Khashoggi, l’amico americano molla l’erede al trono di Ryad

La polizia turca ieri, dopo numerosi dinieghi, è stata autorizzata a ispezionare il pozzo all’interno del giardino consolare alla ricerca dei resti di Jamal Khashoggi, il dissidente sparito dentro il consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre. L’assenza del “corpo del reato” lascia molte zone d’ombra sulla vicenda che nel frattempo si arricchisce di prese di posizione.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha definito la vicenda di Khashoggi “un incidente molto, molto doloroso per tutti i sauditi e anche per chiunque in tutto il mondo. Non era necessario”.

Non ha svelato nulla di più, confermando implicitamente l’ultima versione affidata ai suoi portavoce: Khashoggi è stato ucciso accidentalmente per strangolamento in seguito a una rissa scoppiata nel consolato con gli agenti dell’intelligence mandati da Ryad per costringerlo a tornare nel paese natale dove vive ancora il figlio Salah. Pur non essendosi spinto ad accusare apertamente l’alleato saudita, anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dovuto prendere una posizione più chiara: “La gestione da parte dell’Arabia Saudita dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi è il peggiore insabbiamento di sempre. Un fiasco totale fin dal primo giorno”. Poco dopo Trump ha persino detto che il principe è colui che sa tutto, “il principe gestisce tutte le cose nel paese”. Secondo la Cnn, sulla base di fonti saudite, il piano iniziale di Ryad prevedeva che Jamal Khashoggi venisse drogato all’interno del consolato e condotto in un’abitazione di Istanbul. La fonte sostiene che, secondo i piani, a Khashoggi sarebbe stata prospettata l’ipotesi di tornare in patria. In caso di rifiuto, il giornalista avrebbe dovuto essere drogato con un tranquillante. A questo punto, afferma la Cnn, se Khashoggi si fosse ancora opposto al rientro in patria, il team entrato in azione avrebbe lasciato la scena e affidato il giornalista ad un “collaboratore locale”. Alla fine, a quanto pare, Khashoggi avrebbe dovuto essere rilasciato.

Il piano avrebbe dovuto prevedere anche la presenza di un esperto forense, incaricato di cancellare ogni traccia della presenza di Khashoggi nel consolato e nell’appartamento. Se il giornalista avesse denunciato pubblicamente il rapimento, non avrebbe avuto alcuna prova a sostegno.

Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan continua ad alternare dichiarazioni infarcite di accuse gravi contro i sauditi ad altre più concilianti. Un giorno punta il dito contro la leadership saudita tuonando che “è stato un omicidio pianificato nei dettagli” e chiedendo l’estradizione dei 18 agenti della sicurezza saudita e consiglieri del principe coinvolti nell’omicidio, un altro dice di apprezzare la disponibilità dei sauditi. Questo atteggiamento altalenante del sultano viene letto da molti osservatori come una tattica per ricattare i sauditi allo scopo di ottenere benefici per la Turchia. Dagli Stati Uniti il segretario di Stato americano Mike Pompeo ribadisce: “Stiamo prendendo le misure appropriate”, che potrebbero tradursi in revoche di visti fino all’applicazione di sanzioni individuali in base alle leggi sui diritti umani. La Casa Bianca successivamente ha fatto sapere che Trump si atterrà alle decisioni del Congresso a proposito di eventuali sanzioni economiche contro Ryad.

Tutti alle Maldive? No, Milano capitale dell’evasione

Milano è (era?) la capitale morale d’Italia. Ma Milano è (anche) la capitale dell’evasione fiscale. A dirlo è il procuratore Francesco Greco, che conosce bene i reati economici dell’area più ricca del Paese, su cui per anni ha indagato, prima come pm e coordinatore del pool che si occupa dei reati finanziari e ora come capo della Procura milanese. “La Lombardia è la terra degli evasori fiscali”, ha detto a un convegno su criminalità e tutela delle imprese. A dimostrare il record nazionale dell’evasione è il numero delle richieste, attraverso la voluntary disclosure, di “sbiancare” i capitali occultati all’estero. “In Lombardia c’è stato il 49,07 per cento delle istanze di voluntary disclosure”, ha spiegato. “In termini di capitalizzazione, siamo tra il 47 e il 48 per cento del totale complessivo nazionale, che è di circa 60 miliardi di euro”. Vuol dire che quasi 30 miliardi sono stati fatti sparire a Milano e in Lombardia. “È un problema serio”, ha aggiunto, “la Lombardia è di gran lunga al primo posto, davanti al Piemonte e all’Emilia Romagna”.

