I poveri sul divano: la strana distanza tra dibattito e realtà

Ieri l’Istat ha pubblicato un documento sulla “povertà energetica” nel nostro Paese: cresce la quota di popolazione che non riesce a riscaldare l’abitazione. Un fenomeno che, i dati citati sono relativi al 2016, riguarda il 16,5% delle famiglie italiane, poco più di 9 milioni di persone. La settimana scorsa l’allarme lo aveva lanciato la Caritas, nel Rapporto 2018 su povertà e politiche di contrasto: c’è un “esercito di poveri in attesa che non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per un’allarmante cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni”. Il numero degli indigenti assoluti “continua ad aumentare”, superando i 5 milioni. “Dagli anni pre-crisi a oggi il numero dei poveri è aumentato del 182%, un dato che dà il senso dello stravolgimento causato dalla crisi”. L’obiettivo è di dare delle risposte, anche se “come cristiani, abbiamo qualche difficoltà a pensare che si possa abolire la povertà”, ha detto il direttore di Caritas, don Francesco Soddu. “Ma sappiamo che ogni storia riconsegnata alla sua dignità e alla sua libertà rende migliore il nostro Paese, ci rende migliori. La povertà non è solo mancanza di reddito o lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro. Dare una risposta unidimensionale a un problema multidimensionale, sarebbe una semplificazione”.

Infatti affermare “aboliremo la povertà”, come ha fatto il vicepremier Luigi Di Maio, è più di un’ingenuità (è più grave, più demagogico, più assurdo). E può darsi che sulle misure di contrasto – reddito di cittadinanza, reddito universale, reddito d’inclusione – non ci si trovi d’accordo. Sembra però, guardando questi numeri spaventosi, abbastanza evidente che intervenire è urgente e necessario. Eppure, se ci fate caso, il dibattito si concentra praticamente solo sulle pene da infliggere in caso di eventuali truffe: sempre Di Maio ha garantito sanzioni severissime, fino a sei anni di carcere, per i “furbetti” (roba da allarme sociale, altro che grandi evasori fiscali). Vedremo il testo definitivo della manovra, resta incredibile che sui giornali e nei salotti televisivi si dibatta – con un singolare accanimento – solo attorno a “divanisti” e “furbetti”. I divanisti sono tutti quei ragazzi del Sud – chi di noi non ne conosce intere tribù – che non sognano un futuro normale (un lavoro, una famiglia) ma desiderano passare i loro prossimi lustri spaparanzati sul divano in canottiera, rutto libero a spese dello Stato. Quanto bisogna essere razzisti per formulare un pensiero così gretto? Quanta miseria morale sta dietro l’assunto meridionali-lazzaroni? Già all’indomani del voto, commentando l’exploit dei Cinque Stelle al Sud, non si sentiva altro che dire: per forza, quelli vogliono l’assistenzialismo, parassiti! È incredibile che tanto rigore (e tanto razzismo) arrivi spesso dalle penne più impegnate nella lotta al fascismo di ritorno, dagli alfieri della tolleranza, che giustamente segnalano ogni possibile episodio di razzismo (perfino quando è dubbia la verifica delle fonti). Intanto, mentre sembra incombere con sempre maggiore allarme un nuovo regime, i cittadini sono sempre più poveri e fragili (come ha ben spiegato il direttore della Caritas), il dibattito pubblico si è incartato attorno al dito e alla luna neanche ci pensa più. Ieri il sociologo Domenico De Masi, già collaboratore dei 5 Stelle, ha detto a Radio 2 che “per avere il reddito di cittadinanza come dovrebbe essere ci vorranno due o tre anni” e fino ad allora “il reddito del M5s è pari pari il reddito di inclusione del Pd, esteso a sei milioni di persone a 780 euro”. Pure fosse così, ci permettiamo di dire: che li prendano tutti e, come ebbe a dire un vescovo in una circostanza ben più tragica, dio riconoscerà i suoi.

Nuovi leader: si scalda Cottarelli, vittima dell’operazione simpatia

Peccato che non siamo in un romanzo russo, dove per pagine e pagine si descrive in minuzia il carattere dei personaggi, sfumature, dettagli, sussulti, pieghe dell’anima. Qui si fa tutto in fretta, e per compiacere il gentile pubblico bisogna sbrigarsi. Così succede che la necessità di disegnare un mix di “carattere deciso” e “operazione simpatia” consegni politici, leader e aspiranti tali, statisti in pectore e vecchie glorie a un’escalation comunicativa piuttosto ridicola. Ma non importa, quel che conta è sembrare umani, empatici e simpatici, dire al pubblico: in fondo penso quello che pensate voi, sono come voi.

