al 2,4%, ma le misure per stimolare la crescita del governo che non sono adeguate. La cancellazione del taglio proposto da Salvini per l’aliquota fiscale più alta non farà ripartire l’economia, ma favorisce i ricchi”. Tra le misure indispensabili c’è invece il reddito di cittadinanza, ma non come quello del M5S giudicato “insufficiente”. “La chiave per la ripresa è aumentare gli investimenti verdi in Italia al 5% del Pil” con un meccanismo per il quale “la Banca d’investimenti Ue emette ogni anno, per almeno 5 anni, bond per 500 miliardi di euro, che la Bce acquista ogniqualvolta i tassi di interesse salgono al di sopra di una soglia”. Fino a quando il Consiglio dell’Ue non sarà d’accordo su quest’ultimo punto, “l’Italia aumenterà gli investimenti pubblici per compensare fino al raggiungimento del limite del 3% fissato a Maastricht”.