“Condono beffa. Punisce chi evade e salva chi froda”

Dopo la denuncia del Fatto tutti gli esperti sono concordi. Con quel codicillo infilato nell’articolo 9 del decreto fiscale, varato dal governo dopo le proteste del vicepremier Luigi Di Maio contro la precedente versione, si chiude la strada a tutti coloro che tentino di riciclare con il condono somme frutto di reati. Tutti tranne i responsabili di frode fiscale e di emissione di fatture false. Il Sole 24 Ore evidenziava ieri perfino la necessità di allargare la sanatoria anche al reato di falso in bilancio: se si legalizza la dichiarazione fraudolenta – si argomenta – occorre sanare anche la contabilità dove è stata registrata. I responsabili Cinquestelle che seguono nel governo le questioni fiscali, interpellati dal Fatto per ottenere un’interpretazione autentica della norma, non commentano. E i dubbi che con l’ambiguità e le contraddizioni del testo e con le possibilità offerte dall’impianto generale della norma si aprano anche varchi a una sorta di riciclaggio di Stato, aumentano.

“Il comma è scritto in maniera strana, si infila in un inciso il riferimento a due articoli di legge per ottenere una norma di esclusione”, annota Francesco Giuliani, avvocato tributarista e partner dello studio Fantozzi associati. “Inserire una previsione così importante in quella forma è anomalo, non so se questo comporti che siano automaticamente condonabili, ma leggendo il dubbio viene”, aggiunge Giuliani, che osserva come “l’attestazione fraudolenta finalizzata a trarre in inganno l’Amministrazione finanziaria di fatto è sanzionata in modo meno severo rispetto all’omessa e all’infedele dichiarazione, bisogna interrogarsi anche sulla motivazione che ha spinto il legislatore a escludere dalla sanzione e ad ammettere agli sconti del condono i proventi di reati così gravi”.

Il commercialista Gian Gaetano Bellavia, da anni consulente in materia di antiriciclaggio della Procura di Milano e gran parte di quelle del Nord Italia, punta il dito su una riga della norma che sembra lasciare aperta la possibilità di avvalersi del condono anche denunciando il semplice possesso di denaro contante: “Così si vanifica la normativa antiriciclaggio anche se la si richiama formalmente nel paragrafo successivo”. “Quel che è più grave – argomenta Bellavia – è che nel caso della fatturazione falsa e delle dichiarazioni fraudolente la finalità degli autori del delitto non è frodare un privato ma lo Stato, appropriandosi indebitamente dell’Iva dovuta” e con l’eventualità che già con le fatture false siano stati ripuliti proventi da attività illegali. Insomma, secondo il consulente delle Procure, esiste la possibilità concreta che le somme che riemergeranno grazie alla denuncia integrativa siano esse stesse “il corpo del reato” di fattispecie penali che in teoria sono escluse dallo stesso comma 9. Non si può cioè escludere che con le frodi fiscali si condonino proventi da riciclaggio. “Com’è previsto dal diritto e dal buon senso, quel che è stato rubato, che sia una bicicletta o 100 mila euro di versamenti Iva, non è proprietà del ladro ma deve tornare al legittimo proprietario” chiosa Bellavia.

Nel silenzio della maggioranza si è alzata la voce, isolata, dell’ex presidente della Commissione Bilancio della Camera, il dem Francesco Boccia. Nel decreto fiscale, spiega, “c’è una grande porcheria perché nei limiti quantitativi di ammissibilità della dichiarazione integrativa c’è una indiretta copertura penale per i reati di dichiarazione fraudolenta con fatture false e artifici contabili. Se il governo è in buonafede sopprima il comma 9”.