Delle succinte mises estive di Salvini si è detto in abbondanza, e del resto questa dell’“operazione simpatia” è roba vecchia e si può dire più o meno che la inventò Silvio buonanima.

Ultima preda di questa febbre del “sembriamo umani” parrebbe Carlo Cottarelli, il pacato sorvegliante degli sprechi e della spesa, elegante e gradevole come un buon chirurgo, che sa sorridere mentre dice: “Amputare!”. Lo percepivamo come una specie di calcolatrice vivente e invece, da quando va in tivù, eccolo spiritoso e sgarzolino. Rilascia tweet che esultano per il numero di follower (“Grazie a tutti! Ormai più che riempiamo lo Juventus Stadium. Il prossimo obiettivo è l’Olimpico di Roma, poi cercheremo di riempire San Siro”); e addirittura si abbandona al delirio adolescenziale (“Stasera vado a #chetempochefa. Mi perdo pure InterMilan. E poi che canto? C’è solo il surplus? Amalo pazzo surplus amalo? Chi non salta scialacquone è, è?”). Magari la famiglia ha chiamato un dottore. Magari il nipotino di nove anni gli ha fregato il telefono. Oppure, più probabile, è in corso un ridisegno del carattere (basta solo numeri! Un po’ di normalità!) per la costruzione di una popolarità e poi – eventualmente – una “discesa in campo”.

Di solito dietro queste scelte spunta sempre uno di quei guru della comunicazione che fanno più danni del vaiolo tra i Maya, ma non sappiamo se sia questo il caso, e magari Cottarelli, coerente con le sue spending review, fa tutto da solo.

Niente di nuovo, lo dico per rassicurare tutti. L’umanizzazione dei tecnici si è già vista, anche in modi esilaranti, con Mario Monti.

Gli regalarono persino un cagnolino in diretta tivù, in modo che il pubblico facesse ohhh, stupito che lui non lo macellasse lì, sul posto. Insomma, il disegno del carattere, l’elaborazione di una figura ben modellata da presentare al pubblico, è una strana alchimia. Bisogna sembrare efficienti e capaci, ma anche un po’ persone normali, affidabili ma buontemponi, rigorosi e tosti, ma anche alla mano.

E poi, all’occorrenza, il carattere (dal greco: impronta) può servire alla rovescia, come alibi di tutto. Renzi ne ha parlato molto alla Loepolda (“Cari amici che criticate il carattere…”), riducendo la valutazione della sua devastante opera politica a semplici critiche al suo “carattere”.

Lo ha fatto anche in un tweet in cui mostra la sporcizia nella periferia di Roma e chiosando: “Colpa del mio carattere anche questo?”. Piuttosto incongruo, ma evidente la linea di pensiero: l’unica colpa che si ammette è il temperamento, bon, basta lì, tutto il resto passa in cavalleria.

Come se uno dicesse: “Ah, il conte Vlad, detto Dracula, soprannominato l’Impalatore? Uh, che caratteraccio!”.

Tutto questo fare e disfare di personalità multiple e caratteri mutevoli avviene, nell’epoca dei social, sotto gli occhi di tutti, si tratta per così dire di metamorfosi in pubblico e ognuno può leggerne i segnali, le sfumature, i salti di senso, gli aggiustamenti.

Come gli antichi con le interiora di pollo o i moderni coi fondi di caffè, stando anche solo un po’ attenti si può leggere il futuro: Renzi si ritaglia la leggenda autoassolutoria del “caratteraccio”, Cottarelli si scalda a bordo campo.

Non solo Cucchi: il silenzio è di Stato

Ilaria Cucchi ha reso un ennesimo servizio alla sicurezza democratica del nostro Paese (in ultima analisi, alla stessa Arma) quando, a conclusione del loro incontro, ha accusato pubblicamente il comandante generale dei carabinieri, Giovanni Nistri, di essersi accanito contro coloro che hanno trovato il coraggio per accusare – in tribunale, Francesco Tedesco – i responsabili delle violenze mortali subìte da suo fratello, in stato di arresto. In tal modo si è chiarito come, anche di fronte all’evidenza dei fatti, successivamente ricostruiti, gli alti comandi non abbiano rinunciato alla logica corporativa che costituisce purtroppo una costante che si ripete nella storia degli apparati di sicurezza del nostro Paese. Sempre secondo una logica, intrinsecamente vile, in cui il più forte colpisce il più debole, che si tratti della vittima inerme di violenza o del semplice milite che la rifiuta, obbedendo alla propria coscienza; con la pretesa di ammantarsi di un male inteso senso dello Stato che, in democrazia, esigerebbe trasparenza e un senso del dovere proporzionato ai livelli di comando.

