La notte del pestaggio: “Magari muore”

È il 16 ottobre 2009 e la centrale operativa del Comando provinciale dei carabinieri di Roma contatta un militare che viene poi identificato in Vincenzo Nicolardi. Non è un carabiniere qualsiasi: è uno degli imputati – è accusato di calunnia – nel processo Cucchi bis. Nove anni fa alla Centrale operativa che gli spiega come Stefano Cucchi stesse davvero male (“c’ha attacchi epilettici e compagnia bella”) dà una risposta agghiacciante: “Magari morisse, li mortacci sua”. “E lo so – risponde la centrale –, ma siccome è detenuto in cella non è che può andare per i fatti suoi”. E Nicolardi spiega: “No, è che da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua”.

Passano nove anni, un processo alla polizia penitenziaria finito con l’assoluzione, uno contro i medici ancora in corso, un altro in cui per la prima volta si punta il dito contro i carabinieri. E arriva anche un film (Sulla mia pelle). Che alcuni dei carabinieri che videro Cucchi in quei giorni commentano. Il 12 settembre scorso Gianluca Colicchio, il militare che si scontrò con la catena gerarchica su alcune annotazioni di servizio taroccate sulle condizioni di Cucchi ne parla con la moglie. “Prima mangiamo – dice Inez a Colicchio – e poi ce lo guardiamo, picchi se no non manci chiui, fa scurari u cori matri”.

Lei gli manda una foto dell’attore che impersona Colicchio. “Io sono più bello però”, risponde il marito. A un certo punto la moglie commenta: “Sono stati i carabinieri, perché proprio palesemente lo dice… fanno vedere la scena di quello là muscoloso… il carabiniere, quello indagato… cioè si capisce che gliele dava”. E Colicchio commenta: “Cercano solamente di influenzare l’opinione pubblica…”.

Ines però aggiunge un dettaglio importante: “Ho detto questo a Simona… allora Simona che qualcosa come noi sa, sa fra virgolette, perché noi qualcosa gliela abbiamo raccontata, no?”. “Inez – scrivono gli investigatori in un’informativa del 23 ottobre scorso – lascia intendere che loro sanno cosa è accaduto e lei ha raccontato qualcosa alla sua amica”.

Parlando con un collega di nome Alessandro, il carabiniere Francesco Di Sano, accusato di falso per aver cambiato una relazione di servizio, dice: “Comunque non è che ho scritto baggianate, cioè i dolori al costato so’ diventati dolori alle ossa, il costato so’ ossa, ma di che parliamo, nelle udienze l’ho sempre detto che camminava male, e comunque pesava 43 chili”. Dopo aver saputo dell’indagine per falso, Di Sano contatta il cugino Gabriele, di professione avvocato: “Tu mi hai detto che queste cose ce le hai”, dice Gabriele a Di Sano, che risponde di avere “la email di ritorno, con gli allegati modificati”. Così l’avvocato consiglia: “Tutte queste cose per ora conservatele, perché se tutto va come spero io, ci serviranno dopo, per ricattare l’Arma, perché non vorrei che, se tutto va bene, cioè che tutto si chiude e l’Arma ti dice: ‘Ah guarda tu comunque per noi non puoi stare qua’. Allora, io ho queste cose in mano, che fate, mi fate restare o vado al giornale?”. “L’avvocato – dice Di Sano – mi ha chiesto: ‘Perché te l’hanno fatta cambiare?’ (l’annotazione, ndr)…”.

E il cugino risponde: “Perché secondo me qualcuno sopra, molto sopra, s’è accorto della bomba che stava scoppiando nelle mani dell’Arma e ha tentato di aggiustare questa cosa…”.

Il colonnello Massimiliano Colombo – anch’egli indagato per le false annotazioni – invece riassume in una conversazione le parole del suo superiore, il colonnello Luciano Soligo, sulle annotazioni da correggere: “Dice: ‘Troppo particolareggiate, non sono state fatte bene’”.