Piano per il reddito in due mesi grazie alla app del Mississippi

Ieri pomeriggio nello Stato del Mississippi c’erano 52.690 lavori disponibili. Il tasso di disoccupazione è ormai basso anche in una zona da sempre poco dinamica degli Usa – il 4,7 per cento contro il 9,7 dell’Italia – ma chi cerca un posto può scaricare sullo smartphone la app Ms Works. Crea l’account, inserisce i dati, le qualifiche, digita il lavoro che sta cercando, per esempio “contabile”, e trova le offerte. Se è interessato clicca e scopre qual è la sua percentuale di compatibilità. Se è bassa, diciamo 50 per cento, basta un altro clic per richiedere l’appuntamento al centro per l’impiego dove potrà fare la formazione richiesta per candidarsi alla posizione, grazie al supporto di un navigator (un orientatore che gli darà consigli di carriera) e uno psicologo del lavoro che lo preparerà al colloquio e alla gestione dello stress. Questo è il sistema che il professor Mimmo Parisi della Mississippi State University vuole portare in Italia, ne discute direttamente con Luigi Di Maio e ora esiste un documento di lavoro che il governo sta studiando.

In Mississippi Parisi può contare sul suo centro di ricerca universitario, Nsparc, con oltre 150 persone che maneggiano la più preziosa delle risorse, i dati. Il successo del suo programma, adottato in tutto lo Stato e studiato nel resto degli Usa, è stato possibile grazie al supporto del governatore del Mississippi – oggi Phil Bryant, repubblicano – che ci ha creduto perché ha capito che poteva essere decisivo per affrontare il problema della disoccupazione. L’entusiasmo di Parisi deve aver contagiato anche Di Maio, perché il documento di lavoro promette di risolvere tutto in pochi mesi: il disoccupato – “Mario”, nella presentazione di Parisi – a gennaio-febbraio 2019 si informa sul sito da creare www.redditodicittadinanza.trovalavoro.gov.it, recupera tutti i documenti – incluso l’Isee per la condizione economica – e ad aprile, quando parte il sussidio, li carica sul sito facendo una foto con il suo cellulare, riceve un sms di conferma e due settimane dopo viene convocato al centro per l’impiego per un colloquio che verifica i requisiti e aggiorna i dettagli nella sua scheda nel sistema. A maggio, giusto in tempo per le elezioni europee, Mario riceve la card per spendere il suo reddito di cittadinanza. Dopo aver cercato una posizione nel settore ristorazione, a luglio Mario viene chiamato per cominciare a lavorare in un ristorante. A dicembre il centro per l’impiego lo ricontatta per aggiornare il suo piano di carriera.

Tutto questo può sembrare un po’ troppo ottimistico in un Paese in cui i centri per l’impiego di alcune Regioni come il Lazio ci mettono due anni – e non due settimane – a contattare i disoccupati che si sono iscritti in cerca di lavoro. Ma magari ha ragione Parisi, con la sua grinta americana, risorse e competenze ci sono e vanno solo messe in Rete.

Ci sono però alcune questioni politiche che soltanto Di Maio può sciogliere. La prima riguarda i tempi: se le card arrivano ad aprile, anche ammesso che siano già pronte app, software e personale formato, ci vorrà qualche mese per raccogliere sul portale le prime offerte. Per diverso tempo, quindi, il reddito sarà davvero “di cittadinanza”, senza vincoli o con vincoli impossibili da rispettare. E questo per i Cinque Stelle può avere un costo politico.

Nella versione di Mimmo Parisi, inoltre, si affronta solo la questione dei disoccupati in cerca di formazione, ma non dei poveri bisognosi di assistenza. A oggi, con il Reddito di inclusione (Rei, che sarà inglobato in quello di cittadinanza), il primo passaggio è a livello comunale con una commissione che stabilisce se il beneficiario deve essere mandato a lavorare o se prima è necessario un percorso preliminare fatto di assistenti sociali, servizi sanitari, aiuti contro le dipendenze. Perché i poveri oggi esclusi dal welfare non sono tanto gli ex lavoratori ora disoccupati, ma persone senza competenze e condannate alla povertà da problemi strutturali, familiari non autosufficienti a carico, tossicodipendenze, disabilità. A loro la super app del job exchange può offrire ben poco.

