Dell’Utri, i giudici: “Elevata pericolosità”

“Il quadro della pericolosità” di Marcello Dell’Utri “è senza dubbio molto consistente”. È una pericolosità che – a parte la condanna, ulteriormente grave, inflitta in primo grado per la Trattativa Stato-mafia e nessuna intenzione di “rivisitazione critica del proprio passato” – per questioni di età, salute e di un fine pena molto vicino non è più “di eccezionale livello”.

Sono queste le motivazioni con le quali i giudici del Tribunale di Sorveglianza a settembre scorso hanno deciso di concedere a Dell’Utri altri cinque mesi di domiciliari. Una conquista per i legali dell’ex senatore che per lungo tempo hanno chiesto la scarcerazione per motivi di salute: dopo due no, a marzo scorso la Cassazione ha rinviato gli atti per chiedere di valutare il caso. A luglio sono stati concessi i domiciliari fino a settembre, poi confermati per altri cinque mesi. Non più a casa del figlio, come stabilito inizialmente, ma nel proprio appartamento di Segrate (Milano).

Il prossimo febbraio, quindi, i giudici, in base alle condizioni di salute, decideranno se l’ex senatore dovrà tornare o meno in carcere per scontare la condanna definitiva (inflitta nel 2013) a sette anni di reclusione per concorso esterno in Cosa Nostra.

Nel confermare il differimento della pena, però, il collegio presieduto dal giudice Marco Patarnello traccia un quadro personale e clinico di Dell’Utri, in entrambi i casi poco entusiasmante.

Sotto il primo profilo non ci sono sconti: “Il quadro della sua pericolosità è senza dubbio molto consistente – è scritto nel provvedimento del 28 settembre –. A parte la latitanza in Libano (…), appare molto significativo constatare come i fronti giudiziari a carico del predetto non si esauriscano nel pur gravissimo titolo in esecuzione”, ossia l’accusa di concorso esterno in Cosa Nostra, “ma sono caratterizzati (…) anche da almeno tre vicende estremamente gravi ed allarmanti, anche con condanna non definitiva, fra cui spicca la recente, gravissima e pesante condanna disposta in via non definitiva dagli uffici giudiziari di Palermo”.

I giudici sembrano riferirsi alla condanna a 12 anni inflitta nell’ambito in primo grado nel processo sulla Trattativa Stato-mafia.

Nel provvedimento si spiega che seppure Dell’Utri in passato “ha avuto accesso a mezzi e risorse pressoché illimitati e relazioni criminali, istituzionali e politiche di primissimo livello”, oggi “il quadro della sua pericolosità si è andato avvicinando a quello, pur sempre molto elevato, più propriamente riferibile a un condannato per fatti gravissimi, di 70 anni, con un quadro di grave infermità, con un fine pena non lontano, ancora dotato di assai rilevanti risorse di ogni genere e del tutto lontano da qualsiasi rivisitazione critica del proprio passato deviante, ma verosimilmente non più di eccezionale livello”.

Ed è in questo quadro che bisogna valutare le condizioni di salute. L’ex senatore, infatti, è affetto da cardiopatia, diabete e da un tumore prostatico. A luglio scorso è stato operato una prima volta nella casa di cura Mater Dei di Roma, sottoposto a una angioplastica coronaria con l’impianto di stent. Ci sono state delle complicanze e così ha dovuto affrontare una seconda operazione d’urgenza. Per quanto riguarda il tumore (è stato già sottoposto a radioterapia), invece, come scrivono i periti del Tribunale “il paziente necessita di condurre uno stile di vita corretto con alimentazione regolare, riposo adeguato, ma anche la possibilità di muoversi (…)”.

E tutto ciò, sostengono i periti, non è compatibile con il carcere.

Circostanza che i giudici condividono, confermando altri cinque mesi di domiciliari, anche se – conclude il Tribunale di sorveglianza – “occorre rilevare che la sua elevata pericolosità sociale esclude rigorosamente il contatto con persone diverse dai familiari conviventi”.

