Autonomie, governo diviso. La Lega ha fretta, M5S frena

“Vorrei che l’autonomia del Veneto si facesse già oggi”. Corre veloce la ministra degli Affari regionali Erika Stefani, leghista e per di più veneta, che da mesi smania di portare in consiglio dei ministri l’accordo per il trasferimento di 23 competenze statali alla Regione governata da Luca Zaia.

La sua fretta, però, cozza con la prudenza del M5S, molto più cauto sulla possibilità di dare il via libera alla legge. Così quello delle autonomie regionali – con Veneto, Lombardia e Emilia Romagna che da mesi sono in trattativa col governo – è diventato l’ultimo fronte aperto tra gli alleati gialloverdi. Da una parte la Lega, che a un anno esatto dai referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto pressa gli alleati, invocando l’accordo con la fu Padania. E dall’altra i 5 Stelle, che fuori taccuino accusano i leghisti di diffondere “veline”. E che ripetono: “C’è un problema per la tenuta dei conti”. Una versione che non basta ai grillini del Veneto, già a favore del referendum autonomista, che spingono per l’accordo anche per non regalare altre praterie di consensi alla Lega. E ieri lo hanno ribadito con una nota di tutti gli eletti. Mentre il capogruppo in Regione Jacopo Berti ricorda: “Al referendum votò il 62 per cento degli aventi diritto”.

Così però il M5S rischia di perdere consensi al Sud, granaio di voti minacciato dalla possibilità che il Nord trattenga gran parte del gettito fiscale, oggi ridistribuito su tutto il territorio. Insieme alle competenze, infatti, sarebbero trasferiti alle Regioni anche i fondi corrispondenti. In un primo momento, queste quote sarebbero calcolate in base alle spese storiche sostenute dallo Stato per erogare i servizi, ma entro cinque anni si passerebbe al sistema dei fabbisogni standard tarati sul gettito dei tributi.

Tradotto: le Regioni più ricche avranno fabbisogni standard più alti e potranno trattenere più fondi a scapito dei territori con un minor gettito. Per questo dal Movimento temporeggiano. Irritati con il Carroccio, che ieri ha raccontato di aver ricevuto già il via libera sugli accordi dai ministeri leghisti competenti e di aspettare l’ok dei dicasteri guidati dal M5S.

Ma i 5Stelle negano: “Ai nostri ministri non è arrivato nulla”. Insomma, è guerra fredda. Però il contratto di governo tra i due partiti parla chiaro: “L’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria l’attribuzione, per le Regioni che lo richiedano, di maggiore autonomia. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie”. E infatti la Stefani comincia a spazientirsi e lancia un messaggio agli alleati: “Se hanno bisogno di ulteriori spiegazioni io sono disposta a rispondere a tutte le domande, ma c’è un contratto di governo che deve essere rispettato”. Un comandamento che ormai i due contraenti si rinfacciano sovente. Ma se autonomia dev’essere, dicono ora i 5Stelle, non sia la secessione dei ricchi. A dispetto dei conti dello Stato.

La crescita rallenta ancora. L’Upb: solo +0,1% nel 3° trimestre

Rallenta ancora la crescita economica. Nel terzo trimestre del 2018, l’Ufficio parlamentare di rilancio stima una crescita del Pil rispetto ai tre mesi precedenti pari allo 0,1%. Nella sua “Nota sulla congiuntura di ottobre” l’authority dei conti pubblici ritiene che l’economia italiana perda ancora colpi mentre l’incertezza aumenta. “Nella prima parte dell’anno l’attività economica ha registrato un rallentamento, frutto di una battuta d’arresto degli scambi con l’estero, pure a fronte del marcato aumento degli investimenti”, per cui “i segnali di allentamento si sono consolidati, specie nell’industria”. Il PIL del 2018 dovrebbe chiudere all’1,1%, contro l’1,5% stimato dal governo Gentiloni. Il rallentamento avrà un effetto di trascinamento anche il prossimo anno.