Purtroppo questa sindrome attraversa tutta la storia del nostro Paese, anche nel mutare dei regimi che lo hanno governato, con una ricorrenza che non può essere imputata soltanto agli alti comandi militari. Si tratta, insomma, di un problema di alta politica che investe le istituzioni in tutte le loro articolazioni. L’elenco sarebbe lungo, anche se alcuni esempi, lontani ma purtroppo anche recenti, bastano a confermarlo. Nel corso della Prima Repubblica sono occorsi decenni d’impegno di storici indipendenti (in primo luogo Angelo Del Boca) a desecretare gli archivi del ministero degli Esteri e della Difesa che nascondevano l’uso di gas tossici nella guerra di conquista dell’Abissinia, stupri e assassini commessi da formazioni della milizia a seguito dell’attentato a Graziani, la fredda eliminazione di un migliaio di monaci etiopi da parte dell’esercito. Quando, nel corso di una missione di peacekeeping in Somalia, negli anni Novanta, alcuni militari italiani e di altra nazionalità, per loro ammissione – o, meglio, vanto perché ne diffusero la documentazione fotografica a mo’ di trofeo di caccia – commisero violenze efferate nei confronti di presunti ribelli somali, il ministro della Difesa canadese fu costretto alle dimissioni, mentre un’apposita commissione d’inchiesta, malgrado gli sforzi isolati di Tullia Zevi che ne fece parte, fu l’occasione del totale insabbiamento da parte nostra. E dico nostra, anche perché vivo tuttora con senso di colpa di non avere avuto la capacità di ottenere un diverso risultato nella posizione di responsabilità istituzionale che allora occupavo.

Del G8, della Diaz e delle torture a Bolzaneto, molto è stato scritto e va sottolineato che la magistratura genovese ha compiuto un lavoro encomiabile nello sforzo di sanzionare alcuni diretti colpevoli. Ancora una volta l’intreccio di poteri omertosi politico-istituzionali è riuscito a far sì che i livelli superiori di responsabilità governativa e di comando ne siano usciti non solo esenti, ma addirittura premiati. Come se il vicequestore La Barbera e altri suoi colleghi presenti sul campo, di propria iniziativa, senza ordini o gradimento superiore, avessero aggredito a freddo manifestanti innocui, seminandovi prove artefatte per poi consegnarli a camere di tortura. Persino l’attuale capo della polizia, Franco Gabrielli, ha dovuto ammettere che, al posto del suo predecessore allora in carica (Gianni De Gennaro), avrebbe sentito il dovere di dimettersi e, aggiungo io, piuttosto che procedere nella propria carriera, a capo dei Servizi segreti e, a oggi, presidente di Leonardo. Ma ciò che più colpisce, anche a distanza di tempo, oltre all’inconcludenza della stessa opposizione parlamentare dell’epoca, è il fatto che, in quelle tragiche giornate di Genova, le forze d’ordine abbiano lasciato il campo libero ai black bloc, armati di tutto punto, che hanno messo a soqquadro la città, consentendo loro una comoda ritirata.

Resterebbe da affrontare il tema connesso del ripetuto abuso della ragion di Stato – com’è avvenuto in occasione del caso Abu Omar, conclusosi con sole condanne in contumacia, peraltro non perseguite – la cui storia richiede un attenzione specifica. Qui basta richiamare il fatto che, ancora una volta, alcuni responsabili funzionali di un atto di violenza, a cui è seguita una vicenda di tortura, sono stati protetti ai più alti livelli dello Stato. Lo stesso dicasi per quanto è avvenuto e sta avvenendo il Libia, sotto la responsabilità di due ministri dell’Interno di diversa collocazione (Marco Minniti e Matteo Salvini). Ancora una volta la repressione, protetta nella sua irresponsabilità violenta, risulta venata da una viltà sia morale che fisica. È scontato concludere che, per assicurare al Paese una sicurezza conforme alla Costituzione, occorre una rieducazione profonda sia nei ranghi di chi deve assicurarla sul campo sia di buona parte di una classe dirigente, politica e istituzionale.

Eleganti, liberisti, colti: quei leader-tiranni dalla doppia faccia

È una speranza perduta quella di politici, analisti e giornalisti – che spesso vivono a Londra, Washington o Parigi – di vedere in Medio Oriente nei principi ereditari o nei successori designati governanti migliori dei loro padri, senza una prova evidente se non essere più giovani e istruiti dei genitori e in grado di conversare in un buon inglese. È seducente la favola del rampollo giovane e liberista di un regime dispotico che sale al trono con idee entusiasmanti per aprire al mondo il regno che sta per ereditare. È una narrazione irresistibile nel fascino, ma non funziona così. Quasi mai.