Cucchi, l’inchiesta si avvicina al comandante dei corazzieri

Nuovi indagati e un altro giallo da risolvere nel caso Stefano Cucchi. L’inchiesta per alcuni falsi sullo stato di salute del geometra romano scorre parallela al processo in corso in Corte d’Assise d’Appello – dove sono imputati cinque carabinieri, tre per il pestaggio – e sta risalendo la scala gerarchica dell’Arma. Il pm Giovanni Musarò vuol capire chi impartì l’ordine di modificare due annotazioni, redatte nella stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi passò la notte del 15 ottobre 2009. In questo filone, con l’accusa di falso ideologico e materiale, sono indagati 5 carabinieri, tra i quali 2 ufficiali. Tra questi Francesco Cavallo, nel 2009 capo dell’ufficio comando del Gruppo Roma, guidato all’epoca da Alessandro Casarsa (oggi è generale e comanda i Corazzieri del Quirinale).

Casarsa non è indagato, ma il suo braccio destro sì. Accusato di falso anche il colonnello Luciano Soligo, che comandava la stazione Montesacro-Talenti da cui dipende Tor Sapienza. E poi il comandante della stazione, Massimiliano Colombo e il suo appuntato Francesco Di Sano, che scrisse la relazione poi modificata. Indagato anche il comandante della stazione Appia, Roberto Mandolini (già a processo per falso e calunnia).

È stato Colombo a puntare il dito contro la scala gerarchica. Il 18 settembre spiega al pm: “Soligo mi disse che non andavano bene (Le annotazioni, ndr) perché erano troppo particolareggiate e in esse venivano espresse valutazioni medico legali che non competevano ai Carabinieri”. Le annotazioni dei due militari di Tor Sapienza vengono inviate la mattina del 27 ottobre 2009 al tenente colonnello Cavallo. Poco dopo però – sostiene Colombo – Cavallo rinvia i due file modificati con un testo: “Meglio così”.

Questa mail per Colombo è un “salvavita”, come dice intercettato. Ossia la prova che ha solo eseguito un ordine. Ed è qui che si innesta un altro filone investigativo. Perché questa mail compare soltanto ora? Il documento doveva essere nelle mani della Procura già nel 2015, quando delega il Nucleo investigativo di acquisire gli atti nelle stazioni, riaprendo le indagini sulla morte di Cucchi. Misteriosamente però quella mail resta nei pc. Non viene acquisita. Eppure – racconta Colombo – nel “novembre 2015 si presentarono i carabinieri del Nucleo investigativo. (…) Mi resi conto di aver fornito le due annotazioni in entrambe le versioni (originale e modificata) (…) In questa occasione mostrai la mail di Cavallo (…) Il Capitano del Nucleo investigativo quando vide la mail uscì per parlare al telefono, poi rientrò, presero tutto ma non la mail”.

Non si tratta di un caso isolato. Un altro carabiniere, Francesco Tedesco (ora accusato di omicidio), dichiara di aver presentato nel 2009 una relazione di servizio che rivelava il pestaggio di Cucchi. Sparita. Resta solo una traccia in un registro. Ma neanche quella fu scoperta nel 2015. Come mai? Al vaglio degli investigatori ci sono anche alcune intercettazioni. In molte si fa riferimento alla scala gerarchica. “Se hanno indagato me – dice Colombo il 22 settembre – allora dovranno indagare Cavallo, Casarsa, Tomasone”. Si tratta dell’allora comandante provinciale (non indagato) che il 30 ottobre 2009 convocò una riunione. Colombo la riassume così: “Hai visto gli alcolisti anonimi? (…) Così abbiam fatto”.

