“Fermo restando che, come sottolinea lo stesso direttore del Fatto, Marco Travaglio, le sentenze vanno rispettate, e fermo comunque restando il diritto a ricorrere in appello, la vicenda presenta aspetti che non possono passare in secondo piano. Non può non essere sottolineata, per esempio, l’evidente sproporzione fra la condanna inflitta ai giornalisti e al giornale (95 mila euro) e la sanzione comminata al querelante, Tiziano Renzi, che dovrà pagare soltanto 13 mila euro per spese del giudizio, nonostante si sia visto respingere quattro delle sei richieste presentate”, si legge nella nota di Raffaele Lorusso, segretario della Federazione della stampa che è il sindacato dei giornalisti. “Chiunque – dice Lorusso – può provare a far tacere un cronista e un giornale presentando una richiesta di risarcimento danni per milioni di euro (le cosiddette querele temerarie) perché c’è la certezza che, anche se la richiesta si rivelerà infondata, si rischia soltanto di pagare qualche migliaio di euro di spese giudiziarie. Se sbagliano – è successo e succederà ancora – è giusto che vengano chiamati a pagare per i loro errori – scrive Lorusso – esattamente come tutti i cittadini. La sanzione, però, non può essere sproporzionata”.
Grazie a tutti, la società è solida
In merito alla sentenza di condanna per diffamazione e al conseguente risarcimento dovuto a Tiziano Renzi da parte della Società Editoriale Il Fatto, che manleva in toto la direzione e i giornalisti, e a seguito delle numerosissime manifestazioni di vicinanza da parte di lettori che vogliono effettuare donazioni al nostro giornale, si comunica che le risorse economiche della Società consentono ampiamente di adempiere a quanto disposto dal giudice. Tuttavia si ricorrerà in appello nella speranza che la sentenza di primo grado venga smentita. Ringraziamo comunque coloro che ci sostengono in modo così rilevante. La forza economica della Società, che permette anche di saldare i risarcimenti, è sempre dipesa e dipende dai lettori che acquistano il giornale ogni giorno o che si abbonano.
La solidarietà dei lettori: “Siamo pronti ad aiutarvi”
Le lettere sono giunte in redazione per tutta la giornata e quelle che pubblichiamo ne rappresentano una piccola parte. Dopo che il Tribunale civile di Firenze ha condannato la nostra azienda, una nostra collega e il nostro direttore per un titolo sbagliato e due aggettivi in un articolo, senza poter smentire la vericidità dei fatti, siamo sommersi da incoraggiamenti. Da segnalare anche l’intervento del sindacato dei giornalisti che pone la questione di fondo, già indicata ieri nell’editoriale del Fatto: come garantire una vera riforma della diffamazione a mezzo stampa, come battersi contro le liti temerarie, distinguere fatti falsi dagli insulti e dare valore alle rettifiche e alle smentite.
Un fondo dei lettori
Facciamo una sottoscrizione per costituire “Il Fondo dei lettori liberi che vogliono un giornale libero”. Un fondo di cui il giornale darà periodicamente conto per fare fronte a questi tentativi di taglieggiamento e dimostrando che siamo più forti e più duri. Io ci sto.
Paolo Farinella, prete
La giustizia a volte latita
Purtroppo credo che le sentenze dei giudici non sempre seguano i canoni della giustizia. Comincerei con un appello ai lettori per una sottoscrizione per le cause legali.
Albarosa Raimondi
A voi ci teniamo
Massima solidarietà. Sono sicura che in appello la sentenza sarà diversa. Per il momento, diteci come vi possiamo aiutare. Ci teniamo alla libera stampa.
Valentina
Pronto ad aiutarvi
Buongiorno, pur non essendo un abbonato sono un lettore del Fatto e in risposta al vs. editoriale di oggi “Cambiamo mestiere” vorrei sapere come posso contribuire.
Andrea Zironi
E io mi faccio “socio”
Non è un granché, ma dopo la sentenza del Tribunale di Firenze mi sono fatto socio di Fatto per tutto l’anno.
Philip Laroma Iezzi
Da Antimafia 2000
Caro Marco, siamo con voi per quello che state vivendo. Il tuo editoriale ci tocca molto da vicino. In questi anni le cause che abbiamo perso (quasi sempre per cavilli giudiziari) hanno colpito pesantemente le nostre minime risorse (…) Nonostante tutto questo, finché le forze ce lo consentiranno, continueremo comunque a fare il nostro dovere, anche sostenendo quella libera informazione che il Fatto rappresenta.
