L’arma dell’Arma su Cucchi: trasferire e delegittimare

“Adesso c’è da aspettare che mi trasferiscano, in modo tale che poi delegittimano le mie dichiarazioni verso l’altro con il risentimento del trasferimento (…) Dice: ‘Quello è stato trasferito e adesso ce l’ha con la scala gerarchica’”. Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione Tor Sapienza a Roma (dove Cucchi passò la notte del 15 ottobre 2009), il 26 settembre scorso sembra avere la percezione che le cose nell’Arma potrebbero mettersi male. Sa che appena otto giorni prima davanti al pm Giovanni Musarò ha puntato il dito contro i suoi superiori, quando ha spiegato da chi partì l’ordine di modificare delle annotazioni di servizio sullo stato di salute di Cucchi redatte il 26 ottobre 2009 dalla sua stazione. Su questo il pm Musarò indaga per falso materiale e ideologico. Colombo è iscritto con altri quattro, di cui due ufficiali. Il tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo dell’ufficio comando del gruppo carabinieri Roma, viene indagato proprio dopo le sue parole. È Colombo infatti che racconta al pm di aver ricevuto da Cavallo due annotazioni modificate.

Un terremoto nell’Arma, perchè Cavallo che ora è al comando provinciale, nel 2009 era nel gruppo guidato da Alessandro Casarsa, che ora è a capo dei corazzieri del Quirinale ma che non è indagato.

Dopo il suo interrogatorio, Colombo ipotizza scenari di future ritorsioni. E non è l’unico in questa storia.

“Sono distrutto” Le minacce sul web

La squadra mobile, intercetta anche la paura di altri militari finiti indagati nel nuovo filone d’inchiesta. Francesco Di Sano – che al papà il 22 settembre dice di essere distrutto da questa storia – cita “minacce che gli sono state rivolte sui social”.

Di “possibili ritorsioni” parla anche Gianluca Colicchio (non indagato). È l’appuntato scelto che nel 2009 si rifiutò di far depositare l’annotazione modificata. Il 18 ottobre al pm racconta che il 27 ottobre 2009 si presentò in stazione Luciano Soligo (indagato per falso), all’epoca a capo della stazione Montesacro-Talenti, da cui dipendeva Tor Sapienza, per una visita quadriennale. Dice al pm: “Era stato cambiato un passaggio importante (dell’annotazione, ndr…) Non volevo che fosse modificata e trasmessa”. In quel momento Soligo era al telefono con Cavallo: “Me lo passò. (…) Cavallo mi evidenziò che rispetto all’annotazione era stato cambiato solo un passaggio, ma io non volevo sentire ragioni”. “Non ricevetti minacce specifiche da Soligo – aggiunge – nè da Cavallo, però l’Arma è una struttura militare e quando una richiesta proviene da un superiore, specie se fatta con una certa insistenza, chi la riceve la vive come un’intimidazione”.

Il giorno dopo l’interrogatorio, la moglie gli chiede “se possono creargli problemi per la domanda di trasferimento”. E Colicchio: “Non lo possono fare, non sono indagato (…) Me vuoi fa delle ritorsioni… ma poi se me le fai, peggio me sento”.

Sono solo paure quelle finite nelle intercettazioni.

Nel caso dell’avvocato Eugenio Pini, invece, si tratta di minacce reali. Il legale, dopo che il suo assistito Francesco Tedesco (uno dei carabinieri a processo per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi del pestaggio), ha ricevuto una chiamata minacciosa. “Lei mi ricorda Rosario Livatino”, dice una voce in siciliano facendo riferimento al giudice ucciso dalla mafia. Per questa vicenda c’è già un sospettato.

Depistaggio bis, si cerca la “scala gerarchica”

Oltre il falso, c’è un altro aspetto sul quale si concentrano gli accertamenti del pm: la prova che la falsificazione dell’annotazione redatta a Tor Sapienza fu un’ordine dall’alto. Si tratta di una mail che Colombo racconta al pm aver ricevuto da Cavallo con le annotazioni modificate. Le ha mostrate, dice, a chi era stato mandato dal pm ad acquisire gli atti. Ma hanno preferito lasciarla nel suo computer.

