Dj Fabo: oggi la Consulta decide su Cappato

Oggi la Corte costituzionale confronterà la Carta fondamentale della Repubblica con parole come vita, morte, autodeterminazione, dignità. Deve decidere se l’articolo 580 del codice penale è conforme alla Costituzione. A chiederglielo, nel febbraio 2018, è stata la Corte d’assise di Milano che doveva sentenziare sul radicale Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, accusato del reato di aver agevolato il suicidio di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, il quale chiedeva una fine dignitosa di una vita ormai invivibile.

“Mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa”, aveva detto commossa la pm Tiziana Siciliano, “io qui rappresento lo Stato, e lo Stato è anche Marco Cappato. Noi in questo processo abbiamo ricostruito la drammatica storia di Fabiano. Abbiamo potuto toccare con mano la vita di Fabo dal momento dell’incidente, in modo sempre uguale, con la stessa assenza di speranza e le stesse menomazioni fisiche. Viene da dire: se questo è un uomo”.

Cappato era stato assolto, su richiesta della pm, dall’accusa di istigazione al suicidio, mentre per l’accusa di aiuto al suicidio la Corte d’assise aveva chiamato in causa la Consulta. È dunque costituzionale un articolo di legge che prevede la reclusione da 5 a 12 anni per chi agevola il suicidio? È illecita la condotta di chi consente a una persona l’esercizio di un suo diritto, quello di interrompere la propria esistenza, quando non la ritenga più dignitosa? A queste domande dovrà rispondere oggi la Consulta.

Le conseguenze sul processo a Cappato saranno soltanto una parte di effetti ben più ampi, con i giudici costituzionali chiamati a decidere se, in generale, punire l’agevolazione al suicidio rispetta principi costituzionali come la libertà di autodeterminazione, il diritto a una vita dignitosa, il diritto a un rifiuto consapevole e informato delle cure.

Sono quattro le persone accompagnate dall’associazione Luca Coscioni in Svizzera, a porre fine a una vita diventata insopportabile: Dominique Velati, Piera Franchini, Dj Fabo, Davide Trentini. Ma sono ben 600 quelle che hanno preso contatto con l’associazione e hanno chiesto informazioni sul fine vita.

L’Italia è al ventiseiesimo posto al mondo per libertà di ricerca scientifica, ci informa una ricerca realizzata dal professor Andrea Boggio, docente della Bryan University di Boston e diffusa dall’associazione Coscioni.

Il nostro Paese è dietro non soltanto alle altre grandi nazioni europee, ma anche a Sudafrica, India, Vietnam e Israele. E sul tema specifico del fine vita è addirittura al trentunesimo posto su 47 Paesi considerati, alla spalle anche di Messico, Taiwan, Albania, in una classifica che vede invece ai primi posti Belgio, Olanda e Austria.

Anche ieri Cappato era in un’aula di giustizia. A Massa, dove si sta celebrando il processo in cui è imputato insieme a Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, per rispondere dell’accusa di istigazione o aiuto al suicidio in relazione alla morte di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla dal 1993 e morto con suicidio assistito in Svizzera il 13 aprile 2017.

“La nostra è un’azione di disobbedienza civile”, commenta Cappato, “ci sottoponiamo alle decisioni della giustizia dopo esserci autodenunciati, perché vogliamo cambiare le leggi. Ora aspettiamo la decisione della Corte costituzionale, ma qualunque essa sia, anche fosse a noi favorevole, poi dovrà comunque essere il Parlamento a intervenire. Questo governo si è presentato dicendo di voler dar voce alle leggi di iniziativa popolare. Ebbene, la legge d’iniziativa popolare sull’eutanasia è ferma da cinque anni: sia finalmente discussa in Parlamento, dove è possibile cercare una maggioranza che l’approvi”.

È morto Gilberto, il Benetton del dopo-maglioni

La morte di Gilberto Benetton (ieri nella natia Treviso, a 77 anni) ci rappresenta, inevitabilmente, un elemento di tragedia familiare ma anche l’obbligo di un riflessione sul significato pubblico di un fatto così privato. Tre mesi fa, la famiglia dei maglioncini era stata colpita dalla perdita di Carlo, il più piccolo dei quattro fratelli. Ad agosto il crollo del ponte Morandi ha esposto la dinastia trevigiana alle feroci (e giustificate) polemiche sul loro ruolo di azionisti di controllo di Autostrade per l’Italia. Adesso, piegato come Carlo dalla malattia, se ne va Gilberto, proprio l’uomo a cui il capostipite Luciano e la sorella Giuliana avevano affidato la diversificazione finanziaria, cioè l’investimento in altri settori industriali dei profitti accumulati negli anni d’oro di United Colors of Benetton.

