Comica Serie B: il campionato a 22 o anche a 24

Afine ottobre, dopo due mesi dall’inizio della stagione e otto giornate già giocate, la Serie B scopre di non essere a 19 ma a 22 squadre, e potrebbe diventare addirittura a 24: il Tar ha accolto il ricorso di alcune delle società escluse (Pro Vercelli e Novara nello specifico, ma in ballo ci sono anche Siena, Catania e Ternana) e stabilito che la Figc non aveva diritto a bloccare i ripescaggi. È l’ultimo regalo del disastroso commissariamento del Coni al calcio italiano. C’è la firma del reggente Roberto Fabbricini sul provvedimento che di fatto ha rovinato la stagione.

In estate dopo i fallimenti di Bari, Avellino e Cesena, c’erano tre caselle da riempire. Le norme, infatti, non consentivano di cambiare il format senza preavviso, ma alla vigilia di Ferragosto il braccio destro di Malagò ha cambiato le regole, così da “tagliare” da un giorno all’altro 3 club. Ricorsi inevitabili. Nasce da lì il caos, su cui persino il sottosegretario Giorgetti è dovuto intervenire con un decreto d’urgenza che ha consentito alle società di rivolgersi al Tar, visto che Coni e Figc continuavano a fare melina con la giustizia sportiva. Così ieri il tribunale ha ripristinato la situazione precedente al 13 agosto: la delibera di Fabbricini è illegittima e quindi nulla, a oggi la Serie B è a 22. “Le regole valgono per tutti, anche per chi le scrive”, esulta Cesare Di Cintio, legale della Pro Vercelli. La decisione è cautelare ma avrà conseguenze immediate: impensabile aspettare l’udienza di merito del 26 marzo. La sentenza non sarà impugnata al Consiglio di Stato, bisogna decidere se tornare subito a 22 o tirar dritto con la formula attuale a 19 (come vorrebbe la Lega Serie B, che oggi si riunirà d’urgenza). Una frase del dispositivo, però, sembra far pendere la bilancia dalla parte dei ripescaggi: i danni per le escluse sarebbero di “entità difficilmente quantificabile”. Significa che se a marzo la sentenza di merito dovesse dargli torto, sulla Figc ricadrebbe un risarcimento astronomico: svariati milioni per club, 30-40 in totale, roba da portare i libri in tribunale. La Federazione non può permettersi il rischio di fallire.

Vanno riscritti i calendari (anche in Serie C, dove le escluse hanno già esordito; per recuperare il tempo perduto dovranno giocare ogni tre giorni, un disastro) e decise le squadre da ripescare: ci sono solo 3 posti per 5 ricorrenti, e in più il caso della Virtus Entella (retrocessa sul campo, ma si sarebbe salvata se il Cesena, colpevole di “plusvalenze false”, fosse stato penalizzato l’anno scorso).

Il presidente federale Gabriele Gravina – che quando era alla guida della Serie C si era detto contrario alla riduzione e ora che è stato eletto in Figc si ritrova il problema – vorrebbe almeno che la decisione chiudesse il contenzioso una volta per tutte: per questo, se il format a 22 non dovesse bastare, non è escluso nemmeno che si vada a 24. Sarebbe il capolavoro finale di Fabbricini, che ormai se n’è andato (il commissariamento è finito), e di Mauro Balata, presidente della Lega Serie B ancora al suo posto.

Rovine e fantasmi: lo Stato si è fermato a Camerino

L’inerzia della Repubblica esibisce le sue piaghe a Camerino, ma nessuno se ne accorge. Due anni sono passati dalle scosse di terremoto che hanno gravemente danneggiato una parte consistente del centro storico, ma quasi nulla è stato smosso di quel che era crollato, e valanghe di pietre giacciono indisturbate dove caddero allora, nell’apparente indifferenza delle istituzioni. Il danno è in generale meno grave che a L’Aquila o ad Amatrice, dato che Camerino è a 25 km dall’epicentro del sisma del 26 ottobre 2016, e a 40 km dall’epicentro del 31 ottobre. A quel che pare, qualcosa come il 30-40% degli edifici abitativi si potrebbero recuperare con poco sforzo, ma l’intero centro storico è diventato una città fantasma: vietato abitarvi, vietato entrarvi se non con speciali permessi, dato che a ogni porta della città vigila l’Esercito, impedendo l’ingresso a chiunque. Chi riesce a entrare è accolto da un silenzio spettrale: non ci sono, come a L’Aquila, impalcature di sostegno quasi a ogni edificio, ma i passi risuonano nel vuoto di un tessuto urbano di grande compattezza e dignità. Una dignità e una bellezza spese ormai nel deserto.