Lorenzo baldo (redazione Antimafia2000)
Come con l’Unità
Propongo una campagna di sottoscrizione a chi ancora crede in una stampa libera al fine di mantenere in vita un giornale oggi il Fatto, ieri l’ho fatto per l’Unità, il manifesto, domani chissa! Tenete duro
A. Gardi Imola
Aiuti da un pensionato
Piccol(issim)o pensionato statale voglio contribuire con un piccolo bonifico bancario per alleviare la sonora condanna.
Ruggiero Piazzolla
Un Renzi non ci fermerà
Egr. Direttore, in merito al Suo articolo di oggi direi che da assiduo lettore non mi faccio problemi a contribuire con una quota (seppur modesta, nelle mie piccole possibilità) a sostegno del Fatto Quotidiano. Non sarà un minuscolo Renzi a fermare la libera stampa. Con stima
Nicolò Carletto
Un dossier a 5 euro
Perché non attivate una raccolta fondi oppure mettete in vendita un numero speciale con l’intero dossier “il Caso Renzi” e lo vendete a prezzo politico di 5 euro?
G. Armento
Il Tg1 non si smentisce
La solerte funzionaria del Tg1 ha dato notizia che il Fatto Quotidiano e il suo direttore Marco Travaglio sono stati condannati a pagare 90.000 a quel “gentiluomo” del padre di Renzi. Ora, dubito che avrebbero dato la notizia nel caso che fosse stato condannato a pagare Tiziano Renzi.
Filippo Garofalo
Cento euro a condanna
Gentili Marco Travaglio e redazione tutta, non avete che da indicare Iban e sarò lieto di versare 100 euro per ogni causa perduta. Grazie di esserci
Michele Putignano
Sempre con voi
Siamo con Voi nella difesa delle idee e della libera informazione! Teneteci aggiornati e diteci come possiamo aiutarvi! Sempre al vostro fianco.
Adriana Re e Fabiano Rossi
Stavolta le scrivo
Gentile Direttore, spesso mi son proposto di scriverLe e poi ho soprasseduto nel timore di importunarLa; questa volta non posso lasciar perdere. Vorrei aprire una sottoscrizione tra i Suoi lettori e (perché no?) tra tutti coloro che hanno a cuore la liberta di stampa.
Adriano gentilomo
Cari amici, grazie di cuore. Da lunedì pomeriggio, quando si è diffusa la notizia dell’incredibile sentenza del Tribunale di Firenze che ci infligge un risarcimento di 95 mila euro per un titolo e due parole su Tiziano Renzi, siamo stati letteralmente alluvionati di telefonate, lettere, email e messaggi di solidarietà. Molti ci chiedono addirittura il codice Iban per poter contribuire con un versamento. Per fortuna, la nostra società editoriale è sana e solida, cioè in grado di far fronte anche a questo salasso, sempreché la nostra richiesta di sospensiva dell’esecutività della sentenza venga respinta. A chi domanda che cosa fare per aiutarci concretamente, rispondo anzitutto con un enorme “grazie” – a nome di tutto il Fatto Quotidiano – per la vicinanza, il calore, l’affetto e la gratitudine per il nostro lavoro (che sono la ricompensa più gradita per i nostri sforzi di informare sempre in modo attendibile, libero e imparziale). E poi raccolgo la proposta già messa in atto e rilanciata da alcuni lettori: chi acquista il Fatto saltuariamente può farlo ogni giorno; chi già lo fa ogni giorno può raddoppiare le copie e regalarne una a un amico o a un collega, oppure lasciarla in un bar, sul tram, sulla metro, su una panchina; chi non l’ha già fatto può abbonarsi, o diventare “socio di Fatto”; o ancora può donare un abbonamento ad altri. Così la nostra comunità si allargherà ancor di più e potrà resistere con sempre maggiore forza a ogni tipo di pressione. Finché ci sarete voi, ci saremo anche noi.
