S&P avvisa l’Italia: “Rating giù a breve”. Ecco tutti i pericoli

L’Italia evita, per ora, il secondo declassamento del debito. Non è arrivato il temuto downgrade di Standard & Poor’s (dopo quello di Moody’s la scorsa settimana). Il rating resta BBB, due gradini sopra il livello “spazzatura”. L’agenzia Usa rivede però la previsione (l’outlook) da stabile a “negativo”. Secondo S&P il piano economico del governo, specie la riforma della Fornero “rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”, facendo salire il costo del debito e “indebolendo” le banche via spread e il deficit del 2019 sarà al 2,7%, più del 2,4% programmato. Il giudizio, insomma, è che un declassamento potrà arrivare nei primi mesi del 2019, quando si pronuncerà pure Fitch (l’outlook è già negativo). Lo spread aveva chiuso stabile a 309 punti.

Perché il report di Standard & Poor’s era così atteso? Semplice: il giudizio delle agenzie di rating ha un ruolo enorme nell’architettura disfunzionale dell’eurozona. È determinante per permettere alle banche di usare i titoli di Stato come collaterale nelle operazioni di liquidità con la Bce. Sotto il grado “investment” assegnato da tutte e 4 le agenzie – Moody’s, S&P, Fitch e la canadese Dbrs – Francoforte chiude i rubinetti.

Un meccanismo dirompente, che ha una data di inizio, come ricostruito dall’economista Athanasios Orphanides su Voxeu.org. Nel 2005 fu la Bce di Jean-Claude Trichet a fissare le soglie minime di rating come discriminante. Fino ad allora, Francoforte accettava i titoli dei Paesi dell’area euro, senza distinzioni. A regolare la convergenza delle economie necessaria alla moneta unica era delegato il Patto di Stabilità e Crescita (tetto al deficit/Pil al 3% e debito Pil al 60%).

Nel 2004, però, succede che Germania e Francia sforano i parametri di Maastricht e non hanno intenzione di rientrare; la Bce allora decide, nonostante il parere negativo di alcuni membri del governing council, di seguire l’idea cara ai conservatori tedeschi: lasciare che sia il mercato a imporre la disciplina fiscale ai Paesi. La decisione è “destabilizzante”: riconosce che i Paesi dell’euro non sono tutti uguali (e possono fallire). “Nel panico, dichiarare il debito pubblico come una garanzia non ammissibile solo sulla base di rating privati ​​piuttosto che sui fondamentali, porterebbe inevitabilmente alla crisi”, spiega Orphanides.

È quel che accadde nel 2010, quando al vertice di Deauville, Francia e Germania dichiararono che in caso di crisi di liquidità di uno Stato membro i detentori del suo debito avrebbero dovuto subire perdite: automaticamente gli investitori si allontanarono dai Paesi “più deboli” per andare verso i “più forti”. Tra il 2010 e il 2012, in soli 20 mesi, Moody’s declassa il Portogallo di 10 tacche (S&P di 8), la Spagna di 9 (S&P di 8), l’Irlanda di 10 (S&P di 6), e l’Italia di 6 tacche (S&P di 4); Fitch effettua declassamenti simili.

Nel suo ultimo report domenicale, il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, ha spiegato che l’effetto è stato un travaso di mille miliardi dalla periferia verso le banche dell’Europa centrale, senza contare assicurazioni e fondi pensione: “Uno degli esempi più bizzarri di strutture politiche pro-cicliche e autolesionistiche che troverete nel mondo sviluppato”.

Per Nielsen è stato un errore che i decisori istituzionali si siano legati in questo modo alle agenzie di rating. Giudizio simile espresso ad agosto scorso dagli economisti Gregory Clayes e Ines Goncalves Raposo in un intervento per il think tank Bruegel di Bruxelles. Anche perché la Bce, a differenze di altre Banche centrali, incastra i 10 gradi di giudizio usati dalle agenzie con la sua scala di valutazione della qualità del credito, che ne ha solo tre. In questo modo, per accettare come garanzia un titolo con scadenza a un anno e rating A-, applica un taglio sul valore di mercato del bond dell’1%, che però sale al 7% per un analogo titolo con rating BBB+ (un solo gradino inferiore): è successo all’Italia nel febbraio 2017.