CasaPound, gli unici neri che Salvini non sgombera

Leggiamo, con qualche ansia, sul Corriere della Sera, la seguente frase: “Se entrate sarà un bagno di sangue”. Lo avrebbe detto, lunedì pomeriggio, a Roma, un esponente di CasaPound, “quando la Finanza ha bussato al portone di via Napoleone III, in zona Esquilino, nel bellissimo palazzo del ministero dell’Istruzione, che da anni ospita abusivamente famiglie e leader del movimento di estrema destra che ci vivono senza versare alcun canone d’affitto”.

Quando abbiamo appreso che la GdF (guidata da un colonnello) “che chiedeva solo di potere eseguire il mandato della Procura regionale della Corte dei Conti”, per ispezionare l’edificio e “quantificare lo spreco di questi anni”, ha ritenuto di fare dietrofront, il pensiero di questo diario è corso, senza indugio, alla figura del valoroso ministro degli Interni, Matteo Salvini. Un uomo che non deve chiedere mai, come hanno imparato sulla loro pelle (nera) i naufraghi della nave ong Aquarius, a cui fu interdetto l’ingresso nei porti italiani, nel nome di un’apposita disposizione creata sul momento. E che permise loro una gradevole crociera, sotto il sole del Mediterraneo, accolti infine in un sinistrorso approdo spagnolo. Parliamo del ministro tutto d’un pezzo che impedì a un gruppo di pericolosi africani (subdolamente mescolati a donne e bambini) di sbarcare nell’italianissima Catania dal pattugliatore della Marina militare tricolore, “Diciotti”, malgrado le minacciose interferenze della magistratura rossa. Sì, lo stesso vigile guardiano della legge uguale per tutti che salutò l’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, con un tweet quanto mai arguto e beffardo (“Accidenti, chissà cosa diranno Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”, ah ah). Alla luce di queste ardimentose azioni, attendiamo con partecipe attesa che il ministro, con apposito messaggio alla nazione, ingiunga ai militanti di CasaPound (neri anch’essi) di lasciare il passo ai rappresentanti dello Stato in divisa, nell’esercizio delle loro funzioni. Vero è che coloro che si definiscono “fascisti del Terzo millennio” non scherzano affatto, addestrati quasi militarmente a difendere ciò che considerano loro (insomma questi menano). Anche se puta caso di proprietà di un ministero, quello dell’Istruzione e dell’Università, il cui poco marziale titolare siede nel governo accanto all’impavida sentinella del Viminale. Vero è che, ancorché pubblico, l’edificio (sei piani per 60 vani) ospita da 15 anni, “diverse famiglie alcune imparentate con i vertici del movimento”, e che dunque il sacrosanto diritto a un tetto non si nega a nessuno. Vero è che, nella Capitale, in altra occasione si è provveduto allo sgombero, con massiccio spiegamento di forze dell’ordine e modi piuttosto spicci: però quel palazzo in via Curtatone era occupato da eritrei, e non aggiungiamo altro. Vero è che i camerati di CasaPound hanno sempre guardato con simpatia la Lega di Salvini, offrendo perfino un sostegno alle ultime elezioni. Insomma, mandare la polizia a casa di personcine sempre così disponibili non sarebbe affatto cortese. Vero è, infine, che oltre al palazzo dell’Esquilino vi sono, nell’elenco della questura di Roma altri 92 immobili occupati abusivamente. Il che, onde evitare il “bagno di sangue”, potrebbe suggerire all’invitto Capitano del Carroccio di posporre la pratica di via Napolenone III. Per esempio, sotto le altre 91, sicuramente più urgenti. Del resto, ben altre emergenze premono sul ministro, costretto com’è a controllare, senza sosta alcuna, che le sacre sponde non vengano violate da certi pericolosi irregolari di pelle scura (e bene in carne) che ne sanno una più del diavolo . Eh sì, la pacchia è finita. Lui tira dritto.

