Cgil, come gestire il cambio al vertice

Oggi il sindacato non deve difendere la sua autonomia, il suo ruolo dai partiti, perché questi o non esistono più o hanno perso radicamento nei luoghi di lavoro. E tra poco ci sarà un importante passaggio al vertice della Cgil, organizzazione a cui sono legato da sempre. Conosco direttamente tre cambi di segretario generale: da Luciano Lama ad Antonio Pizzinato, da Pizzinato a Bruno Trentin e da Trentin a Sergio Cofferati.

Il primo passaggio non fu felice, Pizzinato è un’ottima persona ma per il ruolo di segretario generale – a mio avviso – non era adatto, anzi l’insistenza di Lama e altri che lo convinsero a superare le sue resistenze fu un errore. La crisi della segreteria Pizzinato scoppiò poco tempo dopo e ritornò in campo la candidatura di Trentin, che era la più forte già al momento dell’elezione di Pizzinato. La Cgil attraversò una lunga fase di crisi e finì per tornare al punto di partenza: a Trentin.

Cofferati e io siamo entrati in segreteria confederale insieme, su proposta di Trentin. Chi ne ha letto i diari ha capito che Trentin aveva una personalità complessa, ma con alcuni principi ben saldi. Trentin è stato un segretario generale di grande valore, dopo l’accordo del luglio 1993 ritenne conclusa la sua esperienza e propose di scegliere un nuovo segretario generale prima del congresso. Non mi ha mai detto quale fosse la sua preferenza, né io gli ho mai chiesto nulla, sarebbe stato estraneo all’etica del nostro rapporto. Trentin propose di scegliere il successore con una consultazione aperta, senza iniziare con una sua proposta. Le candidature nel 1994 furono due: Cofferati ed io. Alla fine presi atto che la maggioranza del direttivo aveva indicato Sergio, decisi di ritirare la mia candidatura e di sostenerlo. Restai in segreteria ancora due anni. Ottaviano Del Turco aveva convinto i socialisti tranne Pino Schettino, la terza componente e parte significativa della ex componente Pci avevano preferito Sergio. I risultati della consultazione e il quadro politico/sindacale lasciavano spazio solo a una contrapposizione, per la quale ero personalmente indisponibile.

Le differenze politiche erano pubbliche. Io non ero convinto della scelta di un sistema pensionistico tutto contributivo perché poteva portare alla rottura della solidarietà, in particolare verso i giovani e le fasce più deboli dei lavoratori, come purtroppo è avvenuto. Non ho cambiato idea. Con Sergio, su questo e su altro, ci furono differenze di merito, ma la rottura della Cgil per me era impensabile. Nel 1996 mi resi conto che il mio ruolo in Cgil era esaurito e feci una scelta diversa. Sono convinto che il sindacato sia un pilastro della democrazia, ma non l’unico. La competizione sobria e controllata per la successione a Trentin fece buona impressione e fu adottata in seguito da Massimo D’Alema e Walter Veltroni, perchè anche il Pds doveva prendere una decisione analoga.

Ora la Cgil è chiamata a scelte impegnative, di rinnovamento. Non mi sembra preoccupante che si confrontino diverse proposte politiche e personali. È molto importante che su Maurizio Landini sia caduto un precedente pregiudizio che ne negava le indubbie qualità aprendo alla possibilità di diventare segretario generale. Questo è positivo. Sarebbe curioso che ora spuntasse un pregiudizio sullo sfidante, Vincenzo Colla.

Se le candidature resteranno due, servirà un confronto politico vero, che scoraggi le tifoserie e faccia invece crescere la consapevolezza sulle difficili scelte da fare. Potrebbe essere utile un confronto tra le proposte dei candidati, la Cgil ha gli strumenti per farlo. La trasparenza è molto importante, sempre. A gennaio l’assemblea nazionale deciderà e sono convinto che senza drammi ricostruirà un intero gruppo dirigente