“Confermati i nostri dubbi: la norma così non protegge tutti”

Tiziana Siciliano è il procuratore aggiunto di Milano che chiese l’archiviazione (e dopo l’imputazione coatta da parte del gip, l’assoluzione) di Marco Cappato nel caso Dj Fabo. “Io mi rifiuto di essere la parte dell’accusa – aveva detto all’epoca – Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Cappato”. Ora che la questione è stata vagliata dalla Corte costituzionale, la pm che aveva pianto in aula davanti al video delle Iene che raccontava la storia dolorosa di Fabiano Antoniani, è soddisfatta: “La sentenza – dice – sembra confermare appieno le valutazioni con cui la Procura di Milano aveva sottolineato come l’attuale normativa non consentisse un adeguato bilanciamento degli interessi costituzionalmente protetti”. Cappato finì indagato per aiuto al suicidio per aver accompagnato in auto Fabiano in Svizzera per il suicidio assistito. Ma Siciliano, con la collega Sara Arduini, aveva chiesto di eccepire l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, quello che regola l’istigazione e nella seconda parte l’aiuto al suicidio. La decisione della Consulta afferma la Siciliano, “è da considerare un preciso indirizzo al legislatore a fronte di problemi che necessariamente si faranno più frequenti nella nostra società”.

Le parole di Dominique Velati prima di andare a morire a Berna

14 Dicembre 2015 Ho scoperto di avere un tumore tre mesi fa. Al colon. Con la chemioterapia mi hanno detto che mi sarebbero rimasti da uno a tre anni: senza chemio, da uno a tre mesi.Vorrei che i cittadini italiani si svegliassero. Magari un’oretta al mattino… (ride)

Ho deciso di fare l’eutanasia. L’unica cosa che mi preoccupa una volta che sono lì è avere la forza, perché spesso ci sono gli squilibri dovuti alla malattia. Marco Cappato, ha pensato a tutto lui, anche al biglietto del treno. Per l’eutanasia in Svizzera ho pagato 12.700 euro. Il costo è un grosso problema, come il viaggio. I cittadini svizzeri invece possono morire anche a casa.

Mezz’ora prima ti danno un antiemetico, perché non vomiti, e poi ti somministrano un bicchierino con dentro 15 ml di pentobarbital.

E in due cinque minuti entri in un sonno profondissimo. Dopo dipende dal corpo come reagisce, dipende da quanto ci mette ad arrestarsi il cuore. Può andare in modo abbastanza veloce, come penso succederà a me, perché sono proprio al limite. Però può durare anche di più. E lì ti garantiscono, e questo è importante, che non ti riportino in vita. Ti garantiscono che la morte avviene. Non voglio la musica per quando bevo il bicchiere, non sono poetica. Domani sono a Berna, e domani comincio a pensare a me. Sono momenti emozionanti, difficili, lo capisco. Più per gli altri che per me. Io sono tranquilla, serena… Perché ho avuto la possibilità di fare questa scelta.

Il mio ricordo più bello è il Monte Bianco, a Capodanno, con la neve e i fari sparati sulla neve. Da sola, con la mia macchina. Una cartolina.

Agli italiani vorrei dire: parliamone, parliamone, parliamone. Fate qualcosa anche voi. La vostra vita vi appartiene. E quindi anche la morte. Perché averne paura?

(L’intervista era a Giulia Innocenzi
per la trasmissione tv “Servizio Pubblico”)

La Consulta al Parlamento: “Nuova legge”. Fabo sorride

Sul fine vita, la Corte costituzionale ha passato il testimone al Parlamento. Ma indicando già una direzione verso cui la futura legge dovrà muoversi: quella di garantire diritti “costituzionalmente meritevoli di protezione”.

La Consulta ha comunicato ieri che la sua decisione sul caso di Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio di Dj Fabo, è rinviata al 24 settembre 2019: ha dato così un anno al legislatore affinché intervenga. Intanto resta sospeso anche il processo in cui Cappato è imputato a Milano.

Il comunicato della Consulta dice che “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”. Per questo i giudici costituzionali danno un anno al Parlamento affinché intervenga, e decidono di rinviare la trattazione della questione al settembre del prossimo anno.

“Le nostre ragioni sono state riconosciute”, commenta Cappato, il radicale tesoriere della associazione Luca Coscioni. “È un’altra vittoria di Dj Fabo e della nonviolenza”. È stata la Corte d’assise di Milano a chiedere, nel febbraio scorso, l’intervento della Consulta: doveva processare Cappato, accusato del reato indicato dall’articolo 580 del codice penale: istigazione e aiuto al suicidio. “Un articolo”, ricorda Cappato, “che abbiamo ereditato dal vecchio codice penale fascista, dal codice Rocco, che punisce l’istigazione ma anche l’aiuto al suicidio con una pena da 5 a 12 anni di carcere”.