Inutili insegne segnalano invano ristoranti, banche, scuole, istituti universitari, uffici pubblici, studi medici o legali, bar, caserme dei carabinieri. Tutto in abbandono, tutto in disuso. Vanamente sui campanelli di case disabitate campeggiano ancora i nomi di chi vorrebbe tornarci, e non può. Non manca, nelle strade, qualche automobile distrutta dal crollo di un cornicione: dalle macerie che hanno sfondato il tetto, e che in due anni nessuno ha rimosso, spunta già la vegetazione, che finirà con l’inglobare l’auto facendone presto il reperto archeologico di una nuova Pompei. Senza Vesuvio, ma anche senza lo Stato.

Camerino non è una città qualsiasi: è forse la più piccola città universitaria d’Europa (ai 7000 abitanti si aggiungono altrettanti studenti) e ha alle spalle una storia notevolissima, che include la piccola ma vivace corte ducale dei Da Varano, la sede arcivescovile e una scuola di pittura locale che fu in grado di produrre nel Quattrocento dipinti di alta qualità, ancora in parte presenti in loco, assieme a opere di altri maestri, fra cui Tiepolo. Nulla di tutto ciò è visibile: chiusi il museo diocesano e il museo civico, la direttrice Barbara Mastrocola può mostrare a pochi eletti solo quattro opere (peraltro eccelse), ricoverate temporaneamente in una chiesetta moderna fuori del centro storico. Chiuse tutte le chiese, sbarrato il quattrocentesco Palazzo Ducale, che era diventato sede centrale dell’università.

Nulla sembra essersi mosso dal giorno del terremoto, in quelle stanze: i massi precipitati dall’alto ingombrano uno degli scaloni principali, e l’alto muro a secco che sorge lì accanto mostra tutte le sue ferite ma è stato lasciato tal quale, senza il minimo presidio, finché la prossima scossa di terremoto, anche minima, ne provocherà senza dubbio il crollo definitivo. Libri antichi e moderni ancora affollano gli scaffali, emergendo a stento dalla polvere che si accumula sui mobili, sui tavoli, nelle stanze, copre i divani, sfiora i resti di affreschi e le tele ancora appese al muro. Intanto chi abitava il centro storico si è trasferito altrove, in casette più o meno precarie (e antisismiche) o in altre città, e l’università resiste eroicamente, ma fuori dei meravigliosi edifici storici che la ospitavano, concentrando le poche risorse nella didattica e nella ricerca. Ma chi si è fermato a Camerino? Il tempo, come in un malvagio incantesimo, o le istituzioni? Dopo aver visitato il centro storico (con pochi amici, fra cui Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e Sismologia, a cui si devono le fotografie), nemmeno provo a chiedermi “di chi è la colpa”. Perché, pur senza nulla sapere, so una cosa essenziale: che le istituzioni, in questa notte della Repubblica, sono pronte a difendersi una per una, magari accusando le altre, con argomenti in apparenza ragionevoli. Perciò importa denunciare non singoli colpevoli, bensì l’esito netto e indubitabile di una situazione che pare senza sbocco: la totale paralisi di una città storica preziosa, la mancanza quasi totale di misure di consolidamento o di presidio strutturale, la rassegnazione diffusa fra i suoi abitanti, le nuove costruzioni che fatalmente sorgono tutto intorno mentre il prezioso centro storico viene lasciato al suo destino.

