Saranno disagi per i cittadini, ma diritti (sacrosanti) per i lavoratori

Ancora un venerdì nero per me, che vivo nel quartiere Africano di Roma, accompagno i figli a scuola in Piazza Bologna, lavoro a Prati. Scioperi come quello di domani (oggi, ndr) finiscono per danneggiare solo noi fruitori rassegnati del trasporto pubblico della Capitale. Mi chiedo: perché ancora un’agitazione di questa portata e perché ancora nel fine settimana? Ieri, come se non bastasse, sono rimasta bloccata per più di un’ora in attesa che il black-out della Metro B venisse riparato. Costa fatica essere una mamma e una lavoratrice romana.

Giada Tancredi

 

Cara Giada, lo sciopero di oggi è di diverse categorie minori, ma comunque radicate in molti settori nevralgici: Usi, Cub, Sgb e Sial Cobas. E come siamo abituati a verificare, tra coloro che incroceranno le braccia ci saranno i lavoratori delle aziende dei trasporti locali. A Milano si va dalle 8:45 alle 15 e poi dalle 18 fino al termine del servizio. Il trasporto a Roma, invece, sarà garantito e regolare fino alle 8:30 e dalle 17 alle 20. I disagi saranno anche per lo sciopero che inizierà alla mezzanotte del 26 per terminare dopo 24 ore, ma coinvolgerà solo il personale degli aeroporti di Milano, sia Malpensa che Linate, e di Bologna. L’agitazione coinvolgerà anche le sigle sindacali dei settori scuola, università e ricerca: Cub, Sgb, Si Cobas, Usi – Ait, Slai Cobas, Sisa e l’organizzazione sindacale Cub Sur. Nel settore sanitario, invece, lo sciopero è stato indetto da Cub, Sgb, Si Cobas e Usi-Ait.

Come spesso capita, molti lavoratori e lavoratrici si troveranno a dover “pagare” il dazio di questa situazione e va ovviamente ricordato che questo disagio fa parte del meccanismo: si sciopera per creare un disservizio in modo da ribadire le proprie ragioni. E le ragioni sono quelle di sempre: condizioni di lavoro, entità della retribuzione, diritti sindacali, in questo caso anche una protesta più generale nei confronti del governo. Ci si chiede se basta la garanzia del diritto di sciopero sancita nella Costituzione per accettare i disagi. A volte si vorrebbe rispondere di no, soprattutto da quando la crisi del sindacato produce una continua parcellizzazione di sigle ognuna legittimata a proclamare lo sciopero. E soprattutto quando lo stesso sciopero sembra più un fatto rituale e autoproclamatorio che uno strumento al servizio di una rivendicazione precisa. Il problema credo si ponga a questo livello. Ma dal punto di vista regolamentare, limitare ulteriormente questo diritto, che è stato già ampiamente ridotto, credo che sarebbe sbagliato.

Salvatore Cannavò

Indagini chiuse sulla “banda del peperoncino”

La Procuradi Torino ha concluso le indagini sul gruppo di rapinatori noti come la “banda dello spray”, autori di diversi colpi in Italia e all’Estero. Quattro di loro avrebbero anche scatenato il panico in piazza San Carlo a Torino durante la proiezione di Juventus-Real Madrid la sera del 3 giugno 2017, quando il fuggi fuggi degli spettatori provocò oltre 1500 feriti e la morte, nei giorni successivi, di Erika Proietti. I reati contestati dai Pm Roberto Sparagna e Paolo Scafi sono omicidio preterintenzionale, rapina aggravata in concorso e associazione a delinquere. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato ieri mattina ai quattro marocchini assistiti dagli avvocati Basilio Foti, Guido Anetrini e Laura Cargnino. Oltre alla rapina e ai due furti con strappo commessi in Piazza San Carlo, a carico della banda ci sono decine di altre rapine realizzate con l’aiuto di complici tra il 2016 e il 2018 nel corso di altre manifestazioni e sempre con l’utilizzo dello spray. Il 23 ottobre nell’aula bunker delle Vallette si è aperto il processo per l’altro filone dell’inchiesta, riguardante le carenze organizzative e di gestione dell’evento.