Cappato si era autodenunciato per aver accompagnato in una clinica svizzera, a porre fine ai suoi giorni di sofferenza, Fabiano Antoniani, il Dj Fabo rimasto tetraplegico e cieco in seguito a un incidente stradale. La Corte aveva stabilito l’innocenza dell’imputato per quanto riguarda “l’istigazione al suicidio”, come chiesto anche dalla pm Tiziana Siciliano, la quale in aula aveva dichiarato, commossa: “Mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa, io qui rappresento lo Stato, e lo Stato è anche Marco Cappato”.

La Corte aveva sospeso il giudizio per quanto poi riguarda “l’aiuto al suicidio”, su cui aveva chiesto l’intervento della Corte costituzionale, come proposto anche dalla difesa di Cappato: affinché la Consulta valutasse la legittimità costituzionale dell’aiuto al suicidio e, quindi, la compatibilità di quel reato con i principi di autodeterminazione e di dignità della persona. Per affermare per tutti il diritto a scegliere quando mettere fine a una vita considerata non dignitosa, senza che chi resta fino all’ultimo vicino a chi decide liberamente l’eutanasia possa essere esposto al rischio di essere processato e condannato a una pena fino a 12 anni.

“La Corte ha riconosciuto le nostre ragioni”, ribadisce Cappato, “il suo pronunciamento dà un anno di tempo al Parlamento per fare ciò che noi chiedevamo da cinque anni: da cinque anni è ferma la nostra proposta di legge d’iniziativa popolare sul fine vita. Questo governo si è presentato dicendo di voler dar voce alle leggi di iniziativa popolare: ebbene, la legge sull’eutanasia sia finalmente discussa in Parlamento, dove è possibile cercare una maggioranza che l’approvi”.

Una prima risposta arriva da Roberto Fico: “La decisione della Consulta”, scrive il presidente della Camera su Twitter, “è un’occasione importante per il Parlamento. Serve più che mai adesso aprire il dibattito su un argomento delicato rispetto al quale ci deve essere attenzione e sensibilità. La politica affronti il tema”. Cappato ha poi ringraziato chi ha condiviso con lui la sua battaglia: “La decisione della Corte è un risultato straordinario arrivato grazie al coraggio di Fabiano Antoniani e alla fiducia che Valeria e Carmen – fidanzata e mamma di Dj Fabo – hanno avuto per la mia azione di disobbedienza civile. È dunque un successo – un altro, dopo la vittoria sul biotestamento – di Fabo e della nonviolenza, oltre che delle tante persone malate che, iniziando da Luca Coscioni e Piergiorgio Welby e finendo con Dominique Velati e Davide Trentini, in questi quindici anni hanno dato corpo alle proprie speranze di libertà”.

Ora la parola passa al Parlamento, che dovrà riscrivere l’articolo 580. “Ha la strada spianata per affrontare finalmente il tema”, continua Cappato, “come sta accadendo nel Parlamento spagnolo. E con un termine temporale preciso”. Anche l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, commenta quella che ritiene “una decisione storica: la Costituzione ha trionfato sulle istanze paternalistiche del codice penale fascista e sulla grave inerzia del legislatore, che nonostante tante sollecitazioni non si è mai determinato a regolare la materia del suicidio medicalmente assistito”.

Arriverà ora nelle aule parlamentari l’eco delle parole che l’avvocato Vittorio Manes, uno dei difensori di Cappato, aveva pronunciato davanti alla Consulta: “Qui non discutiamo di riconoscere un lugubre diritto di morire, ma di dare spazio al diritto a un aiuto nel morire”.

