“Caro amico, pubblica tutto: il brutto piace ai più”

Pubblichiamo stralci delle lettere inedite inviate da Leonardo Sciascia all’amico Stefano Vilardo tra il 1940 e il 1957: la raccolta, “Nessuno è felice: tranne i prosperosi imbecilli”, è da poco in libreria per De Piante Editore.

 

Carissimo Stefano…

ti ho scritto tre volte… Hai ricevuto? Il mio silenzio è sempre perdonabile – ma il tuo? O la poesia non ti dà più modo di ricordarti dei tuoi terreni, troppo terreni, amici? Mi piace che tu scriva e mi piace quel che scrivi. Ma ricordati sempre che bisogna distinguere, vagliare e soprattutto non improvvisare.

Quando comincerai a sentire che scegliere una parola e farla poesia è più faticoso di un qualunque lavoro normale, allora vuol dire che hai qualche speranza per diventare poeta. D’altra parte non credere che con le mie poesie io faccia sul serio. Allo stesso modo devi fare tu, anche se le tue poesie siano senza paragone più ben nate delle mie.

Ti abbraccio

Leonardo

(Scritta su fogli di agenda alla data del 2 maggio 1940)

 

Carissimo Stefano…

A proposito delle poesie ti dirò che sempre più mi piacciono; e ti consiglierei, ove potrai, di pubblicare, pubblicare: il buono piacerà ai pochi. Il brutto piacerà ai più – e in queste due alternative qualcosa di te comincerà a restare nella memoria degli altri, finché da solo ti solleverai a quello che sarà uno stile, una inconfondibile espressione. Per scrivere una poesia tu per ora avverti il bisogno di un avvio “tematico”: una parola una frase una vivida espressione. Questo avvio lo trovi negli altri in Quasimodo, in Ungaretti, magari in Pirandello, anche in una notizia di cronaca… E allora ti do un consiglio: saccheggia, svuota, piega il vocabolario: soltanto così dominerai il sentimento. Anche la poesia è una tecnica, suprema, sfuggente, miracolosa – ma tecnica.

Io invece mi avvio decisamente verso la critica: e sono giunto ad una maturità e vigilatezza che meraviglia me stesso. E tu sai quanto poco conto io faccia delle mie qualità… Oggi potrei occupare con invidiabile dignità una cattedra universitaria e invece aspetto un incarico in questo ginnasio e la pubblicazione di qualcosa sul giornale di Caltanissetta… Ho messo alle pareti i quadri che volevo, i ritratti più cari (p.e. Pirandello). È un luogo che avrò caro per studiare. La vita familiare mi si apre serena. Comincio ad avere per le persone, ed anche per le cose, un affetto che la mia volubilità di ieri ignorava.

Certo nessuno è felice: tranne i prosperosi imbecilli. L’infelicità è una condizione necessaria all’intelligenza. Ma sereno lo sono.

Leonardo

(Senza data, ma riferita al 1944)

 

Carissimo Stefano…

In quanto alla tua poesia, con la mia consueta brutalità, ti dico che non mi va. Tu hai scritto cose di molto migliori: e quando avrai denaro da buttar via, come io ne ho avuto per le Favole, potremmo farne una selezione da pubblicare.

Io posso soltanto agevolarti l’ingresso presso Bardi e poi scriverti una recensione. La mia situazione, per ora, non è tale da potermi arrischiare a prometterti un certo numero di recensioni.

Ci vedremo a Caltanissetta il 26 di questo mese. Ma ti scriverò ancora per farti certo della data.

