“Corleone”, doc feroce sul mostro dei mostri

Ci volevano i francesi, per mettere a fuoco nel migliore dei modi la parabola criminale di Totò Riina, il tragediatore. Tragedia è, sicché l’esergo non può che essere shakespeariano, dal Riccardo III: “Hai fatto di questa infelice terra un inferno di lamentazioni”. Produce Arte, per l’Italia c’è Donatella Palermo, dirige il bulgaro naturalizzato francese Mosco Levi Boucault, ma il Bardo non inganni, l’intento è tutt’altro che epico: “Il progetto è nato dalla discussione che ho avuto con un protagonista della lotta alla mafia, Giuseppe Cucchiara, a proposito del mitico Padrino di Francis Ford Coppola. Da lì la voglia di smontare il mito del nome Corleone…”.

Suddiviso in due parti, Il potere e il sangue (80’) e La caduta (70’), è con They Shall not Grow Old, la mirabile rivitalizzazione dell’archivio della Prima guerra mondiale firmata da Peter Jackson, la cosa migliore vista alla 13ª Festa di Roma: la Rai o chi per essa ce lo renda disponibile presto.

Tra le talking heads il procuratore Giuseppe Ayala, la fotografa Letizia Battaglia, il sicario Giovanni Brusca, Corleone inquadra – nelle parole del suo killer più efferato – “un tragediatore nato, un tarlo che mette tutti contro tutti, diabolico e non politico: la politica gli mancava proprio, lui era un criminale puro”. Ne seguiamo l’inarrestabile ed efferata ascesa ai vertici di Cosa Nostra, di quella Cupola che ostinatamente asseriva non esistere: “La mia cupola è la famiglia”: il padre gli muore, maneggiando un ordigno bellico inesploso, quando ha 13 anni; il primo omicidio lo commette a 19, a 26 è affiliato, a 42 dopo tre guerre brutali, dopo l’arresto di Luciano Liggio e l’esecuzione di Stefano Bontate assurge a capo dei capi. Per avanzare Totò u curtu conosce un solo modo: ammazzare, e ammazzare ancora, a tal punto che Brusca, Francesco Paolo Anzelmo e gli altri sicari non avevano requie e non sanno oggi dire quante persone abbiano ucciso. È una scia di sangue senza fine, una teoria di morti – Mario Francese, Michele Reina, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Pippo Fava, Carlo Alberto dalla Chiesa e tanti ancora – che accappona la pelle, e a cui Riina rispondeva con un sorriso “ironico e sarcastico”: glielo rinfaccia Tommaso Buscetta, ma in tribunale Totò non raccoglie. Al rivale aveva ucciso i due figli, il fratello, il figlio del fratello e il marito della figlia, lasciandolo nell’impossibilità di vendicarsi manu militari: Buscetta ravvisa quindi in Giovanni Falcone il kalashnikov che non ha per abbattere Riina, e collabora. Ne viene il primo processo a Cosa Nostra, poi il magistrato salterà in aria a Capaci, e analoga sorte toccherà al collega Paolo Borsellino, ma tra “tanto dolore e tanto sangue” qualcosa cambia, per sempre. Il merito di Corleone non è solo storico, sincronico, ma antropico: va nella testa, nella cultura, nella vita del mostro dei mostri.

 

“Mai scesa a patti: sono fragile, non cerco like”

“Sono ancora una che fa di testa sua, non sono mai stata governabile. Questo mi è costato alcune opportunità, anche importanti. Ma posso dire con orgoglio di aver mantenuto la schiena dritta”. Elisa Toffoli compirà 41 anni il 19 dicembre e come (quasi) tutti quelli che entrano nella fase della maturità ha scelto di fermarsi un attimo a riflettere e poi ha deciso che era arrivato il tempo di mostrare agli altri la parte più intima di sé. Ha preso i suoi quaderni di appunti – decine, sparsi sul pavimento – e li ha resi un album. O quasi: “Non è che ho riportato le cose scritte negli anni, ma ho ritrovato in quei diari poesie, spunti di riflessione che, partendo da me, possono diventare universali”. Diari aperti, appunto, si chiama il suo album in uscita oggi per Island Music. Undici tracce inedite, tutte in italiano (“Abbandonare l’inglese per me è impensabile, ma stavolta era il caso di lasciarlo fuori”). E poi un tour, che partirà il 18 marzo 2019 da Firenze.

Elisa, dica la verità: è un’operazione nostalgia o sente di essere cresciuta?

Sicuramente la seconda, anche perché non sto scappando da nulla. I testi di questo disco sono meno metaforici, la scrittura è più diretta. Mi sembrano confessioni a cuore aperto, dialoghi con un solo interlocutore. Se si riesce a proiettare nel futuro tutto quello che del passato è stato bello, utile e di valore, non è un’operazione nostalgia: è aver imparato la lezione.

Per un artista è difficile mettere a disposizione del pubblico la propria sfera privata, intima, soprattutto in un’era in cui la privacy non esiste più?

In tanti casi ciò che mostriamo sui social è la parte vincente di noi: la foto perfetta, la posa ideale, quella che può ottenere più consensi. E invece demonizziamo le fragilità, le vulnerabilità o ciò che potrebbe non piacere. Quasi dovessimo essere dei supereroi. Non è umano. Invece cercare di mettere a disposizione degli altri canzoni che contengono cose oneste, vere e fragili, buttarle fuori e guardarle in faccia, è una scelta che bisognerebbe fare sempre. A me serviva sia a livello artistico che per ridare valore alla musica, alla scuola di pensiero che c’è dietro al rock and roll e allo stesso cantautorato italiano.