Luciano è il leader naturale, il volto più noto, la personalità brillante, ma attorno all’introverso Gilberto si è dipanata una delle storie più tipiche (nel bene e nel male) del capitalismo familiare italiano, peculiare forma di industria dove, appunto, storie pubbliche e private si legano in modo inestricabile.

C’è un inizio tipico, 50 anni fa, col primogenito Luciano poco più che trentenne che trascina i fratelli in una cavalcata imprenditoriale che sarà simbolo e bandiera del miracolo del Nord-Est, di quel Veneto che è stato per secoli una delle regioni povere e trova nel brulichio delle fabbrichette dei padroncini un clamoroso riscatto economico e poco più. C’è la legittimazione tra i grandi, con Luciano senatore e con le creazioni/provocazioni pubblicitarie di Oliviero Toscani a regalare un’imprevedibile dignità culturale al marchio Benetton. E ci sono poi un sacco di soldi, profitti che si accumulano anni dopo anni.

A un certo punto le buone notizie finiscono, i quattro condottieri di Ponzano Veneto si spiaggiano sul nodo irrisolto di tutte le famiglie del capitalismo italiano, il rapporto tra generazioni. Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo Benetton hanno avuto una caterva di figli e nipoti, nessuno dei quali si è dimostrato in grado di succedere ai fondatori. Più laici di Gianni Agnelli, prigioniero della sua ossessione dinastica per cui ritenne inconcepibile non lasciare il timone a un suo discendente, i Benetton hanno scelto di affidarsi ai manager. Non solo. Ma anche di costruire per la tribù di eredi un sistema di cedole automatiche che non subordinasse il benessere di figli e nipoti alla loro capacità di perpetuare il successo dei maglioncini. E qui il ruolo di Gilberto è risultato decisivo. Mentre Luciano mollava tutto e andava a farsi il giro del mondo in barca a vela, il fratello cominciava l’investimento nelle attività diversificate. Un successo inimmaginabile.

Nel 1999 compra la società Autostrade, nel 2001 accompagna Marco Tronchetti Provera nella scalata a Telecom Italia, nel 2007 si prende anche Aeroporti di Roma. Telecom non sarà un grande affare, ma Autostrade e Adr sono delle vere e proprie macchine da soldi. Grandi utilities in monopolio, in cui chi gestisce fa il prezzo e l’utente lo subisce. L’anno scorso Autostrade ha fatto oltre un miliardo di utili, quando i maglioni al loro massimo avevano prodotto profitti per meno di 200 milioni.

Gilberto aveva dunque un occhio micidiale nella scelta del business redditizio, ma non le ha azzeccate tutte nella scelta dei manager a cui affidarsi. Gianni Mion, con lui per una vita, forse il vero artefice degli investimenti diversificati, due anni fa ha lasciato senza fiatare la holding di famiglia Edizione. Gilberto fu costretto a silurare l’ingombrante Fabrizio Palenzona dalla presidenza di Adr. E adesso la sua scomparsa lascia aperta una grana complicatissima: la resa dei conti tra i Benetton che restano, figli di Carlo e Gilberto compresi, e il numero uno di Autostrade Giovanni Castellucci, l’uomo che ha portato la famiglia a sbattere sui pilastri del ponte Morandi.

Marco Scajola ritira la querela: a insultarlo sul web erano i cugini

I panni sporchi si lavano in famiglia. E lo sa bene l’assessore regionale Marco Scajola costretto a ritirare una querela per diffamazione dopo aver scoperto che chi lo insultava sul web erano i cugini. I possibili autori infatti sarebbero Lucia Scajola, figlia dell’attuale sindaco di Imperia, Claudio, e Paolo Petrucci, responsabile della campagna elettorale per le comunali dell’ex ministro. I due sono accusati di aver realizzato un falso profilo Facebook per insultare gli avversari politici di Claudio Scajola. Oltre a Marco Scajola – nipote del sindaco Claudio, coordinatore provinciale imperiese di Forza Italia e assessore regionale – avevano presentato denuncia Piera Poillucci e Antonello Ranise, candidati di Forza Imperia alle scorse elezioni di giugno. La campagna elettorale aveva visto contrapposti Marco Scajola e lo zio Claudio. Il nipote sosteneva il candidato indicato dal governatore Toti, Luca Lanteri, rivale dello zio alla carica di sindaco. L’assessore regionale, dopo aver scoperto che le indagini sulla vicenda dei veleni elettorali, avevano portato all’individuazione dei due cugini, ha preferito rimettere la querela. Insomma, sono pur sempre parenti.