Dopo il terremoto di Napoli del 1980, Il Mattino titolò a piena pagina Fate presto!, e quella pagina fece il giro del mondo perché Andy Warhol vi costruì sopra un famoso trittico. Lo stesso dovremmo dire per Camerino, e in generale per i terremoti umbro-marchigiani degli ultimi anni: e infatti, citando il sisma di Napoli attraverso l’opera di Warhol, una mostra che si è svolta agli Uffizi nel 2017 ha avuto per titolo Facciamo presto! Tesori salvati, tesori da salvare (nelle Marche). Ma Camerino, a quel che pare, “non fa notizia” e tendiamo ormai a dimenticare (come quelli d’Abruzzo) anche questo terremoto. E vale la pena di riflettere sullo slittamento verbale, dal “fate!” del 1980, che si rivolgeva con qualche speranza alle istituzioni, a un desolato, disperante, solitario “facciamo!”. Perché se non si salva il centro storico, restituendogli gli abitanti che ne sono l’anima, è vano salvare singoli “tesori”. Perciò Facciamo presto!, anziché un grido impellente che sollecita le coscienze e impone una pronta azione, rischia di essere una vox clamantis in deserto, nelle macerie di una Repubblica che predica a parole il cambiamento, la legalità e la bellezza, ma anziché salvaguardare il proprio patrimonio culturale pratica, di governo in governo, una stessa irriducibile, colpevole, vile inerzia.

Capalbio spaccata sul tributo ad Asor

Poteva andare liscia. E invece no. Succede che Adalberto Sabbatini, uno dei titolari dell’Ultima Spiaggia, a Capalbio, si mette in testa di omaggiare Alberto Asor Rosa, che qui trascorre da trent’anni un pezzo d’estate. Così invita il sindaco, Luigi Bellumori, a indire una petizione tra i residenti per conferire la cittadinanza onoraria al professore e saggista. Perché “con le sue idee ha contribuito a mantenere la Maremma e Capalbio territori intatti dove rimangono alti i valori della cultura e del rispetto del territorio”. Asor Rosa si batté con forza, per esempio, contro l’autostrada che avrebbe dovuto sostituire l’Aurelia sottostante. Ma soprattutto è stato uno dei personaggi che hanno contribuito a trasformare Capalbio nella “piccola Atene”, il rifugio dell’intellighenzia di sinistra negli anni del berlusconismo imperante. Ora, però, l’iniziativa ha suscitato la levata di scudi dei gialloverdi capalbiesi. “Siamo contrari e, nel caso, faremo una contro-petizione!”, avvertono. Un tempo sarebbero stati presi a pernacchie, ma oggi, dopo il trionfo di Lega (24,7% in Senato) e 5Stelle (25,1% alla Camera) il 4 marzo, il vento è cambiato. Rischiano di vincere i no. Nel caso si spera almeno che il professore la prenda a ridere. E che l’anno prossimo non prenoti a Viserbella.

“Ora leggi per garantire libertà di stampa”

Di querele poi rivelatesi temerarie ne ha ricevute alcune pure lui quando, da consigliere regionale in Toscana, con Fratelli d’Italia, faceva le pulci al sistema di potere di Rignano sull’Arno. Anche per questo, dice, vuole intervenire per limitare l’uso delle denunce come arma d’intimidazione, non solo nei confronti dei giornalisti. Lui è Giovanni Donzelli, parlamentare di Fratelli d’Italia, arrivato alla Camera dopo una corposa esperienza politica nella sua Toscana.

Fu Donzelli, nel 2015, a scoprire che Tiziano Renzi aveva ceduto le proprie quote della società di famiglia, Chil Post, alle donne di casa per poter accedere alla garanzia di Fidi Toscana sui finanziamenti per le aziende femminili. E scoprì che quel mutuo garantito per conto dei Renzi poi la Regione l’ha dovuto pagare. Il mutuo era stato concesso dalla banca cooperativa di Pontassieve e l’atto era controfirmato dal papà di Luca Lotti, Marco. Che lo querelò. Non è stato l’unico.

“In anni di opposizione alla sinistra in Toscana ho cercato di denunciare un sistema di potere chiuso”.

Ora è in Parlamento.

Ed è ora di mettere mano alle norme che impediscono ai giornalisti e alla stampa di fare il loro mestiere liberamente: per un giovane pagato qualche euro l’ora è molto più semplice passare le veline che scavare e rischiare di sentirsi chiedere risarcimenti da infarto. Poi non ci lamentiamo se in Italia manca la qualità o c’è poco giornalismo libero e d’inchiesta.

Andiamo al concreto.

Stiamo lavorando a una legge per la libertà di parola e proporrò al mio gruppo di inserire il provvedimento sotto forma di emendamenti ad altri provvedimenti che modificano il codice, come il cosiddetto decreto Sicurezza.

In quale direzione?