Un abbraccio

Leonardo

(Racalmuto, 6 settembre 1951)

 

Carissimo Stefano,

Non ti ho scritto prima perché, tu capisci, abituarsi a un nuovo ritmo di vita è cosa molto difficile. Né io ci sono ancora riuscito (e chi sa se mai ci riuscirò), comunque, mi sento un po’ meglio di come mi sentivo nei primi giorni. Pascal aveva ragione a dire che tutti i guai nascono dal non saper stare nella propria camera – o almeno, dico io, nel proprio paese. Non che io mi senta nei guai; ma non riesco a trovare ancora la serenità dei pensieri e del lavoro, delle buone letture e dei buoni amici. Il fatto è che, ad un certo punto, una “fuga” dal paese ci è imposta dai risultati stessi del nostro lavoro. E dunque sono qui, ci sto e molto probabilmente ci resto.

Sere addietro ho incontrato il tuo recensore L. F., che ti ha recensito su “Lo spettatore italiano”: ed è una graziosa signora, poetessa e lettrice di poesia: si chiama Luciana Frezza Lombardo.

È stata lei a parlarmi di te, dice che era rimasta colpita dalla sensibilità umana che il tuo libretto rivelava. Quando io gli ho raccontato di te, del tuo carattere e della nostra amicizia, mi ha detto che proprio così aveva immaginato tu fossi.

Come stai? Benissimo come al solito, credo: ma come al solito ti lamenterai. E i tuoi?

Hai saputo che ho vinto il “Libera stampa”?

Ti abbraccio con molti auguri

Leonardo

(Roma, 8 dicembre 1957)

Magneti Marelli venduta da Fca per 6,2 miliardi

Magneti Marelli avrà gli occhi a mandorla. Fca l’ha venduta per 6,2 miliardi di euro alla Calsonic Kansei, una delle principali aziende di componentistica giapponesi: l’accordo verrà perfezionato nel 2019 e la nuova denominazione sarà Magneti Marelli CK Holdings. L’acquisizione darà luogo al settimo fornitore mondiale di componenti per auto, un colosso da 15,2 miliardi di fatturato forte di quasi 200 stabilimenti e centri di ricerca sparsi tra Europa, America, Giappone e Asia-Pacifico, con 65 mila dipendenti in totale.

Si tratta della prima grossa operazione da quando Mike Manley è al timone di Fca dopo la scomparsa di Sergio Marchionne, che aveva già cominciato le trattative con i giapponesi sebbene preferisse l’ipotesi di scorporo. L’accordo prevede il mantenimento dei livelli occupazionali e delle operazioni in Italia, così come quello del quartier generale a Corbetta (vicino Milano) almeno per i prossimi cinque anni. Una prospettiva abbastanza credibile visto che Magneti Marelli continuerà a essere il fornitore di Fca, la quale ha mantenuto nel suo perimetro la divisione plastica. Ma anche perché non c’è sovrapposizione “fisica” tra le due aziende: una opera in Giappone e Asia, l’altra in Italia e Europa. Ciononostante i sindacati, che si sono detti soddisfatti dell’accordo considerandolo una grande opportunità di crescita, continueranno a vigilare affinché i diecimila lavoratori italiani di Magneti Marelli siano tutelati. Bene anche la Borsa: grazie alla cessione Fca ha chiuso al +2,98%.

Le coppie dell’auto e la profezia di Agnelli

Non è un gran momento per la vita matrimoniale. Giusto il mese scorso l’Istat ci ricordava che dall’inizio degli anni 90 a oggi il numero dei divorziati è praticamente quadruplicato nel nostro Paese. E se tra le mura di casa non è sempre facile, la vita di coppia mette a dura prova anche nel mondo dell’automotive. Basti pensare a separazioni illustri come quella tra Daimler e Chrysler (poi felicemente convolate a nuove nozze con FCA), coppie litigiose finite davanti a un tribunale (Vw-Suzuki, qualche anno fa), separati in casa ma uniti dal business (Hyundai-Kia). Eppure, l’orologio biologico degli “automobilari” single a intervalli di tempo più o meno regolari si fa sentire, spingendoli tra le braccia l’uno dell’altro. Per interesse, naturalmente. Ecco perché abbiamo scelto di accendere un faro su una fanta-intesa tra Ford e gruppo Volkswagen, indicandone potenziali pro e contro. Nonostante i diretti interessati a oggi forse si stiano solo annusando. E soprattutto perché ricordiamo bene la profezia, anche questa di inizio anni 90, con cui Gianni Agnelli indicava un futuro fatto di soli cinque o sei grandi gruppi dell’auto. Un vaticinio poi ripreso e sottoscritto da Sergio Marchionne, così come dal numero uno del sodalizio Renault-Nissan (che continua a tenere nonostante l’orgoglio dei due coniugi) Carlos Ghosn, secondo cui il numero poteva pure scendere a quattro. Insomma, non importa quanti siano i divorzi: dietro l’angolo può sempre esserci una nuova, inaspettata, unione.