Quando volevano riformare la diffamazione

Tante promesse e prese di posizione. Dalla politica italiana alle organizzazioni internazionali. Ma poi nulla di fatto. Dopo le elezioni del 4 marzo, per esempio, c’è stato anche un appello dell’Osce per chiedere una riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Tra la possibilità di finire in carcere e le richieste di risarcimento danni a scopo intimidatorio, infatti, secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa la vita dei giornalisti in Italia è assai ardua tanto da mettere a rischio la libertà di stampa. Ma la politica finora non è riuscita a fare nulla.

Dal punto di vista legislativo siamo fermi al 1948, data dell’approvazione della legge sulla stampa che, sulla diffamazione, si rifà al Codice Rocco, ovvero all’articolo 595 del codice penale che, in caso di diffamazione, prevede la reclusione a uno a sei anni. Il caso più eclatante degli ultimi tempi è stata la condanna, nel 2012, di Alessandro Sallusti a 14 mesi di reclusione per diffamazione aggravata. Il direttore del Giornale rifiutò le pene alternative e venne condotto ai domiciliari. La questione durò qualche settimana, poi Giorgio Napolitano commutò la pena in sanzione pecuniaria. Ma quel caso fece riesplodere la discussione sulla legge da cambiare. Da destra a sinistra. “Occorre una serie riflessione, mai più carcere per i giornalisti”, disse allora Silvio Berlusconi. “Non si può finire in carcere per un articolo”, affermò Pierluigi Bersani, a quel tempo leader del Pd.

Ma non c’è solo il carcere. Negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale le querele temerarie: chi si sente diffamato non querela per via penale, ma agisce in sede civile con una richiesta di risarcimento danni. Risarcimenti talmente onerosi per piccoli giornali o tv e singoli giornalisti che spesso la querela è utilizzata in maniera intimidatoria, come minaccia, per non far uscire una notizia o non far scrivere un articolo. Altro problema è il pagamento delle spese legali per querele che un giornale non può più sostenere perché nel frattempo ha chiuso o è fallito. Questione che negli ultimi tempi ha riguardato, per esempio, l’ex direttrice Conchita De Gregorio. Con casi di giornalisti che si sono visti pignorare la casa o parte dello stipendio.

Dopo il caso Sallusti, però, accade poco o nulla. Nel 2013 viene presentata una riforma che però, dopo un rimpallo tra Camera e Senato, non riesce a vedere la luce per mancanza di volontà politica, nonostante fosse sostenuta, sulla carta, da un’ampia maggioranza. “Il problema è che ognuno voleva metterci qualcosa, chi il diritto all’oblio, chi equiparare totalmente il web, compresi i blog, alle testate registrate. Così il testo si è appesantito e si è perso tempo prezioso”, racconta l’ex ministro Costa, primo firmatario. In realtà anche l’aumento delle sanzioni per le liti temerarie non godeva del consenso unanime dei parlamentari. Ora il cuore di quel ddl è stato ripresentato con una nuova legge a firma Walter Verini (Pd).“Togliere il carcere e aumentare le sanzioni in maniera proporzionale alla richiesta del risarcimento in caso di querela temeraria, come ha chiesto la Corte di giustizia europea, sarebbe già un bel passo in avanti”, chiosa il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso. La legislatura è appena cominciata e il tempo ci sarebbe.

Notizie sugli affari di Renzi sr. Il Fatto condannato a Firenze

Il Fatto, il direttore Marco Travaglio e la collega Gaia Scacciavillani sono stati condannati in sede civile dal giudice del Tribunale di Firenze, Lucia Schiaretti, a pagare 95 mila euro a Tiziano Renzi per diffamazione. L’ex premier ha annunciato la notizia parlando di “enorme mole di fango buttata addosso alla mia famiglia, a mio padre, alla sua salute. Una campagna di odio senza precedenti”. Peccato che quanto scritto negli articoli sia stato ritenuto dal giudice veritiero e non diffamatorio. La sentenza riguarda un titolo e due parole usate da Travaglio in due commenti. Ma i fatti riportati sono stati ritenuti veri, di interesse pubblico e non diffamatori. Tiziano Renzi è stato contestualmente condannato a pagare 13 mila euro di spese al direttore del sito, Peter Gomez, e al cronista Pierluigi Cardone.