Ci sono pochi dubbi su chi abbia “ispirato” i servizi segreti sauditi nella vicenda del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso e smembrato nel consolato del regno in Turchia perché dalle colonne del Washington Post criticava il regime di Ryad: il principe ereditario Mohammed Bin Salman L’ultraottantenne re Salman non è più lucido come un tempo. MBS ha preso in mano le redini del regno wahabita, ha cercato di vendersi come filo-occidentale, ha stretto mani alle donne durante le visite negli Usa, alla Casa Bianca si è addirittura seduto a un pianoforte accennando una sonata di Chopin. Anche dopo aver trasformato il Ritz-Carlton di Ryad in una prigione a cinque stelle da cui i “detenuti temporanei” erano usciti solo pagando oltre 100 miliardi di dollari, in Europa come negli Stati Uniti, appariva un’iniziativa di MBS, bizzarra ma innocua. Che rivelava invece la sua vera natura.

Mohammed Bin Salman non è solo, i casi sono diversi. Mohammed Bin Zayed negli Emirati Arabi Uniti, Al Thani del Qatar, re Abdullah di Giordania, Mohammed VI del Marocco. Questo è il frutto amaro dell’Orientalismo, la sindrome da cui l’Occidente non riesce a liberarsi: la convinzione che sia sufficiente aver frequentato un’Università in Occidente, per assorbire valori e principi, democrazia e diritti. La Storia si ripete ma l’Occidente non impara. Bashar Assad era atteso con impazienza quando arrivò al potere a Damasco all’età di 34 anni. Era un oftalmologo che aveva studiato a Londra. Odiava la vista del sangue. Usava Internet, era giovane e alla moda, aveva una bella moglie, che Vogue definì una “Rosa nel deserto”. In Italia, fu nominato Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana, alla moglie Asma venne conferita una Laurea honoris causa dall’Università Sapienza. Non importa che non ci fossero segni tangibili di un allentamento della repressione in Siria, Assad ha continuato a essere descritto sui media occidentali come “riformista” e ospitato dai leader mondiali per quasi 11 anni, finché il sangue della repressione è stato impossibile da ignorare.

Con l’innalzamento di MBS al grado di principe ereditario, sovrano supremo ma non nel titolo, una generazione di principi incoronati è venuta alla ribalta in Medio Oriente. La maggior parte della regione è ora governata da principi con un titolo universitario, istruiti in Occidente, che non hanno però cambiato stile di governo. Soltanto le public relations sono migliorate. MBZ, il giovane principe ereditario Mohammed bin Zayed di Abu Dhabi, governatore de facto degli Emirati Arabi Uniti, e il suo rivale Tamim bin Hamad, 38 anni, emiro del Qatar. Entrambi hanno usato la ricchezza petrolifera per costruire una facciata culturale, con accademie che collaborano con gli istituti più prestigiosi dell’Occidente, felici di accettare il denaro del Golfo e ignorare la totale mancanza di democrazia e le violazioni dei diritti umani nei rispettivi regni e emirati. E poi, naturalmente, ci sono gli investimenti nei migliori club di calcio europei. Altrove, come in Giordania, i reali si trovano fra i “buoni” senza aver proposto riforme significative. Re Abdullah – inglese per nascita ed educazione – dopo roboanti discorsi su “democratizzazione” ed “evoluzione costituzionale” non ha rinunciato al potere assoluto: il Parlamento eletto è in gran parte una finzione e le forze di sicurezza si muovono al primo cenno di proteste in piazza. In Marocco, Mohammed VI un altro giovane re, fa buona dimostrazione di “democratizzazione”. Subito dopo la primavera araba del 2011, ha annunciato “riforme costituzionali”, ha persino parlato di condivisione del potere, ma non vi ha ancora rinunciato. Le proteste violente a Casablanca e nel nord e le migliaia di persone che fuggono in Europa, dicono che è cambiato poco in Marocco.

Si può scommettere che molto presto farà gran clamore anche Berat Albayrak, il quarantenne ministro delle finanze turco e, cosa più importante, genero-discepolo del presidente Recep Tayyip Erdogan. Anche Albayrak, come qualcuno già sui affanna a spiegare sulla stampa Usa, l’MBA lo ha conseguito in un college americano. La sindrome dell’Orientalismo colpirà ancora.