Quando le agenzie giudicano male la situazione, hanno conseguenze drammatiche per i flussi di capitale e, quindi, le economie dell’eurozona. Anche perché i rating, per Nielsen, sono sistematicamente sbagliati: riflettono valutazioni “politiche” e non si basano sui fondamentali economici. E sembrano seguire i giudizi del mercato, invece di anticiparne la valutazione (l’inversione non è però così rapida quando le cose vanno meglio).

Funziona così: quando un Pese sembra in difficoltà, i grandi fondi riducono le esposizioni, le agenzie iniziano a declassare il debito condizionando a loro volta le scelte di portafoglio degli investitori, ancorate automaticamente ai rating.

Oggi il mercato dei rating è in mano per il 95% alle “tre sorelle” (Dbrs ha una quota del 2%), con un fatturato intorno ai 3 miliardi di dollari. Sono tutte private: Fitch è del colosso editoriale americano Hearst Corporation; Moody’s vede come azionista di rilievo la Berkshire Hathaway di Warren Buffet; S&P il colosso McGraw-Hill ma entrambe hanno all’interno i più grandi gestori mondiali di fondi, che comprano i titoli su cui a loro volta si pronunciano le agenzie.

Gli errori di valutazione, con giudizi positivi assegnati fino all’ultimo (e a volte oltre) a titoli poi rivelatisi spazzatura non si contano: quello più famoso è Lehman Brothers. Per le manipolazioni dei rating nella crisi dei mutui subprime le tre sorelle hanno patteggiato multe intorno al miliardo e mezzo di dollari. La stretta avviata dopo la grande crisi del 2008, per imporre trasparenza nei metodi di analisi e il potenziamento dei controlli interni (in Europa vigila l’Esma, l’authority dei mercati), non sempre ha prodotto i risultati sperati.

Nel gennaio 2011 Draghi, da governatore della Banca d’Italia, spiegò al pm Michele Ruggiero che lo ascoltò nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Trani su Moody’s, che “la reputazione delle agenzie è stata completamente discreditata dall’esperienza del 2007-2008. Una delle indicazioni del Financial Stability Board, che presiedo, è trovare il modo per cui sia gli investitori e sia i regolatori potranno fare a meno dei loro giudizi (…) che purtroppo sono altamente carenti”. Quel modo non fu mai trovato. Quando, il 13 gennaio 2012, S&P declassò il debito italiano, l’allora premier Mario Monti parlò di “attacco all’Europa”.

Sentito al processo di Trani nel filone che riguardava Standard & Poor’s, l’ex premier della Commissione Ue Romano Prodi spiegò di aver sempre sostenuto l’esigenza di un’autorità sovranazionale che vigilasse sulle società di rating e sui loro eventuali conflitti d’interessi: “Mi preoccupava e mi preoccupa tuttora la debolezza del nostro sistema di fronte ai giudizi delle società di rating”.

Il nemico sbagliato

“Draghi avvelena il clima invece di tifare per l’Italia”. Questa replica di Luigi Di Maio alle dichiarazioni del presidente della Bce denota una buona dose di infantilismo e di inadeguatezza. E non è degna di un vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo. Ma neppure di un leader politico che dovrebbe essere sintonizzato con i cittadini o, quantomeno, con i suoi elettori. Chiunque abbia qualche euro da parte, incluso chi vota 5Stelle e Lega, è allarmato dallo spread che non accenna a calare e per le turbolenze e le speculazioni sui mercati che portano con sé i guai delle banche imbottite di titoli di Stato e i declassamenti del nostro mostruoso debito pubblico. Cioè danneggiano le tasche non degli speculatori, che anzi ci campano, ma dei risparmiatori, che ci rimettono. E anche il più gialloverde dei risparmiatori sa benissimo che cosa merita di essere ascoltato fra le analisi argomentate di Draghi e le repliche sgangherate dei ministri italiani. Draghi, oltre a essere uno dei più autorevoli e stimati personaggi che vanti oggi l’Italia, non è un euroburocrate in campagna elettorale, diversamente dai vari Oettinger, Moscovici e Juncker. E non è neppure un nemico dell’Italia, visto che si è scontrato duramente con gli ultrà tedeschi, filo-tedeschi e anti-italiani allergici alle cannonate del Quantitative easing che con l’acquisto massiccio di titoli di Stato ha aiutato per cinque anni i Paesi europei più indebitati, Italia in primis.