I servizi contestati risalgono al periodo tra il 15.12.2015 e il 16.1.2016. All’epoca Matteo Renzi era presidente del Consiglio, il padre era indagato a Genova per bancarotta fraudolenta insieme alla moglie Laura Bovoli, accusati di aver svuotato l’azienda di famiglia, la Chil Post, e averla poi affidata a dei prestanome per portarla al fallimento lasciando debiti per 1,5 milioni. L’archiviazione sarebbe arrivata soltanto nel luglio successivo. Sempre in quel 2015 emerse che papà e mamma con la medesima società avevano lasciato insoluto un mutuo (controfirmato come dipendente del Credito cooperativo di Pontassieve dal genitore di un altro petalo del Giglio magico: Marco Lotti, papà di Luca) lasciandolo da pagare alla Regione Toscana, che l’aveva garantito a seguito di trasferimenti di quote tra i due.

Nel frattempo le Procure di Perugia e Arezzo, proprio tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, indagavano sul vicino di casa e amico rignanese di Tiziano Renzi, Valeriano Mureddu per i rapporti avuti con il faccendiere Flavio Carboni e l’altro padre illustre del giglio magico: Pier Luigi Boschi. A Mureddu e Carboni si rivolse Boschi senior nel tentativo di individuare un direttore generale per banca Etruria. Si scoprì, all’epoca, che Mureddu aveva fatto dei piccoli affari con Tiziano Renzi, come la vendita di un terreno alla moglie, Nerina Keeley, da parte del papà dell’ex premier. Lo disse lo stesso Mureddu: “Con lui ho fatto degli affari”.

Oltre a questo lavoro svolto dalle Procure, i due cronisti del Fatto, Scacciavillani e Cardone, con un’autonoma inchiesta giornalistica, scoprivano il ruolo di Tiziano Renzi nella costruzione degli outlet The Mall a Reggello, poche curve da Rignano. La vicenda è stata poi oggetto di inchieste dei magistrati e i genitori di Renzi sono stati rinviati a giudizio per fatture false insieme al loro socio Luigi Dagostino (il processo inizierà il 4 marzo 2019). La causa civile invece è già approdata a sentenza di primo grado. Riguardava quattro articoli e due editoriali. Gli articoli erano inerenti la vicenda The Mall e il giudice Schiaretti certifica che ciascuno di essi “non contiene informazioni lesive” o “non appare in alcun modo diffamatorio”. Di uno, invece, stabilisce che è diffamatorio il titolo (“Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”) e per questo condanna la collega: 30 mila euro. Altrettanti per ciascuno dei due editoriali di Travaglio. Il primo è del 24.12.2015 dal titolo “I babboccioni”. Lì, salutando i lettori per le vacanze di Natale, Travaglio scatta la foto dell’anno sui genitori del Giglio magico: Boschi senior su Etruria, Lotti sul mutuo e Renzi sull’indagine a Genova. Il giudice ha condannato il direttore per aver scritto “Tiziano fa bancarotta”. Era indagato a Genova per bancarotta fraudolenta della sua società fallita. Il secondo è del 16.1.2016, nel pieno delle inchieste su Etruria, Boschi, Carboni e Mureddu. La condanna? Per aver scritto che Mureddu fece “affarucci” con Tiziano “senza spiegare quali fossero tali affarucci”. Peccato che il Fatto, come altri giornali, l’avesse spiegato varie volte, a proposito del terreno di Rignano.

Il Ministro allenatore

La velina del Capitano – spammata dalla solerte comunicazione del Viminale nel gruppo Whatsapp che comprende metà della stampa italiana – arriva tre minuti dopo il gol di Icardi e due minuti dopo il triplice fischio nella stracittadina di Milano. Contiene la dichiarazione del ministro Salvini, “tifoso rossonero”: “Derby perso dalla coppia Donnarumma-Gattuso. Quando non giochi per vincere, hai già perso”. Il vicepremier-ultrà non si limita a dettare la linea alle agenzie di stampa, ma rilascia una lunga intervista infuriata a Telelombardia, insistendo sugli stessi concetti: “Poi quando fai questi cambi… Abate, Bakayoko… Cosa ha fatto (Gattuso, ndr), ha estratto al Lotto? Ma che cambi erano?!”. Insomma, ecco una nuova puntata della saga del Salvini comunicatore: il suo incessante sforzo per apparire uno del popolo lo spinge a riempire pure i notiziari sportivi. Salvini è come la gente, e quindi se il Milan perde un derby, Salvini rosica. Ma Salvini non è davvero come la gente: è ministro, vicepremier e capo del primo (forse) partito in Italia. Dovrebbe sapere che è meglio che ognuno faccia il proprio mestiere (con buona pace di Gattuso). Vuole innovare, ma pare proprio Berlusconi: quello che fece dimettere Dino Zoff dopo la finale degli Europei persa contro la Francia. Ma questo il Capitano lo sa benissimo.