Calenda, il futuro del Pd. A insaputa degli elettori

Come ha raccontato sabato su queste pagine l’eversivo Antonio Padellaro, la crisi di governo ha spaventato anzitutto la (presunta) opposizione. In effetti, se si tornasse in fretta al voto, i primi a rimetterci sarebbero proprio Forza Italia e Pd. Quest’ultimo, deflagrato in mille pezzettini come una mina minore esplosa male, è terrorizzato dall’ipotesi di voto anticipato. Hanno paura tutti. Tranne uno: l’eroe, il mito, il guevarista Carlo Calenda. Questo bell’omettino, con le sue fattezze allegre da ottantenne che ha dichiarato guerra a un’anagrafe che si ostina a volerlo troppo giovane, è da tempo un noto idolo delle masse. A insaputa delle masse, s’intende. I sondaggi dedicati a niente, cioè al futuro del Pd, dicono che undici italiani su cento puntano su Gentiloni. Nove su Zingaretti. Tre su Boccia. Uno su Richetti. Calenda sta a cinque, ex aequo con Renzi (impegnato lo scorso weekend a sfasciare quel poco che resta del partito) e Minniti.

Più di sessanta italiani su cento credono invece che il futuro del Pd non possa – né debba – coincidere con nessuno dei nomi sin qui fatti. Eppure Calenda va avanti, con l’autostima a caso di chi si lancia nel crepaccio convinto che sotto ci sia una piscina. Tivù e stampa ci mettono del loro, perché ogni volta che nel Pd c’è crisi (quindi sempre), interpellano Calenda per avere la ricetta su come uscire dalla risacca. Che sarebbe un po’ come chiedere a Valerio Scanu come uscire dalla crisi del rock, magari chiedendogli già che c’è una cover a cappella di Whole Lotta Love. Bei momenti.

Giorni fa Calenda era a Un giorno da pecora su RadioUno: è stato simpatico, come a volte gli capita. Ha ammesso di non avere un carattere facile. Ha detto che non è il nuovo Macron, anche perché “Macron mi sta antipaticissimo”, e qui qualcuno avrebbe forse dovuto fargli notare che la differenza tra i due è che il primo ha (o aveva) il plauso dell’elettorato mentre il secondo ce l’ha al massimo di Nicola Porro. Ha raccontato che, dopo aver preso la tessera del Pd, la moglie per una settimana non gli ha rivolto parola: saggia donna. Calenda ha poi svelato un passato burrascoso: “Al liceo Mamiani ho avuto prima due materie, poi quattro e poi sono stato bocciato in prima liceo. Contemporaneamente ho avuto una figlia e sono stato buttato fuori di casa. Mia madre la prese talmente bene che cambiò la serratura di casa e per un po’ andai da mia nonna”. Attore bambino nel Cuore di Comencini, a quel periodo ripensa così: “Ho un ricordo fantastico di quell’esperienza. Ammetto di essere stato innamoratissimo di Giuliana De Sio all’epoca, anche se avevo solo dieci anni. Non mi sono dichiarato ma almeno c’era una scena in cui le davo un bacio sulla guancia”. Calenda ha quindi svelato l’aneddoto più gustoso: “Il tatuaggio sul braccio? L’ho fatto il giorno prima di sposarmi. Ero totalmente ubriaco e mi ricordo solo pochissimi dettagli. Teoricamente sarebbe uno squalo, ma siccome sono ingrassato ora pare un tonno”. Evidentemente la saga cinematografica Una notte da leoni si ispira a Calenda. Il quale, tra una battuta e l’altra, parla ancora di un “Fronte repubblicano contro sovranisti e populisti”. Con lui leader. E il bello è che è pure serio.

In effetti, là fuori, le masse già spingono e scalpitano: non vedono l’ora di fare la Resistenza – e magari pure la Rivoluzione – guidate da questo strano incrocio tra un Barca meno preparato e un Renzi meno antipatico, interpretato chissà perché da un Renato Pozzetto che parla in romanesco. Daje Carletto!

Il generale Grillo e i poveri di spirito

“Attacco al Colle” (Adnkronos). “Attacco al Quirinale” (Libero e Repubblica). “Grillo: togliere i poteri al Capo dello Stato” (Ansa). Noi domenica eravamo concentrati sulla Leopolda (a ciascuno la sua perversione) e ci siamo persi la diretta del colpo di Stato che intanto Beppe Grillo stava mettendo in atto al Circo Massimo, alla festa dei 5Stelle. Del pronunciamento, di cui per fortuna gli organi di stampa libera hanno dato conto per tutta la giornata di ieri, esiste un video che lascia poco spazio all’immaginazione (video poi pubblicato dallo stesso Grillo, presumibilmente in sorvolo sui cieli d’Europa in cerca di asilo politico come Erdogan, col titolo volutamente fuorviante di “Mai prendersi troppo sul serio”).

