Nuova commissione d’inchiesta Banche: ok al testo in Senato

Durerà tutta la legislatura con l’intento di non diventare una sede di “processo” o di “patibolo”, ma di formulare proposte legislative per la tutela del risparmio e delle persone. Quaranta, tra senatori e deputati, analizzeranno, tra le altre cose, l’operato delle agenzie di rating, delle fondazioni bancarie oltre che indagare sui derivati, sul debito sovrano, su anatocismo e usura. E darà un parere sull’evoluzione dell’Unione bancaria. Sono le caratteristiche della nuova commissione di inchiesta sul sistema bancario, approvata all’unanimità dalla commissione Finanze del Senato (il 7 novembre il voto in Senato). La commissione ogni anno presenterà una relazione al Parlamento. Si occuperà anche dell’impatto della crisi bancaria sul debito sovrano e approccerà il fenomeno dei crediti deteriorati (Npl) e lo scandalo dei derivati. Come richiesto da un emendamento del presidente della commissione Finanze Alberto Bagnai, la commissione Banche dovrà poi verificare se l’Unione bancaria sia potenzialmente lesiva della concorrenza del mercato. Bagnai ha osservato che “concentrarsi solo sulle sofferenze delle banche italiane anziché sul rischio di mercato, ad esempio sui derivati tedeschi, ci danneggia”.

Da “me ne frego” a “400”: facciamoci del male

Qualche giorno fa era tutto “me ne frego”, oggi siamo al parliamone, vediamo, monitoriamo: lieve, ma decisa la slavina lessicale di ampi settori del governo su spread e dintorni. Le precisazioni successive e alcune chiacchiere informali ci inducono a pensare non si tratti di una nuova strategia comunicativa, né dell’involontario emergere a coscienza di informazioni sconosciute alla massa, quanto di vecchio, caro autolesionismo, forse non disgiunto da una certa dose di dilettantismo nel gestire un sistema dei media in larga parte ostile.

Aveva iniziato martedì sera, regalando un dolce sapore di complottismo al tutto, l’uomo di mano della Lega, Giancarlo Giorgetti, gaddianamente ubiquo ai casi e ai poteri: “Se continua la dinamica dello spread e va verso quota 400 in automatico gli attivi delle banche vanno in sofferenza quindi serve ricapitalizzare. Noi non siamo figli di nessuno, sappiamo esattamente come stanno le cose”. Giorgetti ha, in sostanza, ridato vita a una frase dal sen fuggita a Paolo Savona, peraltro sulla stessa poltrona di Porta a Porta da cui parlava il sottosegretario: il 9 ottobre, dopo aver citato la fatidica “quota 400”, il ministro degli Affari Ue aveva messo la ciliegina sulla torta con la frase “se lo spread ci sfugge di mano dovremo cambiare la manovra”. Un po’ come agitare il drappo rosso davanti al toro, tanto più che 400 punti non risulta essere una soglia critica per le banche italiane: forse la sola Mps, tra le maggiori, potrebbe avere problemi, ma si tratta di un caso assai particolare, non da ultimo perché è in mano pubblica.

Ancora da Bruno Vespa, la cui autorevolezza evidentemente intimorisce i gialloverdi, mercoledì è stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria ad abbandonarsi a pericolose metafore: lo spread a 320 “non è la febbre a 40, ma neanche a 37” ed è chiaro che sia “un livello che non possiamo tenere troppo a lungo”. Il che è forse un’ovvietà, di sicuro un’azzardata ammissione di debolezza mentre si gioca a un affollato tavolo da poker con Commissione Ue, Banca centrale e mercati. Sul sistema del credito, però, Tria s’è mostrato più cauto: ha ammesso che uno spread più alto “pone un problema”, ma “gli stress test ci saranno il prossimo mese: là si vedrà la situazione”.

Poteva mancare Giuseppe Conte? No, e infatti il premier ha pensato di affidare il suo pensiero a un colloquio con Repubblica e Stampa: “Se lo spread sale, o se comunque si mantiene alto a questo punto, è un problema, quindi dobbiamo augurarci che scenda. Abbassiamo tutti i toni”.

Nel pomeriggio di ieri, poi, Conte ha provato a tornare un po’ indietro con una non del tutto riuscita, diciamo, imitazione del Robert Kennedy contro il Pil (“adesso sembra che lo spread sia diventato l’elemento centrale della nostra vita”), ma ormai il messaggio – che, per la proprietà transitiva, è il medium – era passato e tutto si è messo in fila. Anche una quasi innocua frase di Matteo Salvini: “Se lo spread segue l’economia reale scenderà inevitabilmente”, poi “se qualche impresa o qualche banca avrà bisogno, noi ci siamo.”

Buon ultimo, arrivò Luigi Di Maio: una ricapitalizzazione delle banche “può avvenire in tanti modi, in questo momento posso dire che è tutto sotto controllo”. Domani è un altro giorno, si vedrà, avrebbe aggiunto Ornella Vanoni. La lunga catena di scelte politiche e normative che ci ha condotto fino all’autunno del Quantitative easing, cioè al momento che precede quello in cui avremo mani e piedi legati, è stata certo una straordinaria sequela di autogol: tentare di far meglio è un’impresa, però ci si può sempre provare.

