La Chiesa è all’asta, vincono i musulmani

È una vicenda che ha del paradossale. Nella cattolicissima Bergamo un’associazione di musulmani ha comprato all’asta una chiesetta per farne un luogo di culto islamico, in barba alla legge anti-moschee voluta dalla Lega in Lombardia. Il centrodestra insorge, le sue norme si ritorcono contro e gli avversari se la ridono. È successo ieri quando sono state aperte le buste delle offerte per l’asta indetta dalla Regione (amministrata da Attilio Fontana) tramite la sua controllata, “Infrastrutture lombarde”, per l’acquisto della chiesa dei frati cappuccini che si trova nell’area degli ex Ospedali Riuniti: l’ex complesso ospedaliero ospiterà l’Accademia della Guardia di finanza, mentre la chiesa era stata affidata a una comunità romena ortodossa, ma la Regione ha voluto dismetterla e il 20 settembre l’edificio, con tanto di casa dei frati e un’area sotterranea, è stato inserito tra i beni in vendita.

Così l’Associazione musulmani di Bergamo ha fatto la sua offerta di 450 mila euro, con un rialzo dell’8 per cento rispetto alla base di 418.700 euro, e ha battuto l’offerta avanzata dalla comunità romena ortodossa. “La nostra intenzione – hanno dichiarato a Bergamonews il presidente dell’associazione Idir Ouchickh e un associato, Imad El Joulani – è quella di mantenere la destinazione del sito a luogo di culto”. Subito la questione ha scatenato le opposizioni: “Dopo aver fatto di tutto per impedire la costruzione di nuovi luoghi di culto per i musulmani, Regione Lombardia mette all’asta l’ex chiesa degli Ospedali Riuniti. Chi se l’aggiudica? I musulmani, che nel pieno rispetto della legge ne faranno una moschea”, ha twittato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori aggiungendo alla fine un’emoji sorridente. Gori si riferisce alla legge voluta da Roberto Maroni nel 2015, una legge che ostacola la costruzione di nuovi edifici di culto in Lombardia. “La Lega che ogni giorno fa campagna elettorale contro l’Islam vende una chiesa alla comunità musulmana – polemizza Dario Violi, consigliere regionale M5s originario di Bergamo -. Quando c’è da fare cassa vanno bene anche le moschee”.

La Lega torna alle vecchie battaglie contro l’Islam, quelle una volta care all’orobico Roberto Calderoli: “Andremo a verificare gli atti della gara per capire se sono stati imposti dei vincoli storici e se ci siano gli estremi per annullare la gara stessa – hanno dichiarato i deputati Daniele Belotti e Alberto Ribolli insieme alla consigliera comunale Luisa Pecce e alla segretaria cittadina Serena Fassi -. Al tempo stesso scriveremo alla Soprintendenza per ricordare che la chiesa dei frati minori cappuccini degli ex Ospedali Riuniti (e la cosiddetta “casa rossa”) sono dichiarate di interesse storico artistico e rimangono quindi sottoposte a tutte le disposizioni di tutela previste per legge”. Quindi, “di fronte a tale vincolo devono essere conservate anche tutte le decorazioni, gli affreschi ed i simboli religiosi cristiani sia interni che esterni, tra cui il grande crocifisso nell’abside e la figura di San Francesco”. Si uniscono al coro i consiglieri regionali di Forza Italia Gianluca Comazzi e Paolo Franco: “A causa del pessimo operato del dirigente incaricato, si è creata una vera e propria anomalia – affermano -. Verificheremo se vi sono strumenti per procedere all’annullamento della gara, essendo la chiesa un bene di interesse storico-artistico”. Agli acquirenti poco importa: l’associazione dei musulmani sembra in realtà più intenzionata a ristrutturare la grande sala al piano interrato per farne un luogo di preghiera. E per farlo – ironia della sorte – potrebbe avvalersi della legge regionale dello scorso anno che facilità la riqualificazione dei seminterrati, una norma voluta proprio da Forza Italia.

“Salvini vuole bene a Napoli. Noi, orgogliosi, obbediamo”

Il selezionatore si chiama Gianluca Cantalamessa, cinquant’anni, di solide tradizioni missine, un papà gloriosamente camerata. Oggi è deputato e segretario della Lega in Campania.