“Fare quello che ti viene e non andare dietro alla gente”, canta De Gregori nel brano “Quelli che restano”, uno dei singoli estratti dal suo album. In questi tempi di social e di influencer, come si fa? E qual è il prezzo da pagare per avere la schiena dritta?

C’è sempre stato un prezzo da pagare e sempre ci sarà. Paghi comunque, paghi subito se fai di testa tua. Se ti adegui a quello che vogliono gli altri il conto arriva dopo ma il prezzo è più alto. Coloro che restano, che non tradiscono loro stessi, i più testardi, fanno tanta fatica, però rimangono svegli, vivi, con gli occhi aperti.

Sa che Renzi ha utilizzato proprio questa canzone per la Leopolda della scorsa settimana?

Davvero? No, non ne sapevo nulla, non credo neanche che abbiano avvisato il mio management. Francesco (De Gregori, ndr) mi ha detto di aver ricevuto un messaggio di complimenti da Renzi, ma tutto qui. Ho il sospetto che ritenga che la canzone sia sua… (ride)

“Promettimi” è una canzone dedicata a suo figlio Sebastian ed è stata scelta da Save the Children per la campagna “Fino all’ultimo bambino”. La spaventa quello che stanno subendo molti bambini del mondo?

Trovo assurdo che nel 2018 ci siano ancora decine di guerre e mi devasta pensare al divario incolmabile tra gli stili di vita. Se non lo saniamo, questo abisso distruggerà tutti, anche noi. Respingere le persone non ha senso, perché è naturale tentare di salvarsi: lo hanno fatto pure gli italiani e molti di noi non sarebbero qui se i propri avi non avessero cercato condizioni migliori di vita. Come non ha senso che l’Europa – non l’Italia o i singoli Stati, ma il governo dell’Unione europea – non riesca a gestire i flussi migratori. Migrazioni e inquinamento sono problemi di tutti: se non li risolviamo siamo destinati a morire.

Torniamo a lei: ha ottenuto il successo a 19 anni, a 23 ha vinto Sanremo. Da allora ha venduto milioni di dischi. Oggi ha qualcosa da rimproverarsi?

Sto cercando di scoprire se sono contenta così, non è stato facile accettare alcune sconfitte. Mi sarebbe piaciuto avere una carriera internazionale diversa, andare di più all’estero. Credo di non aver sfruttato tutte le occasioni che mi si sono presentate, a volta per immaturità, altre – la stragrande – perché non sono scesa a compromessi. Penso alle canzoni che avrei potuto pubblicare, ma non l’ho fatto, non sentendole “mie”. Forse è il mio limite.

E oggi come si vede?

Appassionata, identica a quando avevo 16 anni. Vivo l’impegno e la difficoltà di dover crescere due figli senza voler rinunciare alla carriera artistica. È difficile a volte sentirmi presente al 100% in entrambe le cose. Però mi è rimasta la voglia di realizzare quello che mi dà emozioni forti. E a quel punto tutto il resto viene giù a catena.

“Api” contro “mosche” L’ultima guerra di Jamal

“Cosa sapete delle api?”, questa domanda era l’hashtag di uno degli ultimi tweet del giornalista Jamal Khashoggi e conteneva la risposta: “(le api) amano il loro paese e vogliono difenderlo con la verità e i diritti”. Khashoggi non sarebbe felice di sapere che, a tre settimane dalla sua morte, noi non sappiamo chi sono e cosa vogliono fare per la democrazia araba gli appartenenti all’“esercito delle api”. Le api sono centinaia di persone che volevano pungere su Twitter il regime capeggiato dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, per tutti MbS. Si sono autodefinite così in contrapposizione al soprannome ‘l’armata delle mosche’ che è stato dato all’esercito di troll approntato dai consulenti di Mohammed bin Salman per diffondere i messaggi favorevoli al regime. Il volo delle api era la nuova missione di Khashoggi e potrebbe essere un possibile movente dell’omicidio. Il giornalista 60enne, vicino alla famiglia regnante, nipote del miliardario Adnan Khashoggi (il commerciante di armi morto nel 2017, già proprietario del mega-yacht che sarà poi anche di Trump, il Nabila) era divenuto famoso in Arabia e nel mondo per la sua amicizia giovanile con Osama bin Laden. In ottimi rapporti con il principe Al-Waleed Bin Talal (in passato socio di Berlusconi e recentemente arrestato da MbS), Khashoggi dopo la presa del potere da parte di MbS aveva cambiato vita. Prima con il suo lavoro sui media arabi poi con i pezzi sul Washington Post e i tweet, era diventato il più noto opinionista anti MbS. A causa delle crescente ostilità della famiglia regnante era stato costretto da settembre del 2017 a un prudente auto-esilio.

Sulle modalità del suo omicidio barbaro si è scritto tanto. Jamal Khashoggi è stato ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre. Secondo fonti turche a dirigere le operazioni sarebbe stato il consigliere del principe Mohamed Bin Salman, Saud al Qahtani, via Skype. I pezzi del cadavere del giornalista, sarebbero stati trasportati in una valigia in Arabia da Maher Abdulaziz Mutreb, una delle guardie del corpo del principe ereditario MBS. Matreb sarebbe ripartito con un passaporto diplomatico evitando i controlli all’aeroporto a bordo di un jet privato con una valigia, spiegano le solite fonti turche, contenente i resti di Khashoggi. Se le modalità dell’omicidio sono state barbare e primitive, il movente potrebbe essere ben più moderno e tecnologico.

