Ischia: il condono perde pezzi, ma resta

Idue condoni targati Salvini e Di Maio corrono ormai appaiati in Parlamento sotto l’ala protettiva dell’accordo sulla pace fiscale e di tutto sanno tranne che di cambiamento. Anche la ricostruzione a spese dello Stato, con condono integrato, per gli immobili abusivi nei Comuni di Ischia colpiti dal terremoto si richiama, con un preciso riferimento di legge, alla sanatoria varata dall’esecutivo guidato dal segretario del Psi, Bettino Craxi, nel 1985. Perfino le associazioni ambientaliste sono costrette a tornare all’attacco rispolverando antichi slogan. E nelle commissioni Ambiente e Trasporti della Camera, dove è all’esame il provvedimento, grillini e leghisti cercano di indorare la pillola con qualche colpo di maquillage. Un nuovo emendamento al dl Genova presentato dai due relatori Gianluca Rospi (M5S) e Flavio Di Muro (Lega) dispone che, entro sei mesi, le autorità competenti dovranno chiudere le procedure di sanatoria presentate ai sensi del condono del 2003 e, in ogni caso, gli aiuti di Stato per la ricostruzione non saranno concessi per aumentare il volume degli immobili oggetto di condono. Inoltre le domande di sanatoria ancora pendenti, saranno definite previo rilascio del parere dell’autorità di tutela del vincolo paesaggistico. Non sarà poi concessa nessuna sanatoria nel caso in cui il proprietario risulti condannato con sentenza definitiva “per i reati di associazione di tipo mafioso, riciclaggio o impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita”.

L’emendamento di maggioranza che conferma i contributi pubblici per gli edifici abusivi, supera ogni immaginazione e continua a evocare fantasmi. “Nonostante le parole rassicuranti del vicepremier Luigi Di Maio, secondo il quale nel decreto Genova non c’è nessuna sanatoria per Ischia, il condono edilizio esiste – ribadisce il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani –. Basta leggere l’articolo 25 dove si prevede una sanatoria tombale per l’isola campana secondo la quale si devono concludere i procedimenti ancora pendenti facendo riferimento alle sole disposizioni del primo condono, ossia la legge 47/1985 approvato dal governo Craxi: una norma che consentirebbe di sanare edifici che perfino i due condoni approvati dai governi Berlusconi nel 1994 e 2003 vietavano, proprio perché posti in aree pericolose da un punto di vista idrogeologico e sismico, oltre che vincolate paesaggisticamente”. L’emendamento poi all’articolo 25 “è un imbroglio, perché non modifica il testo ma aggiunge un passaggio, il nulla osta paesaggistico, già previsto e obbligatorio nella normativa del 1985”. L’associazione ambientalista invita i parlamentari ad abrogare il riferimento al condono di Craxi “una sanatoria tombale che domani potrebbe essere estesa a tutta Italia, come è stato già proposto per le aree del cratere del terremoto del Centro Italia”. “Siamo di fronte a un condono vero e proprio con caratteristiche nuove e particolari come se Ischia fosse una repubblica autonoma – rincara l’esponente Verde Angelo Bonelli – nemmeno Berlusconi ai tempi del Piano casa era arrivato a tanto”.

Bilancio, il legame tra le pensioni e il reddito 5 Stelle

C’è una prima bozza della manovra (cioè il disegno di legge di Bilancio) e non sarà l’ultima, quindi tutto va inteso come provvisorio. Ma le novità principali sono queste: reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, i provvedimenti bandiera di Cinque Stelle e Lega, sono intrecciati. I risparmi eventuali su uno dei due vengono assorbiti dall’altro. Il reddito di cittadinanza avrà una dotazione di 7 miliardi dal 2019 più i 2,1 che assorbe dal Rei, l’attuale misura anti-povertà. La controriforma delle pensioni costerà 6,7 miliardi nel 2019 e 7 dal 2020. È probabile che i risparmi siano dal lato del reddito di cittadinanza, visto che parte più tardi nel corso del 2019, e minore sarà il costo sostenuto il prossimo anno. Finché non arriverà il nuovo reddito di cittadinanza, continuerà a essere erogato il Rei già in vigore.