Per capire questa vicenda bisogna riavvolgere il nastro al 2015, quando la Procura delega il Nucleo Investigativo ad acquisire tutto ciò che riguarda la vicenda Cucchi in diverse caserme. Il 16 novembre 2015 è il generale Salvatore Luongo, comandante del gruppo provinciale, a trasmettere l’incartamento in Procura. Ma non è lui ad acquisire materialmente gli atti. La nota è invece firmata dal colonnello Lorenzo Sabatino (estraneo alle indagini). E nell’atto si legge “accertamenti a cura del capitano Tiziano Testarmata – comandante della 4a sezione del nucleo investigativo”. Neanche Testarmata è indagato. Normalmente, per esempio, chi acquisisce dei documenti rilascia una verbale che attesta gli atti acquisiti. Eppure il maresciallo Emilio Buccieri che comandava Appia spiega al pm di aver segnato su dei post-it ciò che era stato acquisito presso la sua stazione: lo ha scritto, spiega, “per lasciare traccia di ciò che avevamo consegnato, non ci era stato rilasciata copia di un verbale di acquisizione”. E sui presunti buchi in quelle acquisizione il pm farà accertamenti.

La Lega attacca Fazio per Riace, il Pd replica con lo share di Isoardi

La Lega va all’attacco di Fabio Fazio e della Rai. In ufficio di presidenza della commissione di vigilanza i rappresentanti del Carroccio hanno chiesto di ascoltare il conduttore di Che tempo che fa e il direttore di Rai1 Angelo Teodoli in merito alla scelta – inaccettabile secondo i salviniani – di ospitare il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, durante la trasmissione di domenica scorsa. Il Pd ha difeso il conduttore sostenendo che non può essergli impedito, nell’ambito della sua autonomia, di proporre ai telespettatori le opinioni di un soggetto indagato. L’azienda, inoltre, ha fatto sapere in una nota che il contratto per la seconda stagione di Che tempo che fa con l’Officina di Fazio è stato approvato dall’ad Fabrizio Salini e illustrato nell’ultima seduta del consiglio di amministrazione. Al termine della discussione si è deciso di convocare il solo Teodoli in un’audizione che dovrebbe tenersi a breve. E in quell’occasione il Pd ha intenzione di contrattaccare usando Elisa Isoardi (compagna di Matteo Salvini): al direttore di Rai1, quando sarà audito, sarà possibile fare domande anche sugli ascolti – scadenti, sottolineano i dem – della nuova edizione de La prova del cuoco.

Scuola “regionale”, scontro sindacati-Bussetti

L’apertura del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, alla regionalizzazione dei docenti nella scuola pubblica ha scatenato la reazione del sindacato. Per la Cgil è intervenuta la stessa segretaria generale, Susanna Camusso, per bloccare il progetto: “Ogni ragazza o ragazzo, ogni giovane che frequenti il sistema di istruzione pubblico del nostro Paese, ha diritto ad avere docenti e personale qualificato e selezionato a livello nazionale, titolare di uguali diritti e doveri”. La leader della Cgil ha poi aggiunto: “La scuola non può diventare oggetto di una furia elettorale e ideologica che all’insegna del campanilismo rischia di sfasciare un sistema scolastico che, nonostante i suoi tanti difetti, è ancora un apprezzato e valido strumento di formazione e unità del Paese”.

Reazione dura a una ipotesi che il ministro ha avanzato ieri mattina in una intervista al Corriere della Sera. Alla domanda se si trova d’accordo con la proposta delle regioni Veneto e Lombardia le quali, nell’ambito dei poteri di autonomia, chiedono di poter “regionalizzare” professori e presidi, Bussetti ha detto sì: “È il modello che già esiste in Trentino, dunque non è nuovo. Potrebbe essere un’opportunità” anche se, ha specificato, “ci dovrebbe comunque essere una lunga fase transitoria in cui gli insegnanti potrebbero passare alla Regione su base volontaria”. Bussetti ha anche aggiunto che i programmi resterebbero nazionali e tutto “deve avvenire nei limiti della Costituzione”.