Greco ha comunque dato un giudizio positivo della voluntary disclosure, il meccanismo che ha incentivato la riemersione dei capitali nascosti. “Mi fa piacere pensare che qui si è creato un network positivo, un circolo virtuoso, tra Procura, Guardia di finanza, Agenzia delle entrate e commercialisti, per cui c’è stata una maggior richiesta di voluntary disclosure”. È andata meno bene in altre parti del Paese: “In Veneto le percentuali sono vicine allo zero”.

Ai critici del meccanismo premiale, Greco risponde indirettamente che “la voluntary è un sistema positivo perché è difficile aggredire capitali all’estero; quindi è meglio farli rientrare pacificamente”. In più quel sistema “ci ha creato un patrimonio informativo enorme, con cui tuttora ci stiamo organizzando per le nostre attività di indagini”. La Svizzera è il Paese da cui è arrivato il contributo maggiore: sono oltre 400 mila i conti bancari riferibili a soggetti italiani che sono stati volontariamente rivelati al fisco.

Il tesoro nascosto nei paradisi fiscali è considerato compreso tra i 200 e i 300 miliardi di euro, di cui almeno 150 liquidi. Un malloppo enorme. In un convegno di tre anni fa, subito dopo il varo della voluntary disclosure, Greco aveva sostenuto che la corruzione, il riciclaggio e l’evasione fiscale sottraggono “ogni anno allo Stato italiano circa 200 miliardi di euro”. Una somma che, se venisse recuperata, permetterebbe a tutti i cittadini italiani “di andare in massa in vacanza alle Maldive”, a spese dello Stato. Senza la sparizione di risorse provocata da corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale, “i cittadini italiani potrebbero avere belle scuole, belle strade e aeroporti fantastici”, aveva detto Greco. “L’economia illegale e i crimini economici sono all’origine del declino e della decrescita di questo Paese. Basta illuderci che i problemi dell’Italia siano altri”. Il procuratore di Milano si dice convinto che in Italia “abbiamo avuto negli ultimi vent’anni un esodo biblico di capitali prodotti regolarmente e resi clandestini attraverso attività di riciclaggio. Non a caso sono stati fatti tre scudi fiscali e poi è stato varato il programma di voluntary disclosure”.

In sintonia con Greco, il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò: “L’evasione fiscale, la corruzione e le illegalità mettono in seria difficoltà il meccanismo economico della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia Romagna, della Liguria e del Veneto, proprio le aree in cui cresce di più il sistema Paese”.

San Lorenzo e il tempo perso con gli slogan

Mentre il ministro degli Interni mette piede per la prima volta a San Lorenzo e sfila in via dei Lucani tra giornalisti assiepati, pontificando su un quartiere “ricettacolo di criminali e spacciatori”, io nella via parallela sono appena risalita con la busta della spesa. Abito qui da quasi 5 anni, faccio i conti quotidianamente con un’amministrazione comunale che sembra essersi dimenticata di questo quartiere, e ne attraverso luci e ombre ogni giorno.

San Lorenzo non è il Bronx, ma se non lo è non è certo grazie alle istituzioni.