Il terzo punto critico è stabilire chi fa cosa: le politiche attive del lavoro sono di competenza regionale, come i centri per l’impiego, l’agenzia che ha i fondi per gestirle (Anpal) è nazionale e i servizi sociali per i poveri sono comunali. Già con il Rei questo sistema ha funzionato di fatto solo a livello comunale. Il professor Parisi immagina dei super job center che coordinano gli attuali centri per l’impiego. Ma non sarà facile e i tempi rischiano di essere lunghi.

Moavero: “L’Italia valuta lo stop alle armi vendute ai sauditi”

L’Italia si allineerà probabilmente alla posizione della Germania sul blocco delle armi all’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero ha dichiarato che il governo sta “senz’altro valutando” la possibilità di bloccare la fornitura di armi all’Arabia Saudita dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, come ha già fatto la Germania nei giorni scorsi. “Peraltro – ha precisato il ministro – non sono a conoscenza di situazioni specifiche riguardo a forniture in corso. Quindi valuteremo anche la questione alla luce di questo caso”. A margine dell’apertura della conferenza interministeriale Italia-Africa, parlando dell’assassinio del giornalista saudita, Moavero ha aggiunto: “Ieri insieme agli altri Paesi del G7 abbiamo fatto un altro appello perché sia fatta chiarezza su questa questione terribile”. “Penso – ha sottolineato – che i cittadini di vari Paesi abbiano pienamente diritto di sapere la verità”. Lunedì il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier aveva sostenuto l’opportunità per le nazioni europee di prendere una “posizione comune” sul blocco delle le esportazioni: “Solo quando tutte le nazioni europee saranno d’accordo questo farà leva su Ryad”.

Foa si prende altro tempo: slitta il Cda delle nomine per la guerra sui telegiornali

Le tensioni sulla Rai, interne ai partiti ma anche dentro l’azienda, si stanno scaricando sulle spalle di Marcello Foa. Accusato di temporeggiare nella convocazione del prossimo Cda, quello che procederà alle nomine dei direttori di reti e tg. Tutto era pronto, ma questa settimana la situazione si è impallata di nuovo sulla poltrona più importante: il Tg1. Dove, in quota 5 Stelle, sarebbe dovuta andare Giuseppina Paterniti, ex corrispondente Rai da Bruxelles. Il nome però non è gradito a Salvini (“siamo il primo governo con l’informazione Rai contro”, ha detto ieri il leghista) e non registra entusiasmi nemmeno in tutto il mondo pentastellato.

La resistenza del Carroccio a Paterniti ha provocato di rimando l’irritazione di Di Maio, che ha sollevato obiezioni su Gennaro Sangiuliano al Tg2. Il nodo, però, resta il Tg1, dove M5S ora dovrà ragionare su un altro nome. Il nuovo stallo ha però provocato la prima crepa tra Ad e presidente. Fabrizio Salini, infatti, vorrebbe stringere e avrebbe gradito la convocazione di un Cda domani, anche per mettere pressione ai partiti. Il presidente Foa – colui che ha il potere di convocare il Cda – pensa invece che il consiglio si debba tenere solo quando ci sarà un accordo completo. Quindi si andrà alla prossima settimana. Ma la mancata convocazione del Cda non ha innervosito solo Salini. Anche i consiglieri sono in fermento. “La Rai non è solo nomine. L’attività di gestione di un’azienda come la tv di Stato non può essere bloccata per una discussione infinita diventata terreno di scontro tra diverse fazioni della maggioranza”, ha scritto Rita Borioni in una lettera inviata a Foa e Salini.

La paralisi aziendale, del resto, è sotto gli occhi di tutti: in Viale Mazzini tutto è in stand by e non viene presa alcuna decisione. Quando invece tra un po’ ci saranno da presentare i palinsesti di primavera-estate. Infine, mentre il gruppo Pd a Strasburgo vuole portare Foa in tribunale per il “caso Soros”, in Vigilanza FdI ha chiesto di convocare in audizione Fabio Fazio per aver ospitato senza contraddittorio il sindaco di Riace, Mimmo Lucano.