Sky Italia, Maccanico al posto di Scrosati. Babà agli onorevoli negli studi di Skytg24

Il gruppo Sky riempie la casella lasciata vacante dall’addio di Andrea Scrosati col nuovo vicepresidente esecutivo con delega ai programmi: si tratta di Nicola Maccanico, ex Vision Distribution, figlio di Antonio, più volte ministro Dc. Come anticipato dal Fatto, Sky si prepara a diventare anche operatore telefonico con il lancio di una società per offrire agli italiani la connessione a Internet, la telefonia domestica e, in futuro, pure quella mobile. La multinazionale fondata da Rupert Murdoch e ora di proprietà di Comcast ha bisogno di conservare un’immagine linda e coltivare buoni rapporti con le Autorità di controllo del mercato, la politica, il governo. Così mercoledì sera, per la prima volta, Sky ha invitato i parlamentari a guardare in alta definizione la partita di Champions League tra il Psg di Neymar e il Napoli di Ancelotti. Negli studi di Roma a Montecitorio, di fronte alla Camera, dove di solito va in onda SkyTg24 pomeriggio, è stata allestita la saletta per gli onorevoli – una quindicina di tifosi napoletani, di tutti i partiti, tranne della Lega – con una cena, bollicine di classe e babà in onore della serata partenopea. Protesta il sindacato Usb: si annunciano altri tagli al Tg e si servono babà negli studi.

Striscioni e bagarinaggio: cosa c’è dietro la guerra Juve-Report

Ieri mattina all’Allianz Stadium di Torino, all’assemblea degli azionisti della Juventus, tama caldo era l’inchiesta “Alto Piemonte” della Dda, a lungo narrata dal Fatto e portata in prima serata tv da Report. “Mi ha indignato vedere il nostro stadio in parte in mano a certi delinquenti”, ha detto l’azionista,Graziano Spinelli. Un altro, Pier Carlo De Paoli, ha chiesto di “prendere atto delle caratteristiche di D’Angelo”, il security manager del club in rapporti strettissimi con alcuni ultras.

Il presidente Agnelli, però, ha voluto chiarire il suo punto di vita: “La Juventus è stata sanzionata dalla giustizia sportiva per due motivi: 1) aver venduto biglietti in numero superiore a quanto stabilito dalla Legge Pisanu, che prevede un massimo di 4 tagliandi per persona; 2) il nostro responsabile della sicurezza ha favorito l’introduzione di materiale non autorizzato, al secondo anello dello stadio, in occasione del derby del febbraio del 2014”.

“Dopo i fatti in questione, la Juventus rispetta alla lettera le procedure di vendita previste e non può consentire che si insinui ancora oggi che la nostra società possa essere associata al fenomeno del bagarinaggio”. Come dire: c’è stato, ma ora no. Risponde così a Report che lunedì mostrava come nella scorsa stagione i bagarini fossero ancora in azione. Agnelli ha voluto anche tutelare il security manager, precisando una sottigliezza: “D’Angelo non ha aiutato ad introdurre ‘striscioni canaglia’ sulla tragedia di Superga”. Omette di dire quale “materiale non autorizzato” abbia portato. Gli atti fanno pensare proprio a quelli, ma per la giustizia sportiva non ci sono prove.

Il 23 febbraio 2014 al derby allo Stadium compaiono due striscioni. Su uno, la scritta “Solo uno schianto”, riferito alla tragedia di Superga in cui scomparve il Grande Torino. Sul secondo: “Quando volo penso al Toro”. Per il primo, giorni dopo, furono identificati tre ultras di altre città.

Il 23 febbraio 2014 Ciccio Bucci, ultras dei Drughi morto suicida nell’estate 2016, chiedeva a D’Angelo la possibilità di far entrare degli striscioni. “L’importante che non ci sia Superga”, risponde il security manager, ma l’ultras insiste: “Vabbè, vabbè”, conclude il l’uomo Juve. Tutto fa pensare a striscioni oltraggiosi, ma per la Corte federale d’appello (sentenza del 19 dicembre 2017) l’intercettazione non prova l’introduzione di materiale vietato: l’unico striscione del genere nella zona dei Drughi (il gruppo di Bucci che sta al secondo anello) è quello dei tre tifosi identificati che scagionano D’Angelo (ha ribadito ieri Agnelli verbali alla mano), a cui non si può attribuire l’ingresso del secondo

Tuttaviail 25 febbraio lo stesso D’Angelo dice a Bucci: “Mi hanno beccato domenica”. Per questo episodio la corte ritiene “acclarato che il presidente ne fosse venuto a conoscenza ad episodio avvenuto, perché di ciò informato da D’Angelo” e condanna la società. Poi la Corte sottolinea “la gravità della condotta posta in essere da D’Angelo, che, pacificamente, si è prestato alle richieste del gruppo ultras”, condotta “aggravata sia dal ruolo di security manager”. Ciò cozza con quanto sostenuto da Agnelli: “D’Angelo svolge il suo mestiere in modo impeccabile. Era responsabile della sicurezza prima e resta responsabile della sicurezza oggi”.