Marco Travaglio
Milano, in manette le nuove leve della ’ndrangheta
Quattro fratelli della famiglia Barbaro, affiliata ai Papalia, sono stati arrestati dai carabinieri di Corsico (Milano) insieme ad altre 14 persone, di cui 10 italiani e 4 marocchini. L’accusa è associazione a delinquere per il traffico di stupefacenti. Oltre a Francesco, già in carcere per altri reati, sono stati arrestati i fratelli Antonio, che aveva assunto la direzione dell’organizzazione per lo spaccio di droga, Salvatore e Giuseppe. Gli ultimi due, di 30 e 24 anni rispettivamente, sono incensurati e sono considerati dagli inquirenti come le nuove leve della famiglia. Antonio Barbaro è stato fermato a Vipiteno, al confine fra Italia e Austria, mentre si stava dirigendo in Germania. Gli arrestati, ha spiegato Alessandra Dolci procuratore aggiunto della Dda di Milano, “avevano il controllo del territorio” di Corsico e utilizzavano targhe di copertura e sentinelle per sfuggire ai controlli e rafforzare il presidio. Dolci si è complimentata con i carabinieri di Corsico, attivi su un “territorio difficilissimo”.
L’indagine è durata poco più di sei mesi e si è basata anche su intercettazioni telefoniche e ambientali e telecamere. Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati oltre 25mila euro in contanti e cocaina di estrema purezza.
“Al dolore di chi muore non può aggiungersi il pensiero di rischiare”
“Aiutare chi sta male non può essere una colpa. E chi parte non può sentire il peso di mettere nei guai le persone che gli sono accanto e lo accompagnano. Non possiamo aggiungere un peso a chi già sta lasciando la vita”. Usa sempre la parola “partire” Sabina Cervoni. E questa infermiera romana di 58 anni di persone ne ha viste partire tante da quando ha deciso di prestare servizio presso l’associazione svizzera Exit e di stare vicina a chi sceglie la morte assistita. Li ricorda uno per uno, racconta di loro con voce insieme ferma e commossa. Dalla Svizzera Sabina sta seguendo la battaglia di Marco Cappato.
Perché, secondo lei, la battaglia di Cappato è tanto importante?
Per dare serenità a chi parte. Ma anche per permettere ai loro cari di accompagnarli senza che al dolore e alla sofferenza si aggiunga il pensiero di rischiare poi delle conseguenze giudiziarie. Non si può punire chi agisce per altruismo.
Noi tutti ricordiamo dj Fabo. Ma sono tanti gli italiani che continuano a venire?
Gli italiani, ma anche i tedeschi, i francesi. Persone da tutta Europa.
I dati di associazioni come Exit e Dignitas parlano di circa 300 persone l’anno dall’Italia. Migliaia da tutta Europa. Com’è possibile?
Sono storie che avvengono nel silenzio. Lontane dai giornali. Non è vietato dire che si viene in Svizzera per farsi curare… anche se in realtà si è deciso che sarà l’ultimo viaggio. Ma questa decisione deve essere riconosciuta, bisogna lasciare la libertà.
Lei crede che molte persone rinuncino ad accompagnare i loro cari per timore di essere condannate?
No. Quando si condivide una scelta non c’è timore che regga. Sono disposti a rischiare, vince il coraggio.
Ma le polemiche ogni volta ritornano. Riemerge il timore di rendere facile il suicidio…
Mi rendo conto che la questione è delicata. Anche in Svizzera, dove la morte assistita è consentita, c’è una zona d’ombra nel codice penale intorno alla figura di chi accompagna. Ma ci sono verifiche ferree: c’è la polizia e poi il procuratore che in ogni caso si assicurano che nessuno abbia spinto la persona a partire. E che abbia deciso in piena autonomia. Poi c’è un’assistenza psicologica per garantire fino all’ultimo la possibilità di cambiare idea. Capita spesso. Dovete sapere che parliamo di persone spesso anziane (l’età media è 78 anni) e malate terminali. In Svizzera meno dell’1 per cento della popolazione sceglie la morte assistita.
Quanto aiuta in quel momento non essere soli e avere accanto qualcuno?
Le persone muoiono come sono vissute. L’ultimo momento racchiude in sé tutta l’esistenza. Ho assistito persone solitarie che hanno scelto di partire per conto proprio. Ricordo persone che hanno chiesto in quegli istanti di ascoltare la loro musica preferita, di avere accanto i fiori che coltivavano in giardino. Perfino di brindare con il loro liquore preferito. C’era un signore, non lo dimenticherò mai, che mi chiese di fare un brindisi con il mojito. Era serereno. Poi ha preso l’anestetico e in pochi minuti è morto.