Paterniti, l’europeista critica che piace al M5S

Giuseppina Paterniti ha scritto un libro, Lo Stivale di carta, sui pessimi affari per lo Stato con le cartolarizzazioni immobiliari nei primi anni Duemila. Un tema così complesso che neanche ci entra nei tweet di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Accolto con austero consenso negli studi di Saxa Rubra e per una volta con scarsi pettegolezzi, il nome di Paterniti – siciliana classe ’56 – resta valido per il Tg1 in epoca gialloverde su proposta dei Cinque Stelle.

Giuseppina è considerata “europeista” perché lavorava a Bruxelles come corrispondente per il Tg3, un telegiornale non proprio di rigore tedesco, almeno per la matrice comunista che l’ha generato. Con l’avvento di Mario Monti e dei tecnici, però, tutti si sono omologati.

Al contrario, Parteniti ha criticato spesso la trazione teutonica dell’Europa e l’atteggiamento prono dei commissari rispetto agli ordini di Angela Merkel, cioè la guida appaltata a un Paese forte anziché a un collettivo (seppur debole). Così Paterniti – a Bruxelles dal 2008, in tempi di falsa bonaccia – nei pezzi per il Tg3 si schierava con la Grecia: “La Germania vuole punire uno Stato per educarne cento”. E poi rammentava: il debito pubblico di Atene è un macigno soltanto per le banche tedesche. Quei racconti, chissà, la rendono adatta al Tg1 per la coppia Luigi&Matteo.

Qualche giorno fa, Paterniti ha incontrato Fabrizio Salini, l’amministratore delegato indicato a fine luglio dal governo, ma non ha conosciuto ancora il presidente leghista Marcello Foa, che col trascorrere dei giorni – e dei fantastici sondaggi per il Carroccio – diventa sempre più influente in Viale Mazzini. Anche se le differenze non si notano, la Rai è ferma da tre mesi aspettando l’ennesima lottizzazione e le trattative per incastrare decine di poltrone continuano, ragion per cui Paterniti potrebbe rimanere al Tgr con l’incarico di vicedirettore con la delega alle sedi regionali di Lazio, Abruzzo e Sicilia e al portale unico. Giuseppina ha una carriera interna al servizio pubblico con una dozzina di anni da precaria, un programma di geografia (Atlante), presentatrice di trasmissioni per ragazzi, un sodalizio con Piero Chiambretti a Big!, lunga esperienza alla redazione economica del Tg3 e al sindacato Usigrai. Poi alla vigilia del ritorno di Silvio Berlusconi a Chigi e in Rai, nel 2008, Paterniti chiede al direttore Antonio Di Bella di “emigrare” e si prende la sede di Bruxelles.

Allora l’Unione europea era quasi impercettibile, un palcoscenico secondario per un giornalista italiano, finché la recessione non l’ha trasformata – e qui lo sguardo è salviniano – nel severo ragioniere dei conti. Ora va spiegato a Salvini che Paterniti non è sovranista, ma neanche europeista inflessibile.

“Quando sono partita per Bruxelles, una mia collega mi disse: ‘Adesso potrai stare tranquilla – ha ricordato in un’intervista a Marco Frongia – ogni tanto ti metterai a scrivere un libro, perché noi più di qualche pezzo al mese non ti prenderemo’. Dopo è scoppiata la crisi. E la crisi ha fatto emergere la necessità di avere più Europa e io ho passato giorni interi al chiodo per seguire tutti i passaggi di quelli che erano gli allarmi, ma anche di questo faticosissimo processo di costruzione”. Un po’ come le nomine Rai.

L’ultimo socialista francese in guerra contro i populisti

Nei suoi primi 61 anni di vita, Pierre Moscovici sembra essersi impegnato molto a rispettare tutti i cliché: da figlio dell’élite intellettuale – genitori: lo psicologo sociale Serge Moscovici e la psicanalista femminista Marie Bromberg – ha studiato prima a Sciences Po e poi all’Ena, la scuola d’amministrazione che forma la classe dirigente; da europeista non ha mai esitato a usare (e poi lasciare) le cariche europee come strumento per ambizioni di politica interna francese; da socialista ha sempre cercato più il consenso della rive gauche intellettuale parigina che delle masse popolari e, come da tradizione socialista, si è concesso una vita privata vivace all’altezza di quella del suo ex capo François Hollande (prima la fidanzata Marie-Charline Pacquot, giovane filosofa, 30 anni di meno, relazione scoperta da un settimanale di gossip, poi la funzionaria del ministero dove lavorava, Anne-Michelle Basteri, 22 anni di meno, ora sua moglie).