Anche Gabanelli difende Lucano: “È stato esemplare”

”Questo sindaco ha organizzato il suo paese in questa maniera qui, dando le case sfitte, vuote, abbandonate, da restaurare, per dare un’occupazione agli immigrati e far diventare Riace anche un polo attrattivo”. È Milena Gabanelli, giornalista del Corriere della Sera, a difendere Mimmo Lucano, il sindaco di Riace che ha il divieto di dimora nel territorio del proprio Comune dopo che un’inchiesta della magistratura ne ha contestato comportamenti illeciti nella gestione dell’accoglienza ai migranti. “Ha violato delle regole, può essere – afferma Gabanelli alla trasmissione I Lunatici di RadioDue – la legge va rispettata, ma abbiamo in Italia una situazione che è talmente fuorilegge e fuori controllo in tante realtà, dove nessun sindaco si è preso in carico il problema e ha girato la testa dall’altra parte. E questa non è una violazione della legge? Anche di una legge non scritta, morale? Lucano almeno ha fatto delle cose. È esemplare quello che ha fatto. Ora si punta il dito contro quest’uomo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma mi chiedo di nuovo, quanti sindaci abbiano invece girato la testa dall’altra parte senza prestare soccorso. E loro non avrebbero commesso nessun reato? Nemmeno morale?”.

Don Biancalani: “Randellano chi porta umanità”

“Ai 190 cittadini e parrocchiani che hanno firmato un esposto contro di noi, dico una cosa sola: incontriamoci, parliamo”. Don Massimo Biancalani non molla, lancia appelli al dialogo alla sua gente. Il blitz di sabato scorso lo ha colpito, le parole del suo vescovo (“bisogna abbassare i toni ed evitare il clamore”) lo hanno “amareggiato”. “Sabato sera sono arrivati in cinquanta, con le divise di diversi colori, c’erano ispettori della Asl e vigili del fuoco. A un certo punto ho pensato che volessero arrestarmi”.

Ride, il prete dell’accoglienza al centro di attacchi e polemiche. Quelle col ministro dell’Interno Matteo Salvini sono antiche e nascono da un bagno in piscina. Agosto di un anno fa, il prete organizza una giornata di relax per i rifugiati ospiti della sua chiesa e posta una foto su Fb: “Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici”. Replica di Matteo Salvini, non ancora ministro, ma già compulsivo produttore di tweet e post. “Questo Biancalani è un prete anti-leghista, antifascista e direi anti-italiano… Buon bagnetto”. Dall’ironia social agli striscioni di Forza Nuova (“Don Biancalani tanto fumo e poco incenso”), fino ai militanti neofascisti in Chiesa “per controllare la Messa”. Sabato il blitz. “C’era tanta gente venuta alla nostra pizza del rifugiato – racconta il sacerdote -. È un momento di incontro, di pace e solidarietà. Le pizze le avevamo prese da fuori, ci erano state regalate da circoli e ristoranti. Hanno controllato tutto, le cucine e la caldaia. Non ci hanno fatto contestazioni”. Nei mesi scorsi il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) è stato chiuso e a don Biancalani sono state fatte contestazione sui locali della parrocchia che ospitano una sessantina di rifugiati. Caldaia, impianto termico, cucine, vie di fuga, antincendio. “Stiamo lavorando per mettere le cose a posto, al Comune e alla Asl hanno una ampia documentazione fotografica di quello che stiamo facendo”, replica il prete. “Ma non abbiamo l’anello al naso, non si organizza un blitz interforze di sabato sera così all’improvviso, ci vogliono ordini precisi dall’alto. La questione è politica. Chi cerca di portare umanità viene randellato, le Ong, Mimmo Lucano e la sua Riace, noi. Un prete che apre le porte, accoglie a costo zero, grazie alla solidarietà dei suoi parrocchiani offre assistenza sanitaria, crea le condizioni perché un ragazzo rifugiato possa iscriversi alle superiori, costruisce laboratori e un orto biologico, tutto questo dà fastidio. È un cattivo esempio”.