La notizia ha peggiorato il clima in Borsa, dove a pagare la volata dello spread sono state le banche. Il comparto ha perso l’1,47%, con Mps scesa del 5,3% (il danno virtuale per il Tesoro azionista è ad oggi di 4,2 miliardi) sui timori per l’esposizione in titoli di Stato italiani: l’aumento dello spread riduce infatti il patrimonio, per rafforzare il quale – ha svelato ieri il Financial times – ha intenzione di emettere un nuovo bond subordinato di 200 milioni.

La manovra a fisarmonica per arginare lo stop dell’Ue

Nessun dietrofront sulla manovra. Il governo non si adeguerà alle richieste di Bruxelles: il prossimo anno il deficit pubblico verrà alzato al 2,4% del Pil. La conferma è arrivata ieri dalla lettera inviata dal ministro dell’Economia Giovanni Tria al vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis e al commissario Pierre Moscovici. Sarà esaminata oggi dai commissari europei che, sempre in giornata, dovrebbero bocciarla con la richiesta di correggere il deficit. È per questo che il governo ha iniziato una strategia volta almeno a rassicurare i mercati presentando la manovra, per così dire, come un provvedimento a fisarmonica. Il messaggio è che le spese messe per le varie misure, dal reddito di cittadinanza alla riforma della Fornero, si riveleranno alla fine meno ingenti del previsto. E se le cose dovessero andare storte, si ridurranno in automatico.

Ieri Tria ha risposto ai rilievi avanzati da Bruxelles il 18 ottobre (“deviazione senza precedenti” dagli obiettivi di riduzione del deficit)”. La vicenda è nota: il rapporto tra deficit e Pil che avrebbe permesso di evitare la bocciatura era quell’1,6 per cento assicurato a Tria ma bocciato dal Lega e Cinque Stelle per far partire parte delle promesse del “contratto” di governo e rilanciare la crescita stracciando il fiscal compact che impone di ridurre il deficit verso il pareggio di bilancio. Il governo italiano “è cosciente di aver scelto un’impostazione di bilancio non in linea” con le norme Ue – scrive Tria – e ha preso questa “decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recupero dei livelli di Pil pre-crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della società italiana”. L’obiettivo è di evitare una nuova stretta fiscale mentre l’economia dà segni di forte rallentamento. Per centrare l’obiettivo di crescita del Pil all’1,5% il prossimo anno – che Bruxelles, ma anche l’Ufficio parlamentare di bilancio considerano ottimistico – Tria spiega che il governo punta sugli stanziamenti aggiuntivi e lo sblocco delle procedure per gli investimenti pubblici (15 miliardi nel triennio), garantendo il calo del debito/Pil “maggiore di quanto sperimentato nell’ultimo decennio”. La palla passa a Bruxelles, ed è inevitabile la bocciatura. L’Ue chiederà di modificare il progetto per rispettare gli impegni di riduzione del deficit assicurati dal governo Conte a fine giugno. Sarebbe la prima volta che la Commissione decide un atto del genere verso uno Stato membro. Il governo avrà tre settimane per reagire: se farà finta di nulla rischia una procedura per deficit eccessivo per il mancato rispetto della regola di riduzione del debito nel 2017 (per il 2018 se ne riparla in primavera). Finora nessuna procedura è mai arrivata alle sanzioni (lo 0,5% del Pil), e infatti più che a Bruxelles il governo guarda ai mercati dopo il declassamento di Moody’s (una tacca sopra il grado “non investimento”). Venerdì è atteso il giudizio di Standard & Poor’s: scontato il cambio dell’outlook da stabile a negativo, ma potrebbe anche arrivare un nuovo declassamento. Ieri Tria ha ribadito che qualora il debito/Pil non dovesse ridursi o il deficit aumentare più del previsto “il governo si impegna a intervenire con le necessarie misure”. Sono i famosi tagli automatici alla spesa (che rischiano però di aggravare gli effetti recessivi in una fase di rallentamento dell’Economia). Secondo il collega agli Affari europei, Paolo Savona, la verifica potrà avvenire trimestralmente. Stessa linea del premier Giuseppe Conte (“se non ci sarà crescita, ridurremo le spese”), che ieri – incontrando la stampa estera – è andato oltre: “Il 2,4% è il tetto massimo. Siamo disponibili a valutare un contenimento nel corso di attuazione della manovra”.