L’ultimo dei cliché cui Moscovici ha scelto di aderire è quello dell’eurocrate che sfida i populisti in nome dell’austerità, campione di quell’Europa delle regole che oggi gode di così cattiva fama. E allora, nei suoi ultimi mesi da commissario agli Affari economici e monetari, non si limita a contestare all’Italia le conclamate violazioni degli impegni su debito e deficit, ma aggiunge un di più di insulti, soprattutto a Matteo Salvini e agli altri “piccoli Mussolini” del continente.

Di tutte le cose che gli contestano in questi giorni, una almeno è ingiusta: il rigore ha provato ad applicarlo anche in patria. È diventato ministro delle Finanze di Hollande nel 2012 e ha portato il rapporto tra deficit e Pil dal 5,2 per cento del 2011 al 5 nel 2012, al 4,1 nel 2013 (il deficit della Francia, a differenza di quanto raccontano tanti anche in Italia, si sta riducendo da anni, nel 2017 è arrivato al 2,7 per cento). Ma questo non è bastato a fermare l’aumento del debito, passato dall’87,8 per cento del 2011 al 98,5 del 2015, comunque più basso del 130,8 dell’Italia ma ingombrante.

Per capire Moscovici bisogna partire dalla fine, dal 4 ottobre, quando ha annunciato di non voler correre come presidente della Commissione Ue per il Partito socialista europeo nel 2019. Il discorso è pubblicato sul suo blog sotto il sobrio titolo “Salvare l’Europa”. Come sempre, nelle mosse europee di Moscovici – che si picca di essere nato nel 1957, lo stesso anno della Comunità europea – la spiegazione è tutta francese: il suo Partito socialista è stato troppo ambiguo, “non possiamo guardare allo stesso tempo a Jean-Luc Mélenchon (il sovranista di sinistra in Francia, ndr) e ai miei amici Pedro Sánchez, Antonio Costa o Alexis Tsipras”; vuole opporsi alle nuove destre protezioniste, ma ha contestato i trattati commerciali con Usa (Ttip) e Canada (Ceta) che Moscovici invece difende: “Io non credo alla sinistra che vuole rompere con l’Europa o nell’illusione di costruire un’altra Europa, questa è vecchia retorica (…) la maggior parte degli elettori che hanno abbandonato i socialisti nel 2017 non lo ha fatto perché erano troppo europeisti, ma perché lo erano troppo poco”.

Nessuno glielo aveva chiesto formalmente, ma Moscovici annuncia di non voler fare lo Spitzenkandidat socialista (cioè il candidato alla Commissione) anche perché i Socialisti europei si sono rinchiusi in uno “splendido isolamento” dopo la rottura della grande coalizione con il centrodestra del Ppe. In nome della lotta contro i sovranisti e i populisti, sostiene Moscovici, con il Ppe bisogna trattare. Soprattutto se si vuole partecipare alla spartizione delle poltrone nel 2019 quando ci sarà una grandissima coalizione con tutti dentro tranne gli euroscettici. Moscovici, pare ormai chiaro, in quella spartizione vuole avere un ruolo.

Anche perché in Francia il suo mondo sembra davvero finito, travolto dalla doppia avanzata di Emmanuel Macron e del suo populismo d’establishment e, dall’altro lato, da Marine Le Pen e Mélenchon. Per l’establishment socialista non resta molto, e di quell’establishment Moscovici è parte da sempre: nel 1984 finisce l’Ena e diventa membro del gruppo di esperti del Partito socialista, quando Lionel Jospin fa il ministro dell’Istruzione lo chiama al suo fianco come consigliere, nel 1994 viene eletto al Parlamento europeo, ma torna nel 1997 per diventare deputato all’Assemblea nazionale del dipartimento di Doubs e fare il ministro degli Affari europei del governo (socialista) Jospin. Poi continua a fare il deputato, con andata e ritorno tra Parlamento francese e Parlamento europeo.