Sul documento dei 190 cittadini del quartiere (“qui non si vive più tranquillamente”, si legge), il sacerdote si dice disponibile al confronto. “La parrocchia conta 7 mila fedeli, 190 hanno firmato, parliamone. Non mi sono mai nascosto le difficoltà, anche quando un nostro ospite ha avuto problemi con lo spaccio di droga. Chi si muove in questi ambienti sa che corre dei rischi”. Vicofaro e la parrocchia di don Massimo sono al centro di uno scontro duro. “La politica resti fuori”, scrive il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli, che si dice “amareggiato” per il blitz di sabato, parla di “escalation insopportabile”, invita a “spegnere i riflettori e cercare ciò che ci unisce”. Il vescovo attacca i governi locale (a Pistoia la giunta è di centrodestra) e nazionale: “La linea dura di rigore non è ragionevole e rischia di offrire spazi a sentimenti razzisti e xenofobi indegni dell’uomo e del nostro Paese”. Ma ne ha anche per don Massimo: “Molto dipende da lui, credo che se ne stia rendendo conto. L’accoglienza non è in discussione, ma l’accoglienza vera mira all’integrazione”. Insomma, si abbassino i toni. Parole che il sacerdote legge con “amarezza”. “L’analisi del vescovo è ingiusta perché interpreta il clamore che Vicofaro ha avuto in questi mesi come la volontà di qualcuno di esporsi”. Che farà il prete dell’accoglienza non amato da Salvini e odiato dai fascisti? “Semplice, andremo avanti. Papa Francesco ci ha detto di aprire le porte, noi lo abbiamo fatto”.

“Parigi rastrella migranti per portarli oltre il confine”

“Immigrati presi per le strade dei paesi, non al confine, e rispediti in Italia. Ma anche respingimenti di gruppo, vietati dal Trattato di Dublino. E infine anche restituzioni di minori, anche queste contro le regole”. Lo hanno riferito gli ispettori del ministero dell’Interno che nei giorni scorsi sono stati a Claviere (Piemonte) per verificare la situazione. Al confine tra Italia e Francia, è il quadro che emerge, c’è un far west in cui la Gendarmerie svolge il ruolo dei cowboy. Così ieri il Viminale ha confermato che il confine italiano sarà presidiato da un posto fisso di polizia. Non succedeva da anni. I nostri agenti identificheranno i migranti che i colleghi francesi cercheranno di rimandare in Italia. Spiega il ministero: “Basta procedure sbrigative e sommarie, nessuna tolleranza per ‘abbandoni’ e sconfinamenti, massima attenzione per la tutela dei minori. La settimana prossima l’ambasciatore di Parigi sarà al Viminale per affrontare la questione”.

Un caso diplomatico ormai. Anche perché, nonostante le proteste di Roma, le autorità francesi rifiutano imperterrite qualsiasi collaborazione con magistrati e polizia italiani. Anche questo è emerso dal lavoro degli ispettori del Viminale: gli agenti della Gendarmerie sconfinano senza avvertire i colleghi italiani. A volte, ed è perfino peggio, annunciano i loro blitz quando sono già avvenuti. Come è accaduto pochi giorni fa: le nostre autorità hanno ricevuto venerdì mattina l’avviso della spedizione – in realtà avvenuta alle 22,36 del giorno precedente – in cui due minori sono stati scaricati oltre confine.

Una violazione dietro l’altra: i respingimenti dovrebbero essere individuali salvo un accordo con le autorità italiane (che non c’è mai stato). E i minori, vista la loro condizione, avrebbero diritto a maggiori tutele.

Ma c’è un elemento più degli altri ha irritato il Viminale: come emerge dagli stessi documenti della Prefettura francese, appare chiaro che alcuni migranti non sono stati fermati nell’atto di passare in Francia, ma “rastrellati” per le strade dei paesi, anche a centinaia di metri di distanza dal confine. Evitando così di dover rispettare l’iter previsto dalle norme di Dublino.

A questo si aggiunge la denuncia di Amnesty International e di altre associazioni italiane e francesi che dieci giorni fa hanno mandato 60 osservatori a Claviere: in 48 ore hanno osservato 26 respingimenti di cui 8 di minori. Tutti episodi che sono finiti sul tavolo del ministro Matteo Salvini, ma anche del procuratore di Torino, Armando Spataro, che sta indagando sull’accaduto. Gli episodi non si contano.

Tutto era cominciato il 30 marzo scorso quando un gruppo di agenti della Gendarmerie era entrato nei locali della stazione di Bardonecchia, affidati a una Ong, prelevando a forza un immigrato e costringendolo all’esame delle urine. Al Fatto gli abitanti e le autorità di Bardonacchia avevano riferito di casi in cui la Gendarmerie effettuava posti di blocco in territorio italiano. La stessa cosa che è avvenuta il 2 agosto scorso: due persone sono state fermate e controllate da militari francesi armati e in tuta mimetica in territorio italiano. E ancora: la Digos nei giorni scorsi ha filmato un respingimento avvenuto oltre confine.