Oggi se presenti una querela per diffamazione, male che ti vada paghi le spese legali. Mentre se la subisci, se ti va bene, sei comunque costretto a pagare un avvocato per difenderti. Non è da nazione libera che un giornalista o una testata vengano sottoposti a rischi così alti. E allora dobbiamo cambiare il codice penale per renderlo più equilibrato.

Come?

Pensiamo di introdurre delle cauzioni per scoraggiare querele strumentali, garantendo al tempo stesso a chiunque la possibilità di far valere i propri diritti. Se qualcuno pensa di essere diffamato deve chiedere una rettifica: occorre dare valore a questo strumento. E poi non è accettabile che oggi ci sia qualcuno che usa la querela come arma di ricatto, chiedendo un risarcimento in sede civile ma non prendendosi la responsabilità di denunciare penalmente.

Mi pare chiaro il riferimento al padre dell’ex premier che ha querelato Il Fatto solo in sede civile, penalmente ha evitato e di fatto i contenuti degli articoli contestati sono stati giudicati non diffamatori.

Faccio un appello a tutte le forze politiche, alla stampa e agli editori che condividono questo approccio: mettiamoci a un tavolo e studiamole insieme rapidamente.

Il lungo abbraccio dei lettori dopo la condanna di Firenze

Dopo la sentenza del Tribunale di Firenze che ha condannato Il Fatto, il suo direttore e una giornalista a pagare 95mila euro a Tiziano Renzi per un titolo e due aggettivi (senza mettere in dubbio i fatti), continuano ad arrivare lettere di sostegno da parte dei lettori. Ne pubblichiamo qui alcune in cui ci viene offerto anche “aiuto” economico. Come hanno già spiegato Marco Travaglio e la società editoriale, “grazie di cuore a tutti”, ma non ce n’è bisogno: l’unico modo per darci una mano è comprare il giornale in edicola, farlo più spesso se lo si fa saltuariamente, abbonarsi o regalare un abbonamento a qualcuno e allargare così la comunità del Fatto. D’altra parte, l’abbiamo detto spesso, siamo nati per avere un solo padrone: i lettori.

 

Le sentenze e la verità

La verità brucia. Totale e piena solidarietà per la iniqua decisione del primo grado. Le sentenze si rispettano ma la verità si afferma.

Gianfranco Nitti, (Associazione Stampa Estera)

 

Tutti i lacci del potere

Leggendo l’editoriale di Marco Travaglio relativo alla sentenza di condanna per gli articoli su Tiziano Renzi, ci si rende conto di quanto sia difficile fare informazione in questo Paese. Senza dare giudizi sulla sentenza alla quale penseranno gli avvocati, la facilità con la quale chi ha potere può cercare di fermare, a torto o a ragione, i giornalisti che cercano di scoprire i loro affari, è esasperante e avvilente. Poi ci si chiede perché l’informazione, tranne alcune eccezioni, sia spesso sfacciatamente dalla parte del potere, della politica o di chiunque faccia comodo per non incorrere in cause milionarie o per essere meglio pagati. Solo i lettori possono valutare chi merita la loro attenzione e scegliere da che parte stare.

Monica Stanghellini

 

Teniamo in vita le idee

Diamo una mano a questi professionisti della verità che sono l’ultima diga contro l’arroganza, le bugie e la democrazia… teniamo in vita le nostre idee e la vera morale. Non dovete vergognarvi di chiedere un sostegno da chi vi ammira e vi segue… Siamo noi a essere in obbligo con voi…

Gianni Dal Corso

 

Difendiamo il giornale

Voglio esprimere la mia più profonda e convinta solidarietà al Direttore del Fatto Quotidiano e ai giornalisti che sono stati condannati in primo grado nel processo intentato da Tiziano Renzi per diffamazione. Non ho e non ho mai avuto dubbi sull’onestà intellettuale di Travaglio e della redazione, che insieme a pochissimi altri giornali hanno scelto di raccontare i fatti così come sono e di rispondere del loro lavoro solo alla loro coscienza e ai lettori che acquistano il quotidiano. È evidente che in questo Paese fare questo tipo di giornalismo dia fastidio e si traduca in un attacco quotidiano. Dobbiamo perciò difenderlo con le unghie e con i denti. Per parte mia sono disposto ad associarmi, insieme ad altri che la pensano come me, per evitare che situazioni come queste mettano a rischio l’esistenza del nostro giornale. Ringrazio di cuore il Direttore e tutti i giornalisti. Una abbraccio e se serve… ci sono.