Per capirlo può tornare utile il messaggio lanciato in favore del Bee Army o in arabo Geish Al-Nala su twitter dal giornalista due settimane prima di essere ucciso. Il tweet inneggiante alle api è stato riportato dal The Independent in un pezzo dal titolo Was Khashoggi the first casualty in a Saudi cyberwar?. Khashoggi potrebbe essere la prima vittima della cyber-guerra per il controllo dell’opinione pubblica nel mondo arabo.

La testimonianza di un amico di Khashoggi che viveva in Canada, Omar Abdulaziz, 27 anni, sembra andare in questa direzione. Come Khashoggi, Abdulaziz era nel mirino del regime per i suoi messaggi sui social ed era stato avvicinato dagli sgherri del regime. Gli chiedevano di tornare in Arabia e di seguirli nell’ambasciata saudita in Canada. Aveva rifiutato e subito dopo in Arabia i suoi fratelli più giovani erano stati arrestati. Abdulaziz ha raccontato anche che Khashoggi aveva finanziato con un bonifico di 5 mila dollari le attività dell’“esercito delle api” per acquistare schede sim in America da distribuire agli attivisti. Lo scopo era rendere non rintracciabili i profili twitter aperti per fronteggiare le fake news del regime.

Abdulaziz ha raccontato anche di avere scoperto un trojan all’interno del suo telefonino e di essere convinto che telefonate e mail con Khashoggi siano state intercettate. Il regime saudita, quindi, era a conoscenza della controffensiva mediatica ordita da Khashoggi su Twitter, un social molto diffuso in Arabia Saudita. MBS ha 33 anni e il suo consigliere Saud Al Qahtani appena 40. Entrambi conoscono l’importanza del consenso sui social.

Il trojan trovato nel telefonino di Abdulaziz, secondo gli analisti del Citizen Lab di Toronto, potrebbe essere il Pegasus creato dalla NSO israeliana, iniettato da una società vicina al Regno Saudita. Quindi in questo caso il trojan di HT è “innocente”.

A dimostrazione dell’antico interesse per lo spionaggio informatico, però c’è l’email a David Vincenzetti spedita da Saud Al Qahtani il 29 giugno 2015, già pubblicata dal Fatto. Nella mail Al Qahtani si presenta come funzionario del Centro per il Monitoraggio e l’analisi del Re, e chiede una ‘partnership duratura e strategica’ con la società italiana.

Saud al Qahtani non è solo l’uomo che gestisce i social network in Arabia Saudita per conto di MbS. È anche il vicedirettore della National Intelligence Agency e presidente della Federazione saudita per la sicurezza informatica, la programmazione e i droni. Di fatto, è il braccio destro di Mohamed bin Salman (MBS) che ha supportato mediaticamente l’offensiva anti-Qatar e l’arresto di centinaia di membri dell’élite saudita al Ritz-Carlton di Ryad. Ufficialmente è stato rimosso dopo il caso Khashoggi sabato 20 ottobre. Dal suo profilo twitter, con un milione e 300 mila seguaci, ha lanciato la lista nera degli intellettuali dissidenti. Nel 2015 il consigliere del principe chiedeva ad Hacking Team il catalogo dei suoi servizi. Un anno dopo il 20 per cento della società italiana passa a una misteriosa società cipriota, rappresentata da un arabo (Abdullah Said al Qahtani, classe 1988) con lo stesso cognome di Saud Al Qahtani e 10 anni di meno.

Il secondo personaggio citato sia nelle cronache del caso Khashoggi sia nelle mail ‘rubate’ dai pc di Hacking Team è Maher Abdulaziz Mutreb. Il suo nome figura in una email del 2011 pubblicata da Wikileaks nel 2015. Era uno dei funzionari sauditi indicati per prendere parte a un corso di formazione sull’uso del software.

Quel funzionario che partecipava a un corso di 8 settimane sarebbe proprio il generale Maher Mutreb, fotografato recentemente accanto a MbS in occasioni ufficiali in Usa ed Europa. Secondo i media turchi Mutreb entra nel consolato di Istanbul prima della morte di Khashoggi, tiene i contatti con Saud Al Qahtani e riparte dopo la morte del giornalista con un jet verso l’Arabia con quella valigia misteriosa. Chissà cosa c’era dentro. Chissà se ha mai usato le competenze apprese dai suoi istruttori italiani. Di certo c’è solo che l’ape ora non pungerà più.

Benalla, una “manina” gli ripulì il cellulare

L’ultimo episodio della “saga Benalla” sembra essere stato scritto per un film di spionaggio. Lo ha rivelato Le Monde, dopo aver avuto accesso ai verbali dell’ultima convocazione davanti ai giudici, il 5 ottobre, dell’ex consigliere per la sicurezza di Emmanuel Macron: ai magistrati, Alexandre Benalla, 26 anni, ha raccontato la misteriosa scomparsa dal suo cellulare di lavoro di alcuni sms che si sarebbero cancellati davanti ai suoi occhi come se qualcuno, in possesso dei pin, stesse controllando il cellulare “a distanza”.

