Scambio politico-mafioso. Il nodo “affiliazione ai clan”

Primo passaggio verso la modifica dell’articolo del codice penale (416 ter) che vieta e punisce il voto di scambio politico-mafioso. Ieri il disegno di legge voluto dal Movimento 5 Stelle e appoggiato dalla Lega, è passato al Senato con 160 voti a favore. Il testo approvato è molto breve e recita: “Chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’articolo 416-bis, in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis”. A questo si aggiungono pene elevate da 10 a 15 anni, con aumento della metà se il politico è stato poi eletto.

A prima vista, un giro di vite pesante. Ci sono possibili problemi di interpretazione su cui bisognerà attendere l’orientamento dei giudici di merito e soprattutto della Cassazione quando, ma ci vorranno anni, i processi arriveranno davanti alla Suprema Corte. Problemi messi sul tavolo da molti, da Libera all’ex vicepresidente dell’Antimafia Davide Mattiello. E ieri dal senatore di LeU Pietro Grasso, già procuratore nazionale antimafia, per il quale “tutti gli aspetti positivi del testo sono vanificati da alcune parole nell’articolo 1 e cioè che la promessa di procurare voti debba necessariamente provenire da parte di soggetti la cui appartenenza alle associazioni di cui all’articolo 416-bis sia a lui nota”. Questo è un punto. L’altro è che il nuovo testo elimina la necessità di dimostrare l’utilizzo del metodo mafioso nel procacciamento dei voti. Questo è previsto, invece, nell’attuale articolo modificato nel 2014 (governo Letta). Quella fu la prima modifica dopo il 1992, anno in cui nasce il reato di voto di scambio politico-mafioso. Ecco allora la non facile questione: da un lato perché il reato si configuri il politico deve interfacciarsi con “appartenenti” alla mafia, dall’altro il metodo mafioso viene eliminato.

Stando alle parole di un importante magistrato lombardo questo secondo aspetto segue le indicazioni della giurisprudenza. Con diverse sentenze, infatti, la Cassazione ha specificato che il metodo mafioso può anche essere implicito e non deve esplicitarsi. Tradotto: basta il carisma criminale di un soggetto sul territorio, senza l’utilizzo di minacce e violenza. Sempre lo stesso magistrato sul fronte opposto parla di poca chiarezza del testo.

Il problema qui è il termine “appartenente”. Se – ci viene spiegato – il termine è interpretato secondo il Testo unico del codice antimafia per le misure di prevenzione, allora l’interpretazione è molto più ampia. L’appartenente, infatti, è chiunque sia in qualche modo contiguo alla cosca. Se, al contrario, si interpreta seguendo il binario del codice penale si fa riferimento a un membro interno all’associazione, un affiliato. Il testo licenziato in Senato ieri sembra andare verso questa direzione. E in questo senso, diverse, oltre a quelle di Grasso, sono le voci critiche all’interno della magistratura. Per due motivi: il primo, spiega un procuratore calabrese, è che il termine “appartenente” implica una condanna definitiva. Il che, di fatto, restringe il campo dei potenziali offerenti di voti puniti dalla norma. Sempre su questa linea, l’altro motivo è dato dal fatto che l’interfaccia con il politico non è quasi mai un boss, ma colui che si colloca nella cosiddetta zona grigia. Ecco allora che da più parti (politica, magistratura e associazioni, Libera in testa) si parla di un testo che “favorisce” e non “combatte” le mafie. C’è poi chi con questa fattispecie di reato ci lavora sul terreno. Un investigatore che negli anni si è occupato di importanti inchieste di ’ndrangheta e politica recepisce questo nuovo testo con favore. Questo il suo ragionamento: se chi promette voti è, ad esempio, un imprenditore e non un mafioso o un concorrente esterno, è impossibile configurare il reato di voto di scambio.

Ecco allora – ci viene spiegato – che il paletto messo dal nuovo testo è fondamentale per indirizzare le indagini e scegliere target precisi, per dimostrare che chi si interfaccia col politico (“intermediario” nel testo) aumenti il potere del clan sul territorio. Insomma, la questione è complessa. Di certo il nuovo testo allarga il campo dei favori che la mafia ottiene dal politico. Non solo soldi o utilità, ma anche “disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa”. Cioè è più severo della norma voluta dal centrosinistra, che fa assolvere persino i condannati in base alla legge precedente che si voleva – a parole – inasprire. Ora, dopo il Senato, tocca alla Camera.