Nonostante lo scandalo suscitato, pochi giorni dopo ecco un episodio analogo testimoniato da un cittadino di Claviere. Spataro si è subito messo a indagare, ha emesso un ordine di investigazione europeo per conoscere i nomi dei militari responsabili dell’operazione di Bardonecchia, ma si è trovato davanti il muro di gomma del Procuratore di Albertville: “Non avete giurisdizione”. I magistrati piemontesi non demordono: altri due ordini di investigazione europea sono stati avviati per gli episodi più recenti. Ma ormai è diventata una questione tra stati che mette in discussione il rispetto di patti e trattati.

Don Federico Rebora, addio all’altra metà di don Andrea Gallo

L’altra metà del Gallo. Senza don Federico Rebora, morto ieri a 91 anni, non ci sarebbe stata la Comunità di San Benedetto al Porto. La storia di Andrea Gallo sarebbe stata diversa. Federico e Andrea, difficile immaginare persone così diverse. Ma proprio questo ha creato l’alchimia durata più di quarant’anni. A cominciare dalla telefonata che don Federico ricevette dalla Curia di Genova nel 1970, quando era parroco di San Benedetto. “C’è un sacerdote da accogliere”, dicevano. Era don Andrea, reduce dalle prime scintille con la gerarchia. Rebora lo accolse e tutto cominciò. È l’altro volto della chiesa di Genova che ha avuto cardinali come Giuseppe Siri, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco, ma anche preti di strada. Rebora c’era sempre alle spalle di Gallo, anche quando la Curia scalpitava per trasferirlo: “Cacciatelo voi, io no”. La porta di San Benedetto è sempre rimasta aperta a chi aveva bisogno: tossici, prostitute, disperati. Don Federico non ha mollato dopo la morte di Andrea e nemmeno con l’arrivo della malattia. Non ha mai abbandonato la Comunità e Genova. “Come stanno i ragazzi? Raccontami del ponte”, ha chiesto fino a poche ore prima di morire.

Ostia: retata tra i Triassi, i rivali degli Spada

Si erano messi in proprio da un po’, da quando i siciliani avevano ceduto agli “zingari” lo scettro degli affari sul litorale romano. E da poco più di un anno, avevano stabilito rapporti importanti con gli Spada, i Fasciani e altri gruppi criminali di Ostia. L’obiettivo era continuare a piazzare quella che in codice chiamano l’“amica vestita da sposa”, la cocaina, da vendere come “biglietti del cinema” su quattro importanti piazze del litorale. Un presidio mantenuto grazie a teste di maiale crivellate, violenze efferate, accordi trasversali con i clan “vincitori” e mediazioni di ex affiliati alla Banda della Magliana. Con gli arresti che negli ultimi mesi hanno colpito il clan Spada, erano diventati “una delle organizzazioni criminali più strutturate e potenti della zona”.

L’assetto criminale romano è “in continua evoluzione” come confermato anche dal procuratore della Dda di Roma Michele Prestipino e dalle carte dell’operazione Maverick, messa a segno ieri mattina dai carabinieri di Ostia, con 42 persone arrestate.

L’organizzazione era gestita da Salvatore Sibio, anziano boss reduce dalla Banda della Maranella e dai due “colonnelli” Alessandro Pignataro e Fabio Di Francesco, fino a pochi anni fa uomini di fiducia dei boss agrigentini Vito e Vincenzo Triassi. Con loro Marco Esposito detto “Barboncino”, elemento di raccordo fra il gruppo di Sibio e gli Spada. I Triassi, infatti, potendo contare sui rapporti di contiguità e parentela con la potente cosca di Cosa Nostra dei Caruana-Cuntrera, hanno vissuto il loro periodo d’oro sul litorale romano fra gli anni 80 e il 2002, almeno fino a quando l’omicidio di Paolo Frau (amico fraterno del boss della Magliana Renatino De Pedis) nel 2002 ha ridisegnato la geografia criminale dell’area, aprendo una lunga stagione di sangue legata alla gestione degli stabilimenti, con Vito (nel 2007) prima e Vincenzo (2010) poi gambizzati dai clan rivali.