Dalla Bce nessun aiuto all’Italia “Roma faccia calare lo spread”

La Banca centrale europea non interverrà per abbassare la pressione sui titoli di Stato italiani. Né con interventi mirati incondizionati, né indirettamente prolungando il massiccio programma di acquisti di debito pubblico (Quantitative easing), che ha contribuito a ridurre gli spread nell’eurozona, che terminerà, come annunciato, a dicembre.

Non capita spesso che un Paese monopolizzi l’attenzione per l’appuntamento mensile del Governing Council della Bce. Ieri l’Italia è stata al centro di buona parte della conferenza stampa di Mario Draghi grazie a una raffica di domande sullo scontro con Bruxelles sulla manovra. Per il presidente della Bce quello italiano è un problema di “politica fiscale” e Francoforte non può intervenire. I trattati vietano alla Bce di agire da garante del debito pubblico, o per calmierare lo spread di un singolo Paese (in sostanza di fare a pieno la Banca centrale), che per le regole dell’eurozona equivale a un finanziamento monetario. “Finanziare i deficit non è nel nostro mandato”, ha risposto a chi domandava se la Bce rischia di finire in una situazione in cui “prevalgano le esigenze di bilancio dell’Italia piuttosto che quelle di politica monetaria”. Resta “l’Omt come strumento specifico”, cioè lo scudo anti spread che può essere attivato solo con pesanti condizionalità al Paese beneficiario (in sostanza, un commissariamento stile Troika).

Un aiuto all’Italia non arriverà neanche indirettamente dalla politica monetaria. La Bce conferma che il Qe – già ridotto da 30 al ritmo di 15 miliardi di acquisti al mese – terminerà a dicembre. A finire saranno gli acquisti “netti”, ma continuerà a reinvestire i bond in scadenza. Draghi ammette che la crescita rallenta più del previsto, ma Francoforte “ha a disposizione diversi strumenti” per reagire, a partire da nuove aste di liquidità: il Qe, però, ripartirà solo con una nuova recessione. Per Draghi, in ogni caso, non sarebbe determinante: “Oggi compriamo titoli italiani e non greci, eppure il differenziale fra i due rendimenti si è ristretto. Come mai?”.

La sostanza del discorso è che Roma dovrà rimediare da sola alle turbolenze sui titoli di Stato perché al momento Francoforte non vede un “effetto contagio”, anche se non lo escude in futuro. Sulla manovra Draghi ha citato il vicepresidente della Commissione Dombrovskis (“applichiamo le regole fiscali, ma cerchiamo anche il dialogo”) ma si è detto “fiducioso” (ma non “molto fiducioso”) che alla fine si troverà un accordo tra l’Italia e la Commissione. Poi sono arrivate le, per così dire, indicazioni al governo italiano, preoccupato per l’effetto dello spread sulle banche (il suo aumento riduce il patrimonio delle banche, anche se solo Mps rischia di finire sotto i requisiti patrimoniali minimi di vigilanza con uno spread inferiore a 400 punti): “Roma deve ridurre lo spread – ha spiegato – e non mettere in dubbio la cornice istituzionale che sorregge l’euro”. Il ragionamento sotteso al discorso del presidente della Bce è che il maggior deficit pubblico deciso dal governo italiano è un problema solo se si saldasse a un dibattito che metta in dubbio la permanenza dell’Italia nell’euro. Discorso in qualche modo recepito dal governo. “Draghi sa che il problema dello spread non è legato alla manovra, ma alla paura dei mercati che il Paese possa uscire dall’euro. Problema facilmente risolvibile: noi nel Contratto abbiamo inserito chiaramente che non vogliamo uscire dall’euro”, ha replicato il vicepremier Luigi Di Maio.

Le parole di Draghi hanno avuto l’effetto immediato di abbassare le tensioni finanziarie. Ieri lo spread ha chiuso in netto calo a 309 punti. Un segnale positivo visto che oggi è atteso il verdetto dell’agenzia di rating Standard & Poor’s. Un cambiamento della previsione a breve (l’outlook) da stabile a negativo è scontato, ma potrebbe arrivare anche un nuovo declassamento del debito dopo quello di Moody’s. Di norma il mercato sconta in anticipo l’evento se ritenuto altamente probabile. Una reazione che però ieri non c’è stata.

Salvirenzi

Nostra culpa, nostra maxima culpa: a furia di parlare del Salvimaio (Andrea Scanzi gli ha dedicato un libro e uno spettacolo esilaranti), abbiamo trascurato il Salvirenzi. Cioè quell’orrenda creatura nata dall’unione dei due Matteo, i quali tra l’altro pare si sentano sovente per concordare le mosse contro il comune nemico pentastellato. Affinità elettive, anzi elettorali, con la piccola differenza che poi Salvini i voti li prende e Renzi no. Voi direte: il solito Travaglio ossessionato dal figlio di babbo Geppetto. Allora guardatevi il video sul sito di Fanpage, che domenica ha mandato un cronista alla Leopolda a intervistare i fan del Matteo minore. O meglio: a leggere loro alcune frasi e a domandare se le abbia pronunciate Di Maio oppure Salvini. Eccole. 1) “Gli immigrati vanno aiutati a casa loro. Noi non abbiamo il dovere dell’accoglienza. Sarebbe un disastro politico, economico e sociale”. I discepoli renziani non hanno dubbi: quasi tutti rispondono “Salvini”, “quello che gli piaceva la camicia verde e l’ampolla con l’acqua del Po”, “quello che è contro i migranti in modo più chiaro”, uno che dice cose che “Renzi non direbbe mai”. Infatti la frase è di Renzi. 2) “Dobbiamo andare oltre i criteri di Maastricht creando un deficit anche del 2,9%”. Il popolo dei leopoldi s’indigna: “assurdo!”, “pazzesco!”, “un cretino!”, “coloro che non hanno a cuore le sorti dell’Italia”, “questo è Salvini”, “no, Di Maio”, “tutti e due”, “quelli che vogliono mandarci in bancarotta”. Infatti anche questa è di Renzi.