Abusi su pazienti minori: nuove accuse, fisioterapista in cella

Il Tribunale di Napoli ha inasprito la misura cautelare degli arresti domiciliari emessa lo scorso 6 agosto nei confronti del dipendente di un centro di fisiokinesiterapia del capoluogo partenopeo accusato di violenza sessuale su due pazienti minorenni e di pornografia minorile.

Lo scorso 17 ottobre gli agenti della Squadra Mobile lo hanno prelevato dalla sua abitazione e condotto in carcere.

Gli accertamenti della Polizia Postale sui dispositivi in uso all’uomo, in particolare sul suo cellulare, hanno consentito di scoprire i siti web che il terapista cercava con Google, molti dei quali rimandavano a immagini pedopornografiche.

È stata anche individuata un’applicazione che l’indagato usava per nascondere e custodire file con immagini compromettenti, visibili solo attraverso dopo la decriptazione con password.

Il terapista venne arrestato dalla Squadra Mobile lo scorso 3 agosto, al termine di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica. Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di documentare ulteriori condotte illecite poste in essere dal terapista.

Il blitz del vicepremier a caccia del Campidoglio

Matteo Salvini appare nel quartiere romano di San Lorenzo. E la sua voglia di prendersi il Campidoglio si mescola al dramma di una ragazza. Quello di Desirée Mariottini, la 16enne morta la scorsa settimana per un’overdose dopo aver subìto una sospetta violenza in uno stabile abbandonato della zona. Vicenda che diventa la miccia per l’ennesimo corpo a corpo tra Salvini e la sindaca, la 5Stelle Virginia Raggi.

Perché da settimane il leader della Lega punge Raggi sulle buche e le aspettative deluse dei romani, fiutando un possibile ritorno alle urne in città qualora la sindaca, se condannata per falso il 10 novembre, confermasse il proposito di dimettersi. Così il confronto a distanza tra i due, al di là delle smentite, dura tutto il giorno.

E a iniziarlo di prima mattina è il ministro dell’Interno, annunciando che si sarebbe recato a San Lorenzo, quartiere “rosso” costellato di locali e abitazioni di studenti fuorisede. E Raggi replica a muso duro: “La Lega probabilmente non conosce Roma, non c’è solo quello come quartiere difficile, lo accompagnerò in città in modo che si possa passare dalle parole ai fatti”.

Pochi minuti dopo i due si ritrovano faccia a faccia in Prefettura, dove si riunisce il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Si discute degli immobili occupati da sgomberare, ma anche del caso di Desirée. “Queste cose non possono succedere, non possono accadere cose di questo tipo” scandisce Salvini di fronte al prefetto Paola Basilone e al procuratore capo Giuseppe Pignatone. “Sono d’accordo, ma da due anni chiedo più forze dell’ordine a Roma”, risponde la sindaca. E allora Salvini promette “154 poliziotti e 100 carabinieri in più”. Ma il clima non si riscalda più di tanto. Anzi, il ministro e la sindaca concordano sul prossimo abbattimento di alcune ville del clan Casamonica. Poi Salvini se ne va, per il suo blitz a San Lorenzo. Nel vertice rimane Raggi, che torna a chiedere lo sgombero dello stabile occupato da 15 anni da CasaPound, movimento di estrema destra con cui in passato Salvini ha tenuto anche manifestazioni. La sindaca sostiene che lo sgombero “sarebbe un bel segnale per la città”. Ma il leghista in giornata fa trapelare il suo scetticismo. “Ci sono almeno altri quattro sgomberi più urgenti, palazzi pericolanti”, ragiona con i suoi.

E anche nel vertice le autorità fanno capire che per un eventuale sgombero dell’immobile bisognerà rispettare tutte le procedure previste. Nessuna irruzione con la forza, insomma. Mentre si dilata la distanza tra il Salvini che a San Lorenzo promette di “tornare con la ruspa” e la Raggi, che annuncia il divieto di consumo alcolici in strada dalle 21 in tutta la zona. Ma la sindaca pensa anche di applicare il modello di sicurezza già adottato per un altro quartiere della movida, il Pigneto, con i cittadini che potranno segnalare via sms alla polizia spacciatori o eventi sospetti. Però sullo sfondo rimane la tensione con il Carroccio.