Da qui il sospetto: e se fosse stato l’Eliseo ad averli fatti sparire? Dal palazzo presidenziale non commentano. Benalla è stato indagato per le violenze commesse durante il corteo del primo maggio, in place de la Contrescarpe, a Parigi. Era stato proprio Le Monde, a luglio, a pubblicare sul suo sito il video all’origine dello scandalo: vi si vede il fidato collaboratore di Macron, con casco da poliziotto, pur non avendone le funzioni, mentre picchiava alcuni manifestanti.

Anche se l’Eliseo ha condannato le violenze e finito col licenziare l’addetto alla sicurezza, la vicenda continua a imbarazzare Macron e ha dato un bel colpo alla sua popolarità. I fatti raccontati da Benalla ai giudici sarebbero successi durante il fermo di polizia, a luglio, in presenza di alcuni agenti: “Abbiamo potuto constatare – ha riferito – che degli sms sparivano a mano a mano. La data sul cellulare era cambiata, indicava 1970”. Era anche diventato impossibile accedere ad alcune funzioni del cellulare: “Se dei codici non funzionano – avrebbe spiegato Benalla – bisogna rivolgersi all’Eliseo, devono averli cambiati a distanza”. Ai comuni mortali la cosa sembra impossibile. Sentito da BFM Tv, Alexandre Langlois, segretario generale del sindacato Vigi-CGT Police, sostiene invece che il controllo a distanza dei dispositivi elettronici è possibile e aggiunge: “In questa storia ci sono molte cose che scompaiono”. In effetti si sa che quando, il 21 luglio mattina, la polizia ha perquisito l’appartamento di Benalla a Issy-les-Moulineaux, nella periferia di Parigi, mancavano alcuni oggetti. Soprattutto una cassaforte con le armi, tre pistole e un fucile, detenute legalmente. Il 30 luglio Benalla ha consegnato le armi agli inquirenti ma i giudici non hanno mai potuto verificare il contenuto della cassaforte e Benalla non ha mai dato uno spiegazione credibile del perché non si trovava in casa. È scomparsa anche una chiave Usb con i dati contenuti in uno dei telefoni di Benalla e alcuni scambi con l’Eliseo. Al momento dell’interrogatorio, il 5, la chiave non era ancora nelle mani degli inquirenti: “La devo cercare tra le mie cose che ho portato nel trasloco in Normandia”, ha detto Benalla. I giudici: “E che aspetta a consegnarcela?” E lui: “Che me la chiedete”.

Benalla non è uno che si pente. Se tornasse al primo maggio rifarebbe tutto: “Ho fatto solo il mio dovere di cittadino e ne vado fiero”. È convinto che tutta la procedura giudiziaria contro di lui è il frutto di una sorta di complotto. Sostiene che il testimone che ha filmato la scena del primo maggio con lo smartphone è un militante della sinistra radicale: “Il solo motivo per cui sono qui oggi – ha detto ai magistrati – è perché ero un collaboratore del presidente della Repubblica”.

Trump, altro che Unabomber: sono i media il nemico

Donald Trump ci ricasca a mettere sullo stesso piano i violenti e le loro vittime: lo aveva fatto dopo i tafferugli di Charlottesville nell’agosto del 2017, razzisti e anti-razzisti accomunati nella condanna della violenza; e lo rifà ora, mentre una scia di lettere bomba senza precedenti nella storia dell’Unione – almeno dieci, tutte indirizzate a suoi oppositori – attraversa la campagna verso il voto di midterm del 6 novembre. Non ci sono vittime, ma l’allarme è alto e la tensione forte.

Gli Stati Uniti, che hanno vissuto la psicosi dell’Unabomber, piombano in quella del serial bomber.

Gli ultimi destinatari conosciuti degli ordigni postali sono l’attore e regista Robert De Niro, critico verso Trump – la bomba arriva al suo ristorante di Trebeca, a New York –, e l’ex vicepresidente Joe Biden, nel Maryland. A Washington, un edificio del Congresso viene sgomberato

In Wisconsin, Trump afferma che la violenza politica “è un attacco alla democrazia” e assicura: “Prenderemo i responsabili”. Ma poi il presidente, che ha messo alla gogna numerosi cronisti come “nemici del popolo”, dice che i media devono “dare un tono civile” al dibattito politico e “mettere termine alle ostilità senza fine” nei suoi confronti. Su Twitter, rincara la dose: li accusa di generare “la rabbia che vediamo”, pubblicando “di proposito storie false e inaccurate … I maggiori media devono rivedere in fretta il loro atteggiamento!”.

E la folla ai piedi del palco intona lo slogan “In manette!” all’indirizzo di Hillary Clinton, la rivale di Trump alle elezioni del 2016, ma pure la destinataria, con il marito Bill, di una lettera bomba.

A Trump risponde Jeff Zucker, il presidente della Cnn, la cui sede a Manhattan è stata sgomberata mercoledì, dopo l’individuazione di un ordigno: “La Casa Bianca non capisce per nulla la gravità dei continui attacchi ai media. Il presidente e la sua portavoce devono rendersi conto che le parole contano”.

E John Brennan, ex capo della Cia, invita il presidente a “darsi una regolata” e a “cessare gli attacchi ai media. La Casa Bianca risponde: “È vergognoso” accusare Trump d’essere responsabile delle bombe ai suoi oppositori. Gli investigatori dell’Fbi e del Secret Service considerano gli ordigni recapitati tra martedì e ieri come un atto di “terrorismo interno”, probabilmente di matrice di estrema destra, e invitano tutti a essere vigili, perché “è possibile che altri pacchi siano stati o stiano per essere inviati in località diverse” da quelle già colpite. L’Fbi consiglia di “non toccare, muovere o maneggiare alcun pacco sospetto”. A motivare l’ipotesi dell’unica mano – persona o gruppo –, il fatto che alcuni ordigni siano identici: tubi bomba di una ventina di centimetri, imbottiti di polvere esplosiva, da cui escono fili elettrici avvolti in un nastro nero per trattenere il detonatore.