Aprendolo col cuore in gola, ci aspettavamo di vedere il generale Beppe comandare ai militari capeggiati da Bonafede di recarsi al Quirinale, accoppare quei marcantoni di corazzieri e rapire Mattarella per portarlo in esilio; o, perlomeno, l’oscuro presagio di una riforma della Costituzione in senso anti-presidenzialista da attuare dopodomani; o anche, al limite, un falò della bandiera e un inno alla Monarchia.

Niente di tutto questo: Grillo inizia il suo discorso ironizzando sul reato di vilipendio di cui è accusato (“una cosa dell’800”) per aver invitato anni fa Napolitano a “costituirsi” più che a dare le dimissioni. Poi dice, testualmente: “Dovremmo riformare questa figura. Capo del Csm, capo delle forze armate, nomina 5 senatori a vita… queste cose non vanno più col nostro modo di pensare”, e quindi passa ad altro. Ora: per chiunque conosca le sfumature semantiche della nostra ricchissima lingua è ovvio che il senso delle parole di Grillo è che la figura di un Presidente della Repubblica dotato di poteri enormi e simultaneamente intoccabile, incriticabile e coperto dal dogma dell’infallibilità come un Sovrano non è compatibile con la contemporaneità, quando – e questa è una nostra inferenza – è in crisi la stessa idea di democrazia rappresentativa. Si può dissentire dall’opinione di Grillo, secondo la quale la Costituzione assegna troppi poteri al Capo dello Stato; ma da qui a gridare a un attacco al Colle ce ne corre. Peraltro amplificare, drammatizzare e incupire con toni apocalittici ogni cosa che Grillo scrive o dice (“È fascismo”, ha riassunto il sindaco di Palermo Orlando) additandolo come un pericoloso e un facinoroso anti-democratico è una tecnica che ha già dimostrato la scarsa intelligenza e lungimiranza che la anima. Più i soliti noti del sistema si compattano nell’indignazione isterica contro le sparate di Grillo, più la gente vota il movimento fondato da Grillo.

I “grillini” sono al governo con la Lega e sembrano intenzionati a realizzare i punti del contratto. Grillo non fa parte del governo ma – qualunque cosa significhi – è garante del MoVimento, da cui peraltro appare sempre più distaccato (tanto da dedicarsi a tempo pieno alla ricerca, alle tecnologie e al futuro sul suo blog e da riservare a Di Maio frecciate dal basso in alto, di quel genere che i duri e puri lanciano agli ex compagni imborghesiti). Al di là dell’aspetto formale (Grillo è un comune cittadino) e di quello politico (il M5S ha difeso la Costituzione dall’aborto Renzi-Boschi e una riforma dei poteri del Capo dello Stato non compare né nel suo programma né nel contratto con la Lega), c’è un equivoco circa la figura di Grillo da che la sua natura artistica si è ibridata coi temi politici.

I discorsi di Beppe Grillo contengono sempre in sé il veleno e il loro proprio antidoto. Grillo utilizza una tecnica basata sull’ironia e l’auto-confutazione (come quando disse “sono oltre Hitler” e il giorno dopo c’era chi invitava a salire in montagna). Quando dice “non vedo l’ora di andare in galera al 41 bis e parlare di Bonafede con Totò ‘u curtu”, le persone abituate a ragionare meccanicamente si scandalizzano per il primo livello del discorso, dimenticando il fatto storicamente documentato che un pentito di mafia parlò nell’ora d’aria di un certo “Berlusca” o che l’ex co-fondatore di FI Dell’Utri è finito in carcere proprio per mafia.

