Quando oggi parliamo di Rete e di informazione in Rete al tempo dei social network stiamo parlando essenzialmente di relazione. Oggi un contenuto che non genera relazione, cioè incontro, passione, dialogo, è un contenuto insignificante, cioè privo di valore.
Una volta la comunicazione era broadcasting: io parlo a molti. I social network hanno una struttura differente, vivono di una dinamica relazionale. Non danno espressione a un insieme di individui, ma a un insieme di relazioni tra individui. Il concetto chiave non è più la “presenza” in Rete, ma la “connessione” e la “relazione”: se si è presenti ma non connessi, si è “soli”. Da qui certamente seguono conseguenze di ordine politico e per la democrazia. Com’è possibile dunque immaginare il futuro della partecipazione politica al tempo della Rete? Essa ha un impatto sulla democrazia? La democrazia suppone una certa forma di comunicazione: le informazioni devono poter circolare e le opinioni confrontarsi in uno scambio che sia, per quanto possibile, egalitario, pubblico e libero.
Le relazioni digitali permettono una partecipazione diretta e immediata a qualunque dibattito. Permettono a chiunque di esprimersi e partecipare dicendo la propria opinione su qualunque argomento. Questo fenomeno ha fatto sì che si avverta una domanda di “democrazia immediata”. E oggi essa sembra mettere in crisi la democrazia rappresentativa. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. La comunicazione digitale ha un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini. Papa Francesco aveva affermato nel 2016 una cosa molto importante: “Anche in Rete si costruisce una vera cittadinanza”. Il punto è: come fare a vivere la Rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche? Ci sono quattro punti critici, almeno, che è bene aver presente.
Il primo riguarda la partecipazione e l’appartenenza. Esse rischiano di essere considerate il frutto di un “consenso” e dunque “prodotto” della comunicazione. In tale contesto i passi della partecipazione rischiano di risolversi in una sorta di “procedura di accesso” (login), forse anche sulla base di un “contratto”, che permette anche una rapida disconnessione (logoff). Il radicamento nella democrazia si risolverebbe in una sorta di “installazione” (set up) di un programma (software) in una macchina (hardware, lo Stato…), che si può dunque facilmente anche “disinstallare” (uninstall).
Il secondo riguarda il nuovo “regime di verità” e le fake news. Oggi il verbo “pubblicare” cambia di senso in quello che Michel Foucault aveva chiamato un nuovo “regime di verità”, che è un modo diverso di organizzare la conoscenza e la fiducia nella società. La credibilità dell’informazione va continuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene “affidabilità”. La domanda è oggi: di chi mi posso fidare?
Il terzo riguarda gli algoritmi. Il problema serio che essi pongono è quello della cosiddetta “bolla filtrata”. Sia i social network sia i motori di ricerca come Google conservano le informazioni delle persone che li frequentano, e questi dati sono utilizzati per dirigere le risposte o gli aggiornamenti circa i contatti personali. Questi dati orientano la risposta alle nostre ricerche, che è orientata a ciò che ci piace e ci somiglia. L’obiettivo è massimizzare i profitti e non certo proteggere i valori democratici. Quindi, alla fine, io sarò circondato da un mondo di informazioni e da un mondo di relazioni che mi somigliano, uguali a me. Così rischio di rimanere chiuso alla provocazione intellettuale che proviene dall’alterità e dalla differenza.
Il quarto riguarda la questione del dibattito aperto inteso come partecipazione sociale alla vita pubblica in rete. Infatti, oggi la Rete è l’agorà, la piazza. Ed essa è gestita da piattaforme private che, dunque, assumono una rilevanza pubblica, anche in ordine alla mobilitazione. Oggi persino il risultato delle elezioni è determinato dalla Rete, ma lo sono anche le dinamiche economiche e geopolitiche. Ed esse richiedono evidentemente una regolamentazione. Internet riconfigura le sfide inerenti all’istituzione dello spazio pubblico.
Propongo due casi eclatanti. Il primo riguarda la Russia oggi. Tagliarsi fuori dalle comunicazioni globali dei social network significa chiudersi all’informazione e dunque avere un controllo totale sull’opinione pubblica e sul suo sentimento. Così anche la censura sul termine “guerra” che non si può usare. Il secondo riguarda gli Stati Uniti. Come sappiamo, il Consiglio di amministrazione di Twitter ha deciso di bloccare l’account del presidente uscente “per il rischio di ulteriori incitamenti alla violenza”. A seguire anche Facebook, Instagram, Twitch e Snapchat hanno sospeso l’account di Trump. Apple e Google hanno rimosso Parler, un’applicazione di social network molto usata dai suoi sostenitori, e Amazon ha privato il medesimo social dello spazio di archiviazione dei dati.
Un caso simile, ma opposto, si è verificato di recente nel contesto della guerra della Russia all’Ucraina. Facebook e Instagram, in deroga alla loro policy di bloccare i post di incitamento all’odio, permettono in alcuni Paesi discorsi violenti contro Putin e i soldati russi quando è chiaro il contesto dell’invasione. L’allentamento delle regole da parte di Meta ha suscitato polemiche, e le Nazioni Unite tramite la portavoce Elizabeth Throssell hanno espresso le proprie perplessità al riguardo, avvertendo che ciò avrebbe potuto portare a “incitamenti all’odio” contro i russi.
È molto importante comprendere il significato di quel che è accaduto, perché tocca il rapporto tra tecnologia e democrazia, oggi quanto mai fondamentale. I social sono piattaforme private. La loro amministrazione valuta e giudica quale decisione prendere senza dover rispondere ad autorità superiori, fossero anche politiche e pienamente legittime. E il caso russo conferma questa considerazione, stabilendo chi è autorizzato a esprimere il proprio odio e chi no. Ecco il punto critico: società private oggi esercitano un potere reale e forte su una parte della conversazione pubblica globale e sul modo di vivere ed esprimere la democrazia. Oggi la conversazione in Rete tramite i social ha un peso politico rilevante, dunque. Da una parte, cresce la capacità di partecipazione dei cittadini e di espressione delle opinioni: la cittadinanza oggi non può che essere anche digitale. Dall’altra parte, la censura di Donald Trump ha messo in evidenza che l’ambiente digitale oggi è un ambito “privato” in cui valgono le regole del proprietario delle piattaforme di comunicazione. Nel caso specifico, questo ha messo al riparo da ulteriori violenze causate dall’atteggiamento irresponsabile del presidente. Ma il problema resta: chi decide? E quando l’intervento può scattare? Attualmente valgono le regole private del contratto. E qual è il confine tra l’applicazione di regole e il meccanismo di censura?
Nel momento in cui le piattaforme digitali svolgono un importante servizio pubblico di rilevanza democratica, esse richiedono una coscienza sociale – frutto anche di un’educazione al digitale che si rivela urgentissima – e una conseguente decisione politica: non possono essere libere di autoregolarsi con norme private e algoritmi segreti. Servono trasparenza, forme di tutela, vigilanza, insieme alla consapevolezza del modello di business delle piattaforme, che controllano contemporaneamente l’infrastruttura, i contenuti, gli utenti e il mercato pubblicitario. Ne va del destino delle nostre società.