Chi può e chi non può

Per semplificarci la vita, le sentinelle del Nuovo Galateo del Perfetto Democratico appostate nei giornaloni dovrebbero stilare un breve elenco delle parole che si possono usare, di quelle che non si possono usare e soprattutto di coloro che possono usare tutte le parole che vogliono. Così, per saperci regolare. Ieri, per esempio, monsieur Pierre Moscovici, nostro nuovo maestro di vita, dopo averci dato degli “xenofobi” e accusati di eleggere “piccoli Mussolini” solo perché non votiamo come vorrebbe lui, ci spiega che tirare fuori una scarpa e poggiarla sui suoi sacri testi è l’anticamera del fascismo. Ce l’ha con un eurodeputato leghista, tal Ciocca, in vena di dannunzianesimo all’amatriciana, anzi alla cassoela, reo di aver simbolicamente calpestato i fogli della sua relazione che bocciava la manovra economica del governo Conte: “All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua a una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”. Così fragile da consentire a una salma ambulante, rappresentante di un partito (quello socialista francese) che vale il 5% di continuare a dare lezioni a un intero continente, di anticipare verdetti su leggi non ancora né lette né scritte, di farsi campagna elettorale alzando il nostro spread. E naturalmente di tacere sul governo del suo Paese che viola i diritti umani e le leggi internazionali perseguitando donne straniere incinte e mandando nottetempo la Gendarmerie a Claviere a scaricarci i migranti indesiderati (anche minorenni, ma con l’età taroccata sui documenti ufficiali).

Se il Paese cornuto e mazziato dai Moscovici fosse un altro, le autorità competenti protesterebbero, magari ritirerebbero l’ambasciatore, cose così, e i relativi giornali scriverebbero due righe a nome dei cittadini che si sentono lievemente offesi dalle accuse di fascismo e di razzismo perché votano come pare a loro. In Italia invece, a parte i soliti populisti sovranisti, non protesta nessuno. I giornaloni sono tutti schierati col galletto francese: lui sì che sa far di conto, mica come i nostri peracottari (quando Moscovici era ministro delle Finanze ai tempi di Hollande, la Corte dei conti bocciava regolarmente le sue finanziarie e persino il suo collega del Lavoro lo accusava di trascinare il Paese “alla bancarotta”, infatti per anni la Francia sforò pure il 3%, ma questi sono dettagli). Ieri, per esempio, Repubblica dedicava un puntuto editoriale alla denuncia del “populismo della scarpa” (quella di Ciocca). Come se l’unico antidoto al sovranismo fosse il gallicanesimo.

Quindi: la scarpa sul testo di Moscovici è fascismo, ergo ha ragione Moscovici a darci dei fascisti perché abbiamo un europarlamentare un po’ svitato che si leva la scarpa. Se viceversa qualche populista o sovranista italiano s’azzardasse a dare del fascista a Moscovici, diventerebbe automaticamente fascista, scagionando – per il principio di non contraddizione – Moscovici. Tanto varrebbe stabilire che Moscovici è come Virna Lisi nel vecchio carosello della Chlorodont: con quella bocca può dire ciò che vuole. E gli altri no. Sono fortune che capitano a chi milita dalla parte giusta, cioè nei partiti giusti (quelli in via di estinzione). Un po’ come Renzi, che nella stessa frase riesce a dare dei “cialtroni” a tutti i ministri del governo Conte e a piagnucolare contro le “campagne d’odio” di chi critica lui. Perché cialtrone non è odio: è amore (erano amore anche le minacce di ripulire il Pd “col lanciafiamme”, di “rottamare” gli avversari interni e di “asfaltare” quelli esterni). Se invece, puta caso, il babbo fa affarucci col vicino di casa vendendogli un terreno, e uno lo scrive, è odio. E se la Boschi indossa stivali a mezza coscia e una cronista lo scrive, è sessismo (d’ora in poi, al ristorante, niente cosce di pollo, parlando con pardon: solo ali e petti).