3) “Alziamo i pagamenti in contanti a 3 mila euro”. I seguaci del rottamatore rottamato schiumano di rabbia: “È pur sempre evasione fiscale, quindi Salvini”, “certo che è Salvini, perché comunque viene dal centrodestra di Berlusconi dov’è prevista la possibilità di evadere il più possibile”. Sventuratamente anche questa è di Renzi. 4) “Diamo all’Europa 20 miliardi l’anno e ne riprendiamo solo 12: o l’Europa mantiene le promesse sui migranti, o toglieremo i soldi all’Europa”. Gli apostoli del messia di Rignano non ci pensano su un istante: “Un cretino, le cose non stanno così!”, “un attacco strumentale all’Europa per spostare i problemi”, “una frase tipica di Salvini”, “trattandosi di soldi tutti e due sparano a caso”, “quei due incompetenti con cui non abbiamo nulla da spartire”, anzi no, “questo è Di Maio, io conosco bene gli avversari”. Purtroppo è sempre Renzi. L’inviato di Fanpage non arriva a tanto, ma potrebbe citare anche questa: “Se l’Europa boccia la manovra, noi la ripresenteremo uguale. Bruxelles non è il maestro che fa l’esame, non ha i titoli per intervenire”.

Chi era: Salvini? Di Maio? Macché: ancora Renzi, il 16.10.2015. Lo stesso che ora dà dei “cialtroni che ci porteranno a sbattere” a chi dice quel che diceva lui e fa molto meno di quel che voleva fare lui (il 2,9% di deficit-Pil i cialtroni se lo scordano). Per questo l’opposizione del Pd non esiste: perché il Pd ha già fatto e detto tutto e, per quanti sforzi facciano, i gialloverdi non sono ancora riusciti a eguagliarlo. L’altroieri, per dire, il Senato esaminava la legge leghista sulla legittima difesa. Il Pd ha votato a favore di uno degli articoli principali, il 2 (e senza che nessuno glielo chiedesse, essendo del tutto ininfluente per l’approvazione). Poi, come i coccodrilli, ha iniziato a piagnucolare per non aver votato contro. Il guaio è che l’art. 2 è pressoché identico a quello della legge sulla legittima difesa del Pd approvata nel 2017 solo alla Camera e firmata da quel genio di David Ermini (ora vicepresidente del Csm), che dava licenza di sparare ai ladri in caso di “grave turbamento”, ma solo nelle “ore notturne”. La Lega, perfidamente, ha lasciato il “grave turbamento” ed eliminato le “ore notturne”, anche per l’oggettiva difficoltà di fissarne la decorrenza col mutare delle stagioni, dell’ora legale e dell’illuminazione delle abitazioni (se tengo giù le tapparelle, è buio anche di giorno). E il Pd, per coerenza, ha votato come un anno fa, salvo promettere di non farlo più la prossima volta. Tanto la norma passerà lo stesso anche senza questi peli superflui.

Noi pensiamo della legge Salvini la stessa cosa che pensavamo della legge Ermini: una boiata pazzesca. E non perché spalanchi le porte al Far West o al fascismo, come ripetono i presunti avversari di Salvini, suoi preziosissimi alleati a loro insaputa. Bensì perché non serve a nulla, se non a incoraggiare la gente ad armarsi e sparare nell’illusione di un’immunità da indagini, processi e condanne che non potrà mai esserci. Se in casa mia viene trovato il cadavere di un uomo ammazzato da un’arma che risulta mia, io verrò sempre indagato per appurare se la mia difesa fosse legittima, cioè se mi stessi difendendo da un pericolo mortale o se, puta caso, avessi invitato il tizio a cena per poi accopparlo e spacciarlo per un ladro o un assassino. Nessuna legge potrà mai impedire al magistrato di indagare sulle cause di una morte violenta. Nemmeno se ora si estende la legittima difesa a “chi ha agito per la salvaguardia della propria o altrui incolumità in condizioni di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto” allo scopo di “respingere un’intrusione nella sua proprietà”. Chi lo stabilisce, se non il pm e il giudice, che chi ha sparato respingeva l’intrusione, era in pericolo e in preda al grave turbamento? Di fatto, cambierà poco o nulla, perché già oggi le indagini si fanno su chiunque spari (a torto o a ragione), ma poi finisce imputato e condannato solo chi spara alla schiena al ladro già in fuga e dunque inoffensivo. E sono casi rarissimi: fra udienze preliminari e dibattimenti, 7 processi in tutta Italia nel 2013, zero nel 2014, 4 nel 2015 e 4 nel 2016. Quindi, al solito, Salvini vende fumo. Ma arriva sempre secondo.