In seguito a quegli episodi, gli agrigentini vengono “estromessi” dopo una riunione in una sala giochi fra le famiglie Triassi, Fasciani, Spada e D’Agata, preludio alla “pax mafiosa” mediata del casalese Michele Senese. Una pace per modo di dire, visto che Marco Esposito (legato ai Triassi e fino a ieri luogotenente di Sibio) e Ottavio Spada il 15 marzo 2013 cercheranno di uccidersi a vicenda davanti alla sala giochi Italy Poker.

Ma dal 2017 in poi le dinamiche cambiano. Il 14 dicembre 2017 Esposito chiude un affare per una partita di marijuana con Roberto Pergola, ex Magliana detto “er Negro” come Franco Giuseppucci e, soprattutto, collaboratore degli Spada, dopo essersi già avvicinato da tempo ai Fasciani attraverso Giorgio Benedetto; allo stesso modo, i due vice di Sibio, Pignataro e Di Francesco, nel marzo 2017, entrano nelle grazie di altri due boss, Roberto De Santis Roberto Giordani, detti “quelli del Cappuccino”, un tempo acerrimi rivali dei due e ora quasi soci, responsabili nel 2007 della gambizzazione di Vito Triassi.

L’operazione Maverick nasce dall’inchiesta di un caso di presunto suicidio da parte di un civitavecchiese, Alessandro Cresta, sparatosi al petto il 18 luglio 2016. Cresta era finito nel mirino di Esposito per una partita di droga non pagata, che aveva generato un debito di circa 70.000 euro. “Barboncino” e i suoi arrivano prima a sequestrare il socio di Cresta, Mirko Staffa: “Ieri questi de Ostia m’hanno massacrato de botte, volevano staccarmi i denti con le pinze e mi hanno menato in testa con il calcio della pistola”, riferirà all’amante di Cresta, prima che questi venisse ritrovato morto.

Roma, cede la scala mobile, strage sfiorata sulla Metro A

Un rumore, la sensazione che la scala mobile accelerasse sotto i piedi e poi le urla disperate delle persone ammassate una sopra all’altra. Verso le 19 e 30 di ieri sera la parte finale di una scala mobile della stazione Repubblica della Metro A di Roma ha ceduto nei pressi della discesa in banchina, durante il passaggio di un gruppo di una cinquantina di tifosi del Cska Mosca che andavano all’Olimpico per la partita con la Roma. Pesantissimo il bilancio: 24 feriti trasportati in ospedale, di cui 7 in codice rosso, uno di loro ha subito la semi amputazione di un piede. Per altri dieci ci sono lesioni gravi agli arti inferiori.

Le prime ipotesi sulla dinamica sono a 360 gradi: dal guasto tecnico all’impianto al problema causato dal passaggio irruento del gruppo di tifosi russi, alcuni di loro erano ubriachi, mentre saltavano. “Sembra che testimoni abbiano visto persone saltare e ballare sulla scala mobile”, ha riferito la sindaca Virginia Raggi arrivando sul posto. I pochi russi ancora presenti in piazza della Repubblica nella concitazione dei primi soccorsi si sono limitati a dire in un inglese stentato “no jump” (non abbiamo saltato, ndr). Mentre un’altra persona, visibilmente scossa, ha raccontato: “Abbiamo iniziato a saltare gli uni sugli altri quando abbiamo sentito la scala che accelerava”.

La polizia ha sequestrato l’intera stazione della Metro, per ricostruire correttamente la dinamica però saranno fondamentali i video delle telecamere di sorveglianza di Atac. Verranno effettuati degli accertamenti tecnici per verificare se l’accelerazione improvvisa del meccanismo di cui parlano alcuni testimoni e successivo il cedimento siano stati causati da elementi esterni, come i possibili salti dei tifosi, e anche sull’efficienza del sistema di frenata dell’impianto. Al vaglio anche l’ultima manutenzione effettuata: l’impianto che ha ceduto ha circa 10 anni, ovvero un terzo della sua normale durata media. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per lesioni personali gravissime. Anche l’Atac ha avviato un’indagine interna che sarà basata sui filmati e le testimonianze collezionate per accertare quanto accaduto.