Ho tante richieste, ma tante che uno nemmeno se le immagina. E non sa a quanti dico no. Deputati, ex deputati, consiglieri regionali, spicciafaccende qualunque. Tu no, tu no, tu no. Tu sì, invece (ma nell’ordine di uno ogni dieci).

Enzo Moretto, il primo selezionato, sessant’anni, è per ora l’unico consigliere comunale di Salvini a Napoli.

Mi sento più giovane di trent’anni. La Lega mi ringiovanisce. Ho cinque consiliature alle spalle, ma con Salvini sento qualcosa di nuovo, di bellissimo, di stupendo.

Selezionatore: Io voglio costruire un palazzo non mi basta una tenda. Abbiamo bisogno di gente veramente a modo.

Selezionato: Quando Salvini ha parlato del Vesuvio, e della forza rigeneratrice della lava, si riferiva naturalmente alla classe politica degenere. Ha sempre voluto bene ai napoletani. È molto umano. E si è visto con quanto affetto ora viene accolto.

Selezionatore: Tu vieni da me a fare la conta dei voti che porti? Ti ringrazio e ti saluto. Non mi servi. Io voglio un progetto. Hai un progetto?

Selezionato: Ho vissuto anche a Milano, ho lavorato all’Enichem.

Selezionatore: Tu invece mi parli della filiera agricola? Allora entri.

Selezionato: Vogliamo fare della Campania una piccola Lombardia.

Selezionatore: Ci vogliono sei occhi, non quattro né due. La Lega è vincente e tutti vogliono salire sul carro. Stai parlando con uno che è passato con Salvini nel 2014, quando era al 3,8 per cento e lottava per tentare di superare il quorum di sbarramento al quattro per cento.

Selezionato: Io penso che in consiglio comunale faremo altri proseliti. Però bisogna avere sei occhi aperti. Non bastano quattro né due. È giusto che la selezione sia rigida.

Selezionatore: Mai data la tessera all’ex sindaco di Torre del Greco, l’amico Ciro Borriello, quello arrestato. Ricordo solo che acquistò un biglietto per avere ingresso alla cena di finanziamento con Salvini. Si sarà fatto qualche foto con lui in quell’occasione.

Selezionato: Bisogna aprirsi al cuore della città.

Selezionatore: Hanno scritto che sarebbe con noi anche un amministratore di Tufino appena incarcerato per droga. Smentisco categoricamente. Non facciamo entrare pregiudicati o trasformisti.

Selezionato: Sempre stato con Alleanza nazionale (tranne una brevissima parentesi con Fratelli d’Italia, ma proprio breve).

Selezionatore: Su Ernesto Sica, l’ex sindaco di Pontecagnano, quello coinvolto ingiustamente nell’inchiesta sulla cosiddetta P4, nulla da dire. Ho verificato, e mi pare che abbia solo una condanna per diffamazione. Veramente niente. E poi so che conserva ottimi rapporti con Stefano Caldoro (all’epoca governatore della Campania accusato falsamente da Sica, insieme al quale militava in Forza Italia, a mezzo di denuncia anonima, ndr).

Selezionato: Sono davvero contentissimo.

Selezionatore: Rubo la battuta a Crozza: puoi anche dire che una prugna è una pera ma farà sempre cagare.

Selezionato: Ho le migliori intenzioni.

Selezionatore: La Lega in Campania dev’essere una pera.

Selezionato: Salvini ringiovanisce anche noi sessantenni. Mi sento un altro, glielo dico con l’animo sincero di chi ha scoperto che la Lega vuole veramente bene al Sud.

Selezionatore: Io sono un umile servitore e obbedisco. Se la Lega dovesse chiedermi di candidarmi a sindaco di Napoli io dirò: obbedisco. Bisogna capire che il progetto politico è più importante dei nostri destini.

Selezionato: Modestamente mi sento felice di dire anch’io: obbedisco.