Nozze di convenienza? Alleanza strategica tra Ford e Vw

“Questo matrimonio non s’ha da fare”. Almeno per ora. È la posizione di Volkswagen e Ford alle voci che nelle ultime ore bisbigliano di possibili nozze fra le due multinazionali. Intanto, però, un accordo ufficiale fra i due colossi è già in essere: lo scorso 20 giugno, infatti, è stato siglato un memorandum d’intesa per creare un’alleanza strategica che permetta di “estendere le capacità, rafforzare la competitività, e servire meglio i clienti”.

Più precisamente, come si legge in una nota ufficiale, VW e Ford “stanno esplorando potenziali progetti in una serie di settori, tra cui lo sviluppo di una serie di veicoli commerciali insieme per soddisfare al meglio le esigenze in evoluzione dei clienti”. E ciò, secondo alcuni analisti, potrebbe essere il fondamento di una relazione ancora più stretta.

I motivi sarebbero più che validi: i tedeschi potrebbero beneficiare della posizione forte di Ford sul mercato nordamericano (in primis nel segmento di suv e pickup), dove VW ha sempre zoppicato, specie dopo il dieselgate. La casa dell’Ovale Blu, dal canto suo, avrebbe supporto in Europa, America Latina e Cina, dove non brilla come vorrebbe.

Poi, al solito, ci si sarebbe l’opportunità di incrementare le economie di scala e condividere le ingenti spese per ricerca e sviluppo su elettromobilità e guida autonoma, settori dove Ford fatica a tenere il passo dei competitor. Una “shared economy” che farebbe parecchio comodo pure a Volkswagen, a cui il caso emissioni è costato finora quasi 30 miliardi di euro.

Per ora, se non altro per mettere un freno alle speculazioni dei media, le due compagnie hanno specificato che “qualsiasi alleanza strategica non prevedrebbe accordi azionari, comprese quote di proprietà incrociata”, che sono il mastice delle fusioni industriali.

I rischi? Un’ipotetica alleanza troverebbe degli ostacoli nella differente cultura industriale delle due compagnie e per quando concerne la catena dei fornitori. E che nel passato di Ford ci sono una serie di “storie” sfortunate con Volvo, Jaguar e Mazda (tutti marchi rinati dopo la separazione dagli americani). Inoltre, c’è lo spauracchio di un altro esperimento tedesco-americano rovinosamente fallito, quello fra Daimler e Chrysler.

Nel frattempo, Ford ha stretto una partnership con Mahindra per la realizzazione di nuove soluzioni di connettività e propulsori: ciò rafforzerà la presenza del costruttore americano sui mercati emergenti, come l’India. Mahindra costruirà un piccolo motore da condividere coi modelli che Ford lancerà sul mercato indiano a partire dal 2020. Fanno parte dell’affare anche inediti veicoli elettrici e un suv.