Se Draghi avesse voluto associarsi ai giochini ributtanti della Commissione europea per rovesciare o commissariare il governo gialloverde, non gliene sarebbero mancate le occasioni. Invece ha fatto esattamente l’opposto: ha spiegato più volte che le parole, con mercati così sensibili e volubili, pesano come pietre, e che chi dall’opposizione sale nelle istituzioni dovrebbe cambiare linguaggio, perché anche le sparate degli urlatori grillo-leghisti fanno danni incalcolabili. Quanto alla manovra, non l’ha mai presa di petto, anzi ha ricordato che non è la prima volta che l’Italia o un altro governo europeo sfora i limiti fissati e si è detto favorevole a un compromesso fra Ue e Italia e persino ottimista sulla possibilità di ottenerlo. L’ha ripetuto l’altroieri (“Sono fiducioso che un accordo sarà trovato”), anche se Di Maio&C. non se ne sono accorti. Ed è arrivato a dire che allo spread contribuiscono più le uscite degli urlatori anti-euro (ormai esclusivamente leghisti, specie dopo le rassicurazioni di Conte, Tria, Di Maio e perfino Salvini sulla permanenza dell’Italia nell’eurozona) che non una manovra sul 2,4% deficit-Pil.

Tutto questo, per chi sa leggere anche quello che, per il suo ruolo, il presidente della Bce non può dire, è un assist importante al governo soprattutto ai 5Stelle. Molto diverso dalle minacce e degli ultimatum degli agonizzanti sparafucile di Bruxelles. Tradotto in soldoni: nessuno vi chiede di ritirare la manovra; potreste persino lasciarla così com’è, o quasi; purché mettiate la museruola ai vostri urlatori che regalano appigli agli speculatori, salvo poi dire che parlavano a titolo personale quando ormai il danno è fatto; perché le commissioni Ue passano, ma gli speculatori restano, ed è meglio tenerli lontani dal nostro culo. Se così stanno le cose – e abbiamo ottimi motivi per ritenere che stiano così (leggete Stefano Feltri a pag. 3), e la parte più responsabile del governo (Conte, Tria, Giorgetti, persino il vituperato Savona) l’ha capito da un pezzo – è stupefacente che Di Maio non se ne renda conto e continui a respingere la mano tesa di Draghi, accomunandolo ai rottweiler di Bruxelles e rinunciando a incunearsi fra le divisioni di chi cerca il dialogo con l’Italia e chi vuole la guerra con un occhio alle elezioni. Che Salvini giochi al “tanto peggio tanto meglio”, si è capito: il Cazzaro Verde pensa (o si illude: lo spread preoccupa anche la parte più avveduta dei suoi elettori) di lucrare più voti strillando fino a primavera che ce l’han tutti con noi.
Ma, se abbiamo capito bene, non è questa la strategia dei 5Stelle: al Circo Massimo, Di Maio e Fico hanno annunciato alleanze nel prossimo Europarlamento con tutte le forze che non si riconoscono nel decrepito fronte Ppe-Pse (attualmente al governo), né nella destra salvinian-lepeniana, né nei liberalconservatori dell’Alde (nel cui gruppo peraltro il M5S aveva provato a entrare, invano). Cosa resta? La sinistra-sinistra (che l’altroieri, con Mélenchon e altri, ha difeso la manovra italiana nell’indifferenza dei 5Stelle) e i Verdi (i più simili ai pentastellati, malgrado le diffidenze reciproche). Se non vogliono stare né con chi ha rovinato l’Europa né con chi vorrebbe distruggerla definitivamente, ma con chi vuole cambiarla seriamente, i 5Stelle dovrebbero cambiare linguaggio e uscire dall’infantilismo che ieri ha portato Di Maio a mandare a quel paese Draghi, cioè l’unica autorità europea che non fa campagna elettorale contro l’Italia e tenta, per quel che può, di aiutarla. Dargliene atto e comportarsi di conseguenza, magari iniziando a pensare a una patrimoniale, non significa ritirare o stravolgere la manovra, cedere ai diktat dell’Ue, dei mercati e dello spread, rinunciare a dialogare con la Russia (lo chiede anche Prodi, molto più “amico di Putin” di Salvini, che manco lo conosce) o con Trump (chi si scandalizza per la sua telefonata a Conte dimentica 70 anni di alleanza con gli Usa e i salamelecchi di Gentiloni a The Donald) o con la Cina. Significa guardarsi dai veri nemici, distinguerli dagli amici insospettabili, parlare un linguaggio da statisti e non da asilo Mariuccia o da osteria, smetterla di fare gli struzzi per esorcizzare la dura realtà dei numeri. Cioè fare gli interessi del tanto strombazzato “popolo”.