Finanziamenti a Saint Vincent, 30 milioni da risarcire

Dovranno pagare 30 milioni di euro di risarcimento per danno erariale . La sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della Valle d’Aosta, presieduta da Pio Silvestri, ha condannato 18 persone, tra consiglieri ed ex consiglieri regionali, a un maxi risarcimento per lo scandalo dei 140 milioni di euro di finanziamenti erogati dalla Regione al casinò di Saint Vincent dal 2012 al 2015 . Figurano nella lista dei condannati gli ex presidenti della Regione Augusto Rollandin, tenuto a pagare 4,5 milioni e Pierluigi Marquis, che dovrà versare più di 800 mila euro. Condannati anche il presidente attuale del Consiglio regionale Antonio Fosson e i consiglieri Mauro Bacceca (4,5 milioni), Luca Bianchi, Stefano Borrello, Joel Farcoz, Claudio Restano, Emily Rini e Renzo Testolin, tutti a 807 mila euro. Per tutti è stato anche confermato il sequestro cautelativo dei beni, revocato invece per gli assolti: il senatore Albert Lanièce, gli ex consiglieri Raimondo Donzel e Ennio Pastoret e il dirigente regionale Peter Bieler. Nel confermare il danno erariale, il collegio ha sostanzialmente accolto la tesi accusatoria dell’ex Procuratore Roberto Rizzi.

Roma, eterna e troppo giovane Capitale

È sconcertante che il dibattito su poteri speciali, statuto di Roma e relativi finanziamenti sia all’incirca lo stesso da quando esiste la Repubblica, dalla legge Pella (1953) a quella su Roma Capitale (2009) e al recente confronto tra la sindaca grillina e il presidente del Consiglio scelto (anche) dai grillini. Come se la specialità di Roma – doppia capitale unica al mondo, “naturale” e “inevitabile” e però improvvisata, sette volte più estesa di Milano – non fosse un’ovvietà almeno da quando le ondate migratorie hanno più che decuplicato i residenti dai 226 mila del giorno dell’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia (20 settembre 1870) ai 2,7 milioni del 1971. Ed è perfino sorprendente che i fondi regionali per i trasporti pubblici, notoriamente un incubo a Roma, se rapportati alle vetture e ai chilometri percorsi siano inferiori a quelli che la Lombardia versa a Milano.

“Roma capitale malamata” di Vittorio Emiliani è il racconto appassionato di due secoli storia romana, da Cavour alle “fragilità” delle giunte degli “onesti” Marino e Raggi, dalla città semirurale dei cicoriari allo scandalo della Metro C, dalla Repubblica mazziniana sconfitta sul Gianicolo (1849) agli sventramenti del fascismo e all’eterno conflitto indagato da Antonio Cederna e Italo Insolera tra le ragioni dell’urbanistica e gli interessi della proprietà fondiaria e immobiliare che in parte coincide e per il resto va a braccetto con il Vaticano e la Chiesa; la spaccatura tra centro e periferie che fa di Roma la capitale meno vivibile dell’Occidente, il mancato decentramento, l’eutanasia dei tram, la scelta di limitare la crescita industriale e quindi la formazione di una classe operaia agguerrita e i recenti scempi del turismo di massa, ma anche le intimidazioni fasciste alla Balduina negli anni 70, la Roma amata da Fellini e quella che spaventava Soldati, il tempio di Sant’Urbano a due passi dall’Appia Antica ieri in mano a un boss e oggi ancora chiuso, la fallita protesta clericale del 1889 contro la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori e la notte allegra di D’Azeglio, Rossini e Paganini travestiti da mendicanti ciechi per il Carnevale del 1821.

Romagnolo come i bonificatori della palude di Ostia, direttore de il Messaggero laico e progressista negli anni 80 e oggi autorevole firma del Fatto, Emiliani adora Roma e la ritiene “poco conosciuta e quindi incompresa, sepolta sotto una spessa coltre di luoghi comuni”, forse con eccessiva indulgenza verso malcostume, inefficienze e corruzione endemica che sarebbero impensabili al Nord, per quanto sia corretto sottolineare che le ruberie del Mose o la Tangentopoli milanese hanno mosso più denari di certi affari malavitosi romani o di Mafia capitale. Ma è vero, come scrive Emiliani, che Parigi e Londra sono “capitali da secoli e secoli, hanno creato, costruito attorno a sé lo Stato (…). Non sono state imposte, come Roma, alla fine del nuovissimo Stato nazionale, (…) fra diversità socio-economiche abissali, (…) un carico di divisioni secolari (…) e una teocrazia pontificia profondamente radicata nei beni e nei patrimoni terreni”.