Insomma resta la cornice ma i contenuti potrebbero ridimensionarsi in corso d’opera. Come? La riforma della Fornero con “quota 100”, per dire, comporterà un taglio degli assegni per chi sceglierà l’uscita anticipata che variano dal 5 al 15%. Per questo la Lega ammette ormai che la platea dei 400 mila destinatari potrebbe ridursi e, dei 7 miliardi preventivati, 2 potrebbero essere risparmiati. Per farla partire, peraltro, serviranno mesi, come per il reddito di cittadinanza (8 miliardi) e questo riduce nel 2019 il costo preventivato. In audizione alle Camere, Tria ha presentato le misure sulle pensioni (quelle a minor impatto sulla crescita) come “una finestra temporanea” e “in parte sperimentali”: in base agli effetti “si vedrà come continuare in quale forma e in quale misura”. La stessa Moody’s, confermando l’outlook stabile ha spiegato che la riforma delle pensioni “è apparentemente intesa” come “una tantum” nel solo 2019. La strategia è chiara: a Bruxelles interessa la cornice, ma al mercato i contenuti. Ieri lo spread ha chiuso sopra i 300 punti al termine di una giornata di forti alti e bassi. Oscilla ormai a ogni dichiarazione pubblica.

Rixi: “In Parlamento possiamo aggiungere le norme antimafia”

Il sottosegretario leghista ai Trasporti, Edoardo Rixi, risponde alle preoccupazioni del presidente di Anac Raffaele Cantone sui rischi di infiltrazioni mafiose nella ricostruzione del ponte Morandi. “Ci sono margini – ha detto Rixi – per inserire le norme antimafia nel decreto Genova”. E ha aggiunto: “Lo si potrà fare in aula. L’importante per noi era che la parte sull’antimafia non gravasse sui tempi”. Rixi risponde non solo a Cantone ma anche alle sollecitazioni del commissario di Genova Marco Bucci: entrambi avevano chiesto che le norme antimafia fossero inserite nel decreto legge durante l’esame nelle commissioni Ambiente e Trasporti. Troppo tardi: ogni intervento è rimandato a quando approderà in aula: “Non lo facciamo in commissione – ha concluso Rixi – perché l’articolo 1 sui poteri del commissario ormai è chiuso”. Anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha sottolineato le carenze del decreto, intervistato nella prima puntata di Fatti e Misfatti – I Fuorilegge su TgCom24: “È la più chiara dimostrazione di come alle mafie non si pensi, perché nel decreto è previsto che gli affidamenti avverranno anche in violazione delle discipline, salvo quelle penali”.

Reddito cittadinanza: portale e controlli light per non perder tempo

Il viceministro dell’Economia Laura Castelli, M5S, propone un automatismo completo: “Sarà lo Stato a venire da voi e dirvi che avete diritto al reddito di cittadinanza”. Vasto programma che in un Paese ad alto tasso di evasione fiscale finirebbe per premiare anche chi non dichiara redditi e beni e si moltiplicherebbero in modo esponenziale i problemi visti con il bonus 80 euro: al variare dei requisiti i beneficiari sarebbero chiamati a restituire anche gli arretrati non dovuti.

I Cinque Stelle hanno l’esigenza politica di erogare i primi sussidi prima delle elezioni europee di maggio 2019: avevano annunciato il reddito per gennaio, ora la data è aprile. Ma rispettare i tempi sarà complicato, perché c’è una lunga serie di problemi imprevisti.