Il serial bomber destabilizza un Paese già sull’orlo di una crisi di nervi, con un clima politico radicalizzatosi al punto da indurre molti politici a lanciare appelli alla calma. Trump è sotto accusa perché alimenta, nei suoi comizi, paura e odio, che contagiano una campagna dove candidati si scambiano insulti, incitano al linciaggio dei criminali.

L’“appello all’unità” del presidente, dopo la raffica di ordigni, appare pretestuoso e opportunistico. Il fatto che solo 200 persone assistano a Buffalo a un comizio di Steve Bannon, l’ex guru di Trump, dà un segnale di stanchezza di fronte all’aggressività di populisti e suprematisti.

Non aggiunge serenità la notizia, pubblicata dal New York Times, che agenti russi e cinesi possono intercettare le comunicazioni personali del presidente Trump ad amici e familiari – lui non vuole rinunciare al suo iPhone, nonostante sappia che non è sicuro –. La Cina liquida l’informazione come fake news; e Trump si accoda, bollando l’articolo come “sbagliato”.

Cecchi Paone, dalla “Macchina del tempo” all’auto-trash

Da Alessandro Cecchi Paone c’è sempre da imparare. Approdato a Mediaset nel lontano 1996 quale successore in pectore di Emilio Fede al timone del Tg4, ha impiegato trent’anni per diventarne mezzobusto, più un mese per abbandonare la conduzione. Durante questi trent’anni e un mese Cecchi (come amichevolmente lo chiamava Fede) non è stato a guardare; ha studiato da Piero Angela di Cologno, realizzando un buon programma divulgativo come La macchina del tempo, per poi riciclarsi in tuttologo positivista. Celebre la sua scenata ai Telegatti del 2001, quando il primo Grande Fratello di Daria Bignardi fu preferito alla Macchina come miglior programma culturale. Dove andremo a finire?, si chiese. Adesso lo sappiamo: siamo andati a finire che ACP ha fatto il suo trionfale arrivo come concorrente del Grande Fratello Vip tra strappone e tronisti, con ingresso-parodia ispirato proprio alla Macchina (“Grande Fratello, voglio guardarti negli occhi”), e una collaborazione molto attiva (“Io sono attivo”). Siamo andati a finire che il massimo della divulgazione sono i pettegolezzi di Alfonso Signorini, e se vent’anni fa gli sconosciuti sognavano di diventare Vip, ora i Vip imitano gli sconosciuti – ammesso che si riescano a distinguere gli uni dagli altri. Come ACP dovrebbe ben sapere, il tema non è entrare nel reality permanente a cui si è ridotta la Tv, il terrore è non uscirne, al punto di rinnegare la propria storia e sottoporsi all’auto-trash. Da Cologno a Canossa, solo andata.

Dominique ieri avrebbe festeggiato, se fosse stata qui

Se Dominique Velati, l’infermiera di Borgomanero che decise di andare a morire in Svizzera (e di cui Il Fatto ieri ha pubblicato le ultime parole, ndr), non si fosse ammalata di quel mostro che le aveva diffuso metastasi ovunque, e che l’ha portata via tre anni fa, ieri ci sarebbe stata anche lei in piazza Montecitorio per festeggiare la decisione storica della Corte costituzionale. Al fianco dei suoi compagni di una vita. Già, perché prima di essere nota alle cronache per aver deciso di anticipare la sua fine in una fredda clinica in Svizzera, Dominique Velati era un’attivista, una militante radicale della prima ora, del nucleo duro dei piemontesi. Ed era pure un’infermiera da anni al fianco dei malati terminali.

Quando si è ritrovata a essere una di loro, ha preso due decisioni. La prima, quella di porre fine alla sua vita, per evitare a se stessa sofferenze indicibili. La seconda, di rendere pubblica la sua scelta, non prima, però, che fosse morta. Perché non voleva che niente e nessuno ostacolasse la sua scelta. Una volta avuta la certezza che il suo volere si sarebbe realizzato, era tranquilla e in pace. Come forse non lo era mai stata prima nella vita. Una pace che aleggiava nella sua casa quando l’ho conosciuta, la sera prima di partire per la Svizzera, e l’ho intervistata per Servizio Pubblico di Michele Santoro. Il giorno avevo pianto ininterrottamente. L’idea di conoscere una persona che poche ore dopo sarebbe partita per andare a morire mi aveva totalmente destabilizzato. Lei mi accoglie, con il sorriso e la consapevolezza di chi vede materializzarsi la propria volontà: tutte le mie paure svaniscono. Talmente era lucida, Dominique, che qualche giorno prima di partire per il suo ultimo viaggio aveva persino organizzato una grande festa, insieme agli amici e parenti.

Dominique aveva reso la sua morte un atto politico, come Fabo, come Loris Bertocco, come tanti altri. “Marco Cappato mi ha pagato il biglietto del treno”, aveva tenuto a precisarmi lei. Poca cosa, rispetto alle migliaia di euro che aveva dovuto sborsare per l’eutanasia. Ma che ha permesso poi al leader radicale di andare in questura ad autodenunciarsi per averla aiutata a suicidarsi. Come ha fatto per tanti altri casi, oltre a quello di dj Fabo che è finito fino alla Corte costituzionale.