J Mascis, da solista è ancora più annoiato

Se vero che fare rock oggi è come continuare all’infinito le scuole superiori, allora J Mascis è destinato a essere un ripetente a vita. Sulle scene sempre con lo stesso identico look nineties, nonostante i 52 anni compiuti. Gli occhiali da vista dalle montature dai colori sgargianti, i lunghi capelli oramai canuti, coperti sovente da un cappellino da baseball in stile paninaro anni 80. Il leader dei Dinosaur Jr, oggi considerato un “dio della chitarra”, la cui abilità tecnica non è mai fine a se stessa, ma un mezzo per offrire il suo punto di vista, torna con un album solista intitolato Elastic Days, in uscita a novembre, composto da 12 canzoni (consigliate See you at the movies e Picking out the seeds) dalle sonorità acustiche, con sporadiche chitarre elettriche. Brani quasi sussurrati, con quella voce da perenne annoiato che lo contraddistingue e in simil falsetto com’è nel suo stile. J Mascis continua a mostrarsi per quel che è, senza illusioni al cospetto della propria soggettività. La felicità però è assai meno a portata di mano d’un tempo.

La matura Neneh non rinuncia alla politica

In Fallen Leaves, brano che apre il nuovo album di Neneh Cherry, il cantato ricorda singolarmente quello di Joni Mitchell. Suggestione accentuata ancora di più dalla spoglia struttura voce e piano di Synchronized Devotion. Una fugace impressione, niente di più: troppo distanti per storia, attitudine e contesto musicale le due figure. Eppure il carisma e l’eleganza sono simili.

Broken Politics non è formalmente quello che si definirebbe un disco cantautorale, ma in qualche modo rientra nel canone. Un lavoro fatto di canzoni dense e riflessive, che non rifuggono dall’offrire una prospettiva sul mondo e che come si sarebbe detto in altri tempi “partecipa al discorso”. In Kong, su uno spesso tappeto ritmico che rimanda ai giorni del trip hop (tra gli ospiti c’è il vecchio amico Robert “3D” Del Naja), la Cherry racconta la sua esperienza di volontariato in un campo profughi di Calais; in Deep Vein Thrombosis si affronta il tema del decadimento fisico e del corpo che tradisce; in Shot Gun Shack il beat lento sostiene una netta presa di posizione contro la proliferazione delle armi. E poi ancora, tra gli argomenti: aborto, invecchiamento, razzismo, disorientamento e una irrefrenabile voglia di speranza nonostante tutto.

La venticinquenne che alla fine degli anni 80 cantava Buffalo Stance (un classico immarcescibile del r’n’b/hip hop) è diventata una donna e una musicista matura che tuttavia non rinuncia a porre questioni, sul ritmo di quella “politics of dancing” a cui è sempre rimasta fedele anche se oggi forse in via più metaforica. Così come è rimasta legata alla pratica del lavoro collettivo, come ai vecchi tempi del Wild Bunch di Bristol: Broken Politics nasce dalla simbiosi con l’alter ego artistico e sentimentale di sempre, Cameron McVey, e dal punto di vista sonoro poggia sulle intuizioni magnifiche del produttore Kieran Hebden alias Four Tet, che rispetto al precedente e glaciale Blank Project costruisce intorno alla voce di Neneh un ambiente più “organico” e avvolgente.

Disco splendido, da ascoltare – appunto – con tutta la synchronized devotion possibile.

Roma maledetta e indifferente messa al Muro

Chi cerca Il Muro del Canto troverà Il Muro del Canto. L’amore mio non more – grido di resistenza all’indifferenza, più che all’odio – è il quarto disco della band capitolina che torna con tutti i suoi caratteri distintivi.

Nonostante il gruppo abbia esplorato ambiti musicali diversi dal punto di vista ritmico e armonico (per palati fini), lo stile resta fedele a se stesso. Un folk rock cupo che fa perno, come spiega Alessandro Pieravanti – voce narrante e batteria – su alcuni cardini, dalla fisarmonica alla voce bassa di Daniele Coccia. Addendi che non si possono cambiare, come non si può cambiare Roma. E proprio a loro, che con la città e le sue strade ci riempiono i testi, viene da chiedere cosa rappresenti oggi: “Roma è difficile da inquadrare e definire. È un calderone in ebollizione, con tutte le contraddizioni del nostro tempo e nella quale vedi esasperato quello che va e quello che non va – risponde Pieravanti – Vive di una propria energia, a suo modo accogliente e, fortunatamente, multietnica”.