La Raggi risponde per tre ore: “Sul fratello di Marra decisi io”

Tutto il processo a Virginia Raggi ruota intorno a un concetto: il ruolo concreto di Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca, nella nomina del fratello Renato. Lo domanda più volte il pm Paolo Ielo e più volte la Raggi – interrogata ieri per tre ore in aula – ribadisce senza perdere la calma quella che in questo processo per falso è sempre stata la sua difesa: la scelta di Renato Marra a capo del dipartimento Turismo (poi revocata) fu solo sua. E Raffaele (allora capo del Personale, “la persona che mi aiutava a districarmi nella macchina della macrostruttura”) non ebbe alcun ruolo, se non compilativo degli atti. Così si è difesa la sindaca 5stelle dall’accusa di aver dichiarato il falso all’Anac, che chiedeva chiarezza proprio su quella nomina. In una lettera alla responsabile anticorruzione del Campidoglio, la Raggi definì così il ruolo di Raffaele Marra: “Di mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali”. Una bugia per l’accusa, convinta di un ruolo del suo ex braccio destro nella scelta del parente.

Il 10 novembre arriverà la sentenza. Che sortirà comunque conseguenze politiche: la riabilitazione in caso di assoluzione, le dimissioni (imposte dal codice etico M5S) in caso di condanna. Ieri la Raggi ha rivendicato la risposta data all’Anac: “Raffaele Marra non aveva alcun potere discrezionale perché la scelta era mia e lui si limitava a eseguire una mia direttiva nell’ambito della procedura di interpello” (la rotazione di un gran numero di dirigenti comunali). Firmò, spiega la sindaca, uno dei 140 atti che in quel momento finivano sulla sua scrivania in quanto capo del Personale.

Ma “l’assessore Adriano Meloni si prese subito la paternità della scelta di Renato Marra e la difese anche dopo che il caso finì all’attenzione della stampa”. E per dimostrarlo la sindaca cita le chat con Meloni: “L’assetto del Turismo così (con Renato Marra, ndr) è una bomba!”. “Che tipo di accertamenti fece prima di rispondere all’Anac?”, domanda l’accusa. E la Raggi: “Non feci accertamenti particolari. Non faccio l’investigatore. Sapevo che la scelta era stata mia. Inoltre se l’ordinanza di nomina non andava bene, la Turchi (ex responsabile dell’Anticorruzione in Campidoglio, ndr) avrebbe dovuto dirmi: ‘Sindaco, non firmi, dobbiamo trovare un meccanismo’. Ma non me lo disse”. E ancora: “Se Marra doveva astenersi dal firmare la nomina del fratello, perchè l’Anticorruzione non ha detto che doveva fare altrettanto sulla sua, di nomina?”.

Secondo l’accusa, Marra suggerì la nomina del fratello. E a prova di ciò, punta su una riunione e su una email inviata per conoscenza anche alla sindaca, in cui Meloni lo ringrazia per il suggerimento. Replica la sindaca: “della riunione fra Meloni, il mio delegato al personale Antonio De Santis e Raffaele Marra, in cui quest’ultimo fece il nome del fratello, sono venuta a conoscenza solo a febbraio 2017, dai pm, durante il mio interrogatorio. Inoltre Meloni difese a spada tratta quella nomina”. Invece, spiega, non aveva mai letto l’email dell’assessore, perché le fu inviata solo per conoscenza e sull’indirizzo di posta “istituzionale” del Campidoglio, “dove ogni giorno arrivano almeno 500 messaggi”: quell’email era affidata al segretario, con l’intesa di tralasciare “tutti i messaggi che arrivano solo ‘per conoscenza’”. Perché “io faccio il sindaco, non il lettore di bozze. Mi rifiuto proprio. Quell’email peraltro arrivò mentre ero in un viaggio istituzionale ad Auschwitz”. “Non si è posta il problema dell’astensione di Marra?”, domanda il presidente del tribunale. E gli fa eco il pm Ielo: “Quando c’è qualcosa che riguarda il tuo parente ti devi astenere, non tocchi palla, non entri proprio in campo”. E la Raggi ribadisce: “Ma a Marra arrivava un atto completamente predeterminato da me. Qualunque altro dirigente sarebbe stato in teorico conflitto d’interessi perché l’interpello riguardava tutti i dirigenti”.