Il Pizzarotti di Bolzano sbaraglia i 5 Stelle

Il Pizzarotti di Bolzano. Paul Köllensperger ha fatto il colpaccio: è uscito dal M5S, ha fondato una sua lista che ha raccolto 43.315 voti, il 15,2% della provincia (6 consiglieri). Secondo partito. Mentre i suoi ex compagni del Movimento si devono accontentare del 2,4%. Qualche centinaia di voti meno delle provinciali del 2013, ma anni luce in meno rispetto al 22% delle Politiche di marzo a Bolzano città.

In realtà Köllensperger ha provato a restare nei Cinque Stelle. “Ho chiesto di formare una lista del Movimento che, però, richiamasse nel simbolo la comunità di lingua tedesca e abbracciasse le liste civiche. Ne ho parlato con tutti, ma non se n’è fatto niente. E allora ho deciso di correre da solo”. Köllensperger dedica un solo passaggio critico agli ex compagni: “Se li è mangiati la Lega, non io. Non hanno una proposta politica seria per Bolzano”. Alla fine il M5S ha raccolto consensi in città tra gli italiani: basti pensare che a Predoi – centro della tedeschissima Valle Aurina – ha preso solo un voto. In Val Martello i consensi si contano sulle dita di una mano.

Addio Paul. E per il Movimento è un peccato, perché quando era nel M5S Köllensperger aveva saputo conquistarsi consensi anche tra i sudtirolesi. Su temi vicini ai Cinque Stelle: sanità pubblica, sprechi, trasparenza. E lotta allo strapotere Svp.

Ma la lista Köllensperger fa male a molti: “Abbiamo dimostrato che il voto di cambiamento può avvenire anche con uno slittamento verso il centro, senza sparate sui migranti, ma solo con proposte serie e radicate sul territorio. Nella comunità tedesca la destra è andata male, in quella italiana purtroppo no, ha stravinto la Lega”. E infatti i due partiti della destra nazionalista sudtirolese escono dal voto con le ossa rotte: die Freiheitlichen si ferma al 6,2%, il Sud-Tiroler Freiheit della pasionaria Eva Klotz al 6%. “Abbiamo preso tanti voti anche a loro. Da quegli elettori che erano contro lo strapotere della Svp, ma sono stufi della politica urlata, della propaganda”. Prendete il tema del doppio passaporto: “Divide i gruppi linguistici, non serve a nulla e crea tensioni con Roma. Il prossimo anno si rinnova lo statuto dell’Autonomia e bisogna avere buoni rapporti con il governo”. Ma Köllensperger fa paura soprattutto alla Svp “che ha speso due milioni per la campagna elettorale, mentre noi siamo nati da tre mesi e abbiamo investito 30 mila euro. La Svp vuole essere l’unico partito che dà voce alla comunità di lingua tedesca e poi si cerca un alleato italiano di comodo. Insomma, un potere assoluto”. Non sarà più così: la Svp è scesa al 41% (15 consiglieri). Soprattutto Köllensperger dopo decenni è la prima vera alternativa moderata di lingua tedesca. E se stavolta andrà all’opposizione, alle comunali di Bolzano del 2020 e alle prossime provinciali potrebbe giocarsela. Una rivoluzione.

Un solo obiettivo è mancato: la nuova lista sperava di essere in parte interetnica. Su 34 candidati c’erano anche cinque italiani e un ladino. Non sono passati. L’unico partito votato da entrambe le comunità restano i Verdi (6,8%).

Tanti sconfitti, vince solo la Lega (ma non sfonda)

A Trento e Bolzano vince la destra e perdono praticamente tutti gli altri. Sono risultati di due realtà locali con caratteristiche molto specifiche: tradurli sullo scenario nazionale richiede cautela. Ma alcune indicazioni se ne possono ricavare: la Lega continua il suo galoppo (anche se non è il trionfo descritto a caldo nelle prime analisi), il Movimento 5 Stelle si scioglie come sempre nel voto amministrativo, il Pd continua la sua lunga emorragia e, per la prima volta, cedono anche i partiti autonomisti.