Il capo del Partito dell’Amore, con le sue birre e i suoi premi Canederlo d’oro, oggi sui social miete più cuori della Ferragni. E 4 milioni e mezzo di persone alle ultime elezioni hanno votato il partito di un condannato incandidabile e indagato per altri vari reati tra cui le stragi di mafia del ’93. Parimenti, crediamo che il principale problema di Renzi non sia il caratteraccio, ma quel che ha fatto quand’era al governo. C’è come uno schermo, nell’Italia mentale, che ancora impedisce di fare la tara alle parole di Grillo, complice una tendenza all’indignazione consolatoria che quasi mai si traduce in reale insurrezione contro il potere, che non si limita a fare iperboli e paradossi, ma fa e disfa senza riguardi.

Berlusconi cambia il primo allenatore: al Monza ecco Brocchi

Ci ha impiegato appena 28 giorni Silvio Berlusconi a cambiare il primo allenatore del Monza, il club che milita in Serie C rilevato da Fininvest neanche un mese fa. Fuori Marco Zaffaroni, dentro Christian Brocchi, fedelissimo di Berlusconi già calciatore del Milan – con cui ha vinto la Champions League nel 2003 e nel 2007 – e poi chiamato da Silvio anche come allenatore dei rossoneri due anni fa, quando subentrò – con risultati modesti – a Sinisa Mihajlovic. Zaffaroni paga gli scarsi risultati sulla panchina dei brianzoli, sconfitti in tre delle ultime cinque partite e battuti domenica scorsa dal Teramo per 1 a 0. Berlusconi, che in un mese di presidenza non ha ancora visto vincere la squadra, ha scelto dunque l’usato sicuro. A Monza Brocchi ritroverà anche Adriano Galliani, lo storico amministratore delegato del Milan che ha seguito Berlusconi nella nuova avventura. A lui il compito di risollevare il Monza, precipitato in decima posizione dopo un avvio promettente, che aveva portato nove punti nelle prime tre giornate.

“Juve, ancora bagarinaggio ultrà”. Ora si muove la Procura della Figc

L’ex ultrà Bryan Herdocia, sigaro fumante e occhialoni a specchio, confessa a Report che attorno alla Juventus non s’è mai smesso di frullare denaro col bagarinaggio: biglietti venduti con pesanti rincari anche per l’esordio in campionato con la Lazio e la trasferta di Champions League a Valencia. Il servizio di Report – a firma Federico Ruffo, in onda ieri su Rai3 – racconta il patto occulto tra gli ultras (in combutta con la malavita) e la Juventus, durato per diversi anni e con milioni di euro di guadagni sporchi: centinaia di biglietti a partita ai tifosi in cambio di un supporto incondizionato al club e della tutela dell’ordine pubblico.

Prima delle rivelazioni di Herdocia, il patto si considerava interrotto due anni fa con l’indagine antimafia “Alto Piemonte” sulle infiltrazioni della ’ndrangheta a Torino e con l’oscuro suicidio dell’ex ultrà Raffaello “Ciccio” Bucci, collaboratore dei bianconeri per curare i rapporti con la tifoseria e anche informatore di polizia e intelligence.

L’esuberante Herdocia, detto lo “squalo”, dodici anni di Daspo e un arresto per rissa con i fiorentini, gestisce il bagarinaggio da casa e alimenta i contatti con i vertici dei “Drughi”. La puntata di Report – anticipata ieri sul Fatto – non è sfuggita al controllo degli inquirenti della Federcalcio, che adesso potrebbero chiedere copia della registrazione e aprire un’istruttoria per valutare la violazione del codice di giustizia sportiva.

La Juventus non è coinvolta nel processo Alto Piemonte, i pm di Torino non hanno indagato i dirigenti bianconeri o il presidente Andrea Agnelli, ma il club ha subìto una condanna sportiva, mitigata nei vari gradi di giudizio della Federcalcio. Il figlio di Umberto s’è beccato una squalifica di tre mesi e la società una multa di oltre mezzo milione di euro.

Il Tribunale federale ha punito il bagarinaggio autorizzato dalla Vecchia Signora con l’assenso di Agnelli, però ha accolto la versione della Juve: il club era ignaro della caratura criminale di Rocco Dominello, secondo i magistrati esponente della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, fondatore del finto gruppo ultrà i “Gobbi”, cinque anni di carcere in appello per associazione a delinquere di stampo mafioso. Otto anni e otto mesi per il padre Saverio, che di recente ha dichiarato di essersi dissociato dalla ’ndrangheta nel 2012.