Poi c’è chi milita nel partito sbagliato, tipo Grillo. In una pubblica piazza, da libero cittadino e comico tornato in servizio a tempo pieno, dice quel che pensa dei poteri del capo dello Stato, quelli ufficiali e soprattutto quelli ufficiosi, che ne fanno (da Re Giorgio in poi, non prima) una specie di monarca assoluto redivivo, infallibile, intoccabile, innominabile, ineffabile. Ancora protetto da anticaglie polverose come il vilipendio (tant’è che Bossi rischia la galera non per i 49 milioni rubati dal suo entourage, ma per aver dato del “terùn” a Napolitano). Apriti cielo! I parrucconi di ogni ordine e grado strillano come vergini violate: “Grillo attacca Mattarella”, “Nessuno tocchi Mattarella”, (peraltro mai nominato: il discorso di Grillo riguardava la carica, non la persona). Compresi quelli che, con la controriforma Renzi&Boschi&Verdini volevano stravolgere l’equilibrio dei poteri, inclusi quelli del Colle, con una legge costituzionale, non con un discorso in piazza. Poi Grillo sbeffeggia gli intellettuali e i politici da talk show che, dice, sembrano malati di autismo o psicopatici perché parlano tra sé e sé o a pochi intimi in idiomi incomprensibili ai più. Riapriti cielo! “Grillo insulta gli autistici”, “Grillo offende i malati”, “Giù le mani dalla sindrome di Asperger”. Nessuna protesta invece dagli psicopatici, sempreché non fossero quelli che non avevano capito la frase di Grillo: che non era un insulto ai malati, ma a certi politici e intellettuali. L’ha spiegato ieri Massimo Fini: se dico che i politici sono sordi e ciechi sui bisogni dei poveri, dubito che si offenderebbero le associazioni dei non vedenti e dei non udenti. A meno che non ne facciano parte anche i deficienti. Per capire chi ha offeso chi, basterebbe una famosa barzelletta di Gigi Proietti. “Tutti i laziali sono stronzi”. “Come si permette?”. “Perché, lei è laziale?”. “No, sono stronzo”.

Più manette, più soldi

Siccome siamo notoriamente servi della maggioranza giallo-verde, ieri abbiamo denunciato la scomparsa dai radar di una promessa che avrebbe rafforzato di parecchio le coperture ballerine alla manovra finanziaria. Cito testualmente dalla pagina 21 del Contratto per il governo del cambiamento: “L’azione è volta a inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Ma anche dalle parole di Matteo Salvini a Porta a Porta il 18 gennaio: “Sono d’accordo per la galera per chi evade: se io riduco le tasse e tu non paghi, io butto la chiave, sul modello americano”. Persino B., il 22 gennaio, a Non è l’Arena, ebbe un attacco di masochismo: “Pensiamo di aumentare le pene per l’evasione come negli Stati Uniti”. Poi per fortuna non tornò al governo. Ma il vicepremier 5Stelle Luigi Di Maio, ancora il 24 settembre, giurava al Fatto: “A fine settembre nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade”. Invece nel dl fiscale il carcere per gli evasori non c’è: c’è invece il condonino, così “ino” e poco conveniente che ne profitteranno in pochissimi. E meno male, intendiamoci: ma allora non si capisce perché venga fatto, visto porta all’erario un gettito (180 milioni, per il Mef) del tutto sproporzionato al discredito che costa ai suoi autori, almeno presso i contribuenti onesti. Ora Di Maio annuncia che il carcere per gli evasori verrà infilato -Lega permettendo – in corsa nella “Spazza-corrotti” del ministro Alfonso Bonafede, che però non è un decreto, ma un disegno di legge, sottoposto agli emendamenti e ai tempi biblici del Parlamento. Campa cavallo.

Invece un governo non dico onesto, ma almeno interessato a fare cassa, avrebbe dovuto fare l’opposto: inserire l’Anticorruzione e l’Antievasione nel decreto fiscale e posticipare l’eventuale “pace fiscale” (così ciascuno avrebbe potuto leggere e capire quel che scrivevano i tecnici del Mef). Perché una normativa severa e dunque dissuasiva contro l’evasione e la corruzione (3-400 miliardi l’anno) porterebbe una montagna di soldi in più del condonino. Quanto basterebbe a finanziare tutti i redditi di cittadinanza, le riforme della Fornero e persino un primo taglio delle tasse (a chi le ha sempre pagate). E qual è l’unico deterrente conosciuto al mondo per quegli imprenditori che preferiscono la scorciatoia della mazzetta ai rischi del libero mercato degli appalti e per quei ricchi che le tasse non le pagano in toto o in parte, nell’assoluta certezza dell’impunità? La certezza della galera. Che oggi è prevista sulla carta, ma nei fatti remotissima, quasi fiabesca.