Ecco le altre novità principali, sempre da considerare provvisorie.

I BENEFICIARI. Sono indicati molti stanziamenti, a cominciare da quelli per Genova, che integrano le risorse previste dall’apposito decreto: 80 milioni annui per gli autotrasportatori, 50 per il porto, 50 per la “zona franca urbana”. Per la manutenzione di strade e scuole, nel resto del Paese, le risorse sono risicate: 250 milioni annui.

AFFITTI. La Flat Tax non c’è ma arriva l’ennesima cedolare secca che porta redditi fuori dall’Irpef: 21 per cento di aliquota sui canoni d’affitto incassati per immobili a uso commerciale.

FAMIGLIA. Pochi spiccioli per gli “interventi a favore della famiglia”: 100 milioni per il solo 2019.

MEZZOGIORNO. Confermati per due anni gli incentivi alle assunzioni al Sud di giovani sotto i 35 anni e di disoccupati. Il tetto di spesa è di 500 milioni annui.

SANITÀ. 50 milioni di euro in tre anni per gli investimenti in tecnologie che riducano le liste d’attesa.

STATALI. È previsto lo stanziamento di 131 milioni nel 2019, 292 nel 2020 e 384 nel 2012 per assunzioni a tempo indeterminato nella Pubblica amministrazione. Altri articoli specifici sono dedicati alle assunzioni di magistrati e vigili del fuoco, con circa 20 milioni all’anno per categoria. Ci sono poi 3 miliardi in tre anni per i contratti.

INVESTIMENTI. 2,5 miliardi per le regioni a statuto ordinario per accelerare gli investimenti pubblici. I soldi diventano 1,7 miliardi nel 2020.

UNIVERSITÀ E RICERCA.Il fondo per il finanziamento ordinario delle università ottiene 20 milioni nel 2019 e 50 nel 2020 per assumere ricercatori.

Assicurazioni. Cresce l’acconto dell’imposta dei premi del ramo danni dovuto dalle assicurazioni. In base alla bozza della manovra in circolazione in queste ore, l’acconto salirà l’anno prossimo all’85 per cento, al 90 nel 2020 e al cento per cento dal 2021.

GIOCHI. Aumenta la tassa sul gioco d’azzardo, sale il prelievo erariale unico (Preu) “dello 0,50”, dopo che già il decreto dignità aveva fissato nuove soglie (sulle slot al 19,25 per cento, sulle videolotterie al 6,25).

FREQUENZE. I maggiori incassi rispetto alle previsioni che saranno realizzati con l’asta per le frequenze 5G vengono usati come copertura generica per le misure della manovra. Si tratta di un extragettito di quasi 4 miliardi rispetto ai 2,5 previsti, ma è una copertura una tantum, che quindi non si può usare per finanziare interventi strutturali.

RAI. Il canone annuo resta a 90 euro, sono esentati gli over 75 che hanno meno di 8 mila euro di reddito (la soglia attuale era 6.500).

SPENDING REVIEW. Non sono indicati i tagli alle amministrazioni centrali e locali per finanziare le voci di spesa, ma intanto c’’è una norma che prevede l’aumento del cosiddetto “fondo Parlamento”: 200 milioni per il 2019 e 500 nel 2020 per finanziare “nuove politiche di bilancio e al rafforzamento di quelle già esistenti perseguite dai ministeri”.

SPORT. Norma voluta dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti: per le erogazioni liberali in denaro effettuate da privati nel 2019 per interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici e per nuove strutture “spetta un credito d’imposta in misura pari al 65 per cento delle erogazioni effettuate”, nei limiti “del 20 per cento del reddito imponibile ed ai soggetti titolari di reddito d’impresa nei limiti del 10 per mille dei ricavi annui.

START UP. Vengono riorganizzati una serie di incentivi all’innovazione e al venture capital. Tra gli interventi è prevista la cancellazione del fondo per le start up (2,5 milioni all’anno).