Sull’orient express non c’è Poirot, ma due ragazzine

Sull’Orient Express c’è un nuovo omicidio, ma questa volta non c’è Hercule Poirot a risolvere il caso; ci sono due ragazzine! Daisy e Hazel, accompagnate dal padre di quest’ultima, salgono sul famoso treno Orient Express per riposarsi da tutti i casi risolti finora (riposo “ordinato” dal papà di Hazel), ma in mezzo alla vacanza in Jugoslavia, Paese dove non c’è la polizia, viene uccisa la signora Daunt con un tagliacarte. Cosa fare? Hazel è indecisa: scegliere di seguire la sua amica per questo caso o ascoltare il padre?

Hazel decide di ascoltare l’amica e inizia, anche lei, a cercare indizi per risolvere l’omicidio e intanto “aiutando” le nostre investigatrici scoppia una bomba sui binari: così facendo il treno rimane fermo. Ci sono anche delle persone che non le aiutano: il padre di Hazel e la signora Vitellius (nel libro precedente già nominata, però come signorina Alston e signorina Liveldon) perché non voglio che le ragazze risolvano il caso.Il terzo capitolo della serie Miss Detective, scritto da Robin Stevens, è il più bello di tutti: ben scritto e molto intrigante. Ti renderà il giallo ancora più affascinante e ti stupirà con tutti gli intrighi che ci saranno (come ha fatto con me).

 

La fan fiction diventa una cosa seria con X-Men Grand Design

Ci sono molti modi di essere nerd, al gradino più alto della scala si trova l’autore di fan fiction: quello che passa le sue serate a scrivere nuove avventure del proprio personaggio preferito, da Harry Potter a manga come Evangelion. Produzioni a lungo amatoriali, poi confinate negli abissi di Internet che ora sono invece monitorate con grande attenzione dagli editor delle grandi case editrici in cerca di esordienti già strutturati e con un loro seguito di lettori. Ed Piskor non è un tipico esemplare di questa specie: a 36 anni può vantare già un premio Eisner, l’Oscar del fumetto, per la serie Hip Hop Tree che ricostruisce la storia della cultura hip hop. Un lavoro sofisticato, finito nella classifica dei best-seller del New York Times, una di quelle cose che in certi ambienti devi conoscere per dimostrarti aggiornato sulle ultime tendenze. Però dentro Ed Piskor si è sempre nascosto il nerd che ora riemerge in uno dei lavori più curiosi mai prodotti a tema supereroi. Piskor ha raccontato – in tavole di grande formato e grande cura – decenni di storie degli X-Men compattati in meno di 100 pagine, come se fossero un’unica grande saga, anzi un Grand Design. Piskor attinge alle storie classiche dagli anni Sessanta e Ottanta, disegna con uno stile che evoca quello immortale di Jack Kirby, colora con tecniche ormai abbandonate nell’era del digitale come il retino, abbonda con le didascalie al passato remoto e, nell’insieme, costruisce una formidabile operazione nostalgia che però rivela, al contempo, l’immutata freschezza delle intuizioni di fondo dietro la creazione degli X-Men, la squadra di eroi unita dall’essere minoranza (negli anni hanno incanalato la delusione dei giovani, le questioni etniche, poi quelle dell’identità di genere e tanto altro). Con Piskor la fan fiction diventa meglio dell’originale.