E non a caso in serata si muove Luigi Di Maio, il capo politico, con una lunga nota sulla vicenda di Desirée. “Bisogna agire in maniera tempestiva ma differente, ed è necessario intervenire al più presto con un decreto per ampliare i poteri del sindaco di Roma e dotarlo degli strumenti adatti per affrontare la capitale e i suoi problemi” scrive il vicepremier. Che ricorda: “La legge per Roma Capitale è nel contratto di governo”. Un piccolo stop all’alleato Salvini.

Roma, via dei Lucani. Nello stato autonomo dell’abbrutimento

Arriva Matteo Salvini e a San Lorenzo c’è chi lo accoglie al grido di “sciacallo vattene”. Qui, in questo antico polmone popolare di Roma, è morta Desirée, 16 anni, risucchiata nell’inferno di via dei Lucani. Dodicimila metri quadri di degrado. Il regno di spacciatori nigeriani. L’ultimo rifugio di sbandati senza casa. Piccolo Stato autonomo dell’abbrutimento totale, dentro uno Stato che del quartiere distrutto dai bombardamenti del 1943 se ne è ampiamente sbattuto da anni. Sono poco più di cento i ragazzi e le ragazze che in compagnia di anziani abitanti del quartiere, contestano Salvini. “Pezzo di m., vattene”. “Sciacallo sei qui per speculare”. C’è anche chi lo applaude. “Forza Matteo, ordine, ce volevi tu”. Una piccola folla che cerca di darsi un tono e coraggio: “Semo in cinque ma semo tutti con te”.

Il ministro, giacca blu elettrico e stemma della Lega appuntato sul bavero, ha passato la mattinata a polemizzare e promettere. “Arriverò a San Lorenzo con la ruspa”, annuncia prima di far capire alla sindaca Raggi che presto si prenderà anche Roma. Vuole andare al cancello d’ingresso di quell’inferno metropolitano pieno di striscioni chiarissimi. “Avete creato il vuoto e intervenite solo dopo le tragedie”. “No alla strumentalizzazione sul corpo di Desirée”. Spinge il ministro, ma non ce la fa. È bloccato. Va via. Ma prima lancia un minaccioso messaggio ai contestatori, “che proteggono delinquenti e spacciatori, loro e chi la pensa come loro avranno la nostra attenzione”. Fine della mattinata. Qualche ora dopo, il ministro tornerà per deporre una rosa ai bordi del cancello.

“La sceneggiata è finita, tra una settimana tutto tornerà come prima”. Il signor Mauro Iori ha settant’anni ed è nato e invecchiato tra queste antiche mura. “Vedi quest’ammasso di macerie dove è morta la povera ragazza? Qui una volta c’erano officine, laboratori artigiani. La gente lavorava fino a sera. Poi sono arrivati i palazzinari e questo è il risultato. Abbiamo denunciato la situazione mille volte a sindaci, questori e prefetti. Non hanno fatto nulla”. San Lorenzo anarchica e ribelle, dove si proteggono ladri e spacciatori? Risponde Gigetto, storico frequentatore dei centri sociali della zona. “Nun sanno un cazzo e parlano. Quattro anni fa scendemmo in piazza proprio noi, quelli del 32, i compagni di Esc e del Nuovo cinema Palazzo, contro spaccio e degrado”. A settembre scorso, la scrittrice Melissa Panarello ha organizzato “Letti di fuori” a largo degli Osci. Una protesta contro la movida selvaggia e la musica a tutto volume: ognuno portava una sedia e un libro e occupava di silenzio la piazza. “Sul tema della lotta al degrado ci siamo da sempre”, mi dice Manuele Venturini, presidente del Comitato di Quartiere, “ma le istituzioni, sindaci, questori, prefetti, dove sono?”. “E ora Salvini viene a parlare di ruspe. Da anni chiediamo rigore contro il degrado, proprio per mantenere la nostra qualità di quartiere aperto e multietnico”.