Ue e Colle contro la manovra. Però il governo non arretra

Era ampiamente previsto, ma la notizia rappresenta una novità dirompente nelle regole fiscali che disciplinano l’eurozona. La Commissione europea boccia il documento di bilancio italiano, che fa da cornice alla manovra che porta il deficit pubblico al 2,4% del Pil nel 2019, e chiede un nuovo testo corretto. Non era mai accaduto prima. Da ieri il governo italiano ha tre settimane di tempo per presentare una nuova versione che si adegui alle richieste di Bruxelles, altrimenti l’apertura di una procedura per deficit eccessivo è certa. Ma, almeno stando alle dichiarazioni, non ne ha intenzione.

Nella sua lettera il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis e il commissario Pierre Moscovici spiegano che la manovra italiana presenta “una deviazione particolarmente grave”. Il livello a cui guarda Bruxelles è quello del deficit “strutturale”, cioè al netto del ciclo economico e delle misure temporanee. Il governo Conte prevede che aumenti nel 2019 dello 0,8% del Pil, mentre l’Ue chiedeva di ridurlo dello 0,6%. Un impegno in teoria accettato dal’Italia nel Consiglio europeo di fine giugno. “La deviazione non ha precedenti nella storia del Patto di stabilità e crescita”, si legge nella decisione di Bruxelles. Un minimo miglioramento, utile a evitare lo stop, sarebbe stato centrato con il deficit nominale all’1,6% a cui puntava il ministro dell’Economia Giovanni Tria, più basso dell’1,8% a cui chiuderà quest’anno. Una nuova stretta fiscale che il governo ha deciso di non fare convinto che serva rilanciare la crescita, e al contempo ha deciso che non si adeguerà neanche nei prossimi anni, violando apertamente il fiscal compact che impone di convergere verso il pareggio di bilancio.

“Oggi nessuno può stupirsi, ma non è la fine della storia, è una tappa: la porta per un dialogo costruttivo resta aperta”, spiega Moscovici. Che guarda a Tria: “Speriamo che sia capace di convincere il governo italiano della necessità che la manovra italiana sia compatibile con le regole Ue”. Questa resta la linea di Bruxelles. Non del governo italiano, compatto nel rigettare qualsiasi ipotesi di modifica, al netto degli auspici al dialogo. “Il tetto al 2,4% al momento resta”, spiega il premier Giuseppe Conte. Insolitamente duro anche il plenipotenziario leghista a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti: “Non siamo più supini e ubbidienti rispetto all’Europa”. Per Matteo Salvini “il governo andrà avanti con il sorriso, perché così chiedono gli italiani”. “All’Ue non piace questa manovra perché è la prima scritta a Roma e non a Bruxelles”, attacca Luigi Di Maio. Ieri una – per così dire – sponda verso i richiami europei è parsa arrivare invece dal Quirinale. “La logica dell’equilibrio di bilancio non è quella di un astratto rigore – ha spiegato Sergio Mattarella intervenendo all’assemblea dell’Anci – ci deve sempre guidare uno sguardo più lungo sullo sviluppo, la sua equità e la sua sostenibilità, e occorre procedere garantendo sicurezza alla comunità, scongiurando che il disordine di enti pubblici, e della pubblica finanza, produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro”.

Come previsto la tensione sui titoli di Stato italiani è aumentata. Lo spread è salito fino a 320 punti per poi chiudere a 316, 14 punti sopra il livello toccato lunedì. Il prossimo appuntamento è venerdì, quando si pronuncerà l’agenzia di rating Standard & Poor’s. Scontato che rivedrà la previsione (l’outlook) da stabile a negativa ma potrebbe arrivare anche un nuovo declassamento del debito pubblico, dopo quello effettuato da Moody’s la scorsa settimana. È da qui, cioè dal mercato, che arrivano i maggiori rischi per il governo, visto che la procedura di infrazione Ue non è mai arrivata finora a imporre sanzioni (lo 0,5% del Pil). La linea resta quella espressa ieri: se le cose dovessero andare storte, cioè la crescita non dovesse avvicinarsi agli obiettivi del governo (Pil a +1,5% nel 2019) o il deficit dovesse salire troppo scatteranno tagli automatici di spesa (che però hanno l’effetto di aggravare la fase recessiva). “Potremo fare verifiche anche mensili sull’andamento”, spiega Giorgetti. Intanto Bruxelles aspetta un nuovo testo entro il 23 novembre, quando è prevista una nuova riunione dei commissari. L’8 arrivano le previsioni di crescita della Commissione. “Le confronteremo con quelle italiane”, spiega Moscovici. Bruxelles le considera “ottimistiche”.