Trento. La Lega è il motore della vittoria del centrodestra in Trentino. Il candidato del Carroccio Maurizio Fugatti (sostenuto anche da Forza Italia e varie civiche) ha quasi doppiato il centrosinistra di Giorgio Tonini (46,6% per il primo, 25,4% per il secondo). Per la prima volta in 20 anni il presidente della Provincia non sarà espressione di un partito autonomista: colpa pure della rottura tra il Pd e i tirolesi del Patt. Per i dem è un crollo: alle Provinciali di 5 anni fa avevano raccolto il 22,1%, alle Politiche di marzo il 19,3 e ieri si sono fermati al 13,9. Ancora più fragorosa, in termini numerici, la caduta del M5S rispetto alle Politiche: passa dal 23,4 al 7,2%, confermando il rendimento spesso disastroso nelle elezioni locali (nel 2013 erano al 5,9%). Un risultato che arriva nella terra del ministro Riccardo Fraccaro, che venerdì aveva chiuso la campagna elettorale proprio a Trento.

Nei numeri delle liste la Lega va bene ma non benissimo: il 27,1% del partito di Salvini è impressionante solo se confrontato con le provinciali di 5 anni fa (6,2%). Ma il Carroccio nel 2013 era ai minimi termini, fiaccato dagli scandali della stagione Bossi-Belsito. Rispetto a marzo invece perde qualche decimale: era al 27,4%. Il Carroccio conferma comunque l’egemonia incontrastata nel centrodestra, dove Forza Italia è sempre più marginale (perde altri tremila voti e quasi due punti percentuali tra il 2013 e il 2018, dal 4,4 al 2,8%).

Bolzano. In Alto Adige i risultati dei salviniani sono ancora più solidi: la Lega passa in cinque anni dal 2,5% in coppia con Forza Italia all’11,1% in solitaria, e cresce anche rispetto al 4 marzo, quando si era fermata al 9,6%. Notevole soprattutto il risultato a Bolzano città, dove è primo partito con il 27,8% (alle politiche era al 15,7).

Il Pd è in via di estinzione: passa dall’8,5% delle Politiche al 3,8 di domenica. L’accordo con i dem (quello che ha portato all’elezione di Maria Elena Boschi alla Camera) non ha fatto bene nemmeno all’Svp, che scende dal 45,7 del 2013 all’attuale 41,9%, insufficiente per avere una maggioranza di centrosinistra nel parlamentino tirolese (visto che il Pd elegge un solo consigliere). I 5Stelle tornano nei ranghi del 2013 (2,5%) e scompaiono rispetto all’exploit delle Politiche (13,9%). Si fermano al 2,4%, mentre gli elettori premiano la lista del fuoriuscito Paul Köllensperger (15,2%).

Apoteosi Salvini? I numeri della Lega sono stati enfatizzati molto. Difficile però che possano essere presi come una conferma dell’esplosione nei sondaggi, dove il Carroccio è accreditato attorno al 30% ( rispetto al 17,4% del 4 marzo). I pur buoni risultati di Trento e Bolzano non sembrano accreditare una crescita così impetuosa. Ma di nuovo: si tratta di elezioni locali, per avere una prova reale dell’egemonia leghista bisognerà aspettare le Regionali in Abruzzo e Basilicata e, soprattutto, le Europee di maggio 2019.

La riforma: le bozze di accordo

Ieri, a un anno dal referendum consultivo, la Lombardia ha inviato al governo la bozza di accordo per il trasferimento di 15 competenze. Perché il testo arrivi in Consiglio dei ministri serve ora l’ok di tutti i ministeri interessati. Attilio Fontana segue dunque l’esempio del Veneto, che già nei mesi scorsi aveva inviato a Roma la richiesta di autonomia su tutte le 23 competenze trasferibili (dalla Sanità alla scuola, passando per la Protezione civile). Vicina all’accordo anche l’Emilia Romagna, che nelle prossime settimane avvierà tavoli trilaterali con gli Affari regionali e con i ministri competenti per le singole materie.

 

Istruzione

Insegnanti “locali” e materie ad hoc: è scuola regionale

Insegnanti “regionali”, niente trasferimenti, programmi personalizzati, persino gli uffici propri: Veneto e Lombardia si fanno la loro scuola. La riforma della cosiddetta autonomia differenziata sarà una vera e propria rivoluzione per il mondo dell’istruzione. I testi che ieri i governatori Zaia e Fontana hanno inviato alla ministra per gli Affari regionali, Erika Stefani, non sono definitivi: serve l’ok del governo (e la ratifica del parlamento), ci sono ancora le riserve di qualche ministero da sciogliere. Fra questi, però, non dovrebbe esserci quello guidato da Marco Bussetti.