Il conformismo degli intellettuali durante la Grande Guerra

Fra poco cadrà il centenario della fine dell’immane massacro militare della Prima guerra mondiale: il 4 novembre capitolò l’Impero austro-ungarico, l’11 quello germanico. L’incredibile rimonta di Vittorio Veneto si dovette a un genio militare napoletano, Armando Diaz, visto che fino a quel momento lo stratega di fiducia dei Savoia, il piemontese Cadorna, aveva concepito la guerra solo come una macelleria fine a se stessa; in questo la classe militare inglese e francese non fu da meno. E sarebbe bene, per non dimenticare – sempre che a qualcuno l’insegnamento della storia oggi interessi – che si rivedessero tre meravigliosi films che denunciano in modo tragico e spietato la macelleria: Per il re e per la patria di Losey, Orizzonti di gloria di Kubrick e Uomini contro di Rosi: il suo più bello, insieme con Le mani sulla città.

Dal momento che nel mio scorso articolo ho raccontato per brevi tratti dell’estate da me trascorsa con Stefan Zweig, debbo tornare al Mondo di ieri. I capitoli centrali di queste Memorie – Memorie dello spirito europeo stesso – sono dedicati ai prodromi della guerra e ai suoi anni. La definizione di “guerra civile europea”, ripresa con tanta fortuna da Ernst Nolte, si deve a Zweig. I grandiosi capitoli vanno ricordati anche in relazione al tema del comportamento degli “intellettuali”: la vergogna suscitò nel corso del conflitto, pagine alte e dolenti, più che indignate, del nostro Maestro, e a sua volta suscitò un celebre libro del 1927, Il tradimento dei chierici, nel quale Julien Benda stigmatizza il ruolo degli uomini di cultura, traditori della loro missione: comprendere e far comprendere, giusta l’etimo intelligere.

Zweig ben conosce i poderosi interessi economici che, nella loro crescente e vertiginosa accumulazione, sono la “struttura” dello scoppio della guerra. Ma egli ha chiara la coscienza che a un certo punto la faccenda sfuggì di mano alle stesse diplomazie che la trattarono. L’Italia, non interventista, avrebbe dovuto restare neutrale, e le trattative condotte da Giolitti – chiamato “traditore” dai forsennati – ci avrebbero garantito di più di quel che miseramente ottenemmo col Trattato del Trianon. Gl’interessi di pochi, in primis i Savoia, ci spinsero nel conflitto. E qui non si può che ricordare la sentenza di Sofocle, il dio fa prima uscire di senno coloro che vuol distruggere. Vale anche per tutto il corso del conflitto.

I più alti spiriti europei che per tutta la guerra si adoperarono per la pace immediata sono, oltre il pontefice Benedetto XV, Zweig e Romain Rolland, un grande storico della musica e romanziere francese. Vennero equamente definiti “traditori” dal proprio paese, e andarono vicino all’impiccagione; allo stesso modo che il Papa era il nemico principale di tutti gli schieramenti e il messaggio sull’inutile strage venne censurato in ogni nazione belligerante. Zweig, da un lato, Rolland, dall’altro, si trovarono soli quando tentarono di far firmare un manifesto incitante alla pace. Fra i pochi fratelli spirituali da loro trovati, Benedetto Croce. Non uno aderì; e i poeti, i romanzieri, i filosofi, gareggiarono nell’infamia, nell’incitamento all’odio, nell’inneggiare alla guerra come “sola igiene del mondo”.

La pagina più nera della vita di Gabriele D’Annunzio e di Thomas Mann è proprio qui. Ma se il sommo poeta italiano rischiò la vita e si riscattò coll’impresa pacifica del lancio dei manifestini su Vienna, poi con quella di Fiume, il grande romanziere di Lubecca lo supera in blateramento, e giunge a negare la stessa cultura latina: la base ideologica dell’incitamento all’odio. Mutato il vento, Mann ritrattò; ma continuò a detestare Zweig. La vicenda mostra una terribile verità: l’uomo di cultura, o intellettuale, è labile e dipendente dal potere, oggi persino più che sotto il despotismo di Augusto. È quasi solo servo: per sua natura. Dobbiamo venerare i pochi che non lo sono.

 

Da Moretti l’abbonato a Paolo il timido: i segreti di Cannes

“Si guardò con diffidenza a quel cineasta sconosciuto che non presentava le proprie credenziali con deferenza per via di una timidezza che rasentava l’autismo e lo rendeva piuttosto simpatico”.