Il garante del M5S: “Strumentalizzano le mie parole”

Attacca Matteo Renzi: “Non vi lasciate strumentalizzare da chi ha perso il sostegno in cabina elettorale senza mai avere riflettuto su quanto di buono avrebbe potuto fare per il Paese”. E rivendica: “Non esiste il politically correct nel mio mestiere, se vuoi essere davvero un comico”. Dopo un giorno di silenzio, Beppe Grillo replica su Facebook alle accuse che gli sono state rivolte per l’intervento di domenica alla festa a Roma del M5S, e in particolare per le sue parole su autismo e sindrome di Asperger: “Siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo e non lo riconosci, per esempio è la sindrome di Asperger, è pieno di questi filosofi in tv che ce l’hanno”. Frasi che hanno sollevato grandi polemiche. Ma Grillo non si scusa: “Non è certo la prima volta, le mie parole vengono rese strumenti, amplificatori speciali per sorde orecchie benpensanti. Sorde, con tutto il rispetto per chi ha problemi di udito…”. E continua: “Quando mai un comico cita delle patologie se non con l’intento di usarne la chiave metaforica? Non lasciamo insultare le nostre intelligenze”.

L’ipocrisia mette in croce grillo

L’ipocrisia sta assumendo dimensioni grottesche. Beppe Grillo è stato messo in croce (oddio, non vorrei che questo suonasse come una mancanza di rispetto verso Gesù Cristo) per aver definito i nostri uomini politici “autistici”. È stata considerata un’offesa gravissima nei confronti di chi è affetto da questa patologia. Ma se Grillo o chiunque altro avesse detto che i nostri uomini politici sono “sordi e ciechi”, i sordi e i ciechi avrebbero dovuto sentirsi offesi? Se qualcuno avesse usato nei confronti non dico dei politici ma di qualsiasi altra categoria di persone la parabola delle tre scimmiette che “non vedono, non parlano, non sentono”, i ciechi, i muti, i sordi avrebbero dovuto insorgere a difesa della loro dignità?

Questa ipocrisia dilagante per ogni dove parte da lontano. Gli storpi, i ciechi, i sordi non vengono accettati, nel linguaggio, come tali, perché tali sono, ma devono essere chiamati “motulesi, non vedenti, audiolesi”. Gli handicappati in generale vengono definiti “diversamente abili”. Siamo giunti a un tal punto che manca poco che i morti siano definiti “diversamente vivi”. Del resto si sa che la morte, quella biologica intendo, è il grande tabù dell’epoca e nei necrologi troverete tutti gli eufemismi possibili e immaginabili ma mai l’espressione “è morto” che poi, ad onta di tutte le acrobazie verbali, è quello che è realmente successo.

Quello che non si potrebbe dover fare è prendere in giro una persona precisa per un suo qualche difetto fisico. Ma anche qui ci sono eccezioni. La satira (e la frase di Grillo, sia pur generica, sta in questa forma letteraria) e la vignettistica ne hanno fatto sempre, e ne fanno, un larghissimo uso. Quante volte Giulio Andreotti è stato disegnato con la gobba? Ma il “divo Giulio”, che era un uomo intelligente (oddio, non vorrei che adesso la congregazione dei cretini, sentendosi offesa, si inalberasse) non se l’è mai presa e anzi ci si divertiva. E non se la sono mai presa nemmeno quelli che la gobba ce l’hanno davvero (Andreotti era solo un po’ curvo). E se io citassi la favoletta del gobbetto che va dalle fatine per farsi togliere la gobba ma lo fa in modo così maldestro che gliene appioppano un’altra sul petto, i gobbi dovrebbero sentirsi offesi, coprirmi del pubblico ludibrio e indicarmi al linciaggio? Se si continua così dovremo eliminare dal vocabolario almeno la metà dei suoi lemmi.