Cappato si è dovuto presentare insieme a Mina Welby davanti alla Corte d’assise di Massa perché è sotto processo per aver aiutato Davide Trentini, un malato di sla, a fare l’eutanasia in Svizzera. Secondo l’associazione Luca Coscioni, di cui Cappato è tesoriere, sarebbero più di trecento gli italiani che valicano il confine ogni anno per mettere fine alle proprie sofferenze. Praticamente uno al giorno. Fosse anche solo uno, lo Stato ha il dovere di porsi il problema. E il Parlamento, come ha indicato la Consulta, di colmare il vuoto legislativo relativo. Il torto maggiore che si può fare nei confronti di chi è malato, costretto in un corpo che è diventato una prigione di agonia e dolore, è far cadere nel vuoto il loro appello alla libertà. Ed è forse proprio per i tanti appelli che si sono succeduti negli anni, il primo quello di Piergiorgio Welby rivolto a Giorgio Napolitano nel 2006, che oggi la maggioranza degli italiani, stando a quanto dicono i sondaggi, è favorevole all’eutanasia: l’ultimo è quello pubblicato sul Gazzettino che riporta come il 67% degli elettori della Lega Nord sia d’accordo sulla legalizzazione dell’eutanasia. Diventa difficile, per le forze politiche, girare la testa dall’altra parte.

Direbbe Dominique, parliamone, parliamone, parliamone. Parliamo della libertà che ognuno di noi ha di scegliere della propria vita, perché questa ci appartiene. Come anche la morte.

Da quale pulpito viene il “bipolare”

Forte si è levato da ogni parte il grido di sdegno (fai schifo) a stigmatizzare l’incommentabile uscita di Grillo su autismo e Asperger. Lo sostengo da tempo: l’uso del Manuale diagnostico e statistico per colpire l’avversario costituisce una degenerazione inammissibile del dibattito politico. Peccato che i più feroci j’accuse provengano oggi dal quartier generale della Leopolda dal quale, solo poco tempo fa, le bordate cliniche partivano come palle incatenate verso gli avversari.

Erano tempi robusti, il declino non era ancora iniziato, da quelle parti passava tanta gente, mica come oggi. Forse a causa delle mazzate elettorali molti renziani oggi soffrono di un amnesia selettiva, immemori del tempo in cui l’innesto del lessico analitico col renzismo forgiò una neolingua che apostrofava gli avversari come un corpo unico posseduto da intenti incestuosi. Dapprima fu la volta dei nemici interni, espulsi e tratteggiati come mummie intrise di godimento masochista. Fu poi la volta del polo grillino afflitto da una patologia bipolare con un candidato premier che pativa di un bipolarismo inquietante. Il 4 marzo la realtà virtuale della Leopolda venne dissolta dal redde rationem con il quotidiano, quando non torme di nemici malmostosi dediti all’odio, ma la gente comune, riportò il renzismo a contatto con la realtà sbriciolandone le fondamenta e mostrando tutti i drammatici limiti del suo lessico. Tante e tali erano state le invettive cliniche e non lanciate via Repubblica, che quell’odio alle porte incombente io iniziavo a temerlo davvero. Ho realmente pensato di svegliarmi una mattina e ascoltare via radio i comunicati del comitato di salute pubblica tra un brano di sinfonica e l’altro. Addirittura il Paese, a detta di Recalcati, stava per cadere nella mani di “un comico bipolare a sua volta rappresentato da un ex-steward del San Paolo di Napoli con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali” (sic). Al di là del fatto che fare lo steward fa parte di quei lavoro umili che un partito di sinistra dovrebbe vedere come valore aggiunto, io non le ricordo le vesti stracciate a difendere le associazioni di chi è affetto da disturbi specifici del linguaggio o da bipolarismo, colpite allora come oggi avviene per quelle che si occupano di autismo. La loro attenzione alle parole di Grillo è dovuta in parte anche alle sconfitte patite, grazie alle quali hanno potuto affinare la loro sensibilità ed intuire quanto doloroso sia per chi è affetto da alcune patologie dell’animo e della mente, vedere quelle diagnosi che per molti di essi hanno reso la vita tanto dura da campare, usate come strumento di battaglia. Oggi che la Leopolda è franata, ci si ricorda dei più fragili. Troppo facile. Per scagliare un pamphlet ci vuole coerenza.

Dunque, o sei Céline, o è meglio che lasci stare. Prima di lanciare crociate giuste ma tardive contro la malattia usata come argomento politico, è bene che essi prendano atto di quanto il loro linguaggio ne fece uso, e ne traggano insegnamento. È bene che acquisiscano consapevolezza di quanto le loro parole, private dell’arsenale clinico, degradino in insulti da osteria. Cialtroni. Senza cervello. Invettive banali, offese a poco prezzo da scapoli contro ammogliati il venerdì sera. Vuoi mettere il nazional popolare “incompetenti” con il “ritorno spettrale del berlusconismo”? Bene fanno dunque a criticare Grillo, quel linguaggio è sbagliato, fuori luogo. Lo hanno capito a tal punto che da tempo hanno abiurato l’uso della diagnosi. Senza il frasario freudiano gli avversari sono oggi liberati da pruderie adolescenziali, dall’odio, affrancati da pulsioni masochiste. Sono solo cialtroni, ma concedono a tutti la possibilità di parlare dalle reti nazionali. Anche allo psicoanalista le cui parole vennero da molti utilizzate per stigmatizzarli.