I tifosi del Cska, alcune centinaia, si erano radunati a metà pomeriggio nei bar all’inizio di via Nazionale, nel cuore del centro di Roma per bere qualcosa prima di prendere la direzione dello stadio Olimpico, dove la sera era in programma la partita di Champions League contro la Roma. Avevano fatto la stessa cosa nel settembre 2014 quando le due squadre si erano incontrate per un match di Europa League.

Due le questioni, diverse tra loro, destinate a tenere banco nei prossimi giorni: la tenuta delle infrastrutture di trasporto della Capitale e la gestione della sicurezza delle partite casalinghe delle squadre romane.

È ancora fresco in città il ricordo del bimbo morto nel 2015 dopo esser caduto nella tromba di un ascensore della Metro A alla fermata Furio Camillo. In quello stesso anno la fontana della Barcaccia di piazza di Spagna venne presa d’assalto dai tifosi del Feyenoord.

Il Campidoglio, per voce della sindaca, si è detto pronto a mettersi “a disposizione dei feriti e delle famiglie per tutto ciò che può essergli necessario”. Ora gli occhi sono puntati sui risultati forniti dalle telecamere della stazione.

Stampa Romana: “Limitare punibilità e risarcimenti”

Il direttore Marco Travaglio e una giornalista del Fatto Quotidiano sono stati condannati in solido con l’azienda a versare 95 mila euro di risarcimento a Tiziano Renzi che si era sentito diffamato in sede civile da sei articoli pubblicati sul giornale e sul sito.

Tre articoli sono stati ritenuti pienamente legittimi, tre sono stati considerati diffamatori per il non corretto uso di alcune parole, incluso un titolo. Per il titolo è stata condannata la collega che non lo ha scritto.

Anche alla luce di questa decisione riproponiamo con forza il tema della riforma della diffamazione che limiti la punibilità e la risarcibilità dei presunti danni non patrimoniali ai casi in cui sia dimostrata l’intenzione lesiva o la colpa grave dei giornalisti, escludendola quando si tratti di mere dispute terminologiche. Il Fatto Quotidiano è un’azienda in salute che pagherà quanto prescritto dai giudici se confermato negli altri gradi di giudizio ma immaginiamo i rischi professionali che corrono migliaia di giornalisti freelance, non tutelati dalle aziende, e cosa significhi tutto questo per la libera informazione.

Tiziano e i fatti che nessuna sentenza potrà mai smentire

Doveva esserci anche Matteo Renzi, con papà Tiziano, a pranzo nella masseria Buca Due di Fasano, ma l’allora premier all’ultimo preferì volare a New York per la finale degli Us Open. Era il 12 settembre 2015. Il gruppetto di amici del papà che lo aspettava aveva già avuto modo di incontrarlo il 17 giugno a Palazzo Chigi, dove era arrivato per essere ricevuto da Luca Lotti, all’epoca sottosegretario alla Presidenza. Organizzatore: Luigi Dagostino, amico e socio dei genitori dell’allora premier, arrestato nel giugno scorso per un giro di fatture false nell’ambito dei progetti per l’outlet The Mall di Reggello. Tra queste fatture, anche due emesse nel 2015 per 160 mila euro che hanno fruttato a Dagostino un rinvio a giudizio insieme ai suoi due amici Tiziano Renzi e Laura Bovoli: i due non avrebbero fornito un servizio proporzionato alla somma richiesta. Lo stesso Dagostino, intercettato, si sfoga: “Lo so benissimo che questo è un lavoro che valeva al massimo 50, 60, 70 mila euro; ma se tu me ne chiedi 130 e sei il padre del presidente del Consiglio mi posso mica mettere a discutere?”. Il processo inizierà il 4 marzo 2019.