Giriamo per San Lorenzo. Piazza dell’Immacolata è bellissima sovrastata com’è dalla Chiesa voluta nel 1906 da Pio X. Di giorno si vive, la sera è una piazza di spaccio con i pusher e le “sentinelle”. “Passa na volante ogni tanto, ma nun serve”, mi dice sconsolata la cassiera di una pizzeria al taglio. La verità è che esistono due San Lorenzo: una vive di giorno la sua faticosa normalità, l’altra ha il colore nero della notte. I rumori insopportabili della movida low cost, le voci rese sguaiate dall’alcol a poco prezzo, il “famose n’antro shottino”. E la droga. Poca erba, tanta cocaina ed eroina. Giriamo per il quartiere e arriviamo in Piazza dei Sanniti. C’è ancora “Pommidoro”, la trattoria dove Pier Paolo Pasolini consumò la sua ultima cena. Pagò con un assegno di 11 mila lire che non fu mai incassato. Dopo l’omicidio, il proprietario Aldo Bravi lo incorniciò e lo espose nel salone.

A poche centinaia di metri, in via dei Taurini, c’era l’Unità. Vecchie foto ingiallite di San Lorenzo dei tempi andati. Oggi i cellulari fissano le immagini di quei 12mila metri quadri di schifo in via dei Lucani. Dove Desirée è morta. Uccisa dalla droga, dalla violenza e dall’abbandono. Ma anche da anni di indifferenza e parole vuote.

La legittima difesa è sempre presunta, via libera alla Camera

La legittima difesa, provvedimento bandiera della Lega, ha avuto il via libera in prima lettura al Senato con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un astenuto e ora passa alla Camera. L’articolo 1 modifica l’articolo 52 del codice penale e introduce la parola “sempre”. Quindi la legittima difesa, di fatto, è sempre presunta, ovvero si riconosce sempre – nei casi dettati dalla legge – la proporzione tra offesa e difesa. Il testo della riforma recita: si riconosce “sempre” la sussistenza della proporzionalità tra offesa e difesa “se taluno legittimamente presente nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi”, “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”. Non solo. L’articolo 1 del ddl allarga anche le situazioni in cui viene esclusa la punibilità: non è necessario che il ladro abbia un’arma in mano, è sufficiente la sola minaccia di utilizzare un’arma Un testo che allarma l’Associazione nazionale magistrati e bocciato anche da molti giuristi. Anche se la stessa Anm riconosce che ci sono stati miglioramenti nel testo definitivo.

La ragazza di provincia che sembrava aver vissuto più dei suoi 16 anni

A sentirla raccontare da amici, compagni di scuola, vicini di casa, la vita di Desirèe sembra ben più lunga dei suoi sedici anni. Troppo, troppo pochi per morire ancora non si sa come in un edificio abbandonato a Roma, eppure abbastanza, nel suo caso, per aver sofferto patemi familiari e personali che oggi, sapendo com’è finita, suonano come la peggior premessa per la vita di un’adolescente. All’istituto San Benedetto di Latina, dove Desireè l’anno scorso frequentava l’indirizzo alberghiero, sfilano silenziosi docenti e personale della segreteria. Qualcuno fa finta di niente, dice di aver appreso in giornata dal preside la notizia della morte di un’ex alunna. I ragazzi, invece, si fermano. Un’ex compagna di classe racconta di come fosse riservata e persino schiva, quasi mai con la voglia di confidarsi.

Eppure, ammette una ragazza dell’istituto, non era difficile intuire che avesse dei problemi. Sigarette sì, alcol sì, canne pure, magari nel cortile di scuola. “Ma chi non lo fa? Mica ti immagini finisca così”, allarga le braccia un alunno. E figurarsi se potevano immaginarlo in via Procida, zona residenziale a Cisterna Latina appena dietro ai palazzoni popolari. Lì, al civico 18, Desirèe viveva con i nonni, la madre e la sorellina piccola. Ieri, per volere della famiglia, vigili e polizia hanno sorvegliato tutto il pomeriggio l’ingresso della casa, lasciando entrare soltanto alcuni amici arrivati a dar conforto ai Mariottini.