Ci sarà un portale web che dovrebbe semplificare di molto l’accesso alla domanda di reddito: si entra, si calcola l’Isee (l’indicatore di situazione reddituale e patrimoniale che considera anche la famiglia, che deve essere inferiore a 9.360 euro annui), e si scopre quanto reddito di cittadinanza si può ottenere.

Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio deve ancora sciogliere un nodo cruciale: quanta parte deve essere destinata all’affitto. Per evitare che il conto finale esploda e per ragioni di equità, l’idea attuale è dividere il reddito di cittadinanza in due parti: 250 euro per l’affitto e 530 per i consumi. I beneficiari con una casa di proprietà avranno soltanto la parte dei consumi (fino a raggiungere la soglia complessiva di 780 euro mensili). Nelle speranze dei Cinque Stelle la quota affitto dovrebbe diventare un incentivo per trasformare canoni pagati oggi in nero in regolari contratti d’affitto. Per i consumi è già stata abbandonata l’idea di distinguere quelli “morali” da quelli “immorali”: non ci sono le possibilità tecniche.

Il vero problema per i Cinque Stelle si sta rivelando la doppia natura del reddito di cittadinanza: strumento assistenziale per i poveri e politica attiva contro la disoccupazione per riqualificare chi perde il lavoro.

Escluso l’automatismo evocato dalla Castelli, l’aspirante beneficiario dovrà come prima cosa presentare via web – o a un centro per l’impiego – la Did, la Dichiarazione di disponibilità al lavoro. A quel punto bisogna distinguere chi deve essere mandato subito al centro per l’impiego per ricevere un’offerta di lavoro o iniziare un percorso di formazione e chi, invece, ha bisogno di essere seguito da un assistente sociale o dal servizio sanitario. Un clochard, una mamma single con figli a carico o un tossicodipendente hanno bisogno di interventi molto diversi rispetto all’ex dipendente, magari pagato in nero, di un’impresa artigiana che ha chiuso.

Oggi, con il Reddito di inclusione, questi casi vengono vagliati da una commissione comunale. Non è dato sapere come i Cinque Stelle immaginano questo lavoro di separazione dei poveri bisognosi di assistenza dai semplici disoccupati. Di sicuro i centri per l’impiego – che hanno soltanto impiegati amministrativi – non hanno personale e competenze per farla. E neppure le agenzie private, che possono essere coinvolte soltanto per la ricerca delle offerte di lavoro.

Non ci sono dati ufficiali, perché l’Inps li custodisce gelosamente, ma pare che i beneficiari dell’attuale Reddito di inclusione (Rei) non siano mai entrati davvero nei percorsi di riqualificazione dei centri per l’impiego, anche se è passato più di un anno dall’inizio dell’erogazione.

Che margini di manovra restano ai Cinque Stelle, allora? La soluzione più semplice è ampliare la base di beneficiari del Rei (un milione) e il suo importo: l’Inps non dice quanti sono quelli che hanno presentato una domanda che è stata rigettata per mancanza di fondi, ma saranno centinaia di migliaia. Poi si possono pagare le pensioni di cittadinanza, cioè integrare assegni già erogati dall’Inps, ammesso che l’ente disponga di tutte le informazioni necessarie (per esempio l’Isee).

L’alternativa è, paradossalmente, trattare il sussidio come un vero reddito di cittadinanza incondizionato: pagarlo a tutti quelli che lo chiedono senza chiedere nulla in cambio a parte un minimo controllo preliminare dei requisiti reddituali e patrimoniali. Il dilemma per i Cinque Stelle è questo: aumentare il numero dei beneficiari subito senza andare troppo per il sottile o prendersi il tempo necessario per un progetto serio e accurato che però non sarà mai pronto in tempo per le elezioni europee di maggio.