Solo dopo la nomina di Renato Marra (che peraltro aveva il curriculum adatto per accedere a quella posizione e aveva già perso la possibilità di diventare comandante o vicecomandante dei vigili, negata dalla sindaca per evitare polemiche su possibili conflitti d’interessi col fratello al Personale), la Raggi venne a sapere dai giornali dell’aumento di stipendio, circa 20 mila euro lordi l’anno in più. “Mi mangiai De Santis al telefono – ricorda –, mi arrabbiai anche con Meloni e con Marra perché non è possibile che non me l’avessero detto, dopo il mio netto no all’eccessivo salto in carriera alla guida dei Vigili”.

Poi arrivarono i rilievi dell’Anac e la nomina fu revocata: “Di pancia – spiega la sindaca – l’avrei revocata solo per questa informazione che mi era stata omessa. Poi procedetti quando l’Anac ipotizzò una procedura illegittima”. Il 9 novembre sarà ascoltata come teste l’ex capo di gabinetto Carla Raineri. Al tempo dell’interpello era già andata via dal Campidoglio, ma l’accusa vuole sentirla sui rapporti tra la sindaca e Marra. Si annunciano altre scintille.

Il codice rosso di Giulia&Michelle

Il fine è nobilissimo: creare un “codice rosso”, una corsia d’urgenza, per le violenze domestiche e avviare immediatamente il procedimento penale. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, promette che già la settimana prossima se ne discuterà in Consiglio dei ministri. Sarebbe un tema popolare di per sé, eppure in via Arenula hanno sentito il bisogno di avere il testimonial d’eccezione. Così, accanto a Bonafede, ecco la collega di governo Giulia Bongiorno e la sua “socia” Michelle Hunziker, titolari dell’associazione Doppia Difesa che si occupa proprio di violenza sulle donne e di cui Il Fatto lo scorso anno ha avuto modo di raccontare un discreto numero di peripezie: telefoni che squillano invano, email senza risposta, citofonate a vuoto. Il codice rosso, siamo certi, nel frattempo si è acceso anche lì.

I “neri” hanno rubato il lavoro agli spacciatori

La San Lorenzo degli artisti e degli intellettuali non esiste quasi più. O meglio, ce n’è un’altra: oscura, invisibile e portatrice di morte. I “vecchi” venditori di fumo, quelli che cedevano “erba” di qualità a 10 euro al grammo hanno lasciato la piazza ai “neri”. Roba a buon mercato, prezzi bassi. Un’occhiata all’angolo della strada, soldi che scivolano nella mano e piccole palline che escono dalla bocca. I centri sociali “vecchio stile”, figli della contestazione, non ci sono quasi più e la bassa criminalità locale è stata totalmente soppiantata dalla cosiddetta “mafia nigeriana”. È così che arrivano non solo il “fumo” di scarsissima qualità e le “pasticche”, ma anche e soprattutto la nuova eroina gialla da fumare e il ritorno del crack. A diffonderla gli “invisibili” provenienti principalmente dall’Africa sub-sahariana (Nigeria, Senegal, Gambia, Mali) attraverso la manovalanza nordafricana e, in piccola parte, anche bengalese. Un’evoluzione che ha mandato letteralmente in tilt gli equilibri del territorio, creando anche una guerra fra gli italiani che gestivano i traffici fino al decennio scorso e gli stranieri “appropriatisi” del mercato grazie a canali preferenziali e prezzi concorrenziali. “Una notte di qualche anno fa – raccontano testimoni – i carabinieri arrestarono due spacciatori in piazzetta (piazza dell’Immacolata, ndr): ci fu la rivolta degli altri che accorsero e accerchiarono i militari, che furono costretti a sparare in aria per evitare il linciaggio”. Scene da Scampia – o da Tor Bella Monaca, solo per restare a Roma – che si verificano proprio dietro le storiche Mura Aureliane.