Questo quartiere in pieno centro di Roma, a due passi dalla stazione Termini e a dieci minuti dal Colosseo, in cui la notte dalle finestre si sente lo schiamazzo dei locali mischiarsi al rumore dei treni, è stato uno dei luoghi simbolo della Resistenza e a suo modo continua a resistere ancora oggi. Perché San Lorenzo è molto di più dei clichè a cui una narrazione approssimativa vorrebbe ridurlo: basta fare due passi tra via degli Equi e via dei Volsci per scoprire che si tratta di una di quelle poche zone di Roma in cui esiste ancora una vita di quartiere, in cui i baristi conoscono i clienti per nome, in cui le edicole, forti di un nutrito gruppo di clienti inossidabili, non si trovano costrette a chiudere da un giorno all’altro; e poi piccoli negozi, librerie, botteghe artigianali, autofficine, gelaterie, ristoranti a conduzione familiare che coesistono senza troppa fatica con i minimarket bengalesi che costellano le vie. San Lorenzo si arrangia, e fa di necessità virtù: come in tutti quei condomini dove le storiche famiglie della zona si sono abituate a condividere il pianerottolo con gruppetti più o meno rumorosi di studenti fuori sede che frequentano le varie facoltà della Sapienza. E poi la movida notturna certo, che nasce proprio in funzione di tutti quei ragazzi che riempiono le vie, ma che lasciata a se stessa finisce per essere infiltrata e contaminata. Nessuno in tutti questi anni ha pensato che prendersi cura di un quartiere che già da solo si era rimboccato le maniche per coesistere con il mondo che cambia, valesse la pena; a nessuno è venuto in mente che a questi cittadini di buona volontà servisse una mano da parte delle istituzioni. Quello che è successo in via dei Lucani 22, in un palazzo occupato ormai da anni e diventato terra di nessuno tra le denunce inascoltate degli abitanti della zona, è la cronaca di una tragedia annunciata. L’edificio, brulicante di spacciatori quasi tutti extracomunitari, è stato sgomberato sette volte, l’ultima a luglio, ma gli occupanti, forti di un’impunità data dal lassismo politico, sono sempre tornati. Che prima o poi sarebbe successo qualcosa di brutto lo sapevano tutti, ma nessuno ha fatto niente. Eppure è strano che di questi tempi, in cui non si parla altro che di sicurezza, di legalità, di ruspe e di rimpatri, a nessuno sia venuto in mente di prendere un toro così pericoloso per le corna. Il tempo per richiedere il certificato patrimoniale del Paese d’origine alle famiglie straniere di Lodi, mettendo nel frattempo i bimbi a mangiare in stanze separate, c’è stato; come c’è stato il tempo di tenere il punto sulla nave Diciotti lasciando dei derelitti in mezzo al mare per giorni; e si è trovata persino qualche ora per proporre il censimento dei Rom e per paventare la chiusura dei cosiddetti “negozi etnici” alle 21 perché “c’è gente che beve birra, whisky fino alle tre del mattino”. Stupisce che mentre c’era tempo per tutto questo, non ci sia stato un attimo per sanare una situazione così esasperata, soprattutto per chi ha scelto come priorità politica la sicurezza del cittadino. Salvini compare a San Lorenzo a cose fatte, quando in molti già gridano alla “nuova Macerata” e c’è solo da capitalizzare un’altra dose di consenso. Tolleranza zero, strade sicure: il ministro ci bombarda di parole da duro ma nei fatti, quelli veri, cos’ha combinato finora? Parole, parole, parole soltanto parole, parole per noi.

Vita da giornalista: 40 anni di querele

Caro direttore, ho letto il tuo articolo di martedì sulla condanna ricevuta dal Fatto per diffamazione ai danni di Tiziano Renzi, per cui il giudice ha disposto un risarcimento di 95 mila euro. “Cambiamo mestiere”, recitava il titolo: che a ben guardare è la sola opzione praticabile per chi ha scelto di fare il giornalista non da servo dei potenti. La verità è che il nostro è un mestiere finito: per colpa nostra, prima di tutto.