Lo scandalo sui biglietti, gli ultras e le ’ndrine ha logorato il sodalizio tra il presidente Agnelli e l’ormai ex amministratore delegato Beppe Marotta. John Elkann, il cugino di Andrea, ha tentato di sfruttare la vicenda per rinnovare la società assieme a Marotta. Ha vinto Andrea. Per ora.

Gli animalisti fermi al Palio: altro che morte, è vita!

Partiamo col dire che l’edizione del Palio di Siena a cui ho assistito sabato pomeriggio è stata particolarmente serena: un solo fantino rimasto in sella, uno svenuto (ma sano), uno ferito (ma salvo), un volontario ferito (salvo anche lui), Raol, il povero cavallo della Giraffa, abbattuto dopo una caduta, e la vittoria della Tartuca con il cavallo scosso. Ci mancava solo che un airbus si abbattesse su piazza del Campo. Tutto ciò ha provocato l’ira degli animalisti, i quali chiedono l’abolizione della manifestazione, protestano contro la Rai che ha trasmesso la diretta.

Siccome anche io ero lì e mi sono permessa di postare delle foto, ora mi ritrovo gli animalisti che insultano me e i miei avi fino al capostipite e mi augurano di reincarnarmi in biada per cavalli.

Per carità, comprendo il dispiacere, ci sono però due cose di cui gli animalisti non tengono conto: la prima è che l’abolizione del Palio di Siena è probabile quanto la conversione all’omosessualità di Silvio Berlusconi. La seconda è che la morte del cavallo dispiace più ai senesi che a loro. Basta parlare con un qualunque contradaiolo per sentirsi dire che a Siena del fantino non frega nulla a nessuno perché è un mercenario, ma il cavallo è sacro. Quelli che corrono vengono benedetti direttamente in Chiesa e, nei quattro giorni precedenti la gara, il cavallo ha un’assistente come Valeria Marini che dorme con lui anche la notte.

Sabato sera, in tanti piangevano per Raol. Perché qui i cavalli non fanno parte di un gioco. Fanno parte del Dna. E il palio non è qualcosa che succede due volte l’anno. Il palio è 365 giorni l’anno. “Il palio non è morte, è vita”, dicono a Siena, senza neppure troppa voglia di giustificarsi con quelli “di fuori”, perché loro lo sanno bene che oltre la cinta muraria, tutto questo pare una sorta di Black Mirror medievale, una follia collettiva tale che uno si domanda cosa ci mettano dentro la ribollita, ’sti senesi. E me lo sono domandata anche io, nei due giorni trascorsi a Siena. Perché di cose incredibili ne ho sentite parecchie, e più ascoltavo i racconti dei contradaioli, più mi pareva di essere in un luogo senza tempo, con regole che valgono solo lì e domande che è meglio far morire in gola. Per dire, uno di loro mi ha spiegato che quando c’è il palio le classi sociali non esistono. “Mi è capitato di partecipare a qualche scazzottata tra contrade: si tiravano su le maniche della camicia notai, avvocati e operai, l’uno accanto all’altro. A me, per dire, m’ha picchiato il mio dentista!”. E le forze dell’ordine, a quanto pare, aspettano 5 minuti prima di intervenire, come in una sorte di fulminea notte del giudizio in cui gli animi si lasciano sfogare. “Prima però ci togliamo anelli e orologi”. Qualcuno racconta che la rivalità tra contrade è tale che pure a vedere il Siena calcio in trasferta ci si va in 17 autobus, uno per contrada. “Partita fuori casa, durante un tafferuglio sono caduto e me le ha date mica uno della squadra avversaria, ma uno dell’Onda!”, se la ride un contradaiolo della Torre. Ma lo racconta senza rancore, tutto pare ineluttabile. E lo è: la vita di contrada entra nel sangue, nessuno se la leva di dosso. “L’attaccamento al Palio è bellissimo da bambini, da adolescenti e da anziani, ma a 20 anni ti tiene imbrigliato alla città, un sacco di ragazzi non se ne vanno da Siena perché fuori avrebbero nostalgia”, mi spiega chi da qui non si è mosso mai.