Leonardo Gentile

 

Per continuare a leggervi

Cari Amici de Il Fatto, sono rimasta particolarmente colpita e turbata nell’apprendere della sentenza del Tribunale di Firenze che vi ha condannati a risarcire la somma di 95 mila euro per aver scritto fatti veritieri. Vi chiederei cortesemente di indicarmi un recapito Iban o altra idonea modalità, attraverso cui io possa partecipare con un mio piccolo contributo. Leggere Il Fatto è per me una gioia immensa nonché un regalo che mi faccio ogni giorno, e vorrei che fosse così sine die. Nell’esprimervi la mia gratitudine e la mia riconoscenza, Vorrei salutarvi con un estratto di una lettera che, il mio adorato Donatien-Alphonse-François Marchese de Sade scrisse dal carcere, nel 1783, alla Marchesa De Sade: “Bisogna essere proprio pazzi per adottare un modo di pensare subordinato agli altri… Non è certo il mio modo di pensare che mi ha reso infelice, ma, al contrario, quello degli altri”.

Marcella Valentini

 

La libertà di critica

Egregio Direttore, con rincrescimento e rabbia ho appreso la notizia della condanna del quotidiano per presunta diffamazione ai danni del noto personaggio. Credo anch’io che la libertà di stampa e di critica non sia sufficientemente tutelata nel nostro Paese. Evidentemente la “cura” che certa classe politica ha applicato al Paese per 20 anni e più ha permeato anche quelle aree che avrebbero dovuto restarne immuni. Poiché credo che il diritto a una corretta informazione sia un cardine della democrazia, mi dichiaro disponibile a contribuire al pagamento della pena pecuniaria comminata. Fornitemi un IBAN e provvedo quanto prima.

Silvio Zanchet

La Francia: “A Claviere respingimenti del tutto legittimi”

L’episodio documentato dal ministro dell’Interno Salvini sui social “mostra una procedura di non ammissione alla frontiera in tutto conforme alla pratica approvata per la polizia francese e quella italiana così come nella legge europea”. Lo afferma in un comunicato, la prefettura francese di Hautes-Alpes di Briancon, a proposito del video pubblicato il 19 ottobre nel quale si vedono tre migranti scaricati, a Claviere, da un’auto della Gendarmerie francese. “Le persone depositate – prosegue la nota della Prefettura Haute Alpes – sono state controllare al punto di passaggio autorizzato del Monginevro sulla statale 94. In provenienza diretta dall’Italia e sprovvisti di documenti di viaggio, gli è stato notificato il rifiuto di entrare nel territorio francese. Conformemente alla procedura il commissariato di Bardonecchia è stato informato immediatamente. I poliziotti francesi – spiega ancora la nota della Prefettura di Briancon – si assicurano sistematicamente che le persone non ammesse prendano bene il passaggio protetto che li porta verso la località situata dalla parte italiana”.

“La scala mobile s’è rotta 4 volte in un mese”

Si fa strada l’ipotesi di un possibile malfunzionamento dei sistemi di sicurezza o nella manutenzione dell’impianto il giorno dopo il crollo di una porzione della scala mobile della stazione Repubblica della Metro A di Roma. Nell’incidente sono rimasti feriti 24 tifosi del Cska Mosca, che si trovavano nella Capitale per assistere al match di Champions League contro la Roma. La Procura ora indaga anche per disastro colposo, oltreché per lesioni gravissime, e potrebbe disporre delle perizie per accertare l’esatta dinamica degli eventi. Oltre alla visione dei filmati delle telecamere di sorveglianza della stazione, gli inquirenti dovrebbero concentrarsi soprattutto sull’analisi del sistema di sicurezza, in particolare sulle catene che avrebbero dovuto entrare in funzione in caso di guasto per bloccare l’impianto. Un lavoro che richiederà inevitabilmente altre giornate di chiusura al pubblico della fermata metro per proseguire gli accertamenti.