Non più una sola scuola italiana, dunque, ma tante scuole regionali: questo significa portare fuori dal sistema nazionale quasi 200 mila cattedre (almeno un quarto del totale, tanto valgono Lombardia e Veneto da sole). Il rischio che è ci sia un’istruzione di Serie A, B e magari anche C, a seconda della latitudine. Con l’autonomia differenziata ognuno ha le sue richieste ma in materia di istruzione quelle di Veneto e Lombardia sono simili: la principale è trasformare l’insegnante da dipendente statale in regionale.

La prima conseguenza riguarda i concorsi: la Regione potrà bandirli da sola, senza aspettare i tempi del Miur (e quindi le sue graduatorie). Al Nord storicamente c’è carenza di personale, perché la maggior parte dei docenti viene dal Sud (e diversi chiedono il trasferimento): in Veneto, ad esempio, mancano 9 mila insegnanti di sostegno, che non sono arrivati nemmeno dopo le ultime infornate; in futuro la Regione quantificherà il fabbisogno e provvederà.

La seconda conseguenza è per la mobilità: i docenti saranno assunti dalla Regione e dunque potranno spostarsi soltanto al suo interno. All’esterno non sarà del tutto vietato, ma diventerà come chiedere il trasferimento presso un’altra amministrazione pubblica, quindi più difficile. Varrà per i neoassunti: per i docenti già in cattedra sarà possibile scegliere se restare in servizio al Miur o passare alla Regione.

L’inquadramento di maestri e professori è la novità più forte (e su cui resta qualche perplessità ministeriale), ma non l’unica: anche i programmi di studio saranno personalizzati. Zaia ha già firmato un accordo col Miur che prevede l’insegnamento di storia e cultura veneta (nei corsi esistenti), dalle elementari alle superiori; in Lombardia, invece, gli istituti tecnici (i cosiddetti Its) verranno assorbiti all’interno dei percorsi di istruzione e formazione professionale (uno dei vanti della Regione).

Tutto dipende dai soldi: una quantificazione delle risorse da trasferire dallo Stato alle Regioni ancora non c’è, si approfondirà dopo la firma. E sarà la parte più difficile dell’accordo: bisogna trovare un compromesso tra il valore della spesa storica e la richiesta dell’introduzione del costo standard (troppo penalizzante per il Sud). Ancora più complicata la trattativa per l’università: sembra esclusa l’ipotesi del passaggio del Fondo di funzionamento ordinario (FFO) che dovrebbe restare al Miur, le Regioni si accontenterebbero del diritto allo studio.

Le prime indiscrezioni sulla riforma, dunque, raccontano di una svolta epocale. Positiva, secondo Elena Donazzan, assessore all’Istruzione del Veneto in prima fila nella riforma: “L’organizzazione militare centrale non è in grado di gestire le esigenze della scuola. Affidarle al territorio è l’unica soluzione”. Anche Stefano Bruno Galli, assessore lombardo all’autonomia, è fiducioso: “Chi ha dimostrato un alto rendimento istituzionale merita di essere autonomo: così lo Stato potrà occuparsi meglio delle altre Regioni che sono più indietro”. Tutto perfetto. Al Nord, però, sono anche convinti che alla fine del percorso si ritroveranno con più soldi, da spendere meglio (e magari pagare di più i propri docenti, un’altra ipotesi allo studio). Se sarà così, qualche altra Regione ci avrà rimesso.

Lorenzo Vendemiale

 

Sanità

La transumanza dei malati e i soldi in corsia (al Nord)

Costa un miliardo e 400 milioni di euro all’anno alle disastrate casse pubbliche meridionali il cosiddetto turismo sanitario. E milioni di euro ai cittadini meridionali che devono far fronte al default della sanità locale pagando privatamente visite specialistiche ed esami diagnostici che il servizio sanitario non riesce più nei fatti a erogare. Cinque regioni (Calabria, Sicilia, Puglia, Campania e Molise) ancora non sono in grado pienamente di centrare gli standard minimi di assistenza, i Lea, il livello essenziale sotto il quale la malattia più che essere curata è accompagnata verso la sua cronicizzazione. Ai molisani, per dirne una, sono venuti meno, in questi anni di arraffa arraffa, interi servizi e reparti, laboratori diagnostici e team specialistici. Lo spreco e le ruberie, che negli anni sono andati infittendosi e di cui nessun partito riconosce la responsabilità, hanno prodotto, per la società meridionale, un’altra ingiusta punizione: il commissariamento della sanità che devia i pochi quattrini in cassa al pagamento della grande mole di debiti accumulati. “Ho dovuto ridurre – ha detto Michele Emiliano, il governatore pugliese – i presidi sanitari e tentare, in questa drammatica attività di taglio, di procurare il minor danno possibile. Ma il male che si è fatto al territorio è indubitabile”.