Io ho fatto per più di 40 anni il giornalista sportivo. Nel 1983, al Giorno, in coppia con Claudio Pea, denunciai lo scandalo della partita truccata Genoa-Inter 2-3: ne nacquero due inchieste, una penale a Genova del magistrato Fucigna sul Totonero (soldi scommessi sulla partita anche da tesserati) e una sportiva, affidata all’inquirente federale Ferrari-Ciboldi, che portò Inter e Genoa a processo: l’ordinamento sportivo s’inventò per l’occasione l’assoluzione per insufficienza di prove (non contemplato fino ad allora dai regolamenti) e non mandò in B i due club. L’Italia era appena diventata campione del mondo in Spagna, il Palazzo non poteva permettersi un nuovo scandalo-scommesse. Al di là dell’insabbiamento, pratica abituale nel mondo del calcio, la cosa che a quel tempo mi colpì (ero un cronista di 28 anni) fu l’alzata di scudi del mondo del giornalismo nei confronti miei e di Pea. Fummo fatti oggetto di una violentissima campagna denigratoria durata cento giorni, l’ex presidente dell’Ussi (Unione Stampa Sportiva) Enrico Crespi ci attaccò sistematicamente su La Notte, Gianni Brera su Repubblica scrisse che eravamo due terroni che odiavano Milano, e quindi l’Inter, perché ci costringeva a lavorare (per la cronaca, Pea è nato a Mestre e io a Piacenza), l’inquirente federale ci informò che la prima firma sportiva del Giorno, il nostro stesso giornale, era andato all’Inter per rendersi disponibile a far rientrare il caso: fu testimone oculare della profferta, era in sede per interrogare Fraizzoli, Beltrami e Mazzola.

Era esploso uno scandalo ma la pietra dello scandalo eravamo diventati noi, due cronisti che non erano rimasti con le mani in mano dopo aver visto i giocatori dell’Inter, in campo, fare il vuoto attorno a Bagni che aveva segnato il gol del 3-2 che faceva saltare accordi e scommesse (non lo abbracciò nessuno e negli spogliatoi sotto la doccia scoppiò una mega rissa) e dopo aver sentito il direttore sportivo del Genoa, Vitali, dire a fine partita: “I giocatori dell’Inter sono delle merde: non si fanno queste cose a 5 minuti dalla fine”. Ho scritto un libro su quella partita e sul marcio che nascondeva: in assoluto, la parte peggiore fu quella recitata dai giornalisti.

Non più tardi di qualche giorno fa, venerdì 19, ero a Cremona, in tribunale, per una causa di diffamazione intentatami dall’ex arbitro Dondarini per un pezzo scritto quando lavoravo a Mediaset negli anni di Calciopoli e seguenti. Dondarini mi aveva già querelato (causa archiviata) per un articolo scritto sul mio blog personale, blog che fui costretto a chiudere per la pioggia di querele per diffamazione, tutte orchestrate da un’unica longa manus, che mi perseguitò per anni. Per dirne una: il generale Italo Pappa, capo dell’Ufficio Inchieste della Federcalcio e compare di Moggi, mi chiese 250 mila euro di risarcimento e non fu piacevole andare a dormire, negli anni in cui la causa era in corso, al pensiero che un giudice potesse magari dargli ragione (per fortuna perse la causa e fu condannato a pagare le spese).

Sono stato querelato per diffamazione anche da Massimo De Santis, Tiziano Pieri, Antonio Conte, Mark Iuliano, Marco Borriello, solo per stare ai nomi più noti; mia moglie e mio figlio hanno vissuto in uno stato di comprensibile e continua preoccupazione, ho speso soldi per gli avvocati che mi hanno difeso nelle cause che non riguardavano né Mediaset né il Fatto Quotidiano, ho chiuso i miei trent’anni a Mediaset messo in un angolo dopo che Andrea Agnelli, un’estate, chiese il mio licenziamento a Claudio Brachino (restai al mio posto, ma venne di colpo chiusa la trasmissione che curavo da 5 anni, La Tribù del Calcio) e vuoi sapere la ciliegina sulla torta? Due giornalisti toscani, tifosi juventini, la primavera scorsa mi hanno denunciato all’Ordine dei Giornalisti (motivo: diffamerei la Juventus) e il Collegio di Disciplina ha discusso il mio caso nella sua ultima riunione.

Dovevo andare con un avvocato, non mi sono presentato. Al momento sono in attesa di sentenza. Sono in pensione da quasi 3 anni, ma mi domando che mestiere abbia mai scelto di fare.