La questione è governata dall’articolo 116 dove, a proposito delle Regioni a statuto speciale, si stabilisce però che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni” anche per le “norme generali sull’istruzione” indicate dal secondo comma dell’articolo 117 lettera n).

Nell’articolo 116 è compresa la provincia di Trento che, infatti, è indicata come modello dal ministro e in cui la selezione dei docenti è diversa da quella prevista dal concorso nazionale. Qui è la Provincia autonoma che bandisce i posti in concorso e, domani, tale facoltà sarebbe garantita nel progetto ancora non reso pubblico, da Lombardia o Veneto. Tra i requisiti per accedere al bando, poi, occorre dimostrare un “servizio di insegnamento prestato per almeno tre anni nelle istituzioni scolastiche e formative provinciali” e di “essere iscritti nelle graduatorie di istituto della provincia di Trento”.

Le due Regioni, dunque, una volta ottenuta l’autonomia speciale, potrebbero gestire tutta l’organizzazione scolastica, fino alla disciplina del rapporto di lavoro in contratti regionali e sganciati dal contratto nazionale. Quel che temono i sindacati è che i docenti finiscano per divenire dei meri dipendenti regionali e che, più in generale, la scuola venga segmentata in scuola di serie A, al nord, e scuole di serie B. Le prime con più fondi, le seconde alla perenne caccia di risorse.

La contraddizione della proposta, però, è nella realtà che vive la scuola italiana. Ad agosto, appena concluse le immissioni in ruolo in Lombardia, c’erano 8.766 posti vacanti su posto comune e 5.024 sul sostegno. Le cattedre più difficili sono quelle di Matematica e Lingue, oltre al sostegno. Gli insegnanti vengono soprattutto dal Sud e il problema si ripropone ogni anno. Sul piede di guerra anche l’Unione degli studenti che lancia la mobilitazione per il 16 e 17 novembre.

Al Senato una legge salva-informazione dalla clava querele

Arriva in Senato una legge contro le querele temerarie, la clava usata in modo sempre più disinvolto dai potenti per intimidire i giornalisti e scoraggiare la pubblicazione delle notizie sgradite. L’ha presentata Primo Di Nicola, una vita a l’Espresso ed ex direttore de il Centro, eletto nelle file del M5S, insieme ai colleghi (di partito e di professione) Gianluigi Paragone ed Elio Lannutti. Di Nicola cita anche il caso del Fatto Quotidiano, condannato in primo grado a risarcire 95 mila euro a Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. “Davanti a richieste milionarie – spiega – anche i giornali più ricchi, ammesso che ce ne siano ancora, tremano. Basta una condanna da 100 mila euro a cambiare i bilanci e a mettere in difficoltà un’azienda editoriale”.

Il disegno di legge presentato dai senatori del Movimento prevede la modifica dell’art. 96 del codice di procedura civile. Stabilisce un principio molto semplice: quando risulta la malafede o la colpa grave di chi ha sporto querela, il giudice non solo rigetta la domanda di risarcimento ma condanna il querelante a pagare, oltre alle spese processuali, anche una somma non inferiore alla metà della cifra richiesta inizialmente. In altri termini: se (per esempio) un dirigente d’azienda denuncia un giornalista chiedendo un risarcimento di 200 mila euro, e il giudice stabilisce che la querela è pretestuosa, alla fine è il dirigente stesso a dover pagare una somma di almeno 100 mila euro.

“Non è una battaglia di casta, non si tratta di tutelare gli interessi della categoria dei giornalisti – spiega Di Nicola – ma di difendere la libertà di stampa, e di ogni cittadino a essere informato. Oggi intimidire costa zero, e le liti temerarie sono uno strumento che il potere può usare – e usa – senza alcun disincentivo”.