Per la Cassazione la ’ndrangheta in Emilia esiste

A Cutro,la cosca di ‘ndrangheta che in Emilia Romagna risponde ai Grande Aracri esiste: è arrivata la prima sentenza definitiva, dopo tre gradi di giudizio. E questo mette un primo, fondamentale punto fermo al più grande processo alla ‘ndrangheta impiantata nel Nord Italia, escludendo la Lombardia.

Confermato l’impianto accusatorio della Procura, condannati definitivamente 40 dei 46 imputati per i quali i legali avevano presentato ricorso. I 5 capi della cosca, che avevano chiesto il rito abbreviato, anche: 12 anni ad Antonio Gualtieri, Francesco Lamanna e Romolo Villirillo; 14, ad Alfonso Diletto e 15 a Nicolino Sarcone, considerato “il capo dei capi”. Uno solo dei “magnifici sei” che guidavano la Famiglia aspetta ancora la sentenza: è Michele Bolognino, per il quale i pm hanno chiesto complessivamente 48 anni, nel processo parallelo di reggio Emilia.

Dopo la Cassazione, ora gli occhi puntano verso l’aula bunker di Reggio Emilia dove si attende – dopo 195 udienze – la pronuncia dei giudici sul primo grado del rito ordinario: 147 tra uomini e donne alla sbarra.

“Sentenza forse discutibile, ma la legge non è in dubbio”

Dopo la cancellazione degli effetti penali della condanna dello 007 Bruno Contrada dalla Corte europea dei diritti dell’uomo arriva un’altra bacchettata alla giurisdizione antimafia. Che ne pensa, dottor Caselli?

Leggendo le prime notizie sembrerebbe che la Corte abbia stabilito la legittimità della detenzione regolata dal 41-bis non ravvisando violazione di diritti. Nello stesso tempo, nel caso specifico di Provenzano avrebbe ravvisato una violazione del diritto di non essere soggetto a trattamenti inumani o degradanti. Vuol dire che le cure erano insufficienti o inadeguate?

Lei ritiene che sul punto la sentenza non sia chiaramente leggibile?

Penso che dobbiamo attendere le motivazioni per avere un quadro completo. Se non ricordo male, Provenzano era ricoverato nell’ospedale San Paolo di Milano e quindi, presumo, assistito convenientemente. Tant’è che le autorità italiane competenti avevano bilanciato le due esigenze che caratterizzano questi casi, quella diciamo così dell’antimafia legata alla pericolosità sociale, anche simbolica, del soggetto e quella della salute, facendo prevalere la prima. Se la Cedu è andata in contrario avviso vedremo perché in motivazione.

Dopo questa pronuncia da parte dell’Europa, teme un altro “slittamento” interpretativo sul 41-bis com’è accaduto per il concorso esterno nella sentenza a carico di Bruno Contrada?

Distinguiamo: nel caso Contrada sono stato e continuo a essere estremamente critico. Ancora non capisco come si sia potuto dire che il reato di concorso esterno non esisteva… questa volta aspetto la motivazione prima di sparare sull’Europa come qualcuno fa fin da subito. Vorrei sottolineare che la giustizia europea sta difendendo in Polonia lo Stato di diritto contro i tentativi di licenziare i giudici scomodi e sostituirli con altri di gradimento del potere con un evidente rischio di deriva della Polonia in senso autoritario. In questo caso non c’è dubbio che la giustizia europea vada apprezzata e ringraziata. Ogni sentenza è storia a sé, e non può coinvolgere l’istituzione.

“No strumentalizzazioni, è stato curato al meglio”

Dottor Di Matteo, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo bacchetta i giudici italiani sulla detenzione di Bernardo Provenzano e il legale del boss corleonese parla di persecuzione, lamentando una violazione dei diritti del detenuto. Che ne pensa?

Bernardo Provenzano è rimasto al 41-bis fino alla morte, ma ha ricevuto fino alla fine le migliori cure da parte degli specialisti degli ospedali civili in cui è stato ricoverato. Tra l’altro, presso l’ospedale San Paolo di Milano venne per lui approntato un reparto protetto dove rimase ricoverato dal 9 aprile 2014 sino al 13 luglio 2016. Mi auguro che i tentativi di strumentalizzare la vicenda accostando il 41-bis alla sua malattia o alla sua morte vengano bloccati sul nascere.

Come fa a esserne certo?