Ma altri…
Sì, chi ha avuto una vita ricca di relazioni e affetti chiede di averli accanto. Per chiudere la vita come l’ha vissuta. Per ritrovare prima di partire legami magari persi. C’era un uomo di 84 anni che intorno al suo letto è riuscito a ricomporre finalmente tutta la sua vita: c’erano la prima moglie con i figli, poi la compagna con l’ultimo figlio. Perfino i nipoti. Alla fine li ha visti tutti insieme, in un giro d’occhi. Si sono parlati, abbracciati. Capiti.
Lei ha accompagnato decine di persone. Parla di dolore, ma anche di serenità. Che cosa accompagna queste persone, anche la fede?
C’è chi crede e chi no. Certo, ho visto protestanti, ebrei e molti cattolici. Proprio l’ultima donna che ho assistito aveva una profonda fede cattolica. Gliel’ho chiesto, perché prima noi parliamo tanto, e lei mi ha detto: ‘Non vedo nessuna contraddizione tra la mia fede e la libertà di andarmene’.
Roma, l’autopsia su Desirée: “È stata drogata e violentata”
Una “presunta” violenza sessuale, forse di gruppo. E quattro o cinque ragazzi africani, spacciatori della zona, su cui si stanno concentrando le indagini della Mobile di Roma. Desirèe Mariottini, nella notte fra giovedì e venerdì scorso, è morta per overdose, e su questo non sembrano esserci dubbi. Ma l’autopsia effettuata sul corpo della 16enne di Cisterna di Latina ha rivelato anche una “probabile” violenza, ripetuta, consumata poco prima che la ragazza venisse lasciata nel cortile dell’edificio fantasma di via dei Lucani 22, strada degradata del quartiere San Lorenzo. Dinamica che, se confermata, ricorderebbe da vicino la tragedia di Macerata e di Pamela Mastropietro.
Gli investigatori stanno cercando di ricostruire le ore precedenti alla morte di Desirèe. L’edificio fantasma – la cui costruzione iniziata nel 2011 non è mai stata completata – da anni ospita senzatetto, baracche e gli “avventori più disparati”, come confermato anche dal Comitato di Quartiere. C’è anche la droga lì dentro, e non è un mistero, a pochi metri dai locali della movida universitaria. “Quella sera c’era, poi le cose potrebbero essere sfuggite di mano”, hanno raccontato alcuni testimoni agli inquirenti. E non era la prima volta che la ragazza scavalcava insieme agli altri per entrare in quello spazio. Probabilmente conosceva anche i ragazzi che le hanno dato la droga. Alla trasmissione Storie Italiane (Rai1) un ragazzo senegalese ha rivelato: “Quella sera dopo che è morta c’ero. Sono arrivato lì tra mezzanotte o mezzanotte e mezza sono entrato e c’era una ragazza che urlava. Ho guardato quella che urlava e c’era un’altra ragazza a letto: le avevano messo una coperta fino alla testa ma si vedeva la testa. Non lo so se respirava ma sembrava già morta, perché l’altra ragazza urlava e diceva che era morta”. Ieri la polizia ha ascoltato anche la coetanea che aveva accompagnato Desirèe.
San Lorenzo è da anni nel mirino delle forze dell’ordine per la presenza di una delle piazze di spaccio più note di Roma. “Ma cose così gravi non si sono mai sentite”, affermano dal Comitato di Quartiere, che organizzerà una fiaccolata nel fine settimana.
Il supermercato in affitto rompe la magia Ferragnez
Naturalmente l’ultima volta che Chiara Ferragni è entrata in un supermercato aveva 14 anni e comprava un accendino per fumare di nascosto dalla mamma, ma vabbè. Lo scopo della festa è quello di lasciare che gli invitati si servano da soli dai vari scaffali consumando quello che vogliono per poi cantare al karaoke sempre all’interno del supermercato. Insomma, la Ferragni conferma la sua ossessione per l’affitto di qualunque cosa: il treno per il compleanno, l’aereo per il matrimonio, la ruota panoramica sempre per il matrimonio, ora il supermercato per il compleanno di Fedez. Per la nascita del secondo figlio probabilmente affitterà Betlemme.