Ma di cose assurde, in tempo di Palio, ce ne sono non poche. Per dire, è possibile scommettere su qualunque boiata, dal risultato di Juve-Milan a quanti capelli sono rimasti in testa al principe Harry, ma esiste una LEGGE che vieta alla Sisal di fare scommesse sul Palio. Qui un posto-finestra sulla piazza, il giorno del Palio, costa quanto un post a pagamento della Ferragni. Qui al fantino, nei giorni pre-gara, si ritira il cellulare come stesse entrando in seminario. Qui se sei dell’Oca vuoi vincere, sì, ma più di tutto vuoi fare perdere la Torre. Qui un fantino, per una singola vittoria, può intascare 200 mila euro e più. Qui quando c’è il Palio cambia la viabilità in città e l’ordine pubblico diventa un concetto elastico. Qui se sei un turista e ti vedono fare una foto a un cavallo ferito puoi finire al macello, al posto del cavallo. Qui gli animalisti che sbraitano a migliaia sul web, in città non si sono avvicinati mezza volta, perché sanno bene che toccare il palio a un senese è come toccare la Boschi a Renzi. E alla fine tengono all’incolumità dei cavalli ma un po’ più alla loro. Qui se succede qualcosa a un cavallo, attorno all’accaduto si crea una cortina di ferro che manco attorno alla questione dei Rohingya. Sabato per dire, prima della brutta notizia, sulle sorti del cavallo Raol giravano le ipotesi più svariate: è vivo, è morto, è morto e risorto, è il piatto del giorno all’osteria del centro, è stato scritturato per uno spaghetti western che girano a Poggibonsi, se l’è comprato Putin per la prossima foto in sella a petto nudo, gli sono spuntate su due ali ed è volato via verso la Val d’Orcia come Pegaso. Poi la verità è venuta fuori, nei quartieri di tante contrade c’era un silenzio spettrale. Sui siti sono rimbalzate le immagini del cavallo ferito, la polemica ha ricominciato a galoppare veloce, come i cavalli a un passo dal traguardo, dopo la curva del Casato.

Il Palio – e su questo non ho alcun dubbio – nessuno lo fermerà. Perché è uno spettacolo suggestivo e sovrumano, in cui a ogni galoppo ci si sente nel 1600. E anche un po’ parte di qualcosa. Di folle, forse, e di spietato, come la storia. “Siete attenti all’orrore di un attimo e non a un amore che dura da secoli. Condannateci pure a morte, ma sappiate che moriremo a cavallo”. Lo ha scritto ieri un’allevatrice senese. Folle, appassionata, infervorata. Come il Palio. Come i senesi.

Galantino (M5s) scrive alla ministra Trenta per Casamassima

Legge sul whistleblowing anche per i militari. In una interrogazione al ministro della Difesa e a quello della Giustizia, il deputato M5S Davide Galantino ha chiesto che venga estesa anche ai militari la normativa prevista a tutela dei dipendenti che segnalano attività illecite all’interno delle aziende pubbliche o private. A cominciare dai carabinieri testimoni dell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. In realtà la legge, approvata nel 2017, dovrebbe già trovare applicazione anche per i militari in quanto dipendenti pubblici ma “nell’ambito delle Forze Armate la disciplina che prevede la tutela del dipendente militare in caso di segnalazione di atti illeciti o irregolari spesso non trova applicazione“, ha scritto Galantino, citando il caso di Riccardo Casamassima (nella foto), il carabiniere che “ha avuto il coraggio di rivelare l’illecito pestaggio di Stefano Cucchi” ed è stato “punito dopo la sua deposizione con un trasferimento dall’attività operativa su strada alla scuola allievi, affrontando anche diminuzione dello stipendio e un demansionamento”. Le dichiarazioni di Casamassima hanno consentito la riapertura delle indagini che hanno consentito di processare i carabinieri.