Il centro nevralgico di questo smercio è rappresentato proprio dagli spazi abbandonati di via dei Lucani, dove ha trovato la morte Desirée: un complesso devastato dal bombardamento del 19 luglio 1943, dove fino a 20 anni fa sorgevano negozi e botteghe di artigiani. Le prove di speculazione edilizia, lo stop ai progetti di riqualificazione e l’arrivo dei “tossici” hanno via via spinto le attività ad andarsene. Lasciando spazio a un terribile centro di morte dove ha attecchito, appunto, la presenza dei venditori di droga che fanno la spola – come i loro clienti – fra San Lorenzo e gli altri “non luoghi” della periferia (quella vera) di Roma, come il palazzo occupato dell’ex Penicillina oltre San Basilio (dove è stato arrestato uno dei presunti stupratori). E lungo la Prenestina, dal Pigneto fino a via Palmiro Togliatti. Il nuovo triangolo d’oro dell’eroina, della cocaina e dell’erba e delle pasticche. Molta chimica. Gli spacciatori li riconosci subito: vestono bene, abiti firmati, occhiali e collane. Sono i neri che camminano a gruppetti, o che stanno “parcheggiati” nelle piazzette. I money-transfer, con le “vedette” fuori che segnalano l’arrivo degli sbirri. Anche se non li conosci, basta uno sguardo. Ti avvicini, soldi a portata di mano. Il segreto è nelle piccole dosi, 20 euro per una “pallina” di eroina. Se ne hai 18 è la stessa cosa. L’importante è vendere e creare dipendenza. L’eroina la tengono in bocca, in piccole palline di plastica, quella delle buste per la spesa, chiusa a fuoco. La coca uguale. Allunghi i soldi e sputano due palline. Tutta eroina fatta in laboratorio, il papavero d’oppio non esiste più. E poi il taglio: c’è chi dice che venga mischiata con sostanze che aumentano la dipendenza.

I prezzi stracciati, dicevamo: 20 euro una dose di eroina. 60-70 euro al grammo. La cocaina pure, che una volta costava cara, oggi si vende all’ingrosso. Sempre piccoli tagli da qualche decina di euro, così anche i giovani e gli spiantati possono comprarla. Chi non rimedia 10 euro?

Poi ci sono le droghe leggere: la qualità non è più di moda. I “neri” hanno pessima erba: 4-5 euro al grammo. Pesa poco perchè è secca. Con 10 euro si fanno 4-5 spinelli. Anche nella marijuana vengono inserite sostanze per aumentare lo sballo. Per l’hashish stesso discorso, “marocchino” dozzinale che tagliano direttamente in strada, sotto i balconi dove vivono le persone. I cittadini a cui hanno tolto Roma. I cittadini che hanno paura a mandare i figli a scuola.

Desirée, preso il branco Caccia al quarto uomo

Ora è caccia al quarto uomo. La Squadra mobile di Roma è sempre più vicina a chiudere il cerchio sugli assassini di Desirée, e avrebbe già identificato il soggetto. Nella serata di ieri, erano in corso altri interrogatori. Secondo gli investigatori sarebbero stati almeno in quattro ad abusare della ragazzina, dopo averle spacciato una devastante quantità di droga, eroina probabilmente, al punto da renderla incosciente. È uno dei tanti aspetti raccapriccianti di questa storia. Sin da subito Desirée era priva di coscienza. E, in quattro, si sarebbero accaniti sul suo corpo ormai incapace di reagire. Gli agenti della Mobile, guidata da Luigi Silipo e coordinati dalla pm Maria Monteleone, accumulano piccole certezze di minuto in minuto. E ognuna di queste racconta un frammento di dolore nella vita di Desirée. Quella in via dei Lucani nel quartiere San Lorenzo di Roma non è stata una sosta isolata. È stata quella, purtroppo, fatale. Ma Desirée era lì da giorni. Da tre, forse quattro giorni prima del suo omicidio. Era lì per la droga. Gli inquirenti, dopo le testimonianze acquisite, hanno la certezza che, sebbene avesse solo 16 anni, Desirée fosse ormai tossicodipendente e che il luogo in cui l’hanno ammazzata lo frequentasse da tempo. Violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti, omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà: dopo averla violentata i quattro stupratori l’avrebbero abbandonata a se stessa, circa 12 ore di agonia. Queste sono le accuse per i primi tre fermati – il 27enne Mamadou Gara e Brian Minteh, 43 anni, e Alinno Chima, 46 anni – sono due senegalesi irregolari e un nigeriano col permesso per motivi umanitari scaduto. Gara, riferiscono gli investigatori, aveva ricevuto un provvedimento di espulsione firmato dal prefetto di Roma il 30 ottobre 2017. Uno è stato fermato in uno stabile occupato, l’ex Fabbrica Penicillina, uno slum infernale sulla Tiburtina, uno di quegli edifici che sarà sgomberato a breve. Gli altri due sono stati rintracciati vicino al Verano, il cimitero monumentale, e al Pigneto, altro luogo di movida e spaccio. “Vittima di una bomba sociale” la 16enne di Cisterna di Latina, come da definizione affidata ieri ai social dal vicepremier Luigi Di Maio.