I dati del ministero della Giustizia mostrano che negli ultimi tre anni le querele per diffamazione sono state circa 6 mila, il 90% delle quali non è andata a finire da nessuna parte: archiviate prima del dibattimento. Nove volte su 10, in sostanza, la denuncia non ha fondamento, ma viene presentata lo stesso: le liti temerarie sono uno strumento di pressione su giornalisti e aziende; una minaccia costante. “Ancora più pesante – sottolinea Paragone – per i cronisti che lavorano a partita Iva e senza contratti stabili, che non hanno alcun tipo di tutela legale”. Un’altra forma di precarietà che si aggiunge a quella economica: è impossibile aspirare alla sopravvivenza di un’informazione libera e di qualità in queste condizioni.

I senatori del Movimento 5 Stelle hanno presentato anche un secondo disegno di legge che disciplina un altro aspetto legato alla libertà di informazione: quello della tutela dell’identità delle fonti delle informazioni.

“Nel nostro Paese – spiega Di Nicola – il segreto professionale esiste solo in teoria. Sempre più spesso i giornalisti vengono arrestati, inquisiti, perquisiti per essersi rifiutati di rivelare all’autorità giudiziaria l’identità delle loro fonti”. Con il secondo ddl, Di Nicola propone la modifica dell’articolo 200 del codice penale, in modo da allargare la tutela del segreto professionale anche ai casi in cui la magistratura può pretendere che sia messo da parte.

I due disegni di legge arrivano, a sorpresa, dallo stesso Movimento 5 Stelle che ha avuto a lungo una dialettica tutt’altro che cordiale con gran parte dell’informazione italiana (e che continua a promettere l’abolizione di quel poco che rimane del finanziamento pubblico alla stampa). La sensibilità del giornalista Di Nicola, evidentemente, ha arricchito e integrato le posizioni grilline sul tema.

Ora non resta che convincere gli altri partiti: “Sono ottimista – dice l’ex direttore de il Centro – anche se spesso le querele temerarie arrivano dai politici, in questo Parlamento c’è stato un cambio generazionale profondo. Le nostre leggi sono aperte a tutti i partiti”.

Castellucci sarà interrogato dai pm il 23 novembre

Andare in Procuraadesso tocca all’ad di Autostrade. Il 23 novembre Giovanni Castellucci dovrà presentarsi in Procura a Genova per essere interrogato dai pm che si occupano dell’inchiesta sul Ponte Morandi. Castellucci è indagato insieme con altre 21 persone per la tragedia che il 14 agosto scorso è costata la vita a 43 persone.

Gli uomini del primo gruppo della Guardia di Finanza, guidati dal colonnello Ivan Bixio, hanno notificato l’avviso a comparire anche ad altri 7 indagati di Aspi e Spea. Lunedì verrà sentito Mario Bergamo, ex direttore manutenzioni di Aspi, e il 31 Michele Donferri Mitelli, attuale direttore delle manutenzioni.

Nel frattempo procedono le indagini: i pm si sono concentrati sui controlli compiuti sul ponte. Emerge il dubbio che gli accertamenti fossero compiuti in modo routinario. Di più: si sta cercando di chiarire se vi siano state delle riunioni per correggere, in modo meno allarmistico, i report sulle condizioni del ponte. Sta procedendo anche l’attività legata all’incidente probatorio. I periti nominati dalla Procura di Genova e quelli indicati dagli indagati da giorni sono impegnati nei sopralluoghi sui resti del ponte.

Genova, via libera “condizionato”. Il voto finale alla Camera mercoledì

Il voto finale alla Camera è annunciato per mercoledì prossimo, 77 giorni dopo il crollo del ponte Morandi. Dopo toccherà al Senato. E poi Genova avrà finalmente il decreto urgente che aspetta per rimettersi in piedi. Tutto sommato, una buona notizia, visto che ieri mattina a Montecitorio le cose sembravano essersi complicate per l’ennesima volta.