“Due anni a chi gli uccise il fratello, Tommaso è morto di crepacuore”

In questi giorni la mamma di Davide Bifolco, la signora Flora, stava preparando un’iniziativa insieme all’avvocato di famiglia, Achille Rinforzi: una lettera al comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri per chiedergli se un giovane con un precedente per omicidio colposo può essere ammesso alle selezioni dell’Arma. Davide è il ragazzo di 17 anni che il 5 settembre 2014 è stato ucciso da un colpo di pistola esploso per sbaglio dall’appuntato Gianni Macchiarolo. Avvenne durante le fasi concitate del fermo di Davide, che a bordo di uno scooter con altre due persone aveva forzato un posto di blocco nel rione Traiano di Napoli. La lettera doveva innalzare il livello della polemica per la sentenza di secondo grado che appena una settimana fa ha ridotto da 4 anni a 4 mesi a soli due anni la condanna del militare: un precedente del genere, secondo i familiari di Bifolco, impedirebbe di partecipare al concorso, ma il condannato Macchiarolo – con sentenza non ancora passata in giudicato – era (ed è) rimasto in servizio, come peraltro prevede la normativa trattandosi di reato colposo.

Ed ora chissà se questa lettera verrà scritta, se la famiglia Bifolco ne avrà ancora la forza. Il fratello di Davide, Tommaso, non potrà comunque leggerla. E’ morto ieri a soli 36 anni per un malore, probabilmente un infarto. Era affezionatissimo al fratellino, 15 anni di differenza e una vita in comune in un quartiere problematico. Lo zio Gianluca parla di “crepacuore”. “È morto per il dolore che si è rinnovato dopo la sentenza dei giorni scorsi. Non mangiava e non dormiva da 7 giorni – dice lo zio – Tommaso era quello che più si è battuto per affermare che il suo fratello Davide non era stato ucciso per errore, ma volontariamente. Tommaso non ci poteva pensare, non riusciva a digerirla proprio quella sentenza lui, che per un tentato furto ha ricevuto 5 anni e 4 mesi”. La richiesta di condanna arrivò più o meno negli stessi giorni del processo al carabiniere e si alzarono urla e proteste: “Perché un furto deve essere punito più di un omicidio”? Secondo zio Gianluca “Tommaso si è consumato ed ha avuto un infarto, nulla hanno potuto i sanitari del Cardarelli”.

Nel gennaio 2017 le carte di un’inchiesta sul clan Pucciarelli fecero emergere l’interessamento del boss del rione, Francesco Petrone, per dare massimo risalto mediatico alla morte di Davide, e il suo ruolo dietro alla diffusione delle foto choc del cadavere, rubate in obitorio. “O nano” (il soprannone di Petrone) fu intercettato coi familiari del ragazzo: “Si pose come interlocutore tra le forze dell’ordine e i parenti della vittima”, secondo l’ordinanza di arresto. Nel luglio successivo Tommaso postò su Facebook la foto della lettera di Petrone dal carcere di Fuorni. “Ti scrive il tuo fratello o’ Nano che si augura di trovarti bene”. “Che gioia sapere che il nostro bene va al di là di tutto” commentò Tommaso.

Cucchi, ufficiale indagato: “Mai visti i verbali falsi”

L’inchiesta su alcune annotazioni false redatte nella stazione di Tor Sapienza – dove Cucchi passò la notte del 15 ottobre 2009 prima del processo in direttissima – fa un balzo. Verso l’alto. Perché nel registro degli indagati per la prima volta viene iscritto un ufficiale superiore dei carabinieri. Si tratta del tenente colonnello Luciano Soligo, che nove anni fa comandava la compagnia Montesacro-Talenti, da cui dipende Tor Sapienza. Il che fa pensare una cosa: ossia che la Procura sta cercando di risalire lungo la scala gerarchica che tentò di insabbiare alcuni atti sul pestaggio del geometra romano.

Soligo al Fatto – che lo ha contattato nei giorni scorsi – aveva dichiarato di non aver mai visto né letto alcuna annotazione redatta dai suoi militari sul caso Cucchi. Piuttosto – aveva spiegato – fu l’allora comandante provinciale, il generale Vittorio Tomasone, a chiederle. Tomasone per l’ennesima volta ribadisce: “Non ho mai dato disposizione di scrivere cose diverse dal vero”. E la Procura ci mette un sigillo: ieri l’Ansa ha precisato che il comandante non è indagato e verrà sentito solo come testimone nell’ambito del processo bis sulla morte di Cucchi (in corso in Corte d’assise d’appello e in cui sono imputato cinque carabinieri, tre per il pestaggio).