La fiaccolata che si è svolta in ricordo di Desirée nel quartiere ieri sera doveva essere silenziosa ma ha portato a nuove polemiche fra i residenti, simili a quelle che hanno accompagnato mercoledì pomeriggio l’arrivo di Matteo Salvini. “Fuori i mostri dall’Italia”, ha iniziato a gridare qualcuno. “I mostri siete voi”, hanno replicato altri. Le magliette con scritto “Giustizia per Desirée” erano tante. Lo striscione con scritto “Papà ti porterà sempre nel cuore”. Alcune donne che chiedevano, urlando: “Spacciatori di morte, dove vi siete nascosti stasera?”. E poi c’era la nonna, a cui Desirée aveva detto che non sarebbe tornata a casa a dormire quella maledetta sera, assieme ad altri parenti. Ha sfilato anche la sindaca Virginia Raggi, “scioccata dalla brutalità” del fatto, che si appresta a proclamare una giornata di lutto cittadino. La sindaca si è appellata, da una parte, allo Stato, per un maggiore presidio del territorio, ma anche ai cittadini, perché “se ognuno fa la propria parte il territorio si controlla”.

Oggi pomeriggio ci sarà la seconda fiaccolata, organizzata dal centro sociale Communia, mentre il Municipio II di Roma ha già chiesto alla Prefettura di vietare la sfilata che Forza Nuova ha organizzato per sabato pomeriggio.

Il vicesindaco: “Ilaria si scusi, il fratello vendeva droga”

Prima ci aveva pensato la vicesindaca di Venezia, Luciana Colle (centrodestra). Sui social aveva condiviso un post con la foto di Ilaria Cucchi e la scritta: “Chiederà scusa alle famiglie dei ragazzi ai quali il fratello spacciava droga?”. Il riferimento era, ovviamente, a Stefano Cucchi, ammazzato di botte, ma trasformato da vittima a colpevole. Poi a rincarare la dose è arrivato il sindaco in persona. Difendendo la sua vice, Luigi Brugnaro ha detto: “Colle ha semplicemente detto che come i carabinieri si sono scusati con la famiglia, anche i Cucchi dovrebbero scusarsi con le famiglie dei ragazzi cui sarebbe stata spacciata droga”.

Ieri in consiglio comunale l’opposizione unita ha chiesto ragione a sindaco e vice-sindaco delle loro affermazioni. Giovanni Pelizzato (lista Casson), Sara Visman (M5S) e Monica Sambo (Pd) almeno ci hanno provato, ma inutilmente. “Perché – racconta Sambo – la presidente del Consiglio comunale, Ermelinda Damiano, non ci ha lasciato parlare. Il consigliere Pelizzato è stato interrotto mentre parlava”. E al momento di discutere le mozioni è mancato il numero legale per evitare imbarazzi al sindaco.

Tutte le tappe

È in corso il processo per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini di Roma il 22 ottobre 2009 una settimana dopo l’arresto per droga ad opera dei carabinieri. Nel primo furono imputati gli agenti penitenziari che lo ebbero in custodia nelle camere di sicurezza della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, gli infermieri e i medici del Pertini. Furono assolti in via definitiva gli agenti e gli infermieri e condannati in appello per omicidio colposo i medici, ma la Cassazione annullò tutto e per alcuni medici è in corso l’appello bis dopo il rinvio della Suprema Corte. Ma intanto, nel 2015aprì un’inchiesta bis sulla base dell’esposto presentato da Ilaria Cucchi con l’avvocato Fabio Anselmo. Da qui è scaturito il processo in corso in primo grado contro cinque carabinieri, tre accusati di omicidio preterintenzionale, uno di calunnia e uno, il sottufficiale Roberto Mandolini, per falso e calunnia. Ma il pm Giovanni Musarò hanno aperto un’ulteriore inchiesta sui presunti falsi: quelli che avrebbero nascosto l’annotazione del carabiniere Tedesco sul pestaggio e le condizioni fisiche di Cucchi.