Mail box

 

La politica ruba la speranza di una vita dignitosa

Ho 38 anni e vivo a New York da 13. Ho tentato di tornare tra la mia gente ma la semplice ambizione di avere una vita dignitosa è solo un sogno che pian piano svanisce. Mi sono visto rubare progetti, speranze, opportunità e visioni da una politica corrotta e venduta. Poche banche, con dietro poche famiglie, hanno conquistato la Grecia, l’Italia, il Portogallo, la Spagna senza sparare un colpo di fucile. L’Italia non è mai riuscita a creare un’unità di pensiero e di ideali. I primi nemici dell’Italia sono gli italiani stessi. Usando la corruzione e il conflitto di interessi ci hanno fatto indebitare, hanno creato povertà e recessione e comprato le nostre aziende migliori. Abbiamo il fior fiore del giornalismo italiano che in tv fa la morale e dà lezioni di economia al nuovo governo, il governo degli inesperti, dei populisti. Il governo della mia generazione che chiede solo l’opportunità di una vita dignitosa. Questi giornalisti dov’erano 20 o 30 anni fa, quando il debito pubblico cresceva a dismisura? Perché non hanno usato la stessa energia e la stessa forza negli ultimi 5 anni, quando abbiamo dato miliardi alle banche a discapito del deficit? Rivolgo il mio appello soprattutto al Partito democratico. Non desidera altro che il cadavere dell’Italia e pur di tornare al potere resuscita Mussolini, il fascismo, il razzismo, spera in fondo che il governo fallisca, che l’Italia soffra. Perché alla fine è una lotta di potere, altrimenti non si spiega perché abbia lasciato che un movimento palesemente democratico finisse nelle braccia di Salvini. E ai giornalisti il mio invito è di lasciare per un attimo le bandiere di appartenenza, i simboli, i datori di lavoro per alzare una sola bandiera e un solo ideale, l’Italia.

Fabio Villari

 

Cannabis, il proibizionismo fa gli interessi delle mafie

L’uso della “cannabis” a scopo terapeutico in Italia è legale e la si può acquistare in farmacia. Di fatto però la quantità disponibile non copre la richiesta e la cosa più ovvia da fare, ossia permettere l’autoproduzione e depenalizzarne l’uso, incredibilmente non viene fatta, anche se costa gravi dolori a coloro che trarrebbero un beneficio dal suo utilizzo, che viene autorizzato in caso di sclerosi multipla, glaucoma, dolori cronici per malati di tumore e chemioterapia. Cosa temono i nostri lungimiranti politici “sempre tesi” al bene comune e a combattere le droghe con il brillante risultato che chiunque abbia i soldi per procurarsela non ha il minimo problema, visto che si spaccia alla luce del sole? L’unico sospetto è che questo sciocco proibizionismo nasconda la volontà di non disturbare gli affari delle mafie che controllano questo mercato. Far arrivare nelle farmacie a prezzi di costo e nelle quantità richieste dal mercato, e permettere l’autocoltivazione della cannabis è un provvedimento legislativo che non farebbe aumentare di una sola unità il numero dei consumatori. Tra l’altro sarebbe un provvedimento che non costa nulla, forse la disoccupazione per un po’ di spacciatori, ma per questi nessuno si straccerà le vesti.

Paolo De Gregorio

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile direttore, ho letto il suo editoriale “Cambiamo mestiere”. Auguro al suo giornale lunga vita perché ritengo che l’anima di una democrazia sia nella libertà e pluralità di opinione e di critica, indipendentemente dalle sue posizioni e dai toni, che comunque auspico rientrino sempre nei limiti del rispetto delle leggi e della dignità delle persone.

Vorrei però farle notare:

1) che io sono stato eletto alla vicepresidenza del Csm secondo le norme di legge in regolari votazioni, dunque nessuno ha “agguantato” alcunché, avendo ottenuto la maggioranza dei consensi necessari dai consiglieri in carica;

2) che io con il tribunale di Firenze intrattengo esclusivamente rapporti istituzionali analogamente a ciò che avviene con tutti i tribunali d’Italia, quindi non potrei e non sarei in grado di condizionare in alcun modo le decisioni autonomamente adottate da qualsiasi ufficio giudiziario.

David Ermini, Vicepresidente del Csm

Caro onorevole, la ringrazio per gli auguri e soprattutto per le raccomandazioni stilistiche, ma mi sentirei più sicuro se alla vicepresidenza del Csm non sedesse un uomo di partito eletto sei mesi fa nel Pd, che fino all’altroieri distribuiva patenti di imparzialità ai magistrati in base al colore dei loro indagati, ma un giurista di chiara fama e indipendenza, come si converrebbe a un organo chiamato appunto a tutelare l’indipendenza della magistratura.

m. trav.