Prima di allora si chiuderà un’altra vicenda che vede i due Renzi sovrapposti, complementari. Quella di Consip. Anche qui c’è di mezzo un imprenditore, Alfredo Romeo, poi arrestato per corruzione. E anche qui il genitore si opera, briga nell’ombra della posizione di potere del figlio. Perché Romeo, secondo quanto accertato dagli inquirenti di Napoli prima e Roma poi, vuole arrivare a lui: al Renzi che siede nella stanza dei bottoni. E per arrivarci passa dal padre, usando l’amico comune, Carlo Russo, un piccolo imprenditore e faccendiere, legato a Renzi senior tanto da andare insieme in pellegrinaggio a Medjugorje e fargli tenere a battesimo da padrino il figlio. Gli appalti a cui mira Romeo, secondo l’accusa, sono quelli faraonici di Consip guidata dall’allora fedelissimo dell’ex rottamatore, Luigi Marroni.

Scrivono il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi: Russo e Renzi senior “si facevano promettere” da Romeo “somme di denaro mensili” come “compenso per la mediazione” attuata “sfruttando relazioni esistenti tra Tiziano Renzi e Marroni, amministratore delegato di Consip”. Secondo le risultanze investigative Romeo si incontra più volte con Russo e una, ipotizzano gli inquirenti anche con Renzi senior, probabilmente in un bar di Firenze nell’estate 2015. Circostanza sempre negata dal padre dell’ex segretario del Pd con decisione ai pm, ma con qualche incertezza al figlio. È il 2 marzo 2017, Repubblica riporta le dichiarazioni dell’ex tesoriere del Pd campano, Alfredo Mazzei, che racconta di una cena segreta avvenuta “in una bettola a Roma” tra Romeo, Russo e Tiziano. Il figlio, presidente del Consiglio, interroga il padre. Letto l’articolo lo chiama e i pm di Napoli registrano. Gli chiede: “È vero che hai fatto una cena con Romeo?”. Tiziano è evasivo. Annotano gli investigatori: “Dice di no e che le cene se le ricorda, ma i bar no”. Si rifugia in un vago “non me lo ricordo”. Ma, gli fa notare il figlio, “non è credibile che non ricordi di avere incontrato uno come Romeo”. Al momento Tiziano nel fascicolo Consip è indagato per traffico di influenze. La sua posizione potrebbe chiudersi a breve con l’archiviazione. Ma rimane aperto un aspetto che bene inquadrò proprio Matteo Renzi nel 2001: “Esiste una questione morale che prescinde dall’archiviazione (…), non possiamo lasciare che esista il minimo dubbio sull’integrità” del singolo. Così parlava da segretario provinciale dei Popolari accanto al padre Tiziano, all’epoca capogruppo in Comune a Rignano, invocando le dimissioni del sindaco Massimo Settimelli che non era neanche stato indagato ma guidava l’amministrazione lambita da un’inchiesta sul piano cave poi archiviata. Erano oltre il giustizialismo. Le idee cambiano. Se tocca a te. Le vicende The Mall e Consip sono ancora aperte. Su altre papà Renzi è stato archiviato. Come il fascicolo per bancarotta fraudolenta che lo ha visto indagato a Genova insieme alla moglie. I pm ipotizzarono che avesse svuotato della parte sana la società di famiglia, Chil Post, per poi affidarla a dei prestanome e poi portarla al fallimento con 1,5 milioni di debiti. Nella fase investigativa gli inquirenti hanno setacciato la storia imprenditoriale dei Renzi, fotografando una realtà fatta di piccole commesse, abuso del ricorso ai contratti atipici. Basti dire che il solo assunto come dirigente di una decina di aziende nate a Rignano è stato il figlio Matteo che, della Chil, era stato tra i fondatori nel 1994. Ma è stato inquadrato solo nel 2003: poche settimane prima di ufficializzare la candidatura alla guida della Provincia di Firenze con l’Ulivo. Vittoria sicura. E contributi figurativi. Le sorelle rimasero co.co.co.

Sempre da Genova emerse che Tiziano aveva ceduto le quote della società alle donne di famiglia per poter avere la garanzia a un mutuo da parte di Fidi Toscana della Regione riservato all’imprenditoria femminile. Garanzia incassata e usata: l’azienda ha lasciato insoluti 263 mila euro, in parte onorati da Fidi Toscana e per 236 mila euro dal Fondo centrale di garanzia del ministero dello Sviluppo economico. I debiti del padre sanati dal governo del figlio. Chissà cosa intendeva il giovane Renzi quando parlava di “questione morale”.