L’aula ha dovuto sospendere i lavori perché mancavano i pareri della commissione Bilancio, che non era arrivata pronta all’appuntamento perché nel frattempo gli emendamenti di governo e maggioranza avevano cambiato e aumentato la distribuzione delle risorse stanziate. Alla fine, alle 14, è arrivato il via libera della commissione, pur con “condizioni volte a garantire il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione”, ovvero l’equilibrio tra entrate e uscite.

Il saldo finale parla di 603,2 milioni di euro, di cui 300 a disposizione del commissario per la ricostruzione che avrà obblighi di trasparenza e dovrà riservare 72 milioni agli indennizzi per gli sfollati. A questa cifra bisognerà poi aggiungere gli stanziamenti previsti dal decreto fiscale: 15 milioni per il porto, 10 per il settore dell’autotrasporto. Ulteriori fondi, assicura il ministro per i Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, verranno previsti nella legge di stabilità: un impegno necessario visto che, al momento, mancano le coperture per la “zona franca” riservata alle imprese dal 2019. Per ora aumentano le assunzioni (180 in più, 450 in totale), si alza a 10 milioni il contributo alle imprese – 25 invece sono destinati al risarcimento di beni e fabbricati – e quelli per il sostegno al reddito dei lavoratori sono fissati in 30.

Resta l’incognita su quanto costerà davvero la ricostruzione, visto che il decreto non fa alcuna previsione finanziaria in merito. Sembrerebbe invece risolto il nodo della garanzia dello Stato prevista sulle eventuali anticipazioni delle spese da parte del commissario, in caso di inadempienze del concessionario autostradale: “I fondi ci sono – ha detto il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi – e se il concessionario fosse ritenuto responsabile, la somma diventerà una sopravvivenza attiva”. L’opposizione ieri è tornata anche a battere sulle altre materie “extra Genova” di cui si occupa il decreto. Una, come noto, è il condono edilizio a Ischia. Ancora ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha lanciato il suo appello: “Mi affido al Parlamento per una rivisitazione dell’articolo che sia conforme al senso di giustizia”.

“Polemiche lunari: sui fanghi le norme tutelano l’ambiente”

Gentile direttore, mi preme chiederle la parola per tornare su una questione molto dibattuta, spesso con toni allarmistici tanto da preoccupare notevolmente i cittadini: i fanghi. È stato scritto che nel decreto Genova sia stato infilato un articolo che intende consentire lo spargimento di fanghi inquinanti – secondo alcuni addirittura cancerogeni – sui campi agricoli. La tesi è talmente incredibile che avrebbe dovuto indurre un approfondimento che non sempre c’è stato. Innanzitutto non stiamo parlando di fanghi industriali, ma di quelli da depurazione di acque reflue derivanti da scarichi civili e da insediamenti produttivi dell’agroalimentare.

La normativa fino a oggi ha le maglie talmente larghe che lascia alle Regioni margini di discrezionalità e, soprattutto, questi fanghi fino a oggi non sono mai stati adeguatamente normati e controllati. Non essendoci parametri di riferimento, nei campi sono potute finire anche sostanze inquinanti senza che nessuno mai abbia gridato al tentativo di “un esperimento chimico sulla pelle dei cittadini”, come ho letto in taluni blog decisamente allarmistici.

Va precisato che gli idrocarburi presenti in questi fanghi non sono necessariamente pericolosi, basti pensare, ad esempio, che quelli naturali sono contenuti nel burro, nel grasso delle carni o nell’olio d’oliva.

A essere pericolosi sono solo determinati idrocarburi di origine minerale, come ad esempio gli IPA, idrocarburi policiclici aromatici. Li stiamo misurando proprio per evitare che criminali senza scrupoli possano spandere qualunque cosa nei campi, come poteva avvenire fino ad oggi.