Del resto, che lei sia per il basso profilo l’abbiamo capito quando ha fatto il tour delle cliniche private in diretta su Instagram per scegliere dove andare a partorire. Al supermercato la situazione degenera. Alcuni invitati ballano agitando insalate cappuccine, altri prendono a calci dei peluche, Chiara si infila in un carrello ricoperta di pomodori e finocchi, la sorella posa in piedi dentro un altro carrello con una gamba fuori e il tacco puntato sul caffè Kimbo, Fedez apre barattoli di pomodoro per il torbido, recondito gusto di aprire barattoli di pomodoro. Insomma, una cafonata mirata a dimostrare che Di Maio aveva ragione: hanno abolito la povertà.
Visto che però i soldi comprano tutto tranne la furbizia, le immagini finiscono sulle storie di Instagram dei Ferragnez e nel giro di dieci secondi i due, sui social, sono accusati di essere il simbolo dello spreco alimentare mondiale. Più di tutte le mense scolastiche del mondo il giorno in cui ci sono le zucchine di contorno. A quel punto Fedez, nel mezzo della festa, mette su la faccia di quello che deve gestire una crisi internazionale tipo missili nord-coreani nel Mar del Giappone e sempre ripreso da cellulari vari si mette a confabulare con i suoi consulenti/manager spin doctor: la madre e la Ferragni. Il labiale parla chiaro: “Diciamo che diamo tutto in beneficenza?”. Poco dopo, con commovente genuinità, comunica ai follower che gli dispiace tanto per gli sprechi ma devolverà tutto in beneficenza.
I follower capiscono che è una paraculata ma soprattutto che regalerà ai poveri i pomodori con cui le invitate si sono sfregate le chiappe, per cui è costretto a spiegare che no, domani farà la spesa e la regalerà ai poveri. Allora la Ferragni interviene con un comunicato e dice che un supermercato tutto per lei era il suo sogno da bambina, il che vuol dire che ora, per il compleanno di lei, Fedez potrebbe regalarle tutto il corpo di ballo del “Valchiria lapdance” e dire che era il suo sogno da adolescente.
Nel comunicato spiega anche che lei e Fedez sono “due persone di valore” per dire che hanno dei valori, che come lapsus, visto che insieme fatturano quanto Burger King, non è niente male. Insomma, volevano fare un compleanno a tema ortofrutta e mezza Rete ha finito per tirar loro pomodori. Più a tema di così.
Magneti Marelli o il sovranismo a continenti alterni
Qualche giorno fa Fca ha venduto Magneti Marelli ai giapponesi di Calsonic, azienda dell’automotive (peraltro più piccola di quella con sede a Corbetta) di proprietà del fondo Usa Kkr: per i giapponesi – anche se il prezzo (6,2 miliardi) non è da saldo – è un ottimo affare per varie ragioni, la più ovvia delle quali è che MM è un gioiello con 85 unità produttive e 15 centri di ricerca e sviluppo in tutto il mondo, che ha nel suo portafoglio clienti i maggiori marchi automobilistici. Ora, anche se l’accordo prevede mantenimento di produzione e occupazione in Italia per qualche anno (?), è bene tenere a mente che non esiste grande sistema manifatturiero (e il nostro ha perso già un quarto della sua base produttiva) senza l’auto: Fca è assai poco italiana e questa vendita segnala che ancor meno lo sarà in futuro; Magneti Marelli era fondamentale per far crescere qui le auto del futuro (elettriche, ipertecnologiche, a guida autonoma) ed è assai dubbio che questo succederà visto che la testa dell’azienda è già in Giappone, brevetti e utili seguiranno. Il governo fischietta – Di Maio “sta monitorando”, Salvini ha dato la sua benedizione – nonostante possa bloccare o modificare l’operazione grazie al golden power sulle aziende ad alta intensità tecnologica. E dire che proprio Salvini, giusto qualche giorno fa, aveva denunciato “chi vuole un’Italia debole per fare shopping di aziende”. Forse non c’è da stupirsi: sovranista con l’africano e free trade con l’americano non è proprio una novità nella politica occidentale.