La scala che ha ceduto, con alcuni gradini dilaniati nei pressi della banchina, nelle ultime settimane aveva subito 4 guasti, definiti di lieve entità da fonti interne ad Atac, con altrettanti interventi del pronto intervento. L’ultima manutenzione era stata effettuata il mese scorso. Nonostante alcuni testimoni abbiano parlato di tifosi russi che ballavano sulla scala in preda ai fumi dell’alcool, alcuni esperti del settore fanno notare che quel genere di impianti è programmato e testato per resistere a un carico tre volte superiore al peso massimo, pari a 150 chili per gradino. Un congegno, insomma, che avrebbe dovuto reggere l’urto di un flusso di una cinquantina di persone anche se intemperanti.

Atac, la partecipata del Campidoglio che gestisce il trasporto pubblico, ha parlato di “interventi di manutenzione e prove dei dispositivi di sicurezza svolti regolarmente”, valutando l’incidente come “fatto inaccettabile”. Mentre la sindaca Virginia Raggi ha sottolineato: “Pochi mesi dopo che mi sono insediata abbiamo stanziato 18 milioni di euro per gli interventi urgenti da effettuare sulle metropolitane, l’attenzione alle condizioni delle metro è stata massima”. Le sono giunti i ringraziamenti del presidente russo Vladimir Putin: “Vorrei trasmettere la mia gratitudine alla sindaca per l’assistenza fornita ai tifosi coinvolti nell’incidente”.

Quanto ai tre feriti ricoverati al Policlinico Umberto in prognosi riservata sono in condizioni stabili e non in pericolo di vita. Il paziente più critico, un ragazzo di 33 anni, ha riportato una frattura e un’ischemia acuta del piede destro: è stato sottoposto a un intervento di rivascolarizzazione, ricostruzione dei tessuti molli e fissazione della frattura, che dovrebbe scongiurare il rischio di amputazione dell’arto.

“Lasciarono annegare 366 immigrati”. Equipaggio del peschereccio a giudizio

Non avrebbero prestato aiuto ai naufraghi del barcone con a bordo circa 500 migranti, 366 dei quali annegarono a poche miglia dalla costa di Lampedusa il 3 ottobre del 2013. È l’accusa contestata a sette componenti l’equipaggio di un peschereccio di Mazara del Vallo (Trapani) che il Gup di Agrigento, Stefano Zammuto, ha rinviato a giudizio per omissione di soccorso. La prima udienza processo, come riporta il quotidiano La Sicilia, si terrà il 3 dicembre prossimo davanti al giudice monocratico Alessandro Quattrocchi.

Gli imputati sono i mazaresi Matteo Gangitano, Vittorio Cusumano, di Alfonso Di Natale di Roccapalumba e gli extracomunitari Frey Kamoun, Bassirou Ndong, Yakia Asfoun, Mohamed Zegnani. Nel processo si sono costituti parte civile oltre 300 parti lese, rappresentate dall’avvocato Arturo Salerni, e l’associazione Gandi con il penalista Gaetano Pasqualino.

Per quello stesso naufragio lo stesso Giudice Zammuto il 1º luglio del 2015 ha condannato a 18 anni di reclusione lo scafista. L’accusa è quella di naufragio colposo e morte come causa di un altro delitto.

Spataro sfida il Carroccio: migranti al lavoro in Procura

Mentre la Lega di governo punta a indebolisce il sistema dell’accoglienza e l’integrazione dei migranti, a dare un aiuto negli uffici della procura di Torino, dove manca il personale, arriveranno proprio alcuni richiedenti asilo. È l’iniziativa lanciata dal procuratore Armando Spataro che oggi sottoscriverà un protocollo con la cooperativa Isola di Ariel per l’impiego dei migranti volontari. Il progetto, però, sembra un nuovo guanto di sfida alle politiche del ministro dell’Interno Matteo Salvini: il decreto legge che porta il suo nome rischia di far uscire dal circuito dell’accoglienza moltissime persone.

Il progetto di Spataro non nasce dal nulla. Si rifà a quanto veniva richiesto dal ministero dell’Interno con il Piano nazionale di accoglienza del 2016 e vuole attuare “percorsi finalizzati a superare la condizione di non operosità dei richiedenti ospitati sul territorio attraverso l’individuazione di attività di volontariato o di servizi utili alla collettività”. In questa maniera il volontariato per i migranti, già sperimentato in molti altri contesti e altre città come maniera di favorire l’integrazione dei richiedenti asilo, diventa anche una maniera per colmare – in minima parte – l’assenza di personale amministrativo, in attesa di nuovi concorsi e nuove assunzioni del ministero della Giustizia. Non sono stati ancora resi noti i dettagli sul tipo di attività che i migranti svolgeranno: né i magistrati della procura né la presidente della coop, Silvana Perrone, hanno voluto anticipare i contenuti del protocollo che sarà presentato oggi.