Le “manette agli evasori” ora possono attendere

Se le sono date sul condono penale, in un festival di “manine” e accuse incrociate. E alla fine è stata la pace, fiscale e politica. Però nel gioco del dare e avere tra M5S e Lega sono sparite le “manette per gli evasori fiscali”. Ovvero la misura draconiana annunciata sul Fatto il 24 settembre scorso dal vicepremier Luigi Di Maio, che la voleva nel decreto fiscale (“Ci sarà il carcere per chi evade”). Ma nel decreto post tregua non ce n’è traccia. E soprattutto, non si sa se e come ricomparirà.

Perché è vero, dal M5S qualche giorno fa, ancora prima dello scontro sul condono, avevano già fatto trapelare che la norma poteva uscire dal provvedimento per presunta incompatibilità per materia: “Una norma penale non può essere inserita in un decreto legge che tratta di temi economici”. Tesi più o meno sostenuta anche dalla Lega, che aveva borbottato per giorni fuori microfono (“il dl fiscale non può essere un provvedimento omnibus”). Ma era e resta una spiegazione fragile. Perché esiste una giurisprudenza minoritaria che afferma l’incompatibilità. Ma nei fatti non è stata mai applicata.

E allora a spingere la misura fuori del testo sono state ragioni politiche, ossia l’ostilità del Carroccio. E tra i sorrisi del dopo accordo nessuno vi ha fatto più cenno, anche nella conferenza stampa di sabato a Palazzo Chigi. Però Di Maio ha promesso. E il suo era anche un promemoria per l’alleato, visto che il carcere per i furbetti del Fisco è previsto nel contratto di governo, all’articolo 11: “Inasprimento dell’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale per assicurare il carcere vero per i grandi evasori”. E pure Salvini aveva garantito in campagna elettorale: “Galera per chi evade”.

Tradotto: 5Stelle e Lega si sono impegnati a varare pene più dure. Ma ora, dopo la battaglia sul condono? Dai leghisti, muro completo alle domande del Fatto. Ed è un silenzio che conferma quanto il tema sia urticante per il Carroccio. Ergo, si prospetta un’altra partita di nervi con il M5S, che invece la norma la vuole. O almeno così assicurano fonti del Movimento: “Entrerà nel dl fiscale in sede di conversione in Parlamento, tramite un emendamento. O come emendamento al disegno di legge anticorruzione”. Quindi su modalità e tempi per recuperarla i 5Stelle si tengono vaghi, perché sanno quanto sarà difficile inasprire le pene per gli evasori. Anche perché non è chiaro come avverrà, se alzando solo le pene o riducendo le soglie di non punibilità (alzate dal governo Renzi) che però riguardano soprattutto le piccole e medie imprese (e la sensibilità della Lega sul tema è forte). In modo un po’ contraddittorio, ora ritengono possibile reinserire nel dl una norma che avevano sostenuto di aver tolto per ragioni tecniche. Ma al di là dei sofismi, il M5S sa che dovrà tornare alla carica. Pena una figuraccia.

Cambiamo mestiere

Quando un Tribunale ti dà torto e sai di avere ragione, impugni la sentenza e speri che i giudici d‘i secondo grado’appello te la riconoscano. Così ci siamo sempre comportati, senza fare tante storie. Ora però la sentenza del Tribunale civile di Firenze che dà torto al Fatto (cioè al sottoscritto e a una brava collega), imponendoci di versare lo spropositato risarcimento di 95 mila euro a Tiziano Renzi e creando un precedente che mette a rischio la sopravvivenza del nostro giornale, ci costringe a rivolgerci subito a voi lettori. Perchè abbiamo bisogno di voi. Fermo restando che, se l’esecutività del verdetto non sarà sospeso, pagheremo il dovuto e ci appelleremo per farci restituire i soldi fino all’ultimo centesimo e la nostra onorabilità. Che comunque non può essere messa alla berlina da manigoldi che si fanno scudo dell’impunità parlamentare e che, se le bugie fossero reato, sarebbero all’ergastolo.