Per tre motivi. 1) La prescrizione scatta dopo 5 anni o al massimo 7 anni e mezzo (da quando è stato commesso il reato), insufficienti per le verifiche fiscali (che arrivano dopo 2 o 3 anni), avviare le indagini, inoltrare rogatorie, commissionare perizie contabili e ricevere le risposte, celebrare l’udienza preliminare e i tre gradi di giudizio. 2) Le pene sono troppo basse (per i reati fiscali, da 3 a 6 anni massimi), anche perché sono finte: fino a 4 anni non si va in carcere. 3) Le soglie di non punibilità sono troppo alte. Sulla prescrizione, Bonafede ha in mente di bloccarla dopo la condanna di primo grado, ma non basta: deve decorrere da quando il reato viene scoperto. Sulle pene e sulle soglie, nulla ancora si sa. Ma basterebbe copiare uno a caso fra i sistemi penal-tributari dei Paesi più evoluti del nostro, che riescono a mandare davvero in galera molti colletti bianchi, come gli Usa e la Germania (da noi sono poche decine su 50 mila detenuti).
La modica quantità consentita di evasione e frode la inventò il centrosinistra a fine anni 90. Poi, nel 2006, il governo Prodi approvò pure un indulto di 3 anni per i condannati a quasi tutti i reati, fiscali inclusi. Dopo la crisi del 2009, persino Tremonti abbassò un po’ le soglie. Nel 2014 arrivò Renzi e le rialzò a dismisura, rendendo praticamente impossibile non solo la galera, ma persino le indagini e i processi agli evasori. Da allora anche chi s’impegna allo spasimo per finire indagato, imputato e arrestato, non ci riesce. Per commettere il reato di omessa dichiarazione bisogna nascondere al fisco almeno 50 mila euro all’anno (prima era 30 mila). Per quelli di omessi versamenti e dichiarazione infedele, bisogna evadere più di 150 mila euro (prima era 50 mila). Per quello di evasione dell’Iva, bisogna occultare addirittura oltre 250 mila euro. In pratica, chi fa ogni anno 300 mila euro di fondi neri (pari a 150 mila di mancate imposte) non commette alcun reato e non rischia nulla. Invece chi ruba un portafoglio con 100 euro rischia fino a 6 anni di carcere. In Germania non esistono soglie, ma pene modulate sulla gravità dell’evasione: carcere vero sopra i 100 mila euro, fino a 10 anni per i casi più gravi. In Francia la pena massima è 5 anni, ma veri, non farlocchi come da noi. Negli Usa si rischiano fino a 30 anni, e non in teoria: esistono grandi evasori condannati a 27-28 anni. I controlli, a opera di 2300 agenti speciali e specializzati, sono a tappeto: ogni anno un americano ricco su 7 viene ispezionato e il 90% di chi viene indagato viene poi condannato e sconta la pena dietro le sbarre per un periodo medio di 2 anni e 8 mesi, che diventano 3 anni e mezzo per i manager di società (carcere vero, non domiciliari o servizi sociali). In Italia il 98% degli evasori denunciati la galera non la vedono nemmeno in cartolina. E allora, se il rischio è quasi zero e il vantaggio è un mare di fondi neri, perché chi può non dovrebbe evadere? Con una seria legge antievasione e anticorruzione, il governo non avrebbe evitato la bocciatura europea. Ma almeno potrebbe dire ciò che ora non può dire: di aver fatto tutto il possibile.