Nell’articolo 41 del decreto “Genova e altre emergenze” (non è stato infilato alcun articolo “abusivo” nel decreto Genova, visto che, come da titolo, contiene anche altre emergenze) sono stati attribuiti dei parametri agli idrocarburi e in Parlamento il testo è stato migliorato inserendo altre sostanze come diossine, furani, selenio, berillio, cromo, arsenico e altri microinquinanti pericolosi per “marcare” la qualità del fango e capire se la provenienza è dubbia. Questi parametri servono infatti come riferimento perché, se fossero individuati dai controlli delle agenzie ambientali regionali, delle Arpa, dall’Ispra o dalle forze di polizia, permetteranno di scoprire un inquinamento. Come vede, è una norma preventiva che punta a consentire di controllare i fanghi PRIMA che arrivino sui campi!

Veniamo al valore individuato per gli idrocarburi (naturali o minerali): 1000 mg/kg. C’è chi paragona tale valore ai 50 mg per chilo indicati dalla Corte di Cassazione per i terreni da bonifica. Ma sono due cose diverse! Da una parte il valore misurato nel fango, dall’altro nel suolo. Chi mischia i valori dei fanghi con quelli del suolo o ignora completamente ciò di cui parla o è in cattiva fede.

Il fango non va sparso così com’è nel terreno quindi quel valore riscontrato nel rifiuto trasformato in fertilizzante non si ritroverà mai una volta sparso. Esistono disposizioni rigorose sullo spargimento dei fanghi sia per le quantità sia per terreni soggetti a esondazioni, con falda affiorante, destinati al pascolo o a colture foraggere nelle 5 settimane antecedenti il pascolo o la raccolta.

Stiamo completando la normativa per fermare gli ecomafiosi che nei buchi della trama esistente si sono spesso infilati. Loro ci avvelenano, non le leggi che servono a combatterli.

Mi hanno chiesto: ma perché dobbiamo spargere questi fanghi sui campi? Per aiutare le aziende a smaltirli? Qui siamo nel perimetro dell’economia circolare: questi fanghi, depurati, sono ricchi di sostanze organiche e sono “ammendanti”. Un rifiuto, trattato, diventa risorsa. È una pratica consentita dall’Unione europea che stabilisce le norme di tutela ambientale ed è diffusa in numerosi Paesi Ue.

Certo, i controlli sono essenziali: abbiamo già dato disposizioni per rafforzarli. Stiamo lavorando al nuovo decreto, e saremo sempre rigidi e ferrei sui controlli. I tempi, tra pareri Ispra e passaggi in Conferenza Stato-Regioni, non sono brevi. Ma nel frattempo potremo applicare questa legge che è stata pensata e scritta con un unico faro: la tutela dei cittadini.

 

Pensioni d’oro, si va verso il “contributo di solidarietà”

Per le pensionid’oro si va verso “un contributo di solidarietà” sugli assegni “sopra i 4.500 euro”, ha spiegato la capogruppo in commissione Lavoro della Camera, la leghista Laura Murelli, spiegando che la soluzione tecnica ancora non è stata messa a punto ma che sarà inserito un emendamento alla legge di Bilancio. Il governo abbandona così il progetto sia della ri-indicizzazione secondo il modello Letta che del ricalcolo con il sistema contributivo per le pensioni d’oro orientandosi, invece, su un contributo di solidarietà, che non sarebbe a rischio di incostituzionalità, modulandolo su diversi scaglioni. Intanto, si legge nel Monitoraggio sui flussi di pensionamento dell’Inps, sono 6 milioni gli italiani con un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese e tra questi oltre il 64% è rappresentato da donne. Le persone che possono contare su oltre 5.000 euro lordi al mese sono 266.180. Mentre nei primi 9 mesi dell’anno, a causa dell’aumento dell’età per la pensione (dovuto alla legge Fornero) di vecchiaia delle donne e per gli assegni sociali scattato nel 2018 (da 65 anni e sette mesi a 66 anni e sette mesi) le nuove pensioni sono diminuite del 23%.