 

In merito all’articolo dal titolo “La lunga marcia di Garofoli verso la guida dell’Antitrust” pubblicato ieri, mi preme precisare che non ho presentato alcuna candidatura per il ruolo di presidente dell’Antitrust entro il 14 ottobre 2018, come invece richiesto nell’avviso pubblico dai presidenti delle Camere, a pena di irricevibilità della manifestazione di interesse. Una decisione, la mia, presa per ragioni di sensibilità istituzionale, atteso il ruolo che attualmente ricopro, e in alcun modo collegabile, quindi, alle polemiche richiamate nell’articolo citato, sollevate solo nei giorni successivi alla indicata data del 14 ottobre e sulle quali è intervenuto il ministro dell’Economia.

Roberto Garofoli, capo di gabinetto al MEF

Arte in prestito. Monetizzare le opere è pericoloso, lo dice pure la Costituzione

Vorrei dire al mercante di serie A Fabrizio Moretti che l’arte deve circolare, ma non venduta o svenduta all’estero. Per far circolare l’arte è sufficiente il prestito tra vari musei, a pagamento!

I nostri musei hanno tantissime opere d’arte e pezzi archeologici, che farebbero la gioia di tanti musei stranieri e che non possono esporre per mancanza di spazio, nascosti nei loro magazzini: le prestino! Sarebbero maggiormente valorizzate e farebbero entrare un po’ di soldini in Italia. Per quanto riguarda le opere d’arte private penso che anche per loro il prestito temporaneo all’estero sia possibile.

Aurelio Scuppa

 

Gentile Aurelio, quando il grande storico dell’arte Roberto Longhi chiese per una mostra un certo codice miniato, ricevette un geniale telegramma da parte del consiglio comunale del paese lombardo che lo possedeva: “Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo”.

Le opere d’arte sono pezzi unici, individui insostituibili proprio come le persone vive: farle viaggiare è un grandissimo rischio (si rompono molto più spesso di quanto non ci venga detto, e i restauri non restituiscono mai l’opera integra), e il gioco deve valere la candela.

La nostra Costituzione mette in connessione diretta il patrimonio storico e artistico e la ricerca, cioè la produzione di conoscenza (articolo 9), pensando che il dividendo dell’arte non siano i soldi (importantissimi, certo: ma che si possono trovare in mille altri modi, per esempio facendo pagare le tasse invece che condonando gli evasori), ma appunto conoscenza, umanità, coesione sociale, democrazia. Dare un prezzo a tutto e misurare tutto col metro dei soldi è un pericolo: ma non solo per le opere, soprattutto per noi che disperatamente ci aggrappiamo a ciò che i soldi non possono comprare (e che qualcosa del genere esista, lo riconosceva perfino la pubblicità di una famosa carta di credito).

Qualcuno in effetti ha formalmente proposto di noleggiare le opere d’arte a pagamento, anche a privati: è stato l’indimenticato Domenico Scilipoti, e poi (anche se non si capì cosa c’azzeccasse) i “saggi” che Napolitano convocò per deformare la Costituzione. “E ho detto tutto”.

Tomaso Montanari

Dalla Ue arriva il divieto alla plastica monouso dal 2021

Il parlamento di Strasburgo ha approvato il divieto al consumo nell’Unione europea di alcuni prodotti in plastica monouso, che costituiscono il 70% dei rifiuti marini. La nuova normativa, che ora deve essere concordata con i governi, prevede che dal 2021 venga vietata la vendita di articoli in plastica monouso, come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. I deputati hanno aggiunto all’elenco delle materie plastiche vietate proposto dalla Commissione gli articoli di plastica ossi-degradabili (come sacchetti o imballaggi) e i contenitori per fast-food in polistirolo espanso. Secondo la posizione dell’Europarlamento, gli Stati membri dovranno ridurre il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative del 25% entro il 2025, come scatole monouso per hamburger e panini o contenitori alimentari per frutta e verdura, dessert o gelati. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025.