Ma la cosa veramente insopportabile è che questa improvvisa pudicizia verbale viene esercitata in un Paese, l’Italia, dove sottobanco e nel silenzio generale si compiono le più inaudite violenze, niente affatto verbali, sui singoli individui quando son soli e non godono della protezione di qualche minoranza o maggioranza organizzata.

Condono, i leghisti ottengono la sanatoria per le frodi fiscali

Nel decreto fiscale la prima certezza è l’assenza delle norme sul carcere per gli evasori promesse da Luigi Di Maio e Matteo Salvini e previste anche dal Contratto di governo. E proprio Di Maio ieri mattina ha promesso di riparare: “Entro il prossimo anno sarà approvata in Parlamento la legge che prevede il carcere per gli evasori. Parola mia”. E la modalità, come anticipato ieri dal Fatto, “sarà un emendamento al disegno di legge spazzacorrotti”. Ma la normativa è tutta da costruire, ammettono dal Movimento. Anche se i primi sussurri raccontano dell’intenzione di aumentare le pene e nel contempo di abbassare le soglie di punibilità.

Nel frattempo, però, nel testo finale del decreto fiscale emergono nuovi regali agli evasori. Un altro baco si annida ancora nella riformulazione dell’articolo 9 che riguarda proprio il comma della depenalizzazione dei reati tributari, oggetto della dura e pubblica reprimenda del vicepremier Di Maio indirizzata agli alleati di governo. Nel decreto si legge che chiunque si avvarrà della procedura (la cosiddetta “integrativa” sulle dichiarazioni dei redditi già fatte) per far emergere attività finanziarie e patrimoniali, denaro e valori provenienti da reati, sarà sanzionato. E fin qui i 5stelle sono accontentati. Ma il comma in questione, con una formulazione ambigua, prevede anche due importanti eccezioni che sanano di fatto i reati di falsa fatturazione e dichiarazione fraudolenta, esplicitamente esclusi dal regime sanzionatorio previsto nel testo. Insomma, stando alla formulazione, si potrà usare l’integrativa per sanare le frodi fiscali e le false fatturazioni. C’è poi un altro giallo. Il linguaggio criptico, zeppo di riferimenti di legge, sembrerebbe escludere la possibilità di far emergere somme riciclate o autoriciclate attraverso una falsa fatturazione. Ma la relazione tecnica appare più generica e sembra limitarsi agli altri reati, escluse le frodi. Certamente un punto da rivedere nell’esame parlamentare. Secondo quanto il Fatto ha potuto verificare da fonti autorevoli di governo il comma sarebbe il prezzo pagato alla Lega per permettere di dare alla luce uno dei provvedimenti intorno ai quale ruotano i destini del Contratto di governo e della stessa coalizione. I 5stelle hanno ottenuto che saltasse lo scudo sui capitali all’estero e la sanatoria per diversi reati ma probabilmente hanno dovuto accettare un compromesso sulla frode fiscale e le false fatture oppure, complice la formula davvero complicata, non si sono accorti che un condono su queste fattispecie è rientrato dalla finestra nel lavoro a Palazzo Chigi, dove siede il sottosegretario Giancarlo Giorgetti (Lega).

A distanza di 16 anni dal condono tombale del 2002 con il decreto fiscale gialloverde promulgato dal Quirinale, torna anche per l’erario l’incubo della prima rata “libera tutti”. L’ormai famoso (o famigerato) articolo 9, quello che permette di presentare dichiarazioni “integrative” a persone fisiche e società per far riemergere il “nero” godendo di un’aliquota super agevolata, riconosce infatti al dichiarante il pieno diritto di avere tutte le agevolazioni offerte dal condono a decorrere “dal momento del versamento di quanto dovuto in unica soluzione o della prima rata”. La paternità dello storico cavillo che ha permesso già in passato al vasto popolo delle cartelle esattoriali di risparmiare, con un piccolo versamento, miliardi di imposte e sanzioni – in quel caso di farsi anche depenalizzare i reati tributari – rimandando i pagamenti sine die, è del ministro dell’Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Da allora la Corte dei Conti è ancora costretta ogni anno, nel suo Rapporto sul bilancio dello Stato, a riportare la differenza tra quanto dichiarato e quanto versato da coloro che aderirono all’antica sanatoria. Il decreto prevede che sul maggior imponibile integrato, per ciascun anno di imposta, si applichi “senza sanzioni, interessi e altri oneri accessori” un’imposta sostitutiva applicando sul maggior imponibile un’aliquota del 20%. Un bel guadagno rispetto al 43% che si sarebbe dovuto pagare sui 100 mila euro sottratti al fisco. Basta versare poi la prima delle dieci rate previste e sei debitore per sempre per l’Agenzia delle Entrate solo di un quinto dell’imponibile “emerso”. La differenza verrà richiesta con l’emissione di una nuova cartella.