Anche quando la chiamano maledetta, Roma, come nel titolo di una delle tracce, non la intendono vittima di un anatema, quanto tetra scenografia di fattacci di nera: “Quel brano è più un esercizio storico che mette in fila i fatti di cronaca nera, partendo dal fratricidio di Romolo e Remo. Si riferisce a un’estetica della negatività dalla quale si tende a essere attratti. In realtà, la città è molto più positiva di ciò che sembra”.

Sempre che si giri dall’altra parte. “La Roma che ci fa paura è la Roma indifferente” cantano: “Esiste, ovviamente. Quella degli sgomberi, delle case popolari, del razzismo”. Anche in questo, Il Muro non presta il fianco a dubbi. Anche se quando sono nati, nel 2010, qualcuno ha scambiato il loro look total-black per qualche nostalgica ispirazione (che oggi andrebbe di moda), l’impegno sociale e la matrice fortemente ideologica dei contenuti hanno presto risolto ogni tipo di equivoco (“Indossiamo il nero perché sfina, siamo tutti in sovrappeso”, scherza).

Vicini alle periferie – il video del singolo La vita è una è girato alla Palestra Popolare del Quarticciolo – ritengono “un obbligo morale” parlare di quella città dal basso che si riscatta e rinasce, senza l’ombra di un privilegio. Un impegno che parte dal territorio, arriva a battaglie universali – Figli come noi, del 2015, parlava degli abusi delle forze dell’ordine – e rende i loro lavori multi livello.

Pieravanti, che è bravo a raccontare tanto da essere un po’ l’Alberto Angela del gruppo (“Vorrei avere il suo stesso sex appeal”, ride) crede che sia il mix di contenuti e stile a rendere il pubblico così eterogeneo: “I nostri concerti sono delle grandi feste di famiglia, alle quali partecipano ragazzi, bambini, così come persone di una certa età. Non apparteniamo a una scena definita. Siamo outsider e il nostro è un pubblico di outsider”.

Al via senza Asia. Mara Maionchi: “Celentano? Dice stronzate proprio come me”

Dietro la “X” di X-Factor si nasconde davvero il “mostro del falso moralismo pronto a condannare e a eliminare in nome della sua traboccante ipocrisia”? Lo sostiene Adriano Celentano, che si è speso in favore dell’esclusa Asia Argento. Da giovedì 25 ottobre, l’attrice non siederà dietro al bancone del talent di SkyUno perché le accuse di molestie mosse dal giovane Jimmy Bennet hanno lasciato il segno. Al suo posto ecco il “biondino” Lodo Guenzi: “Ci dava più garanzie per i ragazzi in gara”, dicono da Sky, dove l’opinione di Celentano ha fatto rumore. “È giusto che ognuno abbia la sua idea. Ma se Lodo Guenzi è seduto qui ci sarà un motivo”, dice Nils Hartmann, capo delle produzioni originali.

“Mi è difficile capire cosa c’entri il finto moralismo. Anche Celentano ha la sua bella età, come me: di stronzate ne diciamo a iosa”, la risposta di Mara Maionchi. Dal quartier generale di Rogoredo dicono che comunque la decisione di sostituire l’Argento era stata presa di comune accordo, ma lei parla di un “rospo” da dover ancora ingoiare. Il frontman de Lo Stato Sociale si è ritrovato così in una situazione particolare: “Non esprimo opinioni su cose che non conosco nel dettaglio, ma Asia è stata molto brava”, dice lui, che ha cambiato idea sui talent dopo aver cantato una canzone che li attaccava. Nonostante tutto questa edizione del talent sarà “la più bella di sempre”, con “il palco più tecnologico” e “un livello di concorrenti particolarmente alto e contemporaneo”. Ma sono le solite promesse della vigilia, ci crediamo anche stavolta?