A ciascuno la sua apocalisse (politica)

È ormai noto che moriremo tutti. Tale rivelazione, invero insita nella natura fallace del genere umano, è divenuta ancor più ineluttabile con l’avvento del Salvimaio. Il quale, si sa, ha come unico obiettivo quello di condurci tutti all’Apocalisse. È dunque certo che non solo creperemo, ma lo faremo pure malino, smarriti come un uomo di sinistra alla Leopolda e poveri come un Carrefour vilipeso dai Ferragnez. Giacché ogni cosa è dolore ma il dolore non è mai uguale a se stesso, ci attende non una bensì molteplici Apocalissi.

Apocalisse Moscovici. Questo bell’ometto implume passa il tempo a dar patenti di economia e democrazia. Ne ha ben donde: come ministro delle Finanze ha fatto disastri, portando il deficit della Francia al 3% e conducendo il suo partito all’implosione. Eppure sta sempre lì, non mancando di darci dei “fascisti”, “xenofobi” e adoratori di “piccoli Mussolini”. Sorta di Monti francese che non ce l’ha fatta, attende le elezioni europee di fine maggio come i tacchini attendono negli Stati Uniti il giorno del Ringraziamento. Sfortunatamente per noi, e crediamo pure per lui, Moscovici è molto meno simpatico e assai più molesto dei simpatici gallinacei, benché ne condivida forse l’acume politico.

Apocalisse “Antagonista”. Caratterizza quegli ambienti della sinistra che si auto-professa “vera”. Ne riconosci gli adepti perché tengono Internazionale sotto il braccio, come una baguette proletaria, non mancando di incolpare di ogni cosa il barbaro Salvini e il mona Di Maio. Poiché entità superiori, gli “Alternativi” di economia si occupano poco: è un argomento troppo prosaico. Sanno però con esattezza che questa Manovra ci condurrà all’abisso della morale. E di ciò sono intimamente felici, perché in punto di morte non mancheranno di ricordarci che loro ce lo avevano detto.

Apocalisse Monti-Fornero. Duo diversamente comico che ristagna in tivù e ha la ricetta infallibile su come uscire da una crisi che ha fattivamente contribuito ad acuire. Più o meno come avere il figlio malato di tonsillite e scegliere Erode come pediatra.

Apocalisse Renzi. Questa, a ben pensarci, non è una corrente politica ma una recensione inappuntabile: “Apocalisse Renzi”. Quindi è inutile aggiungere altro.

Apocalisse Ischia. È quell’apocalisse autoindotta secondo la quale, in un decreto che dovrebbe parlare dell’emergenza Genova, inserisci un condono tombale a Ischia. E poi, quando ti sgamano, dici che lo hai fatto perché ce n’erano già tre precedenti e tanto valeva velocizzare il tutto per agevolare le ricostruzioni delle case terremotate a Ischia. Più o meno un anno fa, Di Maio disse che si sarebbe iscritto al Pd qualora avesse fatto un condono a Ischia. Eccoci. Niente paura, però: tenendo conto dei concorrenti al Congresso, Di Maio potrebbe pure vincere. E vederlo alla guida del Pd, picchiando un giorno Orfini e quell’altro Faraone, sarebbe pure divertente.

Apocalisse Patrimoniale. La Manovra fallirà e il Salvimaio, come Amato decenni fa, entrerà di notte nei nostri conti correnti. Non solo: Toninelli si intrufolerà nelle nostre case, intendo proprio fisicamente, e col consueto entusiasmo lucido ci porterà via ogni bene. Poi, prima di andarsene, ci fisserà – con quel suo sguardo concentratissimo – per dirci: “Lo faccio per costruire un ponte dove potrete far giocare i vostri figli in autostrada. Un giorno mi ringrazierete”. E se ne andrà in dissolvenza, quasi come nel finale di un film muto.

Apocalisse Sallusti. In cerca d’autore come una comparsa sbagliata in una trasposizione shakesperiana, ha speso gli anni migliori della sua vita a dirci che lo spread era una congiura contro il suo Berlusconi. Ora, invece, ha elevato lo spread a personale monolite e pare solo un Juncker meno rubizzo. Solidarietà.

Apocalisse Berlusconi. Vedi tu com’è la vita: nasci Caimano e finisci Cottarelli.

Apocalisse Gelmini. Uscita non senza fatica dal tunnel dei neutrini, vuol reinventarsi economista e statista. Lecito. Solo che, nel frattempo, Forza Italia è morta. E l’effetto è un po’ quello che susciterebbe vedere Bakajoko che si scalda a bordo campo certo di spostare le sorti del mondo, quando però nel frattempo l’arbitro ha già fischiato la fine della partita. Da tre ore.

Apocalisse Calenda. Particolarmente a suo agio nel ruolo di apocalittico in servizio permanente, è solito prospettarci un futuro da figli di una troika minore. Lo fa con quel suo bel mix da Barca meno preparato e Renzi meno antipatico, interpretato da un Pozzetto che si esprime chissà perché in romanesco. Daje Cale’. Al tema che più preferisce, “Siete tutti ottusi plebei ma io posso salvarvi”, il nostro eroe ha pure dedicato anche un libro. Che sta vendendo più della Bibbia. Non è una battuta: è la prova che questo Paese è smarrito. Tanto smarrito.