Provenzano era imputato nel processo della Trattativa e la sua posizione, come si ricorderà, è stata stralciata per motivi di salute. Fino a quel momento, la Procura di Palermo e la Direzione nazionale antimafia avevano sempre fornito pareri favorevoli alla proroga del 41-bis, ma di sei mesi in sei mesi abbiamo continuato a monitorare le sue condizioni di salute, in particolar modo sotto il profilo della consapevolezza, e cioè della sua capacità di partecipare in modo cosciente alle udienze.

Provenzano non poteva stare coscientemente in giudizio, dunque. E quindi?

Per lui restavano in vigore le restrizioni previste dalla norma, e cioè l’impossibilità di avere contatti con soggetti diversi dai suoi familiari, ma ciò non ha influito sull’efficacia delle cure, affidate ai migliori specialisti degli ospedali civili che le sue patologie richiedevano. Il regime di carcere duro, in sostanza, non ha inciso in alcun modo sull’evoluzione della malattia e sulla sua morte.

La Corte europea si dice “non persuasa che il governo italiano abbia dimostrato in modo convincente che l’applicazione del carcere duro andava estesa anche al 2016”. Che ne pensa?

Non intendo commentare la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma mi auguro che nessuno provi a strumentalizzare una vicenda assolutamente chiara nella sua evoluzione processuale.

Strasburgo su Provenzano: “Inumano morire al 41-bis”

Il boss corleonese Bernardo Provenzano avrebbe subìto trattamenti “inumani e degradanti” nei suoi ultimi mesi di vita, dal marzo al luglio del 2016, quand’era malato e vittima “di un grave deterioramento cognitivo” e la Corte europea dei diritti dell’Uomo si dice “non persuasa che il governo italiano abbia dimostrato in modo convincente che l’applicazione del carcere duro andava estesa anche al 2016”. Per la Corte non è la detenzione a essere messa in dubbio, ma i trattamenti subiti da Provenzano, curato per oltre 2 anni nell’ospedale San Paolo di Milano. Dopo la cancellazione degli effetti della sentenza Contrada con un’interpretazione “innovativa” del 110 e 410 bis, con una sentenza depositata ieri a Strasburgo, la Cedu bacchetta di nuovo la giurisdizione antimafia e la bocciatura parziale (i giudici hanno respinto la richiesta di risarcimento di 150 mila euro avanzata dai familiari del boss, riconoscere la violazione è sufficiente per compensare il danno) rilancia le polemiche sul 41-bis, applicato da 26 anni per impedire ai boss detenuti i contatti con l’esterno.

Difeso dal governo “il 41-bis non si tocca”, ha detto il guardasigilli Alfonso Bonafede (“non sanno di cosa parlano, i comportamenti inumani erano quelli di Provenzano”, gli ha fatto eco Di Maio) il carcere duro, secondo l’avvocato di Provenzano nel suo caso, sarebbe stato applicato “a un vegetale”: “Se il regime speciale serve a impedire i contatti con l’associazione di appartenenza, è perfino banale dire che un soggetto incapace possa relazionarsi con chiunque – ha detto l’avvocato Rosalba Di Gregorio – l’elogio del 41-bis che fanno Bonafede o Di Maio serve solo a prendere le distanze dall’Europa. Propaganda che qui non c’entra nulla”.

E se il pm Nino Di Matteo (intervistato in questa stessa pagina) assicura che “al detenuto sono state prestate le migliori e cure” augurandosi che “le strumentalizzazioni vengano bloccate sul nascere”, anche la sorella del giudice Giovanni Falcone, Maria, sostiene che la sentenza europea “non mette in discussione il 41-bis che, impedendo ai boss di continuare a comandare anche dal carcere e spezzando il legame dei capimafia col territorio, è stato e rimane uno strumento irrinunciabile nella lotta alla mafia’’. Parole molto più dure, invece, quelle di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili: “Il capo di Cosa Nostra Provenzano avrebbe subito in Italia il torto di morire al 41-bis, certo che è morto in ospedale, Strasburgo però il 41-bis lo voleva abolito sulla carta bollata come Cosa Nostra: dove era la Corte dei diritti dell’uomo la notte del 27 maggio 1993 quando Provenzano ha mandato i suoi uomini a Firenze ad ammazzarci per far annullare il 41-bis, giusto sulla carta bollata?”.