La grande carneficina: il film di Jackson e altre chicche

Che Festa che fa? Non c’è da spellarsi le mani o da spalancare gli occhi, nondimeno trovare qualche chicca, almeno qualche sorpresa è possibile.

They Shall Not Grow Old Le voci e i colori della Prima guerra mondiale: il Signore degli Anelli Peter Jackson dà profondità (3D), carne e anima alla memoria, facendo di archivio inerte un lungometraggio pulsante, affascinante e, di più, lunare. Pochissima stampa a seguirlo, forse spaventata dalla inopinata mancanza di sottotitoli (peraltro, è parlatissimo), ma They Shall Not Grow Old – il titolo è mutuato dall’ode di Laurence Binyon For the Fallen – meriterebbe ben altra sorte, se non cornice: è di gran lunga la miglior cosa vista in Festa, un uomo di cinema e pace quale Ermanno Olmi ne sarebbe stato il più accorto estimatore.

I colori posticci rimandano involontariamente al tavolo autoptico, le parole dei soldati sono eco inesausta di sciagura, gli orizzonti di gloria degli alti comandi condannati al fuoricampo: nessuna Grande Guerra, di grande solo la carneficina (un milione di morti tra le file dell’Impero britannico). Producono Imperial War Museums e BBC, è tra i must-see dell’anno.

Sono Gassman! Vittorio, re della commedia L’uomo dietro il Mattatore, il melanconico dopo il guascone, Vittorio prima di Gassman. Il re della commedia all’italiana, incoronato nel 1958 da I soliti ignoti di Monicelli dopo il teatro e i film drammatici, e poi il gigante dai sentimenti d’argilla di fine carriera: comunque Gassman, di cui Fabrizio Corallo dà un ritratto informato e rivelatore, che ritroveremo su Sky Arte nel gennaio del 2019.

Archivio importante, teste parlanti illustri di ieri (da Dino Risi a Ettore Scola) e di oggi (da Renzo Arbore a Carlo Verdone) e un affetto smodato per Vittorio, che seppe farsi leggenda e mistero, senza venire – lapide canta – “mai impallato”.

Othello 3.0 Si parte da una suggestione pasoliniana, Che cosa sono le nuvole?, si passa per l’elaborazione teatrale di Cecilia Calvi, si arriva all’interpolazione, prima musicale (il refrain Otello che bello) e quindi cinematografica, del regista Walter Corda, che allo shakespeariano Moro di Venezia concede lo sberleffo della parodia e l’ancoraggio al qui e ora, dal femminicidio alla discriminazione razziale. Ospite la Roma Lazio Film Commission, prodotto da Corda con Roberto Fiacchini, fondale filologico il Globe Theatre di Roma, un cortometraggio che la sa lunga, e ancor più (opera) buffa: Othello è Timothy Martin, Desdemona Grazia Schiavo, Iago Riccardo Barbera, il riso amaro.

Il fattore umano. Lo spirito del lavoro Grande rimosso, sia politico che cinematografico, il lavoro torna a farsi sentire, e vedere, nel documentario di Giacomo Gatti, prodotto da Inaz con FEdS.

Dai viticoltori trentini ai pastai di Gragnano, da don Loffredo del Rione Sanità ai chirurghi che testano mani bio-robotiche, dai giovani startupper agli operai, una ricognizione a viso aperto tra quindici eccellenze nazionali: focus poetico ed etico è il fattore umano, ovvero “le mani e i cervelli delle imprese italiane”. Schietto, lucido e speranzoso.

Martin Scorsese È per lui la più fragorosa standing ovation della Festa.