Cari lettori, sapete bene di essere l’unica nostra fonte di sostentamento e il nostro unico scudo contro le aggressioni dei potenti: non incassiamo soldi dallo Stato, abbiamo pochissima pubblicità, non siamo sponsorizzati da società o concessionarie pubbliche né da aziende private. Viviamo delle copie vendute in edicola e degli abbonamenti, due voci che sono addirittura aumentate negli ultimi mesi, in controtendenza con il mercato sempre più in crisi della carta stampata. E finora questo bastava e avanzava a garantirci di lavorare sereni, forti del vostro sostegno e dei nostri bilanci attivi. Ma purtroppo, in Italia, fare un buon giornale, libero e indipendente, che incontri il favore dei lettori, non basta più. Il bombardamento delle cause civili e delle querele penali “a strascico” sta diventando insostenibile, perché rende il nostro mestiere più pericoloso di quello degli stuntman o dei kamikaze. Anche perché oggi – come dice Davigo – buona parte della magistratura è stata “genuflessa” dal potere politico come nei suoi anni più bui, dai 50 agli 80, fino a Tangentopoli e a Mafiopoli. Non siamo qui a gridare al complotto né a piagnucolare per la persecuzione giudiziaria. Anzi, se avessimo scritto qualcosa di falso e/o diffamatorio, come può sempre capitare in un quotidiano, avremmo già rettificato da un pezzo, senz’attendere che Renzi sr ci facesse causa. Ma non è questo il caso. Il signore in questione ci aveva intentato una causa da 300mila euro per sei articoli usciti fra il 2015 e il 2016: il giudice gli ha dato torto per quattro articoli e ragione per un titolo (a un articolo ritenuto corretto) e due parole contenute in due miei commenti (per il resto ritenuti corretti).

E ha stabilito che il titolo e le mie due parole valgono 30 mila euro ciascuno, più 5 mila di riparazione pecuniaria. Il titolo da 30 mila euro è “Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”. Riguarda le indagini (vere) sulla coop Castelnuovese, che ovviamente faceva affari, era stata appena perquisita e faceva capo all’ex presidente di Etruria Lorenzo Rosi, in affari con Luigi Dagostino, a sua volta in affari con papà Renzi (che non era indagato, e infatti il titolo si guardava bene dall’affermarlo). Tutto vero, eppure ci tocca pagare 30 mila euro. Le mie due paroline da 30 mila euro ciascuna sono “bancarotta” e “affarucci”. In quel momento Tiziano Renzi era indagato a Genova per la bancarotta di una sua società poi fallita, la Chil Post. Che la società fosse fallita non era in discussione (il crac è del 2013), mentre si trattava di stabilire se Renzi padre avesse commesso il reato di bancarotta (in seguito avrebbe ottenuto l’archiviazione, che naturalmente non riportò in vita la società fallita, anche perché altri coimputati sono a processo per quella bancarotta). Il crac c’era, la condanna di Renzi sr per bancarotta no: e infatti non ho mai scritto che avesse commesso quel reato, ma semplicemente che era coinvolto nella bancarotta di una società di cui era stato proprietario (e dove aveva assunto Matteo). Si potrà dire che il termine era “atecnico”, come si conviene a un articolo di pura satira (il titolo era “I babboccioni”, per dire il tono), non a una sentenza o a una cronaca giudiziaria. Invece il giudice ci vede una diffamazione da 30 mila euro.