Il nonno Ottavio, storico dirigente della Cisl locale, in paese è conosciuto da tutti. Insieme alla moglie Patrizia ha aiutato Barbara, la mamma di Desirèe di cui la ragazza ha tenuto il cognome, nel momento della separazione dal marito e padre della giovane, Gianluca Zuccheddu. Vita difficile, quella di Zuccheddu, dentro e fuori dal carcere per vicende di droga – nel 2014 era stato condannato all’obbligo di soggiorno a Cisterna per tre anni – e recentemente denunciato dalla ex moglie per stalking. “Gianluca ha mille problemi – giura un commerciante del paese – ma alla figlia non ha mai fatto mancare nulla”. Qualche mese fa, per tentare di proteggerla, si era rivolto insieme alla moglie ai servizi sociali, denunciando le difficoltà di Desirée con la droga. La ragazza però, raccontano in paese, non aveva reagito bene, rifiutando l’aiuto degli specialisti.

Storia recente e già così lontana da quel 2016, quando assieme a tre compagni di classe dell’istituto Cattaneo di Cisterna Desirèe era stata premiata dal sindaco e da Aido (l’associazione italiana per la donazione degli organi) per la vittoria del concorso “Donare è…”. A convincere la giuria era stato video di quattro minuti realizzato in stile cartoon, con un bambino stilizzato che andando in cielo svanisce, ma dona il proprio cuore a un altro ragazzo rivivendo così in lui. “Donare è vita”, si leggeva nel filmato prima delle firme. E prima che tutto precipitasse.

Desirée, buchi nell’indagine e denunce inutili sullo spaccio

Almeno otto segnalazioni in sette mesi. Denunce puntualmente presentate al tavolo per la sicurezza dei municipi del centro di Roma, coordinato dalla Prefettura. Il tutto senza alcun effetto visibile. L’ultima riunione si era svolta proprio pochi giorni prima della morte di Desirée Mariottini, avvenuta nella notte fra giovedì e venerdì. Una zona franca, nel cuore della Capitale, cui il Municipio II di Roma – che si estende dall’universitaria San Lorenzo fino agli altolocati Parioli – voleva porre fine.

Il primo di questi verbali è stato consegnato alle forze dell’ordine riunite il 12 aprile. Nel testo, dettagliati, venivano descritte le situazioni “di grave pericolo per la sicurezza dei cittadini” e la pericolosa assenza di interventi di bonifica seguenti gli sgomberi periodicamente effettuati. “Tutte denunce ignorate” arriva oggi a dire, con una certa rabbia, l’assessore municipale all’Ambiente, Rino Fabiano. Una situazione di completa anarchia in un ex complesso abbandonato che si estende fra via dei Lucani, via di Porta Labicana e lo Scalo San Lorenzo. “Se si fossero prese anche solo in considerazione le nostre denunce, magari avremmo potuto salvare una giovane vita”, attacca Fabiano. Eppure, quel gigantesco complesso post-industriale, presidiato solo da un carrozziere, un ombrellaio e un locale piuttosto noto fra gli universitari, da anni è meta e riparo di una sub società fatta di sbandati, senzatetto e spacciatori soprattutto di crack, eroina e “pasticche”.

In gran parte africani, ma non solo: ultimamente vi si erano trasferiti anche alcuni “sbandati” fra quelli che abitavano un edificio del quartiere periferico di Tor Cervara, sgomberato nei giorni scorsi dal Comune su ordine della Prefettura. Un luogo che, secondo fonti investigative, la povera Desirée aveva già frequentato in passato.

Quella notte, secondo la ricostruzione degli inquirenti, c’erano almeno una decina di persone insieme alla 16enne di Cisterna di Latina. Sei di loro, una “amica” conosciuta proprio lì settimane prima – quella che ha chiamato due volte il 118 da un telefono pubblico a tragedia già consumata – un’altra giovane italiana e quattro ragazzi africani, sono stati interrogati ieri presso la sede della Questura di Roma. “Ma non ci sono fermati o sospettati”, fanno sapere fonti investigative. Solo persone “informate sui fatti”, insomma. Sulla morte per overdose non sembrano esserci dubbi (saranno gli esami tossicologici a definire quali sostanze abbiano ucciso la ragazzina), il rapporto sessuale completo c’è stato, mentre i “presunti” abusi secondo le stesse fonti potrebbero essere stati consumati quando Desirée non era già più cosciente.