 

Marcello, divo normale, uomo divino

Marcello Mastroianni all’Ara Pacis di Roma: ovvero della bellezza allo stato puro. A regalarcela è una grande mostra a lui dedicata, ieri inaugurata e da oggi aperta al pubblico fino al 17 febbraio. Un evento piacevolmente doveroso per uno dei “pochissimi attori entrati così prepotentemente nell’immaginario collettivo, al punto tale che si dà per scontato di conoscerli alla perfezione, attori identificati dal semplice profilo” spiega Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna che l’ha curata e coprodotta.

E forse ci si accorgerà che quella sua “vita fra parentesi” (autodefinizione di Mastroianni stesso) non la conosciamo così bene, così ricca eppure umile, così magniloquente eppure di squisitissimo basso profilo. Perché al Marcello nazionale bastava accennare quel suo sguardo beffardo per dar forma a un mondo così unico e personale ancorché tanto aperto e generoso alla comprensione popolare.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata dalla Cineteca bolognese anche con il contributo del Mibact in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà e diversi soggetti privati, la mostra fa seguito alla magnifica retrospettiva a lui dedicata la scorsa estate nell’ambito del “Cinema Ritrovato”, il festival bolognese costituito dalle pellicole restaurate e “rivisitate”. Dalla carriera di Mastroianni – la cui filmografia è “specchio della sua stessa vita” dice sempre Farinelli – il percorso della mostra estrae i tratti distintivi singolari e plurimi, tenendo sempre conto del binomio che l’ha accompagnato per tutta la vita come un ossimoro: il divo normale, l’uomo divino. E dunque spazio a immagini fotografiche, sequenze cinematografiche e teatrali, cimeli, scritti, testimonianze, tutto quanto sia utile alla restituzione di un uomo che sapeva essere amico dei colleghi e per questo era da loro amato e non (solo) invidiato per le centinaia di grandi film interpretati, le tre nomination agli Oscar, la miriade di premi, le donne più belle al suo fianco. Condivisa è infatti la consapevolezza che Marcello fosse unico e inimitabile, e non solo in quanto alter ego dichiarato del più geniale dei registi italiani.

Al suo straordinario rapporto con Fellini è non casualmente dedicata una sezione speciale della mostra titolata Il lungo viaggio con Fellini, declinata soprattutto sui due capolavori che li vide insieme protagonisti, La dolce vita e 8 e ½. L’icona tuttora assoluta del nostro cinema non si smetterebbe mai di guardarla lungo il percorso di questa galleria, che “riguardando” Mastroianni ci riguarda un po’ tutti.

Marcello Mastroianni, Fino al 17 febbraio Museo dell’Ara Pacis (Roma)

Un ricettario antico che semina morte: nel Medioevo c’era già Masterchef

Masterchef esisteva già nel Medioevo e si svolgeva nei castelli, non in tv ovviamente. Ed era riservato solamente agli uomini. Cuochi come artisti, vere star contese tra i potenti feudatari. Tra questi chef c’era il venerato maestro Amizon Chiquart, re delle cucine del castello di Chambery, dimora di Amedeo VIII duca di Savoia. La sua specialità, un cinghiale speziato che sputava fuoco dalle fauci. Ché a contare era la scenografia: il modo di condire e servire le innumerevoli pietanze (compreso il cigno, le cui parti più prelibate erano considerate la testa e il collo) e quello di trinciarle. Masterchef, appunto, nel lontano 1416.