Khashoggi, il giallo dei resti nella residenza del console

La notizia della scoperta di parti del cadavere di Jamal Khashoggi è fumosa come l’intera vicenda: alla notizia data da Skynews è seguita la smentita da parte di fonti della Procura di Istanbul alla tv di Stato turca Trt: non hanno confermato siano stati recuperati nel giardino della residenza del console saudita a Istanbul. Il presidente turco Erdogan, durante il discorso tenuto ieri in Parlamento, ha ribadito ciò che la stampa aveva già reso noto e quindi ha reiterato che il tentativo di Ryad di incolpare della “feroce uccisione” di Khashoggi agenti ribelli sauditi non è credibile. “L’intelligence turca ha prove che dimostrano che l’omicidio è stato pianificato”. Ma il Sultano non ha mai menzionato la famiglia reale saudita, tanto meno il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colui che guida de facto il petro-Stato del Golfo. MBS viene indicato da alcuni senatori americani e dalla stampa turca come il mandante dell’omicidio di Khashoggi, messo a punto e seguito via Skype dal fedelissimo Saud al-Qahtani , rimosso la settimana scorsa dal re. Ieri, secondo Cnn Turk, i poliziotti della Scientifica hanno trovato indumenti di Khashoggi e altri effetti personali nell’auto del consolato saudita abbandonata in un parcheggio privato di Istanbul, nel quartiere di Sultangazi. Molti analisti si erano detti scettici sulla reale volontà della Turchia, indebolita dalla crisi economica, di far esplodere una crisi diretta con Ryad, con cui ha da tempo rapporti tesi. Erdogan però ha sottolineato che le indagini non saranno chiuse fino a quando i sauditi non sveleranno l’identità del “collaboratore locale”, a cui hanno affidato la salma del giornalista, di cui sarebbero stati trovati dei resti sepolti nel giardino della residenza privata a Istanbul dell’ambasciatore saudita. Il diplomatico è rientrato a Ryad dieci giorni dopo la scomparsa del reporter che risiedeva negli Usa per questioni di sicurezza personale. In Turchia è atterrata la direttrice della Cia, Gina Haspel, inviata da Trump per seguire le indagini.

Intanto a Ryad il principe ereditario, dopo aver convocato senza alcun imbarazzo i media a palazzo affinché immortalassero l’incontro con il giovane figlio di Khashoggi, invitato per ricevere ufficialmente le condoglianze, ieri ha trovato ulteriore motivo di consolazione. Nella capitale saudita, l’apertura della “Davos del deserto”, iniziativa annuale per attrarre investimenti stranieri nel regno, non si è tramutata nel fiasco annunciato. Nonostante la defezione degli invitati più prestigiosi come il ministro del Tesoro Usa e la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, l’Arabia Saudita ha dichiarato che prevede di firmare accordi per oltre 50 miliardi di dollari nel settore dell’energia e infrastrutture con società leader come Trafigura, Total, Hyundai, Norinco, Schlumberger, Halliburton e Baker.

Paesi Baltici col fiato russo addosso, la Nato replica con i giochi di guerra

Entra domani nella sua ‘fase calda’ Trident Juncture 18, l’esercitazione militare Nato più grande dalla Guerra Fredda: sono giochi di guerra che non migliorano certo le relazioni tra Washington e Mosca, già tese e ormai critiche dopo l’annuncio dell’intenzione del presidente Usa Donald Trump di uscire dal Trattato Inf, i cosiddetti euro-missili.

Trident Juncture è, in realtà, una risposta della Nato, in scala un ottavo, alle colossali manovre congiunte russo-cinesi Vostock 18, che in settembre videro la partecipazione di circa 300 mila militari (fra cui 3.000 cinesi, con mezzi ed aerei, e un contingente mongolo) nella Siberia orientale: l’ultima esercitazione simile nelle dimensioni (ma più piccola) risaliva al 1981, quando c’erano ancora l’Urss e la Guerra Fredda. Il rimbalzo dalla Siberia alla Norvegia di manovre record è un segno delle tensioni tra Usa e Russia e, quindi, tra Nato e Russia: l’annessione della Crimea e la guerra nell’Ucraina orientale del 2014 sono ferite mai rimarginate e che stanno anzi andando in cancrena, complice anche il ruolo giocato da Mosca nell’elezione di Trump nel 2016.

I preliminari di Trident Juncture iniziarono ai primi di ottobre e l’esercitazione finirà il 7 novembre. Le manovre coinvolgono complessivamente 45mila militari di 31 Paesi (i 29 dell’Alleanza più Svezia e Finlandia), 150 aerei, 60 unità navali di 14 Paesi, 10mila veicoli, coordinati dal comando della Nato di Napoli. Vi saranno osservatori russi, come da intese sulle forze convenzionali. Lo scenario delle operazioni è quello previsto dall’articolo 5 del Patto atlantico: la difesa collettiva da una minaccia – con la simulazione di un attacco nemico –. Ma in realtà l’esercitazione risponde alle preoccupazioni di Paesi della Nato già membri del Patto di Varsavia – i tre Baltici, la Polonia, l’Ungheria –, che avvertono come una minaccia la vicinanza della Russia e l’attivismo diplomatico e militare di Vladimir Putin. La Nato ha già schierato avamposti difensivi nei loro territori (anche l’Italia vi è presente).