“La solidarietà è un dovere e i reati non hanno colore”

I richiedenti asilo potranno lavorare presso la Procura della Repubblica di Torino. È l’ultima iniziativa del procuratore Armando Spataro: sei volontari svolgeranno lavori da commesso, grazie a protocollo firmato con la cooperativa “Isola di Ariel”, che ha vinto un bando pubblico della Prefettura di Torino per la gestione dei migranti richiedenti asilo. “Ho subito dato, in Procura, particolare importanza agli affari dell’immigrazione, anche costituendo un apposito pool di magistrati che si occupa di pratiche che non possono essere trattate solo burocraticamente. Inaccettabile pensare che il problema sia liberarsi degli immigrati: sarebbe contro i principi costituzionali, i diritti umani e le convenzioni internazionali. La solidarietà, come scriveva Stefano Rodotà, non è un sentimento, ma un diritto e un dovere”.

Nel luglio scorso lei ha anche emesso una direttiva “per un più efficace contrasto dei reati motivati da ragioni di odio e discriminazione etnico-religiosa”.

È necessario tutelare i diritti con la massima determinazione. Dunque bisogna che quei reati siano perseguiti con la necessaria rapidità, senza sottovalutazioni ed escludendo che possano essere archiviati per ‘particolare tenuità del fatto’. Non solo: dobbiamo prestare molta attenzione anche alla fase dei ricorsi contro i dinieghi delle richieste di asilo: è una fase in cui la competenza è del Tribunale civile e il pubblico ministero ha un suo ruolo preciso, perché deve dare un suo parere. Io respingo l’atteggiamento secondo cui si devono restringere le condizioni per le quali viene concesso l’asilo: al contrario, vanno esaminate con sforzo di comprensione, secondo la legge, tutte le ragioni dei ricorrenti purché logiche e coerenti.

Ai tempi della nave Diciotti bloccata in un porto siciliano dal ministro Matteo Salvini, lei dichiarò che se una nave fosse approdata ai Murazzi, a Torino, avrebbe aperto un’indagine sui responsabili del blocco.

Lo dissi con ironia, ma con fondamento, ben sapendo che chi arriva ha il diritto, non a essere accolto, ma a vedere comunque vagliata la sua richiesta di asilo politico. Chi non lo fa va contro la legge.

Le sue indicazioni sembrano andare proprio nella direzione contraria alle politiche del ministro dell’Interno.

L’azione giudiziaria è e deve essere completamente estranea alle logiche politiche. Io le rispetto, non faccio polemica con nessuno, ma devo guardare soltanto al diritto.

Si è trovato invece dalla stessa parte di Salvini nel contrasto alla Gendarmeria francese al confine.

È la prova della mia completa estraneità alle logiche politiche. Noi dobbiamo perseguire i reati, chiunque li commetta, non importa se siano italiani o francesi. Se la Gendarmeria viola la legge, a Bardonecchia o a Claviere, noi apriamo un procedimento e formuliamo un ordine d’investigazione europeo, come abbiamo già fatto o stiamo facendo per tre episodi. E perseguiamo senza differenza alcuna tutti i reati commessi dagli immigrati, così come dagli italiani.

C’è un poster nel suo ufficio che ha regalato anche ai suoi pm a Natale.

Sì, è un quadro dell’americano Norman Rockwell che rappresenta una bambina afroamericana che entra in una scuola, in Louisiana, scortata da quattro U.s. Marshall: avevano il compito di far rispettare la sentenza Usa che imponeva di accogliere una bambina di colore alla scuola che l’aveva rifiutata: rappresenta bene la forza della legge e l’orgoglio del debole che si affida alla forza della legge.

I ‘dissidenti’ grillini resistono: “Modifiche al decreto Sicurezza”

La discussione in Commissione Affari costituzionali sul decreto Sicurezza e immigrazione firmato Matteo Salvini continua ad animare il Senato. Allineati sulla necessità di modifiche sostanziali i senatori “dissidenti” del M5S. La senatrice Paola Nugnes, dall’assemblea sul decreto indetta dal Tavolo Asilo Nazionale, denuncia: “Più che un decreto sicurezza è un decreto insicurezza”; “si poteva arrivare a sbarchi zero in tanti modi, ma non avendo 120 mila irregolari in più sul territorio”. Per Elena Fattori i passi per un compromesso con la Lega sono stati già fatti: “Ci hanno chiesto di presentare gli emendamenti imprescindibili senza i quali il decreto non è votabile, per cui abbiamo fatto un’analisi e scelto quelli, ritirando gli altri. È stato ovviamente uno sforzo teso a trovare un punto di caduta. Se anche questo dovesse andare a vuoto non sarà certo per la nostra mancanza di buona volontà”. Netto anche il collega Gregorio De Falco, che come Fattori evoca le perplessità del presidente Mattarella e il rispetto della Carta costituzionale: “Quel decreto, senza i miei emendamenti, non lo voto”.