La stessa concessione viene prevista all’articolo 2 del decreto, per quanto riguarda la definizione agevolata dei processi verbali, normalmente redatti durante un controllo dalla Guardia di Finanza o dagli ispettori dell’Agenzia delle Entrate. Non un problema interpretativo ma ancora una norma “favor rei” si annida nella terminologia con cui è stato confezionato il condono più popolare tra i nove contenuti nel decreto: lo stralcio delle cartelle fino al 2010 sotto i mille euro. Il beneficio massimo totale non si somma in capo al contribuente ma al “singolo carico” Anche se si è intestatari di tante cartelle, ciascuna di importo sotto i mille euro, si possono stracciare tutte, pure se emesse dallo stesso ente, da amministrazioni diverse e per differenti anni.

Com’eravamo tristi prima dei Benetton

Le autostrade italiane?”Sfido a confrontare il loro stato venti anni fa con quello di oggi”. Gli aeroporti? “Volete mettere com’era Fiumicino venti anni fa, ultimo in fondo alle classifiche mondiali, e come è messo oggi?”. Su Radio3, ieri mattina, questo tipo di discorsi è andato avanti per un’ora occupando la bella trasmissione Tutta la città ne parla dedicata per l’occasione alla morte di Gilberto Benetton. E a lanciarsi in questo brillante riconoscimento delle magnifiche sorti e progressive della famiglia trevigiana è stato un interlocutore imparziale: Marco Tamaro, direttore della Fondazione… Benetton.

Il canale culturale della Rai non è stato certamente l’unico a magnificare la storia della famiglia che, partita dai maglioni, è approdata alle autostrade, aeroporti e alla finanza in generale. Grandi spazi sono stati dedicati da Repubblica e Corriere e anche da La Stampa. Lo schema l’abbiamo già visto con la vicenda di Marchionne: i giornali vanno pazzi per i grandi magnati del capitalismo che lasciano dietro di sé solo storie edificanti e grandi successi. Come le autostrade. Che pure sono sotto gli occhi di tutti, pedaggi compresi. Certo, in venti anni sono migliorate. Ma davvero qualcuno ha pensato di lasciarle come allora?

Ronzulli è uscita dal cerchio: grosso guaio con B.

Silvio Berlusconi vuole dare un freno al potere di Licia Ronzulli. E allentare il rapporto con la neo senatrice di Forza Italia che Marina Berlusconi nel 2016 gli ha piazzato come assistente personale al posto di Mariarosaria Rossi. Per capire l’aria che tira, bisogna tornare a una settimana fa, quando il leader di Forza Italia è partito per il Trentino Alto Adige per il rush finale della campagna elettorale. Per la prima volta da molto tempo ad accompagnarlo non c’è Ronzulli. Che non la prende affatto bene ma non si dà per vinta: si attacca al telefono e convince l’ex Cavaliere a farsi raggiungere due giorni dopo. All’interno del partito azzurro l’episodio non è sfuggito. Perché conferma le voci di un’insofferenza di Berlusconi verso Ronzulli aumentata negli ultimi mesi, tanto che in un recente pranzo del lunedì ad Arcore, davanti ai figli, l’ex Cav. avrebbe manifestato il desiderio di togliersela di torno.

Già fisioterapista dell’ospedale Galeazzi di Milano, dove conobbe il patron di Mediaset, eurodeputata nel 2009 (divenne famosa la foto in cui allattava la figlia in aula), Ronzulli arriva ad Arcore nel giugno 2016 dopo l’operazione al cuore di Berlusconi. All’epoca Marina accusava il vecchio cerchio magico capitanato di Mariarosaria Rossi di aver fatto affaticare troppo il padre: un sovraccarico di impegni che oltreché nel malore, aveva avuto conseguenze anche nella gestione dell’agenda di famiglia.