La Russia ha già denunciato “l’escalation delle attività militari e politiche Nato nella regione artica, nelle immediate vicinanze della Russia sul territorio della Norvegia settentrionale”. Il ministero degli Esteri di Mosca accusa Oslo “d’avere aperto la strada a una militarizzazione senza precedenti delle sue latitudine nordiche in violazione di tutte le consolidate tradizioni di buon vicinato”. La sfida di Trump alla Russia non è solo economica e commerciale, ma anche militare, come quella di Reagan all’Urss, e passa pure attraverso la creazione di una forza armata spaziale. Mosca non è meno attiva: un contingente dell’esercito russo è in Pakistan, alleato degli Usa, e partecipa a un’esercitazione militare congiunta.

La scelta di Sophia e i guai del compagno Mélenchon

Quando alle 7 del mattino del 16 ottobre gli agenti di polizia sono entrati nell’appartamento di Jean-Luc Mélenchon con un permesso di perquisizione, il leader della France Insoumise non era solo. Con lui c’era una sua stretta collaboratrice, Sophia Chikirou. La notizia non è emersa subito, l’ha rivelata più tardi Mediapart, e del resto chi passa la notte a casa di Mélenchon è una questione che riguarda la pubblica opinione. L’attenzione si è concentrata sugli scatti d’ira del leader della gauche radicale contro i blitz dei poliziotti, anche nella sede del partito. Ma la notizia del giornale online ha senso: l’ex direttrice della campagna elettorale di Mélenchon è infatti al centro dell’inchiesta sui finanziamenti della campagna del 2017.

I giudici sospettano che la Chikirou abbia gonfiato le fatture emesse dalla sua società di comunicazione, Mediascop, circa 1,2 milioni di euro. Avrebbe per esempio fatturato 250 euro per caricare on line ogni discorso di Mélenchon. Una cifra sproporzionata per un’operazione che richiede pochi minuti. Avrebbe anche fatturato 6.000 euro per realizzare dei brevi video di campagna. Gli inquirenti ipotizzano contro di lei i reati di truffa e abuso d’ufficio.

Ma chi è Sophia Chikirou? Fino a qualche mese era la “donna all’ombra” di Mélenchon. I francesi conoscono il suo volto dal settembre 2017, da quando ha co-fondato la web tv, Le Média, di cui si è parlato molto all’epoca. L’esperienza è durata poco. Sei mesi dopo, Chikirou lascia infatti Le Média tra polemiche e litigi, reclamando il rimborso di 120.000 euro. Sophia Chikirou, 39 anni, di padre e madre algerini, cresce in un paesino dell’Alta Savoia. Già a 16 anni si iscrive al partito socialista. A 23, con una laurea di scienze politiche in tasca, si trasferisce a Parigi dove lavora come assistente parlamentare del deputato socialista Michel Charzal. È in questo periodo che incontra Mélenchon, anche lui socialista all’epoca.

Nel 2009 lo segue nella creazione del nuovo Parti de Gauche, diventato La France Insoumise nel 2016. Nel 2011 è promossa addetta stampa. Fonda dunque la sua società, con la quale cura tra l’altro anche l’immagine dell’ex trader Jérôme Kerviel. Nel 2015 parte per gli Stati Uniti per osservare la campagna del democratico Bernie Sanders. Nel 2016, come direttrice di campagna di Mélenchon, svecchia l’immagine del candidato, 67 anni, convincendolo a fare l’elogio della quinoa sulla copertina di Gala. Sua è l’idea dei meeting con l’ologramma. Molti ritengono che se Mélenchon ottiene il 19% dei voti al primo turno delle Presidenziali è anche grazie a lei. Mediapart sostiene che tra i due esiste “una relazione extraprofessionale di lunga data” e l’informazione, se vera, acquista interesse alla luce dell’inchiesta. Mélenchon nega. Ribadisce il suo attaccamento al celibato e fa notare che la camera degli ospiti di casa sua è sempre disponibile per i suoi collaboratori. Nonostante le polemiche, ha già reclutato Sophia Chikirou anche per le europee: “Le professioniste competenti come lei sono poche – ha detto – quando le trovi, te le tieni strette”. Per Mélenchon questa storia è solo un grande complotto contro di lui e accusa tutti, il governo e Macron, i magistrati e pure i giornalisti “bugiardi”.

I De Gregori “Anema e core” con Paladino

Esce venerdì 26 Anema e Core, l’opera di Mimmo Paladino e Francesco De Gregori composta da una xilografia unita a un vinile in dieci pollici con la versione acustica e orchestrale – accompagnata dalla voce della moglie Chicca – del classico napoletano scritto nel 1950 da Salve D’Esposito e Tito Manlio.