A parte che il memoir da cui proviene è per lo più scritto bene, anche assai bene, e questa affannosa perifrasi è forse il passaggio più ostico, chi è quel cineasta? Paolo Sorrentino, e perché “si tessono le sue lodi all’estero ma non in Francia” lo spiega uno che dà del tu al cinema mondiale: Thierry Fremaux, il delegato generale – da noi si direbbe direttore – del Festival di Cannes. Lo è dal 2001, dalla Palma d’Oro a La stanza del figlio (“Dopo la proiezione, avevamo dovuto interrompere il ciclo di proiezioni per quanto ci aveva sconvolto”), ma di Nanni Moretti diremo poi, stiamo su Sorrentino: “Si è ritrovato in un’impasse: non appartiene a cricche e non dispone di amici influenti che possano controllare un minimo di territorio critico in modo da assicurargli la rispettabilità che gli manca. È sbucato fuori senza avvisare, con quel suo modo di fare alla Droopy (il segugio assonnato dei cartoon di Tex Avery, ndr), senza dovere niente a nessuno, e anche fregandosene un po’ di tutto”. Edito da Donzelli con il contributo di Roma Lazio Film Commission, Cannes Confidential offre in prima persona singolare, anzi, assoluta uno sguardo privilegiato sulla creatura festival: diario, note e viaggi di Monsieur Fremaux, a cavallo di due edizioni, 2015 e 2016. Oltre 530 pagine in cui le chicche si sprecano, fatta salva un’avvertenza: understatement è una parola inglese, Thierry è “nato nel 1960 – l’anno di Fino all’ultimo respiro – a Tullins-Fures, nel dipartimento dell’Isère”. Già, la sprezzatura non abita qui: “Con in mano un bicchiere di Mouton-Rotschild 2004 e l’animo ancora inquieto osservavo la città”; “Festicciola da Christin Louboutin, dove Mélita Toscan du Plantier festeggia una sua produzione”; “Leggo Médium di Philippe Sollers ascoltando Mercedes Sosa”; “Guillermo Del Toro: ‘Sono a Parigi, ci sei?’; Isabelle Huppert: ‘Sono a Lione, ci sei?’ no, sono nel Vercors”.

Definizioni: “Il selezionatore deve essere un animale bramoso e una macchina a sangue freddo”, “Gli artisti sono uccelli di passo”; Realpolitik: “Se la selezione è buona, è grazie ai film; se è pessima, è colpa del selezionatore”; consigli: “Per tutta la durata del Festival, niente alcol e niente caffè”.

E una caterva di aneddoti. Di Billy Wilder li colleziona, ne ha di tutti: Bob Dylan che telefona a Sean Penn, “mostrandosi soprattutto interessato alla dieta che gli aveva permesso di modificare la sua fisionomia” in Milk; “La rivista Les Inrocks (che) mette Sorrentino al numero uno dei ‘cineasti più sopravvalutati dell’epoca’. Quando l’ha saputo, Paolo ha detto: ‘Grazie, ragazzi. È sempre bello vincere qualcosa’”.

Fremaux è scaltro, rosica e deprezza a viso aperto, senza timore né tema di smentita: “Toronto è diventato il festival più importante dopo la pausa estiva, a scapito di Venezia, che tuttavia non ha ancora detto l’ultima parola”. Ma lo humour, stavolta confortato dal dizionario inglese-francese, sa cos’è, fino a spingersi alla barzelletta: “Angela Merkel, che ha deciso di andare in vacanza in Grecia, arriva all’aeroporto. (…). Nazionalità? Tedesca. Occupazione? No, solo un paio di giorni”. Ovvio, ne ha anche per noi. Incornicia uno scambio a tavola tra Wilder e un giovane Bertolucci, che si confessa astemio: “’Ma come, e cosa beve allora?’. ‘Soltanto acqua’. ‘Benissimo, che annata preferisce?’”. Ritrova la propria infanzia cinematografica, che si apre con Sergio Leone e C’era una volta il West, “di cui tuttavia fui privato a lungo perché era vietato ai minori di tredici anni. Lo veneravo già prima di averlo visto”. Nel 2015 a Cannes gli italiani in Concorso erano tre: Matteo Garrone, che Fremaux nomina appena due volte, con “il coraggioso adattamento di Lo cunto de li cunti di Basile – messa in scena molto ambiziosa, scelte poetiche disorientanti”; Sorrentino con Youth, cui Le Monde “dedica appena due righe. La storia della critica è piena di stroncature così, che poi il tempo, con calma, sistema; Moretti con Mia madre. “Nanni è venuto a Cannes molte volte – è in quella cerchia di persone che la stampa chiama, con tono dispregiativo, gli ‘abbonati’”. Thierry lo adora: “Volesse Dio darcene altri di abbonati come lui”. Lo vezzeggia, giacché è uno dei pochissimi ad aver ottenuto il permesso dal suo idolatrato Bruce Springsteen di utilizzare una propria canzone: I’m on Fire, in Palombella rossa. E ne promuove perfino i girotondi: “Rossellini valutava le possibilità di un mondo migliore in base alla capacità degli intellettuali di diventare pedagoghi e di non temere di perdere la faccia”.

@fpontiggia1

“Scusi, siamo pieni”: così Laterza mollò Pirandello

Si inaugura oggi alle 12, nel museo letterario Spazio900 della Biblioteca nazionale centrale di Roma, la mostra “La casa editrice Laterza e i grandi scrittori del Novecento”. Oltre a prime edizioni, riviste e giornali, sono esposte alcune lettere, per lo più inedite, tra Laterza e alcuni grandi autori. Riportiamo il carteggio tra Luigi Pirandello e Giovanni Laterza.