L’idea di un accordo tra procura e coop è stata presa dopo un confronto con i magistrati del gruppo “Affari dell’immigrazione”, guidato da Alfredo Robledo, e coi funzionari della procura. “In base all’accordo – spiega Spataro in una nota – il nostro ufficio, che soffre di carenza di personale amministrativo, potrà utilizzare per lavori materiali semplici da quattro a sei volontari, previamente selezionati, ospitati presso centri gestiti dalla cooperativa, in attesa della decisione sulle loro istanze di asilo”. Il magistrato precisa che “nessun onere finanziario graverà sulla Procura di Torino e sul ministero della Giustizia”.

La cooperativa “Isola di Ariel”, nata nel 2006, è attiva nel capoluogo piemontese e dintorni con alcuni progetti di aiuto di persone con patologie psichiatriche e nell’accoglienza dei migranti. I suoi ospiti non sono nuovi a iniziative di volontariato: alcuni di loro nel novembre 2016 erano intervenuti a Moncalieri (Torino) per aiutare i cittadini a ripulire le strade dopo lo straripamento del torrente Chisola.

Questa non è la prima iniziativa che il procuratore Spataro mette in campo contro la discriminazione razziale e a favore dell’integrazione. Lo scorso 9 luglio ha diffuso una direttiva interna “per un più efficace contrasto dei reati motivati da ragioni di odio e discriminazione etnico-religiosa e per la più rapida trattazione degli affari dell’immigrazione, nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. In quell’occasione, avvenuta ben prima del caso della nave Diciotti, Spataro dichiarò che “non si può respingere in mare gli immigrati e non vagliare la loro richiesta di status di rifugiato politico” e che “se accadesse, tale comportamento sarebbe oggetto di una nostra indagine”. “Bloccare i porti non è un diritto ma un dovere – replicò Salvini -. Se qualcuno la pensa diversamente può candidarsi alle prossime elezioni”.

A favore dell’integrazione, poi, c’è un gesto simbolico che Spataro ha compiuto. Ai suoi colleghi e ai comandanti della polizia giudiziaria lo scorso Natale ha regalato delle stampe del dipinto “The problem we all live in” dell’artista statunitense Norman Rockwell: raffigura quattro U.S. Marshall che il 14 novembre 1960 scortano una bambina afroamericana, Ruby Bridges, in classe per proteggerla e far rispettare la sentenza con cui il giudice della Louisiana James Skelly Wrigh metteva fine alla segregazione nelle scuole di New Orleans. Spataro regalò lo stesso dipinto alla giovane giocatrice di basket di origine africana insultata su un autobus per il colore della sua pelle.

Muore sottufficiale: “L’uranio impoverito fa la 363ma vittima”

“Si chiama, anzi si chiamava Domenico Pascuzzi ed è la vittima n°363 di una strage che sembra non finire mai”, ha fatto sapere Domenico Leggiero, ex sottufficiale e presidente dell’Osservatorio militare che si occupa dell’uranio impoverito. “Primo Maresciallo dell’Aeronautica Militare – si legge nella nota – ha prestato servizio al V Stormo di Cervia lascia due figli e la moglie. Non è certo l’essere un soldato o aver prestato servizio a Cervia la causa principale della sua malattia: tumore al polmone. Pascuzzi non fumava e non beveva, proprio come Luca, Andrea ed altri, ma come tanti altri Pascuzzi ha prestato servizio in Kosovo dal 2000 al 2001 e soprattutto, nel Poligono Sperimentale di Salto di Quirra dove per tanto tempo è stato responsabile dei brillamenti di munizionamento inesploso, in disuso o scaduto. Anche Pascuzzi – ricorda Leggiero – si è dovuto rivolgere all’avvocato Angelo Fiore Tartaglia perché tutto gli era stato negato da un’amministrazione che nega al solo scopo di proteggere qualcosa o qualcuno. A Bellaria Igea Marina domani (oggi, ndr) 25 ottobre alle ore 15:30 saranno celebrati i suoi funerali nel silenzio delle Istituzioni”.