Gialloverdi divisi su Paterniti al Tg1: “Troppo europeista”

È ancora il Tg1 a essere in bilico per le nomine Rai. Il mosaico sembrava composto ma poi, nell’incontro di lunedì sera a cena tra Salvini e Di Maio, qualcosa si è inceppato sulla nomina di Giuseppina Paterniti alla direzione del Tg1. “Troppo europeista”, sarebbe l’accusa a sostegno di un veto leghista sull’ex corrispondete Rai da Bruxelles. E così la casella è tornata vuota. Tocca ora al M5S proporre un nuovo nome per il tg della rete ammiraglia. Qualcuno sussurra il nome del giornalista del Tg2 Giuseppe Carbone, ma non vi sono conferme. Anche se Di Maio, si dice, su Paterniti vorrebbe tenere duro, mentre al momento sembra uscita di scena Federica Sciarelli. Per il resto le altre caselle dovrebbero vedere Marcello Ciannamea alla direzione di Raiuno, Gennaro Sangiuliano al Tg2 e Maria Pia Ammirati al Raidue, Luca Mazzà al Tg3 e Stefano Coletta a Raitre, anche se qualcuno non esclude Sciarelli. Dall’azienda trapela che l’ad Salini vorrebbe chiudere questa settimana, con un Cda da tenersi venerdì. Cda che il presidente Foa dovrebbe convocare oggi. Altrimenti tutto slitterà di nuovo, alla prossima settimana.

Ciocca (Lega) si toglie una scarpa e calpesta i fogli di Moscovici

Primasi è avvicinato a Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici dell’Unione europea, poi si è tolto una scarpa e l’ha usata per calpestare i fogli della relazione con cui lo stesso Moscovici aveva appena bocciato la manovra italiana. Protagonista della scena, avvenuta ieri nella sala stampa del Parlamento europeo di Strasburgo, è stato l’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, punto nell’orgoglio dalle dure parole pronunciate dal commissario sui conti pubblici italiani e deciso a dare una lezione al francese. “Ho calpestato (con una suola made in Italy!!!) la montagna di bugie – si è vantato poi Ciocca su Twitter – che Moscovici ha scritto contro il Nostro Paese!!!”. E ancora: “ L’Italia merita rispetto e questi #EuroImbecilli lo devono capire, non abbassiamo più la testa! Ho fatto bene???”. L’eurodeputato ha poi postato sui social anche il video del siparietto, girato al termine della conferenza stampa dell’incredulo Moscovici, che subito dopo il gesto di Ciocca si è allontanato dall’eurodeputato senza rispondere.

Dl Sicurezza, i ribelli M5S tengono. “Se resta così non lo votiamo”

Il decreto Sicurezza arriverà in aula il 5 novembre, ma nella commissione Affari costituzionali del Senato sul provvedimento c’è ancora burrasca. Perché alcuni senatori del M5S insistono nel non ritirare i loro emendamenti al testo, nonostante il pressing del Movimento e l’irritazione di Matteo Salvini contro “gli 81 emendamenti grillini”. Ma al momento, sono stati tolti solo i sei a firma di Bianca Laura Granato. Non è servito neppure l’incontro tra due emissari di Luigi Di Maio, i membri del suo staff Cristina Belotti e Dario De Falco, e i senatori “ribelli”. Paola Nugnes è chiara: “Senza modifiche il decreto non lo votiamo, non siamo al mercato delle vacche”. La stessa linea di Gregorio De Falco: “Alcuni miei emendamenti sono essenziali. Se non fossero approvati, avrei difficoltà a votare il decreto”. E il senatore aggiunge: “Ci sono alcuni principi sui quali non posso deflettere, avendo giurato sulla Costituzione, da militare, e mantengo questo giuramento. Sostanzialmente sto seguendo le indicazioni del presidente Mattarella”. Insomma, gran parte dei 62 emendamenti presentati dagli eletti i “fuori linea”, tra cui Elena Fattori, resteranno.

Ma dal M5S ostentano una certa tranquillità: “Continueremo a discuterne, e comunque non dovrebbe esserci bisogno di un voto di fiducia”. Ossia la maggioranza si prepara a votare contro gli emendamenti sgraditi. Però nel frattempo il Movimento ha ottenuto che proprio De Falco, Nugnes e Fattori ritirassero i loro sette emendamenti al disegno di legge sulla legittima difesa.