 

Egregi signori,

avrei pronto per la stampa un nuovo volume di dieci novelle sul genere delle mie Bianche e nere – cioè, alcune d’argomento drammatico, altre d’argomento comico, tutte però d’un sapore schiettamente umoristico. Formerebbero un volume di 300 o 320 pagine, al massimo. Sareste Voi disposti ad accettarlo? e a quali condizioni? Potrei impegnarmi ad ottenere gratis una bella copertina illustrata. Con osservanza.

P.s. – fino a tutto settembre il mio indirizzo è: Girgenti (Sicilia) – poi: Roma, via San Martino al Macao n. 11

Luigi Pirandello, Girgenti, 15 agosto 1904

 

Chiarissimo Signor Professor Luigi Pirandello,

Causa una grande quantità d’impegni non possiamo assumere altri lavori. Ci rincresce di non poter approfittare della Sua pregiata offerta e prendiamo l’occasione per ossequiarla distintamente. Devotissimi.

Giovanni Laterza, 22 agosto 1904

 

Il 15 agosto del 1904 Luigi Pirandello scrive una lettera alla casa editrice Laterza per proporre la pubblicazione di una sua raccolta di novelle. È una lettera molto breve, dal rapido tratto commerciale, in cui la principale preoccupazione dell’autore non è tanto quella di fornire informazioni sul carattere letterario della raccolta, di cui non viene citato neanche il titolo – forse si tratta di una prima versione del futuro Erma bifronte, apparso nel 1906 per Treves – quanto il suo risvolto editoriale: numero e tipologia dei testi, sviluppo del volume in pagine, possibilità di “ottenere gratis una bella copertina illustrata”. La lettera, che per oltre cento anni è stata conservata nell’archivio epistolare della casa editrice barese, e che viene qui presentata per la prima volta insieme alla riposta di rifiuto di Giovanni Laterza, testimonia un particolare momento nella vita di Pirandello: i mesi che precedono il suo primo grande successo letterario, ottenuto grazie alla pubblicazione de Il fu Mattia Pascal. Ma come mai Pirandello si era rivolto a una casa editrice come Laterza? Il rifiuto laconico e insindacabile del giovane editore barese, documentato dalla lettera di risposta del 22 agosto dello stesso anno, era in fondo del tutto in linea con le direttive di Benedetto Croce, che già nel 1902 lo aveva esortato a non “accettare libri di romanzi, novelle e letteratura amena”.

Un’indicazione che se da un lato fu determinante nel definire l’impianto storico, filosofico e critico-saggistico della casa editrice – nata nel 1901 come sviluppo di un’attività tipografica e libraria di famiglia – dall’altro non impedì alcune sporadiche e interessanti eccezioni. Furono queste che probabilmente colsero l’attenzione di Pirandello: una raccolta di novelle di Salvatore Di Giacomo (Nella vita, 1903), una collage di storie “per giovinette” di Rosa De Leonardis (Occhi sereni, 1903), i racconti giovanili di Maksim Gor’kij (I vagabondi, 1903), un romanzo di Filippo Abignente (La moglie, 1904), o ancora – ma siamo ormai nei due decenni successivi – la riedizione postuma dell’opera di Alfredo Oriani (Gelosia, Vortice, Olocausto ecc.). Deroghe, appunto, destinate a rimanere confinate fuori collana e limitate ai primi anni di vita della casa editrice, ma che lasciano intuire un rapporto tra i Laterza e gli scrittori del Novecento molto più intenso e articolato di quanto si potrebbe immaginare.

A fare luce su questo rapporto prova adesso una mostra organizzata dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma e da Laterza. Partendo dal prezioso e quasi del tutto inedito archivio epistolare della casa editrice, il percorso espositivo ripercorre le varie tappe e le varie angolazioni con cui i Laterza si sono confrontati con gli ambienti letterari del proprio tempo: dai carteggi con alcuni protagonisti del mondo culturale d’inizio secolo (Sibilla Aleramo, Massimo Bontempelli, Ada Negri, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini ecc.), fino all’esperienza paradigmatica di Vito Laterza, che nel clima post-crociano del secondo dopoguerra, seppe imprimere un profondo e originale rinnovamento alla casa editrice grazie anche a un dialogo costante con scrittori di varia generazione e provenienza, da Carlo Levi a Corrado Alvaro, da Cesare Zavattini a Carlo Bernari, da Romano Bilenchi fino agli autori coinvolti nella collana “Libri del tempo”, tra cui Bianciardi, Cassola, Brancati, Anna Maria Ortese e Leonardo Sciascia.

 

“Non eleggete quel negro amico degli ebrei”

Andrew Demese Gillum, 39 anni, nero, sindaco di Tallahassee, la capitale della Florida, dal 2014, è il candidato democratico alla carica di governatore: una partita dal pronostico incerto, perché la Florida è uno di quegli Stati che cambiano spesso campo da un’elezione all’altra. Tra lui e il candidato repubblicano, Ron DeSantis, deputato uscente, il match è aperto. Gillum è uno di quei candidati progressisti usciti vincitori dalle primarie democratiche nei mesi scorsi ed è sostenuto da Bernie Sanders, il senatore del Vermont che nel 2016 contese fino all’ultimo a Hillary Clinton la nomination democratica alla Casa Bianca. Anche per questo, forse, Gillum è temuto. C’è chi, nel clima velenoso di questa campagna per le elezioni di midterm del 6 novembre, pensa di ‘farlo fuori’, o almeno di azzopparlo. Suprematisti bianchi sono all’origine del bombardamento di telefonate automatiche che gli elettori stanno ricevendo: Gillum vi è definito “negro” – un termine dispregiativo – e qualcuno che imita la sua voce afferma che “tutti gli ebrei” voteranno per lui perché vogliono che i neri dominino i bianchi. “Gli ebrei gestirono la tratta degli schiavi e portarono i ‘negri’ in America… E sono loro che stanno mettendo i ‘negri’ a comandare sui bianchi, proprio come fecero dopo la Guerra Civile”.