Spazio, Giorgetti e la nomina in conflitto d’interessi

Un conflitto di interessi spaziale, seppur potenziale. Tra le nomine del governo ce n’è una passata inosservata: quella di Stefano Gualandris, da settembre consigliere giuridico economico di Giancarlo Giorgetti per il settore aerospaziale. Un incarico da 30 mila euro annui per lavorare fianco a fianco con il potente sottosegretario del Carroccio che, tra le altre deleghe, ha ricevuto a luglio anche quella strategica per l’aerospazio, comparto che solo per il 2019 riceverà 850 milioni di euro di finanziamenti.

A gennaio è cambiata la governance pubblica: la guida ora è di Palazzo Chigi. Il premier Conte ha delegato Giorgetti, che ha assunto la presidenza del neonato Comitato interministeriale, i cui indirizzi devono essere seguiti dall’Agenzia spaziale italiana. Insomma: alla politica lo spazio interessa eccome e ha deciso di prenderne il controllo. In questo contesto nasce la nomina di Gualandris.

Gallaratese residente in Svizzera, 40 anni, leghista da sempre, è uno dei pezzi da novanta del Carroccio del Varesino. Candidato alla Camera nella circoscrizione Europa, non è stato eletto ma ha subito avuto un incarico politico che rispecchia interessi e capacità sue e della sua famiglia. Nel 1985, infatti, Romano Gualandris, il padre di Stefano, ha fondato a Gallarate la Technosprings: l’azienda opera anche nell’aerospazio e nella difesa, è socia del Distretto aerospaziale lombardo e di Aiad (la Confindustria dell’aerospazio, la difesa e la sicurezza) ed è presente nel distretto virtuale dell’Asi, ovvero le società che partecipano ai bandi. Ad oggi Stefano Gualandris è, insieme ai due fratelli, socio di minoranza della Technosprings (10% a testa), con il padre a detenerne la maggioranza e a presiedere il cda in cui Stefano è consigliere delegato. In uno dei suoi progetti, inoltre, l’azienda può vantare come partner l’Ue, il Miur, la Regione Lombardia e Leonardo, la ex Finmeccanica al cui interno, nel ruolo di campaign manager del settore elicotteri, c’è Francesco Giorgetti, fratello del sottosegretario leghista.

Non solo. Gualandris è anche il ceo della Tss Innovations Projekte, società svizzera che opera nell’aerospazio. Sui social è lui in persona a definire la Tss come “associata” elvetica della Technosprings e a sottolineare che nei mesi scorsi ha firmato un contratto con l’Estec, principale centro di ricerca dell’Agenzia spaziale europea. Tradotto: grazie al loro know-how, le società di Gualandris lavorano con il gotha dell’aerospazio pubblico, non solo italiano. La nomina è, quindi, una buona notizia per Techosprings e Tss: lo scorso 7 settembre hanno visto il loro uomo partecipare alla prima riunione del Comitato presieduto da Giorgetti. Un tavolo da cui passano le strategie nazionali del settore e centinaia di milioni di euro. Contattato dal Fatto, Gualandris risponde da Madrid, al termine della riunione ministeriale Esa per decidere il futuro Ue nello spazio: “Il conflitto d’interessi è solo potenziale – spiega – perché ho sospeso qualsiasi tipo di bando con gli enti statali, Asi e Miur compresi. E non potrò partecipare a nessun concorso pubblico in materia di aerospazio. Prima di accettare – ha aggiunto – ho chiesto un parere legale all’organo di vigilanza e da Palazzo Chigi”. Ciò che non è potenziale, invece, è l’enorme potere che la Lega di Salvini ha acquistato nel settore, con l’inserimento di suoi uomini provenienti da un comparto in cui girano fiumi di denaro e che è stato solo parzialmente esplorato.

Rei con troppi paletti e sbilanciato al Sud: il segnale al governo

Il reddito di inclusione (Rei) fa ancora fatica a spiccare il volo: sono poco più di un milione le persone che stanno ricevendo il sussidio economico introdotto a gennaio dal governo Gentiloni, che ha stanziato fondi sufficienti per raggiungere 2,5 milioni di persone. Nonostante questo, i requisiti stringenti fanno sì che questo aiuto del valore medio di 305 euro mensili vada a meno della metà della platea potenziale, comunque già ristretta rispetto al totale dei poveri assoluti che vivono in Italia (oltre cinque milioni di persone).