Via tutti e dentro una persona di estrema fiducia di Fininvest: Ronzulli, appunto. Che si era fatta stimare per le capacità dimostrate come intermediaria nella trattativa sulla vendita del Milan ai cinesi.

Ronzulli, però, in questi due anni ha acquisito un potere enorme. Chi vuole parlare con B. deve passare da lei e pochissime sono le telefonate che raggiungono il destinatario. Addirittura “il dottor Letta” non riesce più a parlare con “l’amico Silvio”. E sempre lei ha l’ultima parola sui forzisti da mandare in tv. L’accusa da parte di molti è quella di aver isolato Berlusconi dal partito, di controllarlo, di tenerlo in ostaggio. Ma Ronzulli interviene anche sulle scelte politiche. È lei, spesso, a decidere la linea di Forza Italia. Così, a fronte del suo ottimo rapporto con Matteo Salvini, da lei arrivano molte delle sterzate pro-Lega degli azzurri. Tanto che qualcuno l’accusa di essere la quinta colonna di Salvini dentro FI. È stata lei, per dire, a convincere Berlusconi alla retromarcia su Marcello Foa alla presidenza Rai. E anche di queste interferenze Berlusconi (che ora vorrebbe smarcarsi dalla Lega) si sarebbe stancato.

Il peso della senatrice, poi, si fa sentire anche sugli incarichi. Giovedì scorso Ronzulli è riuscita a piazzare il suo protetto Damiano Damiani come vice coordinatore in Puglia. In Lombardia Mariastella Gelmini voleva come vicecoordinatore vicario Matteo Perego. Ronzulli si è messa di traverso, col risultato che Perego è diventato vicecoordinatore semplice, insieme a Pietro Tatarella. In Calabria, invece, Ronzulli vorrebbe promuovere la fedelissima Maria Tripodi al posto di Jole Santelli. Stefano Cavedagna, invece, gode del suo appoggio per diventare leader dei giovani, in sostituzione di Anna Grazia Calabria. Un attivismo poco gradito dal vertice forzista.

Ora, però, questo potere potrebbe vacillare. Segni di nervosismo Berlusconi li manifesta da mesi. Come quello dell’aprile scorso, quando l’ex premier stava rispondendo alle domande dei giornalisti e lei tentò di trascinarlo via. “Voglio chiarire, aspetta!”, reagì il leader azzurro. Ma adesso la situazione sarebbe giunta al limite. Anche per questo motivo Berlusconi trascorre sempre più tempo a Villa Maria, la residenza vicino Arcore diventata il suo rifugio con Francesca Pascale. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la leggendaria lentezza dell’ex Cav. (che si lamentava anche della Rossi senza poi fare nulla) e i dubbi di Marina, della cui fiducia Ronzulli gode ancora. Con la solida sponda di Niccolò Ghedini. E poi, senza di lei, servirebbe una nuova assistente-badante. Tutt’altro che semplice da trovare.

La Lega non balla da sola: il boom non basta senza FI

Nonostante il successo della Lega e la débâcle di Forza Italia, l’ordine di scuderia in via Bellerio è di non esultare troppo. Niente toni trionfalistici, per non umiliare l’alleato. Tanto che ieri i commenti dei leghisti alle elezioni a Trento e Bolzano si contavano sulle dita di una mano e l’unico a lasciarsi andare, parlando di risultato eccezionale, è stato il segretario umbro Virginio Caparvi. Il capovolgimento dei rapporti di forza è impressionante: a Bolzano, Lega a 11,1% e FI all’1%; a Trento, Lega al 27 e FI al 2,8; sul totale dell’Alto Adige, Lega al 17,1% e FI all’1,5, superata anche da Casapound all’1,6. Male anche FdI (1,5%), erede di un partito, l’Msi, che qui viaggiava sopra il 10% grazie alla difesa dell’italianità. La linea di Salvini – che non sta nella pelle dalla gioia – è quella di non far innervosire gli azzurri. Per due motivi. Il primo è che buona parte dei voti guadagnati dalla Lega in Trentino sono sottratti a Forza Italia, quindi il saldo del centrodestra resta invariato. In secondo luogo, il leader leghista considera l’alleanza con gli azzurri in stand by, ma ancora viva, solo con pesi e contrappesi capovolti.