“The Road to Power”, il gruppo responsabile del messaggio anti-semita e della sua disseminazione – il nome è anche quello di un gioco di carte per leggere il futuro -, aveva già preso di mira Gillum, Secondo la Anti-Defamation League, organizzazione ebraica americana d’impronta conservatrice, “The Road to Power” ha già prodotto e diffuso messaggi razzisti e anti-semiti in tutta l’Unione.

L’episodio di Tallahassee è l’ennesimo indice del clima d’odio e d’intolleranza che contraddistingue questa campagna, con l’emergere di molti candidati ‘estremisti’: ‘socialisti’ fra i democratici, ‘trumpiani’ fra i repubblicani. Ingiurie ed epiteti razzisti vengono scambiati in numerose sfide e anche le origini ‘native’ della senatrice democratica Elizabeth Warren, che ha sangue ‘indiano’ – lo dimostra il suo dna –, diventano motivo di scontro.

In estate a Washington una manifestazione di ultra-conservatori era coincisa con l’uscita del film di Spike Lee BlacKkKlansman, programmato nell’anniversario degli incidenti di Charlottesville, in Virginia: un corteo di nazionalisti bianchi si scontrò con contro-manifestanti e una giovane donna, Heather Heyer, fu uccisa da un’auto lanciata da un suprematista contro la folla. I commenti all’episodio del presidente Trump, che mise sullo stesso piano razzisti e anti-razzisti, ‘sdoganarono’ ulteriormente le pulsioni razziste in tutta l’Unione.

Il film di Spike Lee è la storia di Ron Stallworth, un poliziotto afroamericano che negli anni 70 s’infiltrò nel Ku Klux Klan di Colorado Springs e, ingannando il Grand Wizard David Duke, riuscì a salire di grado nell’organizzazione fino ai vertici locali.

Midterm, il voto s’avvicina: più bombe per tutti

Una scia di bombe e la mano di uno, o più, terroristi sulle elezioni di midterm negli Stati Uniti – si vota il 6 novembre –. Ordigni inviati a Barack Obama, a Hillary e Bill Clinton, a George Soros sono stati intercettati prima che esplodessero. Un plico sospetto è stato recapitato anche alla Cnn, la cui sede di New York è stata evacuata – e la scena è andata in diretta –: la busta era per John Brennan, ex capo della Cia molto critico con la gestione della presidenza da parte di Donald Trump.

Secondo il Secret Service, la polizia che si occupa della sicurezza di presidenti ed ex presidenti e che conduce le indagini con l’Fbi, l’autore degli attacchi è la stessa persona, o lo stesso gruppo. Controlli sono in corso in tutta l’Unione: giunge notizia di ordigni inviati al governatore dello Stato di New York, Andy Cuomo, all’ex ministro della Giustizia di Obama, Eric Holder, alla senatrice della California Kamala Harris, una democratica per Usa 2020.

Alla Cnn, e forse altrove, sarebbero pure state rinvenute buste con una polvere bianca, che, nell’immaginario statunitense, evoca gli attacchi al carbonchio (antrace) – letali – del 2001. Ma gli inquirenti assicurano che nessuno, in questa circostanza, è rimasto ferito o ha corso rischi. L’allerta è comunque altissima, specie a New York, dove domenica si corre la maratona.

A Obama e alla Clinton, le bombe sono arrivate per posta, ai loro uffici. Quella per Soros è stata recapitata nella residenza del miliardario filantropo, nello Stato di New York: Soros, grande donatore democratico, è quotidianamente accusato da sovranisti europei e suprematisti americani dei peggiori misfatti ed è additato dalla destra e dai ‘trumpiani’ come ‘organizzatore’ della carovana di migranti che, dall’Honduras, attraverso il Messico, si dirige verso gli Stati Uniti.

L’ordigno per Obama era nella posta ricevuta ieri mattina nell’ufficio che l’ex presidente mantiene a Washington. Quello per i Clinton è stato trovato martedì sera, nell’ufficio che Hillary e Bill hanno nella loro residenza a Chappaqua, una località nello Stato di New York. La Casa Bianca ha subito condannato l’accaduto – “atti ignobili” – il presidente Donald Trump avalla il giudizio del suo vice Mike Pence: “Un’azione codarda”. Non è chiaro se gli ordigni potevano davvero esplodere e che potenziale avessero, né come siano stati individuati ed eventualmente disinnescati.