Allo stesso modo, precisa l’Ansa, sono completamente estranei all’indagine anche gli altri ufficiali, il colonnello Alessandro Casarsa, già comandante del Gruppo Roma e il maggiore Paolo Unali, ex comandante della Compagnia Casilina.

Ma procediamo con ordine. Il fascicolo che ora vede indagato Soligo è stato aperto dopo la testimonianza resa in aula da Francesco Di Sano.

L’appuntato, che nel 2009 prese in consegna Cucchi a Tor Sapienza, davanti a due annotazioni redatte dalla sua stazione il 26 ottobre 2009 e che attestavano lo stato di salute di Cucchi, afferma che sono state modificate. Nella prima annotazione c’è scritto che Cucchi riferiva di “non poter camminare, veniva comunque aiutato dal personale della Pmz (Pattuglie mobili di zona, ndr) Casilina a salire le scale”. Circostanza che scompare completamente nella seconda annotazione.

In aula, ad aprile scorso, quindi Di Sano ammette le manomissioni e tira in ballo la scala gerarchica, a partire dall’allora suo comandante, Massimiliano Colombo.

Così quest’ultimo, con Di Sano stesso, viene indagato per falso. Nello stesso procedimento finisce anche Soligo, che nel frattempo ha lasciato la stazione nella periferia romana ed ora è distaccato allo Stato maggiore della difesa, senza un incarico operativo.

Come ha ricostruito Il Fatto nei giorni scorsi, anche Soligo era presente a una riunione organizzata a novembre del 2009, quando il Comando gruppo carabinieri Roma convoca i militari coinvolti nella vicenda Cucchi. In questa riunione c’erano anche Alessandro Casarsa (oggi comanda i Corazzieri che proteggono il Quirinale) e i comandanti delle compagnie Casilina e Montesacro, i colonnelli Paolo Unari e Luciano Soligo.

Ieri Il Fatto ha provato a contattarlo senza riuscirci. Giorni fa però il tenente colonnello aveva chiarito di non aver mai letto alcuna annotazione sul caso Cucchi. “I militari che arrestarono Cucchi non dipendevano da me – ha spiegato –. Tor Sapienza che invece dipendeva da me aveva la disponibilità delle camere di sicurezza e Cucchi fu portato lì. Io quella vicenda non l’ho seguita molto”. Delle relazioni di servizio “non ne so nulla” e in ogni modo, precisa “furono richieste dal Comando provinciale, quindi non passarono da me”. Da Tomasone, quindi?. Soligo conferma e poi aggiunge: “Se il Comando provinciale chiede delle relazioni, di norma va direttamente a chi l’ha chiesta. Io non le ho mai viste”.

Ieri Tomasone ha ribadito di non aver avuto alcun ruolo nei presunti falsi.

“Città pro-vita”. Dopo Verona, Meloni ci prova pure a Roma

Ancora una mozione sull’aborto e la 194. Presentata da Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia in linea con quella approvata a Verona lo scorso 4 ottobre su proposta del leghista Zelger, ha acceso le polemiche nella Capitale. Obiettivo è far “proclamare ufficialmente anche Roma ‘città a favore della vita’ e inserire questo principio generale nel suo statuto”. Nel documento si chiede la predisposizione di un “piano straordinario che rimetta al centro delle politiche capitoline la famiglia e la natalità, a partire dalla leva fiscale con il quoziente familiare” e di “risorse necessarie per sostenere i centri di aiuto alla vita operanti sul territorio” oltre che “ulteriori progetti e servizi finalizzati ad informare le donne sulle alternative all’interruzione volontaria della gravidanza”. Prevista nell’ordine del giorno di ieri, slitterà al prossimo consiglio. L’orientamento del gruppo di maggioranza M5S è di votare no. L’associazione “Non una di meno” ha già annunciato un presidio in Campidoglio. Le attiviste hanno lanciato la mobilitazione su twitter: “La mozione anti-abortista di Verona verrà votata anche a Roma. Agitazione permanente”.