Premiato alla carriera da Paolo Taviani, Scorsese porta in dote nove sequenze di altrettanti prediletti film italiani: Umberto D., Le notti di Cabiria, Divorzio all’italiana, Salvatore Giuliano, Il Gattopardo, Il posto, La presa del potere da parte di Luigi XIV, L’eclissi. Il primo, e forse non solo alfabeticamente, è Accattone: “Lo vidi nel 1963 a New York, e fu uno choc: mi sono identificato negli ultimi, nei reietti che Pasolini inquadrava. Il suo non era solo umanesimo, ma santità: il magnaccia protagonista moriva tra due ladri, come Cristo in croce”.

Il dottor Stranamore e le elezioni di midterm

Che il mondo sia un posto più pericoloso, con l’uscita degli Usa dal Trattato sugli euromissili, o Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces), tutti lo sanno; tant’è che nessuno o quasi – l’eccezione è britannica – condivide la decisione annunciata dal presidente Trump e ispirata dal consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton che è in queste ore a Mosca per parlarne.

Ma Trump non si cura della sicurezza internazionale: gli preme la sua agenda, di smantellamento della governance multilaterale mondiale; e gli interessano le elezioni di midterm del 6 novembre, fra due settimane esatte.

I sondaggi continuano a indicare che i democratici possono sottrarre ai repubblicani il controllo della Camera. Ma i sondaggi, quando c’è di mezzo Trump, hanno già sbagliato di grosso. Vi sono segnali d’una certa impermeabilità dell’elettorato ai messaggi politici; e quando la gente percepisce i temi della campagna lontani dai suoi interessi, può rispondere non andando a votare e facendo così ‘saltare il banco’ delle previsioni. In un’Unione fortemente polarizzata, dove le primarie dei due campi hanno fatto emergere candidati o ‘socialisti’ – fra i democratici – o ‘trumpiani’ – fra i repubblicani –, scontri politici sulla conferma del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema o sui migranti o sui transgender non spostano voti, ma confermano solo i due campi sulle loro posizioni.

Annunciando l’abbandono del Trattato Inf, Trump agisce in due direzioni: da una parte, fa risuonare due parole d’ordine popolari della sua campagna: America First e Make America great again, che possono ridare entusiasmo all’elettorato meno attento alla dialettica internazionale; dall’altra, porta avanti il piano di demolizione della governance internazionale basata su intese, per sostituirla con una sorta di legge della giungla dove il più forte, cioè gli Stati Uniti, impone la propria volontà, a tutela del proprio interesse.

La tattica dello smantellare gli accordi esistenti Trump l’ha già praticata ripetutamente: ha chiamato gli Usa fuori dalle intese di Parigi sul clima, dal patto sul nucleare con l’Iran e, fronte commerciale, dal Tpp, l’accordo con i Paesi del Pacifico, e dal Nafta, con Messico e Canada.

L’unica mossa di successo è stata quella del Nafta, rimpiazzato da un nuovo patto, consono agli interessi statunitensi. L’accordo con l’Iran è stato confermato – ed è rispettato – da tutti gli altri garanti, quello di Parigi da tutti gli altri firmatari; e i Paesi del Pacifico si sono creati una loro zona di libero scambio.

Denunciando l’Inf, gli Usa – scrive l’ambasciatore Trezza su Affarinternazionali.it – “infliggono un ulteriore colpo all’architettura di sicurezza e stabilità internazionale” dopo la Guerra Fredda. Il Trattato Inf venne stipulato nel 1987, a suggello della ‘crisi degli euromissili’ originariamente stanziati dall’Unione Sovietica in Europa orientale. La Nato rispose con la decisione di spiegare missili nucleari in quattro Paesi europei tra cui l’Italia (nella base di Comiso in Sicilia). L’intesa bandisce un’intera categoria di vettori nucleari e ne prevede la distruzione. Fu un successo senza precedenti, che ora rischia di essere vanificato.