L’episodio fa salire la tensione del voto di midterm del 6 novembre, che il presidente Trump teneva già alta del suo, inasprendo le posizioni internazionali degli Stati Uniti: da ultimo, con l’annuncio dell’uscita dal Trattato Inf sugli euromissili e minacciando la carovana dei migranti e i Paesi di provenienza – oltre all’Honduras, il Guatemala –, vantandosi di essere “un nazionalista”: termine fin qui sempre connotato negativamente, nella politica americana. Inoltre, Il presidente ha rimbrottato platealmente il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, da lui scelto, ma definito, in un’intervista al Wall Street Journal “una minaccia” per la crescita dell’economia americana”: “Sono scontento, molto scontento con la Fed, perché Obama aveva tassi di interesse pari allo zero e, invece, ogni volta che noi facciamo qualcosa di grande, la banca centrale alza i tassi”.

Il sindaco di New York, Bill De Blasio e il governatore Cuomo lo invitano ad “abbassare i toni”, a “non incoraggiare la violenza, l’odio, le divisioni e gli attacchi ai media”.

Tra ordigni inesplosi e ‘scoppi’ presidenziali, il rialzo della tensione s’accompagna – si direbbe – a un rialzo dell’interesse per le elezioni: oltre sette milioni di americani hanno già votato, soprattutto – pare – repubblicani, profittando delle procedure che consentono di farlo in anticipo. Il New York Times è molto prudente nel valutare il fenomeno, ma cita il sindaco di Chicago Emanuel Rahm, ‘obamiano’ di ferro, che pronostica “un’ondata democratica e una risacca repubblicana”. Un auspicio più che una previsione.

La campagna è aspra: candidati che s’insultano a New York, che si lanciano epiteti in Georgia, che spendono somme record per un seggio da governatore in Illinois. Trump è molto attivo, ma non tutti i candidati repubblicani apprezzano il suo appoggio: in Texas, a un suo comizio c’erano il senatore Ted Cruz, suo rivale per la nomination repubblicana, e il governatore Greg Abbott, ma il deputato John Culberson, eletto in un collegio di gente ricca e moderata, non s’è fatto vedere.

Armi, per Macron il cliente (saudita) è sacro

Parigi continuerà a vendere armi a Ryad. Almeno fino a quando le condizioni della morte del giornalista Jamal Khashoggi non saranno chiarite e le eventuali responsabilità del governo di Ryad confermate: “Fintantoché questi fatti non saranno avallati dai nostri servizi di intelligence, ci asterremo dal prendere decisioni”, ha dichiarato il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, al termine del Consiglio dei ministri di ieri.

Solo in quel caso delle “sanzioni commerciali, e non solo sulle armi” potranno essere possibili. Lo stesso tipo di discorso è stato portato avanti dalla ministra della Difesa, Florence Parly, che in Assemblea Nazionale ha ricordato che esistono delle regole in materia di armi e che la Francia le rispetta: “Non si vendono armi come fossero baguette”, ha detto. Parigi insomma prende tempo e non segue l’esempio di Berlino che, dopo aver chiuso le forniture militari a Ryad in segno di protesta, ha chiesto agli altri Stati europei di fare altrettanto.

L’assassinio dell’editorialista saudita imbarazza Emmanuel Macron. Parigi, molto più di Berlino, ha contratti d’oro con Ryad. Stando al rapporto parlamentare 2018 sulle esportazioni di armi, ripreso da diversi media ieri, l’Arabia Saudita è dal 2008 il secondo cliente più importante della Francia in materia di esportazioni di forniture militari, dietro l’Egitto. Si parla di 11 miliardi di euro nel periodo 2008-2017. Le Parisien dettaglia: il 30% delle esportazioni riguarda bombe e missili, un altro 30% radar e altri strumenti di controllo del tiro, il 12% navi da guerra e sottomarini, il 9% munizioni. Parigi è oggi l’ottavo fornitore di armi di Ryad al mondo, molto dietro a Stati Uniti e Gran Bretagna. Ad aprile Macron ha accolto a Parigi il principe ereditario Mohammad bin Salman per un incontro sul conflitto nello Yemen, che ha già fatto più di 10 mila morti. Era prima della feroce eliminazione di Khashoggi in cui il principe saudita potrebbe essere coinvolto. C’erano stati baci e abbracci tra i due e una conferenza stampa comune: “I rapporti sono eccellenti”, aveva comunicato l’Eliseo. Macron ha anche previsto a sua volta una visita a Ryad “a fine anno” per firmare nuovi contratti.

Ma sono mesi che le Ong chiedono al governo francese di mettere da parte gli interessi economici: “Nello Yemen sono in corso crimini di guerra, in un clima di totale impunità e disinteresse per i diritti umani”, ha osservato ieri Cécile Coudriou, presidente di Amnesty International France, intervenuta su BFM Tv. L’assenza di una decisione forte da parte di Macron è criticata.

A destra i Républicains rimpiangono che Macron non abbia “il coraggio” di Angela Merkel. “La Francia sta perdendo la sua anima”, ha osservato la socialista Valérie Rabault, presidente del gruppo Ps in Parlamento. In visita due giorni fa al salone Euronaval di Le Bourget, sulle industrie navali militari, Macron ha rifiutato di rispondere a tutte le domande dei giornalisti sulla questione delle armi all’Arabia Saudita: “La mia agenda non è dettata dai media – ha detto – la mia visita non ha niente a che vedere con questo tema. Quindi non risponderò, vi piaccia o no”.