Il suo riferimento tra i socialisti francesi era Dominique Strauss-Kahn, che difenderà anche dopo le accuse di stupro che gli costeranno le dimissioni dal Fondo monetario internazionale. In mancanza di DSK, Moscovici punta su Hollande, gli gestisce la campagna elettorale e in cambio riceve il ministero dell’Economia e delle finanze. Nei due anni a Bercy ottiene una nuova fidanzata e molte critiche. Anche dalla Commissione europea, con la quale in quei due anni Moscovici è incaricato di condurre un bluff dall’esito già scritto: promette di riportare il deficit sotto il 3 per cento del Pil ma poi rinvia sempre il momento (arriverà soltanto nel 2017). E ripete: “Non siamo l’anello debole d’Europa”.

Di sicuro Hollande si rivela l’anello debole dei partiti socialisti europei. Dopo le Europee 2014, che in Francia sono ricordate soprattutto per il trionfo del Front National e l’inizio della fine politica di Hollande (prima della stagione degli attentati che inizia a gennaio 2015), il presidente propone ad Angela Merkel una mossa spericolata. Anche se il Partito popolare è arrivato primo, e quindi tocca al suo candidato Jean Claude Juncker la guida della Commissione, i governi degli allora 28 Stati dovrebbero indicare proprio Moscovici come affermazione dei valori europeisti e sfida ai sovranisti. La Merkel non cede, la Commissione va a Juncker e Moscovici si prende il portafoglio degli Affari economici.

Negli anni dei governi Renzi-Gentiloni, sempre in nome del costruire un argine contro i populisti, Moscovici avalla la richiesta italiana di avere più flessibilità: 30 miliardi di euro, finiti poi in bonus (80 euro) e poco altro.

Ora, nella fase finale del suo mandato, imita il predecessore Olli Rehn, falco del rigore contabile, che tra fine 2013 e inizio 2014 fece la sua campagna elettorale per il Parlamento europeo anche sullo scontro con l’Italia, le cui deviazioni dagli obiettivi di deficit sono molto malviste nella sua Finlandia. Rehn poi è diventato vicepresidente del Parlamento Ue e ministro in patria. Moscovici chissà.

Il ministro attacca Casalino, i 5 Stelle: “Faccia pulizia al Mef”

L’onda lunga dell’audio rubato a Rocco Casalino porta a un nuovo scontro tra Giovanni Tria e i Cinque Stelle. Ieri il ministro dell’Economia ha rilasciato un’intervista a Famiglia Cristiana, che gli ha chiesto dell’audio in cui il portavoce del presidente del Consiglio attaccava i tecnici del Mef . “Se per caso – disse Casalino – dovesse venir fuori che i soldi non li abbiamo trovati (per il reddito di cittadinanza, ndr) nel 2019 ci concentreremo a far fuori tutti questi pezzi di merda del Mef, ci sarà una megavendetta”. Frasi su cui Tria ieri si è espresso così: “Non desidero commentare volgarità e minacce contro funzionari dello Stato, specie se questi ricoprono una funzione di garanzia e indipendenza universalmente riconosciuta e prevista dall’ordinamento”. E a stretto giro di posta, è arrivata la replica del M5S: “Non si trattava affatto di minacce, ma Casalino riportava quella che è la linea del Movimento, perché tutto il M5S è convinto che alcuni tecnici del Mef non svolgono il proprio ruolo con indipendenza e professionalità. Ci sorprende che Tria invece di fare valutazioni di merito e pulizia nel suo ministero li difenda a prescindere”. E ha parlato anche Conte, ribadendo “la mia piena fiducia in Casalino”.

Ciocca, lo scarparo leghista è un recordman del web

Il leghista che ha timbrato con la suola della sua scarpa “made in Italy” la relazione dell’“euroimbecille” Pierre Moscovici è in tutta apparenza un europeones: un parlamentare di retroguardia a Strasburgo che sfrutta un palcoscenico improvvisato per il suo quarto d’ora di notorietà.

