Ci volevano i francesi, per mettere a fuoco nel migliore dei modi la parabola criminale di Totò Riina, il tragediatore. Tragedia è, sicché l’esergo non può che essere shakespeariano, dal Riccardo III: “Hai fatto di questa infelice terra un inferno di lamentazioni”. Produce Arte, per l’Italia c’è Donatella Palermo, dirige il bulgaro naturalizzato francese Mosco Levi Boucault, ma il Bardo non inganni, l’intento è tutt’altro che epico: “Il progetto è nato dalla discussione che ho avuto con un protagonista della lotta alla mafia, Giuseppe Cucchiara, a proposito del mitico Padrino di Francis Ford Coppola. Da lì la voglia di smontare il mito del nome Corleone…”.
Suddiviso in due parti, Il potere e il sangue (80’) e La caduta (70’), è con They Shall not Grow Old, la mirabile rivitalizzazione dell’archivio della Prima guerra mondiale firmata da Peter Jackson, la cosa migliore vista alla 13ª Festa di Roma: la Rai o chi per essa ce lo renda disponibile presto.
Tra le talking heads il procuratore Giuseppe Ayala, la fotografa Letizia Battaglia, il sicario Giovanni Brusca, Corleone inquadra – nelle parole del suo killer più efferato – “un tragediatore nato, un tarlo che mette tutti contro tutti, diabolico e non politico: la politica gli mancava proprio, lui era un criminale puro”. Ne seguiamo l’inarrestabile ed efferata ascesa ai vertici di Cosa Nostra, di quella Cupola che ostinatamente asseriva non esistere: “La mia cupola è la famiglia”: il padre gli muore, maneggiando un ordigno bellico inesploso, quando ha 13 anni; il primo omicidio lo commette a 19, a 26 è affiliato, a 42 dopo tre guerre brutali, dopo l’arresto di Luciano Liggio e l’esecuzione di Stefano Bontate assurge a capo dei capi. Per avanzare Totò u curtu conosce un solo modo: ammazzare, e ammazzare ancora, a tal punto che Brusca, Francesco Paolo Anzelmo e gli altri sicari non avevano requie e non sanno oggi dire quante persone abbiano ucciso. È una scia di sangue senza fine, una teoria di morti – Mario Francese, Michele Reina, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Pippo Fava, Carlo Alberto dalla Chiesa e tanti ancora – che accappona la pelle, e a cui Riina rispondeva con un sorriso “ironico e sarcastico”: glielo rinfaccia Tommaso Buscetta, ma in tribunale Totò non raccoglie. Al rivale aveva ucciso i due figli, il fratello, il figlio del fratello e il marito della figlia, lasciandolo nell’impossibilità di vendicarsi manu militari: Buscetta ravvisa quindi in Giovanni Falcone il kalashnikov che non ha per abbattere Riina, e collabora. Ne viene il primo processo a Cosa Nostra, poi il magistrato salterà in aria a Capaci, e analoga sorte toccherà al collega Paolo Borsellino, ma tra “tanto dolore e tanto sangue” qualcosa cambia, per sempre. Il merito di Corleone non è solo storico, sincronico, ma antropico: va nella testa, nella cultura, nella vita del mostro dei mostri.