Mail box

Auspico un ritorno alle urne e non è detto che vinca Salvini

Mi chiedo: se questo governo cade, a cosa andremo incontro? Cosa c’è oltre il governo gialloverde? All’inizio credevo che il secondo forno, al di là delle chiacchiere arroganti di Matteo Renzi, fosse possibile perché l’ex premier si è circondato di servi viscidi e fedeli, ma solamente fino a quando avrebbero avuto un tornaconto personale, cosa che gli poteva essere garantita anche da qualcun altro. Ciò non è avvenuto. Nel pezzo di Antonio Padellaro del 20 ottobre scopro del panico che prende alla gola alcuni dirigenti del Partito democratico quando si parla della possibilità di un nuovo governo, magari con loro dentro, e capisco che quel “no” di Matteo Renzi al M5S forse non è stato il colpo gobbo di un tiratore solitario, ma qualcosa di fin troppo condivisibile per una classe dirigente dem che alle elezioni prende i voti promettendo il conflitto d’interessi e poi fa il governo con Berlusconi. Quindi mi trovo di fronte l’unica possibilità: nuove elezioni che, a detta di tutti, regaleranno il Paese alla destra salviniana e berlusconiana senza un contropotere che possa fermarli. Io a questa possibilità non credo. Non sono rappresentato da nessun partito in Parlamento, perciò ogni volta che vado a votare, non potendo votare il mio partito, cerco di scegliere ciò che è meglio per tutti. Ho notato che questo atteggiamento è sempre più diffuso, ci sono milioni di persone che non vogliono sentir parlare ogni giorno di politica, che magari al sondaggista chiudono il telefono in faccia e perciò non vengono considerate nelle rilevazioni; ma che in campagna elettorale stanno attente, s’informano da molte fonti e il giorno delle elezioni scelgono con coscienza esattamente come faccio io. Queste persone, unite a tutti quei milioni di elettori di sinistra che si sono stancati di un Pd e che voterebbero M5S col naso turato piuttosto che regalare il Paese a Salvini, potrebbero essere più del fantomatico 40% delle destre. Io credo di aver superato il limite di sopportazione con questo governo, per quanto non mi sia per niente pentito di aver votato i grillini e – visto lo sfascio democratico – lo rifarei, e sono stanco di vivere col Maalox sul comodino. Da questo momento in avanti sono un fan della caduta di questo governo e di un ritorno alle urne. La cancellazione dal Parlamento non può che fare bene al Pd, un governo monocolore è l’unica scelta sensata allo stato delle cose, dove i mercati sono più interessati alla stabilità di un esecutivo che del suo colore. Spero di non sbagliarmi, ma di Salvini mi sono davvero stancato, e non perché è fascista, ma perché è solo un chiacchierone, caciarone e inconcludente berlusconiano.

G.C.

 

Libertà vuol dire scegliere anche quando e come morire

La Consulta non ha sentenziato nel processo Cappato, invitando il Parlamento a legiferare con provvedimenti appropriati. Si ripropone il tema etico del fine vita e l’autodeterminazione della persona. Essere liberi significa avere il diritto di scegliere pure come morire. Purtroppo, causa una legislazione carente in materia perché condizionata pesantemente da interferenze vaticane, ciò non è possibile. Aleggia un colto integralismo benpensante che con il suo lamento moralista vorrebbe costringere il resto del mondo a subire concetti che non gli appartengono. La Corte d’assise di Milano ha inviato l’ennesimo messaggio a chi di dovere affinché anche i sordi possano capire: il segnale trasmesso avrà sviluppi?

Silvano Lorenzon

 

Caro Inps, gli incentivi possono essere controproducenti

La replica dell’Inps, pubblicata l’11 ottobre, riguardante la “retribuzione accessoria” riservata ai propri funzionari rivela una profonda stortura concettuale. Nel momento in cui in ambito privato può essere lecito incentivare sotto svariate forme la produttività, mai dovrebbe esserlo in aziende pubbliche che si interfacciano con il cittadino su aspetti sociali. I quali potrebbero subire una discrezionalità decisionale labile e fuorviata, oppure anche solo inconsciamente inquinata, ma sempre grave nei suoi effetti. Il miglior incentivo possibile dovrebbe essere il know-how dirigenziale organizzativo, finalizzato ad ottimizzare lavoro e rendimento delle risorse umane disponibili. Viceversa, vorrebbe dire che tali dirigenti non sono all’altezza di ruolo e stipendio. Per migliorare il servizio, non andrebbe quindi “accessoriata” la busta paga dei dipendenti, ma diminuita quella dei dirigenti. Meglio ancora, andrebbero sostituiti con altri più capaci. Infine, la contraddizione di Inps nel rivendicare con sdegno che “trattasi di incentivo collettivo ad essere più efficienti e scrupolosi” e “che è lesiva l’insinuazione per cui a fronte di questi incentivi si indurrebbe a non rispettare il codice deontologico”. Quando in realtà, a ledere la professionalità e la serietà dei funzionari è esattamente il concetto stesso di vedersi “incentivare” ed esortare ad essere seri e professionali.

Giovanni Marini

 

Uranio impoverito, terribili conseguenze ovunque

Hanno cercato un nome tranquillizzante per l’uranio, gli hanno aggiunto “impoverito”! Come va nei Paesi dove l’ha portato il vento come Puglia, Grecia e Bulgaria?

Vareno Boreatti