Va detto che la famiglia di Desirée – la madre è una dipendente della Regione Lazio – rifiuta fortemente, attraverso il suo avvocato Valerio Masci, alcuni dettagli, come il fatto che la 16enne fosse solita assumere stupefacenti, ritenendo più attendibile l’ipotesi che la ragazza si trovasse lì per recuperare il tablet che le era stato scippato “e che non è stato mai ritrovato”.

Un’ipotesi che potrebbe coincidere con i racconti di quartiere, che individuano gli spazi di via dei Lucani come un posto dove “recuperare su cauzione le cose rubate, dai telefonini ai motorini”. E va detto che, indiscrezioni di indagine a parte, non vi è al momento alcun elemento che possa far definire la ragazza come “tossicodipendente”, nemmeno l’identificazione per il possesso di uno spinello avvenuto nei mesi scorsi a Cisterna di Latina e che avrebbe spinto Desirée a fornire generalità false (nome inventato e l’età di 25 anni). Un particolare importante che ha per almeno 24 ore ha mandato fuori strada gli uomini del Commissariato San Lorenzo, prima che gli stessi arrivassero a incrociare i fatti con la denuncia di scomparsa, avanzata dai nonni il giovedì notte. “Ho perso l’autobus, resto da un’amica”, aveva detto alla nonna.

Intanto, dopo il ragazzo senegalese che sabato mattina ha dato una svolta alle indagini recandosi al Commissariato San Lorenzo su consiglio di alcuni abitanti del quartiere, spunta un altro testimone. Un italiano, anonimo, che ha parlato a Storie Italiane (Rai1). “Abbiamo giocato, abbiamo scherzato – ha raccontato -. Siamo andati a prendere una birra. Aveva detto che aveva litigato con la famiglia ma che sarebbe tornata a casa”. Poi, “tra le tre e mezza e le quattro e un quarto di mercoledì” l’avrebbe salutata e lasciata “in via dei Lucani, proprio là davanti”. Secondo il racconto, la ragazza sarebbe stata sola, alla ricerca del cellulare rubato. “Con lei non c’era nessuno”, ha detto l’anonimo, “contro la mia volontà io l’ho lasciata là. Non potevo portarla via a forza. Era ancora in giro perché le avevano rubato il telefono in piazza”.

Manovra, Mélenchon all’Ue: “Espropriata la sovranità italiana”

“Io preferisco difendere la sovranità popolare e il governo italiano. Per la prima volta la Commissione se la prende con il budget votato dal Parlamento di uno Stato che rispetta i trattati. Si capisce che è una espropriazione della sovranità dei popoli. Possiamo condannare le scelte politiche degli italiani, ma hanno il diritto di decidere quello che è il bene del loro Paese”. Così Jean-Luc Mélenchon, il leader di France Insoumise (la sinistra radicale d’Oltralpe), a poche ore dalla bocciatura della manovra Lega-M5S da parte dell’Ue ha aperto un fronte a sinistra in difesa dell’esecutivo italiano all’interno dello stesso Parlamento europeo.

Riunita a Strasburgo durante una plenaria, anche Gabrielle Zimmer, esponente della Die Linke e portavoce della Sinistra unitariaSinistra verde, ha sollevato perplessità sulla scelta della commissione Ue intervenendo in favore dell’Italia.

Per l’eurodeputata tedesca “anche gli studenti più volenterosi, cosa che non si può dire di Matteo Salvini, non possono fare il compito giusto se il compito non viene formulato in modo corretto”.

Putin: “Noi ci fidiamo di Roma. L’economia italiana ha basi solide”

“Sappiamo che l’economia italiana ha delle basi molto solide, noi ci fidiamo di quanto sta facendo il governo italiano e siamo sicuri che i problemi saranno risolti”. È quanto ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin, parlando delle tensioni tra Roma e Bruxelles sulla manovra, bocciata dalla Commissione europea. Il presidente russo, al termine dell’incontro a Mosca con il premier Giuseppe Conte, nella sua prima visita ufficiale, ha anche spiegato che “non ci sono remore di carattere politico sull’acquisto dei titoli di stato italiani dal fondo sovrano russo, sebbene oggi non ne abbiamo discusso”. “Non siamo venuti qui a chiedere alla Russia di comprare i titoli italiani attraverso il suo fondo sovrano”, ha aggiunto il premier Conte, notando che l’economia italiana è “forte” e che questo “ci viene riconosciuto più all’estero che in patria”. “Se poi – ha rimarcato con un sorriso il presidente del Consiglio italiano – il fondo volesse davvero comprarli farebbe un affare”. Insomma, nessun mistero, nessun intrigo, solo valutazioni di natura “tecnica”.