Cellulari “invecchiati” a tavolino: maxi multa ad Apple e Samsung

L’Antitrust colpisce due colossi della telefonia: 10 milioni di euro di multa alla Apple e 5 milioni alla Samsung. Le sanzioni arrivano per pratiche commerciali scorrette ovvero l’obsolescenza programmata, vale a dire la strategia attraverso la quale un’azienda che produce un prodotto elettronico decide il ciclo vitale del prodotto al fine di limitarne la durata a un periodo prefissato, mentre i clienti sono indotti a pensare che quei dispositivi possano durare per sempre. Secondo quanto scrive l’Autorità della concorrenza e del mercato nei provvedimenti, le due società hanno spinto i consumatori a scaricare aggiornamenti software molto pesanti che hanno reso meno efficienti o mal funzionanti modelli di smartphone nuovi e costosi – anche se l’hardware era perfettamente integro – spingendo così i possessori a metterli da parte per comprare modelli ancora più nuovi, ancora più cari. I clienti, bombardati dall’invito a scaricare i software su tutti i dispositivi, si sono quindi ritrovati con aggiornamenti di sistema che i loro smartphone non erano in grado di gestire. Inoltre, non è stata mai prevista una funzione che permettesse di tornare indietro al precedente software. Una strategia che per l’Antitrust ha violato gli articoli 20, 21, 22 e 24 del codice del Consumo, con la sanzione che per Apple risulta doppia, perché non ha correttamente informato gli utenti della deteriorabilità delle batterie al litio.

Il caso Samsung. L’azienda coreana è finita sotto i riflettori dell’Antitrust per il Note 4, che – dal maggio 2016 – avrebbe smesso di funzionare dopo gli aggiornamenti di sistema imposti ai possessori ma predisposti per il Note 7, senza avvisare dei gravi malfunzionamenti cui si andava incontro dovuti alle maggiori sollecitazioni dell’hardware. Numerose le testimonianze degli utenti che, quando si sono accorti che il Note 4 non funzionava più, andando nei centri di riparazione sono stati costretti a sborsare centinaia di euro per “aggiustare” il telefono.

La società coreana, dal canto suo, ha però precisato di non aver “mai rilasciato aggiornamenti software con l’obiettivo di ridurre le performance del Galaxy Note 4”, ma di voler solo “consentire ai propri utenti di avere la migliore esperienza possibile”. Tanto che l’azienda ricorrerà in appello.

Le accuse ad Apple. Cupertino avrebbe ugualmente proposto con insistenza ai vari modelli di iPhone 6, 6 Plus, 6s, e 6s Plus di installare il nuovo sistema operativo iOS 10 (e i successivi aggiornamenti tra cui iOS 10.2.1 rilasciato nel febbraio 2017) sviluppato però per l’iPhone7, senza informare delle maggiori richieste di energia del nuovo sistema, che potevano comportare inconvenienti quali il rallentamento del sistema o degli spegnimenti improvvisi. Con inevitabili picchi di richieste di assistenza presso i centri Apple da settembre 2016. Ma l’azienda di Cupertino non ha neanche fornito ai consumatori adeguate informazioni riguardo al grado di usura delle sue batterie al litio. Tanto che solo nel dicembre 2017, quando Apple ha riconosciuto di aver rallentato le performance di alcuni modelli, precisando però di averlo fatto per “prolungare la durata della loro vita”, ha previsto la possibilità di sostituire le batterie al prezzo scontato di 29 euro.

Il caso francese.La questione dell’obsolescenza programmata è dibattuta anche in Francia, dove a inizio 2018 è stata incriminata Epson per obsolescence programmée et tromperie, reato che prevede un’ammenda di 300 mila euro oltre a una contravvenzione pari al 5% del fatturato.

Come difendersi.Per evitare che un cellulare rallenti o invecchi precocemente, la pratica migliore da seguire è effettuare il backup di tutti i dati prima di installare il nuovo sistema operativo facendo anche una regolare manutenzione del sistema per velocizzarlo. Mentre pochi mesi fa Greenpeace ha avviato una nuova campagna di sensibilizzazione contro l’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici.