È stata realizzata nella storica stamperia dei Fratelli Bulla a Roma in una tiratura di 99 esemplari numerati e firmati dagli autori, in vendita da venerdì 26 in esclusiva sui siti Ibs.it e LaFeltrinelli.it. Tra circa un mese uscirà anche una versione “commerciale” di cinquecento copie con una cover diversa.

L’aspetto più nascosto è la presenza – non ostentata – della moglie Chicca, quasi un omaggio celato da timidezza e pudore alla compagna di una vita, conosciuta sui banchi del liceo. Il disegno di Paladino si concentra sull’enigma di due volti, a testimoniare il mistero e la meraviglia di un’unione.

“È nato tutto per caso”, racconta il cantautore alla presentazione dell’opera alla Triennale di Milano, “io e mia moglie eravamo a Napoli e cantavamo spesso questa canzone inizialmente ascoltata da un parcheggiatore vicino a un ristorante. Ci è piaciuta la storia e leggendo il testo ho capito la sua drammaticità. Affrontare la canzone napoletana è il desiderio più importante per chi canta. Spero che un napoletano abbia la clemenza di perdonarci l’eventuale imperfezione, io e Chicca l’abbiamo cantata con tutto il nostro entusiasmo e una buona dose di incoscienza. L’ho fatta sentire a Mimmo, un grande artista e amico che conosco da molti anni e mi disse che mi avrebbe dato una mano. Abbiamo buttato il cuore oltre all’ostacolo e sono fiero del risultato”.

Paladino annuisce e va oltre: “È un oggetto tra design e grafica, tra pittura e libro, un rapporto antico che i pittori avevano nell’epoca picassiana: si incontravano e facevano cose insieme. Io sarei stato pronto a tenermelo in cassaforte senza farlo vedere a nessuno ma in realtà a noi fa un piacere immenso che sia reso pubblico”. Per il cantautore romano, più che un divertissement, questo è un atto di coraggio dopo l’installazione a quattro mani con Lucia Romualdi: “Ho voglia di sporcarmi le mani. Sono di una tale incoscienza che quando sperimento non rischio nulla, anche se facessi cose sgrammaticate sarebbero comunque passi avanti, fallimenti per un territorio di frutti migliori. Occasione ghiotta è la possibilità di invadere e lasciarsi invadere dall’arte. Forse supero i miei limiti ma ne ottengo un brivido. In questa opera i due livelli artistici si cercano, si raggiungono e si trovano, questo per me è il fascino di questo incontro. Ma non chiamatelo cofanetto, mi ricorda le caramelle, lo detesto”.

Sempre “Al centro”, da 50 anni

Centrato, avvolgente, completo. A volte commovente (alla fine non sono pochi i fan con gli occhi rossi); in alcuni momenti da tutti in piedi, si balla. Il nuovo tour di Claudio Baglioni dedicato ai 50 anni di carriera è come un film di Ettore Scola portato dentro i palazzetti: una di quelle pellicole in cui si attraversa la storia del nostro Paese, le sue emozioni, altrettante contraddizioni; i momenti di emotività positiva, come quelli dove una parola può sottolineare o superare un dramma.

Cinque decadi racchiuse in più di tre ore di live, con Baglioni Al centro (nome del tour), gli adepti (non semplici fan) intorno a lui, e in grado di accompagnarlo in ogni nota, perfetti nei tempi di inserimento, tutti preparatissimi in ogni sfumatura, compresi i sospiri, tanto da rendere il concerto una forma di catarsi collettiva, guidata da un Baglioni impeccabile nella voce, nella memoria (non utilizza il gobbo, oramai caso raro), nella costruzione e nel sapere dosare la sua posizione rispetto ai quattro lati del palco. Talmente perfetto da suscitare qualche sorriso del pubblico, quando, venerdì a Roma, dopo due ore e un quarto filate, sfiora l’errore (attenzione: sfiora) all’attacco di E adesso la pubblicità, non proprio perfetto; quindi “stop! Si ricomincia”, e tutti a dire: “È Claudio, non ammette sbavature”. E giù applausi, e qualche espressione complice. Per il resto sono 35 brani giocati in chiave cronologica, dai primi successi fino a risalire il fiume verso gli ultimi, tutti avvolti dalle coreografie di ballerini, coristi e coinvolta la stessa band; e a differenza dei precedenti tour mantiene la chiave temporale fino alla fine, senza cadere nella retorica del finale a sorpresa.

Il risultato è un sold out generale tanto da costringerlo, strada facendo, a moltiplicare le date nei palazzetti.

Con la cultura si mangia, vero! Ma in pochi e non sempre sazi

Ci sono frasi che non mi convincono. Una è “l’Italia ha il 60% del patrimonio culturale mondiale”. Falso! Chi si è messo a contare il patrimonio culturale del mondo e a elaborare statistiche? Nessuno. E se anche l’avesse fatto, come farebbe i confronti? Un museo degli Uffizi vale un Louvre o un British Museum? Quello che è vero è che l’italia è il paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo.