Ieri l’Inps ha diffuso i dati aggiornati a settembre, che mostrano come i beneficiari stiano aumentando ma non troppo rapidamente. Una pubblicazione che torna utile alla luce del dibattito sul futuro reddito di cittadinanza. Il Rei, dunque, è percepito da un milione e 114 mila persone. Ci sono poi altri 41 mila che prendono ancora il vecchio sostegno all’inclusione attiva (Sia). Questo porta il totale di assistiti a 1,157 milioni di persone (a giugno erano 1,018 milioni). Il 10% è formato da extracomunitari, che ne hanno diritto in quanto residenti stabilmente nel nostro Paese da oltre due anni. Il governo Conte, invece, è orientato ad ammettere al reddito di cittadinanza chi soggiorna in Italia da almeno 5 anni, circostanza che ridurrebbe il numero di beneficiari stranieri. Quanto alla distribuzione territoriale, c’è una netta sproporzione a favore del Sud, dove risiede il 69% delle famiglie interessate. Campania e Sicilia da sole fanno il 47%, con 593 mila percettori di Rei o Sia. Ma per Luigi Di Maio questa percentuale indicherebbe, invece, i futuri percettori del reddito di cittadinanza residenti al Nord.

Secondo Nunzia De Capite, sociologa della Caritas, sono diversi i motivi per i quali il Rei coinvolge ancora meno della metà del bacino potenziale. Per primo la scarsa informazione: “Il decreto – spiega – prevedeva la nascita dei punti di accesso in ogni ambito territoriale. Non tutti i territori però hanno ricevuto i fondi”. Poi c’è il problema dei requisiti stringenti: massimo 6 mila euro di Isee, patrimonio immobiliare inferiore a 20 mila euro e, depositi e conti correnti inferiori a 10 mila euro (fino al 30 giugno serviva che nel nucleo ci fosse anche un minore o un disabile, una donna incinta o un disoccupato over 55). “Con tutti questi criteri – aggiunge De Capite – ci vuole tempo per i controlli”.

Lo sbarramento all’ingresso si è reso necessario perché il governo Gentiloni ha stanziato solo 2,1 miliardi di euro (diventeranno 3 nel 2020). Per sostenere tutti i poveri assoluti serve molto di più. “La nostra proposta – dice Roberto Rossini, presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà – è di portare lo stanziamento a 8,5 miliardi per raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta e potenziare il beneficio economico fino a 400 euro al mese. Serve però un potenziamento non solo dei centri per l’impiego, ma anche dei servizi sociali”. Il governo punta invece a una platea più ampia e a un sussidio più generoso: servirebbero 15 miliardi di euro, ma ce ne sono solo 9 quindi dovrà inevitabile mantenere dei paletti per rendere compatibile la misura.

Anche il Rei, come sarà per il reddito di cittadinanza, è legato a un progetto di attivazione per i beneficiari. Oggi funziona così: il Comune prende in carico la famiglia e indica un percorso che può consistere nel recupero scolastico di un minore, nell’assistenza a un disabile o nell’inserimento lavorativo di uno o più componenti del nucleo. Ad agire sono i servizi sociali del Comune e non è scontato che poi si finisca al centro per l’impiego, perché si tratta di una misura contro la povertà e non solo di una politica attiva del lavoro (come sarà il reddito di cittadinanza). Se però si viene mandati dai centri per l’impiego, e si rifiuta una proposta di occupazione, si perde il diritto al reddito. L’Inps non sta monitorando i progetti di inclusione, quindi ancora non si conoscono i risultati. “I nostri centri per l’impiego – spiega Sonia Palmeri, assessore regionale al Lavoro in Campania – stanno prendendo in carico i percettori di Rei segnalati dai Comuni. Però è presto per un bilancio: stanno ricevendo orientamento e formazione. Poi valuteremo i risultati del reinserimento lavorativo”.