La malasanità è figlia dello spreco e della clientela politica, ma i genitori finora sono sconosciuti. Se a Napoli, secondo la dichiarazione choc del presidente dell’Istituto superiore di sanità, l’aspettativa di vita rispetto al resto d’Europa si è ridotta di ben otto anni, di chi sarà la colpa? Qualcuno ha pagato?

Ecco che la risposta, nel suo paradosso, arriva dal presidente della Lombardia Attilio Fontana, tra l’altro tra i più pragmatici e prudenti esponenti leghisti. Per far fronte al turismo sanitario, grazie al quale la sanità lombarda accresce le sue finanze, il governatore chiede al governo più autonomia e più risorse per adeguare l’offerta. “È una nostra eccellenza, vogliamo più medici e infermieri anche per far fronte alla crescente domanda”, ha spiegato ieri. Non solo medici e infermieri: anche insegnanti, impiegati, dirigenti e funzionari di Equitalia, vigili del fuoco, ingegneri delle dighe sono le figure che la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna, chiedono al governo di regionalizzare. Ieri infatti è caduto l’anniversario del referendum per l’autonomia grazie al quale oggi la parte più ricca del Paese avanza in modo ultimativo le sue richieste. “È la secessione dei ricchi”, spiega da mesi l’economista Gianfranco Viesti, primo firmatario di una petizione (finora ha raccolto 13mila firme) che fa appello al Parlamento di non sottoscrivere un accordo che formalizzerebbe la nascita di due Italie. “Via ogni solidarietà e perequazione, come la Costituzione obbliga finora, per far posto alla divisione delle risorse non solo in ragione delle esigenze (quanti ospedali per quanti ammalati, quante scuole per quanti studenti) ma anche del gettito fiscale pro capite”.

In questo cortocircuito cognitivo il senso del primo e più acuto paradosso: per affrontare il turismo sanitario, questa inesorabile e costosa transumanza dal sud verso il nord, la Lombardia chiede più risorse che il governo dovrà prendere dalla solita borsa. Più risorse alla Lombardia significherà meno risorse alla Calabria, una delle stazioni di partenza di questi turisti del dolore.

Scambiando causa ed effetto, si capovolge così il problema e si raddoppia la punizione per chi nasce sotto il Garigliano. La trattativa col governo, il cui azionista di maggioranza, Luigi Di Maio, è di Pomigliano d’Arco, tra le aree più indebolite dal transito sanitario, è a buon punto. Tra qualche settimana – salvo novità dell’ultima ora – il Parlamento dovrà solo ratificare col suo sigillo.

Antonello Caporale

Decreto Sicurezza, verso l’accordo sugli emendamenti

Tanto tuonò che alla fine si intravide l’accordo. Dopo una giornata di trattative, ieri sera 5Stelle e Lega hanno raggiunto un’intesa di massima sugli emendamenti al decreto sicurezza, su cui oggi comincerà la discussione in commissione Affari costituzionali in Senato. Ovvero, il Carroccio sarebbe pronto a condividere venti solo degli 81 emendamenti grillini al provvedimento, di cui si era tanto lamentato nei giorni scorsi il leader della Lega Matteo Salvini. E proprio Salvini ieri sera, prima della cena con il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (dove si è parlato anche di nomine Rai) ostentava ottimismo: “Decreto immigrazione? Basta portarlo a casa. Penso che andranno avanti solo gli emendamenti concordati”. Tradotto, dovrebbero sopravvivere solo i venti (“forse qualcuno in più” dicevano ieri dal M5S) emendamenti frutto dell’accordo sul testo, che ieri notte stava ancora venendo limato. E a quel punto cadrebbero le proposte presentate da senatori molto critici nei confronti del testo, come Elena Fattori e Paola Nugnes (nella foto), quest’ultima molto vicina al presidente della Camera Roberto Fico.