Un’altra frase che mi dice davvero poco è “la cultura è il petrolio dell’Italia”. La trovo una metafora infelice. Il petrolio è risorsa che inquina e si esaurisce, mentre il patrimonio cresce e si arricchisce per effetto dello scorrere del tempo e per la continua elaborazione di chi cultura produce e chi cultura fruisce, che sia un quadro, un videoclip, un libro, un film; ancora, le imprese e i pubblicitari si scervellano per avvolgere di senso e di una componente immateriale i loro prodotti (non acquistiamo un prodotto, ma uno stile di vita, non fruiamo di un servizio, ma di una esperienza) e la cultura che ha così tanti significati, che è al tempo stesso prodotto di un tempo e di uno spazio e universale, che si nutre di continui meticciati e di relazioni se vuole essere viva viene paragonata a una risorsa fisica ed esauribile? Mi sembra una suggestione fuorviante e riduttiva, se ci mettiamo in una prospettiva di creazione di ricchezza.

E poi c’è la frase: “Con la cultura non si mangia”. Mi sembra ambigua e non convincente. Io penso che la cultura nutre: la testa, il cuore, e la pancia. Innanzitutto, la cultura ci radica; chi ha sperimentato l’esperienza di un terremoto esprime l’angoscia della distruzione del patrimonio come perdita fisica, come perdita di senso, di posto nel mondo; non mi sembra poca cosa. Ancora, dei dieci titoli d’opera lirica più rappresentati al mondo, sette sono in italiano e sei di compositori italiani; un solo titolo, la Traviata di Giuseppe Verdi, ha il 3% di quota di mercato a livello globale. Irrilevante? Non direi, visto che è grazie all’opera lirica che si è creata l’idea diffusa che l’italiano sia una lingua musicale, apprezzata nel mondo, che tanta parte ha avuto nella costruzione dell’immaginario legato alla dolce vita. Chiunque nel mondo riconosce un’immagine di Pisa, grazie alla torre pendente. Quanto dovrebbe investire l’amministrazione comunale per avere altrettanta notorietà di marchio se la Torre non ci fosse? E per arrivare a questioni economiche, non è forse vero che una camera con vista su un monumento ha maggiore valore commerciale al metro quadro di una camera di pari caratteristiche e localizzazione con vista su cavedio?

Chi dice che con la cultura non si mangia sovrastima spesso il fatto che parte della fruizione di arte e di cultura è gratuita e parte dal presupposto che i mercati culturali siano molto piccoli. È vero, spesso sono sommatorie di nicchie. Però non dimentichiamo che in Italia secondo l’Istat sono più numerosi gli italiani che hanno letto almeno un libro per svago nell’ultimo anno (41%) di quelli che sono andati almeno una volta in discoteca (20%); sono più numerosi i frequentatori di cinema (il 52% degli italiani dichiara di esserci andato almeno una volta negli ultimi 12 mesi) di quelli che assistono ad un evento sportivo live (27%). E a chi obietta che un evento sportivo può essere visto in Tv o via Internet, si può facilmente controbattere che lo stesso accade con i film; i mercati della cultura sono spesso poco visibili, ma non per questo poco vivaci. E, peraltro, non possiamo dimenticare che il termine cultura abbraccia molti ambiti, ciascuno dei quali si caratterizza per la presenza di un piccolo numero di star molto visibili, molto note, molto ben remunerate (che siano direttori d’orchestra, cantanti, scrittori, attori, registi). Non possiamo dire, poi, che aziende come Apple (che ha rivoluzionato il settore musicale e creato il mercato delle app) o come Amazon non mangino con la cultura…

Non mi pare quindi che il tema sia che con la cultura non si mangia; piuttosto, i modi in cui la cultura nutre non sono ottimali. I mercati della cultura non sono efficienti, le rendite di posizione importanti, le condizioni di sostenibilità delle organizzazioni culturali e le carriere in ambito lavorativo precarie. Il risultato è un sistema fragile, asfittico, troppo orientato al breve periodo e a una sfiancante logica di progetto. Investiamo poco in cultura, senza renderci conto che un investimento piccolo ma costante determina un’onda lunga di ricadute. Ci concentriamo sui fabbisogni finanziari senza considerare anche l’insieme delle condizioni di contesto che permettono alle organizzazioni culturali di crescere e agli effetti moltiplicatori di realizzarsi. La cultura è strumento e motore di sviluppo sostenibile: riconoscere che la cultura ci nutre è il primo passo per attivare meccanismi virtuosi di crescita diffusa.