L’alternativa tedesca: assunzioni massicce e nuovo sistema d’istruzione professionale

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio hanno detto di voler riformare i centri per l’impiego italiani in modo da farli assomigliare a quelli tedeschi. L’idea di “copiare” dalla Germania, dove il sistema nato nel 2004 con il Piano Hartz funziona, è condivisa da chi si occupa di servizi per il lavoro; tutti gli esperti, però, la giudicano troppo ambiziosa, e con tempi lunghi.

La Germania ha un’agenzia federale, la Bundesagentur für Arbeit, che gestisce 156 agenzie per il lavoro con 647 filiali sul territorio. A queste si aggiungono 408 job center (105 dei quali in mano alle municipalità). “Gli operatori – spiega Francesco Duraccio, segretario dell’Ordine consulenti del lavoro – sono 110 mila, in Italia solo 8 mila”. Mentre Berlino investe 11 miliardi di euro, nei nostri 536 centri per l’impiego lo stanziamento si ferma a 750 milioni. Il governo Conte vuole aggiungere un miliardo di euro. “Con questo finanziamento – fa notare Luigi Oliveri, dirigente della Provincia di Verona – si possono assumere 30 mila nuovi addetti”. E poi bisognerebbe formarli, aggiunge Oliveri, “migliorare le strutture, sistemare la rete informativa, ci vogliono due o tre anni”.

Deve cambiare anche la qualità del servizio offerto ai disoccupati che cercano lavoro. “Gli operatori dell’agenzia nazionale tedesca non compilano solo scartoffie”, afferma Gianni Bocchieri, docente di Politiche del lavoro all’Università di Bergamo e direttore generale del servizio Formazione e Lavoro in Regione Lombardia. “In Germania i disoccupati vengono presi in carico e seguiti giorno per giorno con un tutoraggio di stampo teutonico”.

L’incrocio fra domanda e offerta di lavoro in Germania non avviene solo grazie all’efficienza dei centri per l’impiego, ma è costruito a monte. “I servizi del lavoro tedeschi hanno dietro un sistema educativo e formativo funzionale ai bisogni del mercato del lavoro”, ricorda Michele Tiraboschi, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, nonché coordinatore scientifico dell’associazione Adapt. “La funzione dei centri per l’impiego è agevolata dal fatto che si collocano persone che il mercato richiede e che la scuola ha preparato per questo. I tedeschi hanno un sistema duale, l’apprendistato a 15 anni, la vera alternanza scuola-lavoro. In Italia invece ti laurei a 25 anni con una formazione nozionistica, ti offrono un falso tirocinio, un contratto a termine e ti demoralizzi”.

In Germania il soggetto che eroga l’assegno di sostegno (omologo di quello che sarà il nostro reddito di cittadinanza) o il classico sussidio di disoccupazione (la nostra Naspi) è lo stesso che poi segue il disoccupato nel percorso di inserimento. Tant’è che a chi non rispetta questa condizione viene gradualmente ridotto l’importo. Così e è facile accertarsi che chi riceve il contributo si stia effettivamente dando da fare per cercare un lavoro. Anche in Italia il governo stabilità che il reddito di cittadinanza sarà revocato per chi non seguirà il percorso di inserimento o rifiuterà più di tre proposte. Ma qui a pagare i sussidi è l’Inps, mentre le politiche attive sono gestite dall’agenzia Anpal a livello nazionale con i centri per l’impiego sul territorio (che dipendono dalle Regioni). Quindi i controlli sono più macchinosi.

Secondo il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte, anche in Italia si potrebbe far passare in capo all’agenzia quella funzione oggi svolta dall’ente di previdenza: “Si tratterebbe di prendere un pezzo di Inps – dice Del Conte – e metterlo in filiera con l’Anpal”.