Sei secoli dopo, nella vicina Aosta, viene ritrovata sgozzata una ricca quarantenne, Alice Rey. È la moglie di un rinomato chef che gestisce un ristorante esclusivo nella valle, con tanto di stella Michelin. L’uomo, Jacques Piccot, colleziona libri antichi di ricette. E quello che sembra una versione migliorata del famoso ricettario di Chiquart, un manoscritto del quindicesimo secolo, vale almeno 300mila euro. I due, Alice e Jacques, non andavano d’accordo, ma i sospetti su di lui svaniscono quando anche il marito viene ucciso come la moglie: sgozzato. Il pane del diavolo è l’ultimo thriller della brava Valeria Montaldi. Due i piani narrativi: uno nel 1416, l’altro nel 2016. Nel primo spicca la figura della bella saracena Marion che vuole fare la cuoca ed è più brava di Chiquart. È lei l’autrice del ricettario misterioso: “Non aveva temuto di cimentarsi in un’arte preclusa alle donne, aveva sperimentato e realizzato ricette inconsuete e, cosa ancora più stupefacente, aveva scelto di lasciarne traccia scritta, affinché non andassero perdute”.

 

 

Il meraviglioso mago Oz contro l’apocalisse

“Ho sessantotto anni, sono celibe, non amo, non sono amato”. Si presenta così al lettore, Shraga Unger, un anziano conferenziere per conto del Comitato Esecutivo. E di colpo, con poche righe, lo scrittore Amos Oz ci trasporta a Tel Aviv, in una torrida estate degli anni Settanta. Shraga è il protagonista di Amore tardivo, uno dei due romanzi brevi che compongono Finché morte non sopraggiunga (il titolo originale è AD MAWET, pubblicato nel 1971), inedito che giunge nelle mani dei lettori italiani.

Proprio la relativa brevità dei testi – attenzione, siamo lontanissimi da quelle operazioni spudoratamente commerciali che talvolta funestano i lettori odierni, composte da poche pagine a un prezzo da rapina – permette a Oz di mettere da parte i preamboli, lasciando andare la penna senza remora, sfoderando l’estro e concedendo voce ai protagonisti.

Sono testi dal carattere fortemente teatrale, intrisi di un senso di tragedia, prospettando l’imminente fine del popolo eletto, l’apocalisse di Israele ormai alle porte. Shraga non si fa sconti, definendosi “una persona ridicola, cocciuta, antipatica e soprattutto superflua”. Ma vive per perseguire il proprio obiettivo: svegliare il popolo ebraico dai suoi placidi sogni di agognato benessere. Nelle umidi notti d’estate, la Morte (“fumante, grassoccia, piuttosto bassa”) viene a trovarlo, sfiorandogli le dita dei piedi attraverso il lenzuolo eppure lui rifiuta di farsi da parte: trascorre ore nei pulmini statali per visitare i kibbutz, dove poter arringare sul suo “chiodo fisso”: la questione degli ebrei nella Russia sovietica. Ovvero, “il complotto bolscevico per sterminare il popolo ebraico e poi procedere con il resto del pianeta”. Una galassia rossa su cui svetti la falce e il martello, è questo l’incubo che terrorizza Shraga (“Arriveranno di sorpresa da sotto la terra, dal cielo terso con razzi interstellari”) e ciò lo costringe a sentire tutti i notiziari radio, a leggere tutti i quotidiani in cerca dei segnali. Shraga è come quei soldati dispersi nella foresta al termine dei conflitti. È rimasto solo a vigilare mentre il suo corpo marcisce in una lunga, penosa, solitudine autoinflitta.