In Forza Italia, naturalmente, l’aria è tetra. Ma anche qui si fa un po’ lo stesso ragionamento. “Se la Lega aumenta e noi arretriamo, per il centrodestra non c’è da esultare. Il Carroccio non dovrebbe aver alcun interesse a spianarci, perché da solo Salvini non vince”, osserva Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama oggi deputato azzurro. Che aggiunge: “Il risultato va visto in prospettiva: ci sono intere aree del Sud dove la Lega non sfonda e dove siamo noi a essere avanti. La vittoria di Fugatti è anche nostra, fare un derby tra di noi non conviene a nessuno”.

Il pessimo risultato forzista, però, ha prodotto due effetti immediati. Da un lato ha fatto ri-sprofondare l’umore di Berlusconi, che ci aveva messo la faccia. Tanto che ora l’ex Cav. sta rivalutando la possibilità di non candidarsi alle Europee. Dall’altro, ha riacceso lo scontro interno. Con Giovanni Toti all’attacco. “Temo che con questa classe dirigente non vinceremo mai”, dice Toti, usando le stesse parole di Nanni Moretti nel 2002 in piazza Navona, contro i vertici del centrosinistra. “Se Toti vuol citare Moretti, gli consiglio Ecce Bombo: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente…”, la risposta pepata di Mara Carfagna. “Toti non giochi allo scaricabarile, le responsabilità vanno condivise”, afferma Mariastella Gelmini.

Secondo il governatore ligure, FI arretra perché critica troppo il governo, schierandosi così con Bruxelles, “cosa che fa venire l’orticaria ai nostri elettori”. L’altro fronte, compreso Berlusconi, la pensa all’opposto: i voti calano perché non critichiamo abbastanza l’esecutivo gialloverde. Due posizioni inconciliabili. Tanto che il governatore ligure era pronto a uscire e fare un nuovo partito solo due settimane fa, con tanto di annuncio nella sede della stampa estera a Roma. Poi si è fatto due calcoli e ha cambiato idea: meglio stare in minoranza dentro Fi e fare da sponda alla Lega che fondare un inutile partitino “alla Alfano”. Visione, dicono, condivisa anche da Salvini. Intanto, mentre Michaela Biancofiore si è dimessa da coordinatrice del Trentino, sono saltati gli stati generali azzurri del Sud previsti questo fine settimana a Ischia: “Condizioni meteo avverse”. E non solo.

Non c’è vaccino per i fan di Burioni

Per essere quelli che hanno – giustamente – gridato allo scandalo quando qualche leone da tastiera lo ha dipinto come il condannato a morte Aldo Moro, i fan del virologo Roberto Burioni non hanno gran dimestichezza con la dialettica social. E così, se qualcuno si azzarda a fare ironia sulla performance alla Leopolda del medico più famoso del web, è il diluvio di insulti. Loro due – la nostra Daniela Ranieri e lo scienziato – si sono chiariti. E la giornalista lo ha anche pregato di fermare “l’orda dei suoi fan insultanti sulla sua pagina. Sono vaccinata, in tutti i sensi”.

Ma evidentemente gli agit-prop telematici fanno fatica a saziarsi. “Rosicona”, “Sei una cialtrona, sotterrati”, è la cantilena che si allunga in risposta al suo messaggio. Figuriamoci se nel mirino c’è una giornalista del Fatto, “bandiera del ggentismo e del servilismo cialtrone” per cui è “probabile che lei si sia abituata ad esaltare le pentafascio gesta e non capisca”. Peggio ancora se la preda è donna: “È ossessionata da Renzi, deve averle dato buca”, “è antirenziana perché ci ha provato con Renzi anzi con un renziano e le hanno detto no”. Ma un bel vaccino contro l’idiozia, dottore, ce l’ha?