Emiliano contro un perito: “Lavora con il consulente Tap”

Lavorano nello stesso dipartimento di Ingegneria industriale dello stesso ateneo, quello di Padova. Lavorano, però, fianco a fianco, anche nello stesso pool, l’uno come perito nominato dal gip del Tribunale di Lecce e l’altro come consulente di parte della multinazionale Tap. È per questo che ieri il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha depositato al gip Cinzia Vergine la richiesta di valutarne la sostituzione, nell’ambito dell’incidente probatorio. È questo il punto chiave dell’inchiesta sul gasdotto in arrivo dall’Azerbaijan e in costruzione nel Salento. La superperizia è attesa entro il 18 novembre, al netto di ulteriori proroghe, ed è l’ultima chance di bloccare l’opera, che nelle prossime ore dovrebbe ricevere il definitivo via libera dal governo. Dopo la nomina di Fabrizio Bezzo da parte del gip, Tap ha schierato Giuseppe Maschio. I due non sono solo semplici colleghi. Nel 2010, Maschio ha fatto parte della commissione giudicatrice che al Politecnico di Torino ha ritenuto idoneo Bezzo come professore universitario di seconda fascia.

La triade della Finanza che tiene ostaggio la Ue

Pubblichiamo un brano dell’introduzione a “I padroni della finanza mondiale” di Pino Arlacchi in uscita oggi

L’Ue è diventata uno strumento dei poteri finanziari euroamericani e di un’ottusa supremazia tedesca che hanno compromesso le possibilità di crescita dell’industria, dell’occupazione e del benessere dei suoi Stati membri. Da un paio di decenni a questa parte, i cittadini europei non vedono alcun miglioramento del loro tenore di vita e si sentono in balia di forze sovranazionali incontrollabili, cui i loro governi sono completamente sottoposti e contro le quali vengono proposte alternative politiche confuse, espresse soprattutto dai movimenti populisti. Un elemento importante del disagio della società europea risiede nella formula di governo dell’Unione. Delle sue tre principali istituzioni, solo il Parlamento viene eletto dai cittadini. Commissione e Consiglio europeo sono espressione dei governi degli Stati membri, o meglio, dei circoli di potere tecnocratico e finanziario più esclusivi interni a essi. L’Ue finisce perciò per essere gestita in condizioni di pesante deficit democratico da una congrega collegata ai poteri finanziari continentali, al governo degli Usa e a Wall Street. Il suo centro direzionale è una superburocrazia scostante, sorda alle istanze sociali di cinquecento milioni di persone e riluttante a sviluppare quei temi del suo mandato suscettibili di disturbare i padroni del vapore. Al di là del fumo europeista, l’Unione che ci ritroviamo è quella dei mercati e delle banche, non quella dei suoi cittadini. I reggenti dell’Unione rispettano le regole formali del gioco democratico. Si presentano ogni tanto al Parlamento di Strasburgo per delle sbrigative audizioni e rispondono senza difficoltà alle facili domande di deputati distratti e poco competenti. Ma in realtà questi personaggi non rendono conto a nessuno del loro operato. Altrimenti come avrebbero fatto, in soli tre anni, a regalare alle banche europee in difficoltà (invece di nazionalizzarle o farle fallire) prestiti in titoli pubblici per l’incredibile cifra di 3 trilioni di dollari, pari a quasi un quarto del Pil dell’Unione nel 2015? Prestiti che avrebbero potuto alimentare un colossale programma di investimenti pubblici, in grado di far ripartire a passo rapido l’intera economia del continente. Gli eurocrati respingono con forza queste critiche, e ribattono vantandosi di aver salvato l’euro e le banche dal naufragio dopo lo scoppio della crisi del 2008. Ma i costi di queste manovre sono stati affiancati da politiche di austerità ferocemente antipopolari, patite dai cittadini sotto forma di tagli alle pensioni e alla sanità, di aumento delle tasse per i meno abbienti e di riduzione degli investimenti nei beni comuni. Dopo il 2008 questi tecnocrati hanno siglato una resa indecorosa alle politiche di lungo termine del sistema americano, avverse a ogni forma di avvicinamento tra Europa occidentale e Russia.