Se Amore tardivo riporta le lancette agli anni Settanta, l’altro romanzo, Fino alla morte, è ambientato nel 1096, nell’immediatezza della crociata voluta dal “Santo Padre Urbano II, tesa a liberare la Terra Santa dalle mani dei miscredenti”. Così, stavolta, la minaccia contro il popolo ebraico giunge dalla Francia, per mano di una spedizione benedetta dal papato e guidata dal nobile conte Guillame de Touron, deciso a partire dal suo feudo di Avignone, guidando un manipolo di villani e disgraziati, “per ritrovare la pace interiore”, a furia di colpi di spada contro i giudei. Oz sfodera uno humour amaro affidando la narrazione della mirabolante impresa a Claude detto “Spallastorta”, un giovane colto e incline a colorite fantasie sessuali. Da tempo, racconta Claude, abbondano i segni nelle terre del conte, croci che bruciano e donne gravide, la colpa non può essere che dei giudei. “Gli ebrei ci corrodono lentamente, come fa l’acqua con il ferro”, un cristiano deve saper mettere mano alla spada. Il resto è storia.

 

“No grazie!”: l’Eliseo festeggia i cent’anni con il guascone Cyrano-Barbareschi

Per uno che va, un altro che viene: cento anni fa moriva Edmond Rostand e nasceva o, meglio, veniva ufficialmente battezzato il Teatro Eliseo di Roma, a cui in questi giorni il presidente Mattarella ha inviato gli auguri di “lunga vita”.

A inaugurare la stagione “del secolo” sarà, il 30 ottobre (e fino al 25 novembre), proprio Cyrano de Bergerac di Rostand, adattato e diretto da Nicoletta Robello Bracciforti: per l’occasione sarà sfruttato tutto il palco dell’Eliseo, dalle buche alla graticcia, “giocando” con lo spazio singolarmente triangolare e con il fondale interamente tappezzato di quadri.

Se per la regista la “pièce non è una storia d’amore ma una riflessione sul ruolo dell’artista nella società”, per il primattore Luca Barbareschi (sul palco con altri 24 interpreti per 48 ruoli) “Cyrano è una sfida. Il suo celebre monologo ‘No grazie!’ è un manifesto di libertà e sfrontatezza, ai limiti della maleducazione, contro il servilismo, i politici, la ricchezza…”. Non risparmia l’attore – e direttore – una intemerata contro l’Italia, “fondata non sul lavoro, ma sull’invidia sociale” e paragonata addirittura “alla Germania prima del nazismo; lo dico da ebreo… Vorrei un’Europa della cultura, non delle banche o degli algoritmi. Il pensiero giudaico-cristiano ci insegna la complessità, che è poi la vita. Il vero nemico è la semplificazione, la dittatura del pensiero unico economico”.

A chi gli ricorda, poi, l’indagine per traffico di influenze illecite per “un extra finanziamento pubblico” (8 milioni di euro) per l’Eliseo, Barbareschi risponde: “Non mi occupo di queste cose, le battaglie di bottega non mi interessano. Nelle ultime finanziarie ognuno ha fatto quel che ha voluto, anche altri teatri. Il problema è che c’è bisogno di una grande riforma del Fus. Ma adesso a me interessa tenere in piedi un’istituzione”.

 

Persino Steven Spielberg vuole rifare “West side story”

Steven Spielberg, dopo aver rinviato di almeno un anno le riprese del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, tornerà presto sul set per dirigere Ansel Elgort, il 24enne attore e cantante newyorchese già protagonista dei recenti Tutta colpa delle stelle e di Baby Driver, in un nuovo adattamento di West Side Story di cui sarà anche produttore per la Fox con Kevin McCollum e Kristie Macosko Krieger. Questa volta la sceneggiatura del premio Pulitzer Tony Kushner non sarà focalizzata sul celebre film del 1961 di Robert Wise e Jerome Robbins vincitore di 10 premi Oscar ma sul musical originale allestito a Broadway nel 1957 con le musiche di Leonard Bernstein ispirato al Romeo e Giulietta con la rivalità tra due gang di adolescenti di strada che ostacola l’amore dei giovani protagonisti Tony e Maria.