Diritti per i rider, dopo le promesse le aziende continuano a fare melina
Dire che sia finita nello sgabuzzino sarebbe esagerato, ma la trattativa tra i ciclo-fattorini e le app del cibo a domicilio è certamente entrata in una fase di stallo. E questo sta preoccupando non poco sia le associazioni dei rider sia i sindacati tradizionali. È passato un mese e mezzo dall’ultimo incontro tra le parti al ministero del Lavoro: in quell’occasione – era l’11 settembre – le aziende del food delivery si sono impegnate con Luigi Di Maio a presentare una proposta di contratto entro due settimane, quindi non oltre il 25 settembre. Sono passati quasi 30 giorni da quella scadenza, ma quel documento ancora non esiste, né le imprese hanno voluto far sapere a che punto è la stesura.
La trattativa, quindi, si è di fatto arenata. Un paradosso, se pensiamo che proprio i rider hanno accettato di compiere un passo indietro per provare a dare una scossa. Sempre durante l’ultima riunione, i comitati si sono detti disponibili a rinunciare al riconoscimento della subordinazione. Foodora, Deliveroo e le altre, infatti, non assumono come dipendenti i propri fattorini, ma li inquadrano come collaboratori autonomi o al massimo parasubordinati (i co.co.co.). Il motivo – sostengono le piattaforme – è che in questo settore serve flessibilità per garantire la sostenibilità. Per i rider, invece, questo è un mestiere che si svolge sotto la direzione dell’azienda, che quindi dovrebbe assumere con contratti da dipendenti. Per provare ad accelerare la chiusura della trattativa, però, i rider hanno deciso di mettere da parte questa rivendicazione, a patto di strappare migliori condizioni sui salari (quindi abolizione del cottimo), sulla sicurezza (assicurazione per infortuni e malattia per tutti) e sulle tutele previdenziali. Proprio questa “concessione” sembrava essere stata accolta con favore dalle aziende, che quindi hanno promesso di elaborare una proposta unitaria. Negli scorsi mesi, le app si erano divise in due gruppi: da una parte Foodora con altre tre società; dall’altra Deliveroo, Glovo, JustEat e altre. Nel frattempo, Foodora ha anche annunciato di voler vendere le attività in Italia, ma l’11 settembre ha comunque inviato i suoi consulenti alla riunione.
Oggi però tutte le aziende si sono chiuse a riccio: non rispondono alle sollecitazioni di chi chiede conto dell’impegno preso al ministero del Lavoro. “Denunciamo questo ennesimo tentativo da parte delle aziende di sabotare l’esito di questo tavolo”, affermano i componenti di Riders Union Bologna. Di Maio aveva minacciato un intervento per decreto qualora fosse saltato il tavolo. Vista la situazione, i rider aspettano che alle parole seguano i fatti.
Le sensazioni non contano niente: parola di Big Data
Un attacco terroristico che uccide decine o centinaia di persone genera un’ansia grave e su larga scala. Del resto, il terrorismo, per definizione, dovrebbe infondere un senso di terrore. Ma se si guardano le ricerche su Google, ad esempio negli Stati Uniti nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi a tutti i principali attacchi terroristici in Europa o in America a partire dal 2004, si scopre che in media le ricerche relative all’ansia non hanno subito nessun aumento. Il motivo? Quasi tutto quello che sappiamo sulle persone è sbagliato, perché le persone mentono. Ma se la si può fare sotto il naso a partner, amici, parenti, medici, datori di lavoro o sondaggisti, c’è solo un luogo dove tutti si sentono completamente liberi, dove possono esprimere tutti i loro desideri, dove è possibile soddisfare ogni più strana e perversa curiosità: questo posto è Internet e il loro più fedele confidente si chiama Google. Ne “La macchina della verità”, Seth Stephens-Davidowitz (già analista per Mountain View ed editorialista del New York Times) svela il modo corretto di interpretare i Big Data: di volta in volta, possono mostrare che il mondo funziona esattamente all’opposto di ciò che si immagina. Ma se le rilevazioni dei Big Data porteranno a una vera rivoluzione, questo però non significa che siano la risposta a ogni domanda o che elimineranno tutti gli altri sistemi escogitati negli anni per comprendere il mondo. Si completano a vicenda. E la dimostrazione è alla fine del libro, per chi ci arriverà. Come scrive l’autore, solo metà di coloro che lo iniziano a leggere arriverà all’ultima pagina. Tutti gli altri millanteranno di averlo letto. O cercheranno su Google come va a finire.