E invece l’onorevole Angelo Ciocca è tutt’altro che uno sconosciuto: con i suoi 254 mila follower su Facebook è il terzo politico della Lega sul web, più di lui ne hanno soltanto Matteo Salvini e Luca Zaia. Questo pubblico numeroso e affezionato non si è raccolto sulla sua pagina a causa dell’eroica pedata alla burocrazia europea: erano già tutti lì, la fanbase di Ciocca è aumentata solo di 2 mila unità nell’ultima settimana.

Salvini l’ha rimproverato bonariamente, ma Ciocca pare molto consapevole del suo status. La scarpata è un nuovo distintivo, un gesto già messo a profitto: nell’immagine profilo della sopracitata pagina Facebook posa con l’italica suola (numero 41) in bella vista. Chiaramente non è pentito: “Ho fatto quello che avrebbero fatto molti italiani”, ripete nel lungo giro d’interviste, ora che i media tradizionali si sono accorti di lui. “Il messaggio – spiega – è che adesso chi calpesta le nostre necessità deve fare i conti con noi, che non stiamo più in silenzio”.

Il nostro, cresciuto a San Genesio ed Uniti, provincia pavese che più leghista non si può, è conosciuto con doppio soprannome: “Bulldog” per tenacia politica e “Brad Pitt” per discutibile somiglianza. La scarpata è solo l’ultimo colpaccio, ecco un breve elenco incompleto delle “cioccate”: a luglio propone di applicare un collare elettrico ai detenuti dopo una sommossa nel carcere di Pavia; ad aprile sale al sesto pieno del Policlinico San Matteo (sempre Pavia) e presenta il conto a un albanese ferito durante una tentata rapina (“Ci sei costato 6.500 euro, devi tornare a casa tua, chiedi scusa agli italiani”); a febbraio entra in aula a Strasburgo con un orologio gigante per protestare contro l’abolizione dell’ora legale; nel 2014 prende a martellate una slot machine per protestare contro il gioco d’azzardo.

Fin qui il folklore. Poi ci sono i voti, quelli veri: alle Regionali lombarde del 2010 Ciocca è recordman con 18.910 preferenze (il “Trota” Renzo Bossi, per dire, ne prende 12.893). È l’anno del fattaccio: i Ros intercettano Ciocca con un uomo ritenuto il referente delle ’ndrine nella provincia pavese. La conversazione riguarda gli sforzi per far eleggere candidati graditi ai calabresi nelle Comunali di Pavia. I candidati in questione non vincono, mentre l’uomo con cui parla – Pino Neri – sarà arrestato e condannato: Ciocca non viene neanche indagato.

E nessuna indagine, ci mancherebbe, sul misterioso titolo di studi del pedatore leghista. In alcuni documenti sul web, l’eurodeputato risulterebbe laureato in Ingegneria civile presso l’Università nicaraguense Paulo Friere. L’ateneo non gode di gran fama: nel 2008 è stato coinvolto in un piccolo scandalo per aver elargito “almeno 54 titoli in diversi corsi di laurea a cittadini italiani che non hanno frequentato una singola lezione, che non parlano spagnolo e che non sono mai entrati nel Paese” (da un articolo di El Nuevo Diario). Le più recenti versioni del curriculum non riportano la laurea nicaraguense. A Un giorno da pecora, il nostro ha spiegato: “Andate sull’albo dei dottori commercialisti della provincia di Pavia e troverete un Angelo Ciocca, 1975, sono io. Ci tengo però a precisare che non esercito l’attività”.

In curriculum, quella sì, c’è una condanna della Corte dei Conti lombarda per danno erariale: “spese pazze” con i rimborsi da consigliere regionale (tra cui un doppio scontrino per l’acquisto di un unico tablet).