Inizierà a fine mese tra Paestum, Bolsena e Salerno la lavorazione di Last words, un nuovo film di Jonathan Nossiter con Nick Nolte, Charlotte Rampling, Stellan Skarsgard, Alba Rohrwacher e Valeria Golino. Ambientato nel 2085, tra le macerie di un imminente universo devastato da conflitti globali e disastri ecologici, dove da dieci anni non nasce un essere umano, il film vedrà in scena alcuni sopravvissuti che rispondono a una misteriosa chiamata che li porterà a ritrovarsi tutti ad Atene. Tra loro un 17enne d’origine africana che porterà con sé alcune misteriose bobine su cui è incisa la dicitura “Cineteca di Bologna”.

Catherine Spaak è tornata a recitare a Napoli e dintorni con Antonio Folletto e Carla Signoris sul set de La vacanza, opera seconda di Enrico Iannaccone da lui anche sceneggiata per Mad Entertainment che racconta la storia dell’incontro tra due differenti sensibilità incarnate da una donna matura e da un ragazzo.

 

Shakespeare è sempre in love

Di Shakespeare in love quello che convince meno è Shakespeare, il love si salva sempre. L’adattamento teatrale di Lee Hall impallidisce al confronto con l’omonimo film (7 volte premio Oscar) sceneggiato da Marc Norman e Tom Stoppard, diretto da John Madden e interpretato da Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes.

Dopo Londra, ecco anche la versione italiana con la regia di Giampiero Solari e Bruno Fornasari e un giovane cast di una ventina di attori e/o musicisti: un allestimento, nel complesso, godibile e ordinato, quanto ordinario. Manca il marcio dell’Inghilterra elisabettiana, il torbido, il bassofondo: Shakespeare sembra un po’ uno scemo, svenevole e irresoluto, se non fosse continuamente spronato e imbeccato dall’amico Marlowe, che gli suggerisce più o meno tutte le idee per le sue pièce: geniale quella su “una che si sposa un negro che poi la strangola con un fazzoletto”.

Marlowe – Kit per gli amici, il Caravaggio del teatro per tutti gli altri – è uno degli artisti fumantini e lascivi che agitano le notti, e la creatività, inglesi, accanto al giovanissimo John Webster, qui infido delatore, fan del sangue e degli stupri: purtroppo non sono loro i protagonisti, ma i languidi William e Viola, dal cui amore tormentato, sempre su suggerimento di Kit, nasce la tragedia degli amanti veronesi, Romeo e Giulietta, una recita nella recita tra le più stucchevoli della messinscena.

L’ensemble, affiatato ma poco allineato, può contare su una bravissima e multiforme Lucia Lavia, non sempre sullo Shakespeare incapricciato di Marco De Gaudio; spiccano poi il Marlowe scapigliato di Stefano Annoni (biondo e bello proprio perché la recita rifugge il nero fondo), Pietro Masotti (Ned Alleyn/Mercuzio, che è sempre Mercuzio) e la spassosissima regina Elisabetta di Lisa Angelillo, a cui “più che il teatro piacciono i cani!”. Su tutto, sono proprio le scene comiche, di squisito british humour, a funzionare di più, alleggerendo il peso dell’intreccio amoroso, già visto e rivisto: Shakespeare è sempre in love, dicono – e le musiche (dal vivo), i costumi e gli arredi d’epoca confermano. Anche il montaggio per brevi scene e controscene contribuisce a frammentare, e annacquare, la narrazione: purtroppo sul palco non esiste dissolvenza né cambio di inquadratura.

Interessante resta invece il plot originale, per cui dalla commedia Romeo e Ethel – la figlia del pirata si passa alla tragedia di Montecchi e Capuleti: è la vita (di Will) a prendere pieghe diverse, e quindi i versi ad adeguarsi, scendendo negli abissi di amore e morte e risalendo tra i flutti di un naufragio provvidenziale. Ma per rivedere Viola toccherà aspettare la Dodicesima notte, quella della Befana.

Shakespeare in love, Giampiero Solari e Bruno Fornasari – Roma, Teatro Brancaccio, fino all’11 novembre; Napoli, Teatro Cilea, dal 22 al 25 novembre; Torino, Teatro Alfieri, dal 29 novembre al 2 dicembre; Padova, Teatro Verdi, dal 5 al 9 dicembre