Lo spread preoccupa Tria: “Così non può stare a lungo”

Pessima giornata sui mercati e in particolare per i bancari. La situazione italiana è sotto gli occhi di tutti: lo spread tra Btp e Bund tedeschi a 10 anni supera i 320 punti con un rendimento teorico del 3,6% e il continuo calo del valore dei titoli di Stato italiani mette sotto stress le azioni delle nostre banche, che hanno parecchio debito pubblico a bilancio: tra le peggiori sul listino Bpm e Ubi (-4,76” e -4,14), a seguire si piazzano Intesa Sanpaolo (-3,44), Unicredit (-3,37) e Bper (-2,84%).

Maglia nera, però, è Monte dei Paschi (-5,58%), attesa sul mercato con un complicato bond subordinato per 200 milioni che fa parte del piano di consolidamento concordato con Bruxelles. Ovviamente l’andamento del settore del credito non può lasciare indifferente la Borsa: Milano ieri è stata la peggiore in Europa col suo -1,69%. Nonostante il governo abbia ribadito che non intende cambiare i saldi della manovra (cioè il deficit al 2,4% che ha scatenato la reazione di Bruxelles), ieri il ministro Giovanni Tria non ha potuto nascondere la preoccupazione: “Lo spread a 320 non è una febbre a 40, ma neppure a 37. È un livello che non possiamo considerare di mantenere troppo a lungo” e “pone un problema al sistema bancario”, ha detto a Porta a Porta prima di definire “superficiali” le valutazioni dell’Ue sul bilancio italiano ed “elettoralistici” i toni usati dai partner europei.

C’è, però, una situazione che invece in Italia pare poco considerata ed è quella che riguarda Deutsche Bank: ieri l’istituto tedesco, il più grosso d’Europa e uno dei maggiori rischi sistemici al mondo secondo un giudizio del Fmi del 2016, ha toccato i minimi storici alla Borsa di Francoforte chiudendo a 8,84 euro per azione, il 44% in meno rispetto a inizio anno con una capitalizzazione di soli 18,5 miliardi.

La banca ha comunicato ieri che il terzo trimestre 2018 si è chiuso con un calo del 65% degli utili netti (a 229 milioni) e del 46% di quelli lordi (506 milioni) con ricavi totali in calo del 9% (a 6,2 miliardi di euro), peggio delle stime degli analisti. Il peggior risultato dal 2010, ma il problema vero è nelle vendite e nel trading – da cui arriva metà del “fatturato”, fiore all’occhiello di Deutsche prima della crisi dei subprime e poi fonte di continui scandali e pesanti multe – che continua ad andare male (-15% secondo il Financial Times). L’ad Christian Sewing, a capo dell’istituto da aprile, ha ribadito le linee del piano industriale, che prevede soprattutto un taglio di costi e personale, ma – come ha scritto ieri Bloomberg – “gli investitori non stanno più comprando le chiacchiere” e sono preoccupati che la banca non riesca a invertire il corso tornando profittevole nel trading. La debolezza di Deutsche è una pessima notizia per il sistema tedesco e lo è ancor di più mentre la produzione industriale cala ben oltre le stime.

Sergio Chiamparino mette a disposizione gli impianti alpini

C’è ancora “uno spiraglio” non tanto per la candidatura ufficiale alle Olimpiadi 2026, quanto per mettere “a disposizione gli impianti del ghiaccio e dello sport alpino” che sono riferimenti sicuri per la comunità internazionale degli sport invernali “per rendere più forte la candidatura italiana”. A dirlo è stato il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, appoggiato da Giovanni Brasso, presidente della Sestrieres Spa che ha sottolineato che potrebbe “affittare” l’Oval e il Palaisozaki, facendo risparmiare “molti soldi” a chi i Giochi del 2026 dovrà organizzarli senza l’aiuto diretto del governo.

La candidatura di Torino dunque è tramontata, ma non tutto è perduto. Ieri, infatti, c’è stata una riunione tra i sindaci, Appendino compresa, per portare avanti un progetto di cooperazione con Milano-Cortina e il Coni in maniera da rientrare in gioco. Il nodo da sciogliere è la maniera per rimettersi in pista dopo aver rifiutato la proposta della candidatura a tre. Anche se il tempo per ripensarci sembra ormai scaduto.