L’altra costosissima parola proibita è “affarucci”. Anche qui tutto vero, e pure preciso: come avevamo scritto spesso nelle pagine di cronaca, insieme a gran parte della stampa italiana, il massone Valeriano Mureddu e babbo Tiziano sono vicini di casa a Rignano sull’Arno e il primo acquistò un terreno dal secondo. Un affaruccio, appunto. Che c’è di diffamatorio? Che – scrive la giudice – “in nessuna parte dell’articolo sia spiegato quali sarebbero tali ‘affarucci’”. Cioè: i due hanno concluso un affaruccio, raccontato più volte sul Fatto e dimostrato per tabulas alla giudice. Ma è diffamazione lo stesso, perché lei avrebbe scritto l’articolo diversamente da come l’ho scritto io: altri 30 mila euro. Totale: 90+5 e un bacio sopra. Per un titolo e due articoli che non contengono fatti falsi e che riscriverei uguali altre cento volte. E sapete il perché di quella cifra spropositata? Per “la posizione sociale del soggetto diffamato (padre del Presidente del Consiglio, politico e imprenditore)”. Perbacco. Così la regola aurea che vuole i potenti più esposti alle critiche viene ribaltata: più conti e meno puoi essere criticato. Una specie di immunità contagiosa per via parentale. E ci è andata pure bene. La giudice spiega di averci fatto lo sconto perché siamo il Fatto, e non il Corriere della Sera che vende il sestuplo di noi: sennò ci avrebbe appioppato 600 mila euro, lira più lira meno (con tanti auguri ai colleghi di via Solferino). La sentenza fa il paio con quella del Tribunale penale di Roma che ci ha condannati a pagare la cifra astronomica di 150 mila euro (per fortuna non ancora esecutiva) ai giudici di Palermo che avevano assolto Mori per la mancata cattura di Provenzano. Avevo osato scrivere che erano andati fuori tema, invadendo il campo dei processi Trattativa e Borsellino-ter e negando il patto Stato-mafia e l’accelerazione della strage di via D’Amelio. Condannato. Poi le sentenze dei due processi han demolito quella su Mori, giungendo alle stesse mie conclusioni di 3 anni prima.

Ora, a botte di sentenze come queste, un piccolo giornale libero come il Fatto non può reggere: ancora un paio di mazzate come queste e si chiude. Perché non c’è alcun’arma di difesa. Possiamo prestare tutte le attenzioni del mondo a non scrivere cose false o inesatte. Ma se poi veniamo condannati per aver scritto cose vere o per aver esercitato il nostro sacrosanto diritto di critica, allora dovremmo preoccuparci anche di non disturbare certi manovratori, specie se hanno appena agguantato la vicepresidenza del Csm e fanno il bello e il cattivo tempo nella città del tribunale che ci giudica. E allora delle due l’una. O la classe politica mette finalmente mano a una seria riforma della diffamazione a mezzo stampa, dando valore alle rettifiche e alle smentite, imponendo cauzioni contro le liti temerarie, levando la competenza ai tribunali dove risiedono i denuncianti e soprattutto distinguendo i fatti falsi e gli insulti (che, senza rettifiche e scuse date con evidenza, vanno sanzionati) dalle opinioni critiche e dalle battute satiriche (che devono essere sempre legittime). Oppure noi smettiamo di scrivere cose vere e di criticare chi lo merita. Ma in questo caso verrebbe meno la ragione stessa del nostro mestiere, almeno per come lo intendiamo noi: quella che nove anni fa ci ha spinti a rischiare i nostri soldi e carriere per fondare un giornale libero, critico e veritiero. Di certo, visto che i soldi non ce li regala nessuno né li troviamo sotto le mattonelle, non possiamo scrivere ogni giorno con la spada di Damocle di risarcimenti pesantissimi sul capo, l’ufficiale giudiziario dietro la porta, la quotidiana busta verde nella buca delle lettere e l’avvocato tascabile che ci controlla le virgole. Certo, potremmo evitare tutto questo facendo come tanti altri: usando la lingua al posto della tastiera. O facendoci scrivere gli articoli da qualche giudice, per dire che chi fa fallire le sue società è un grande imprenditore un po’ sfortunato e chi compra terreni con un socio lo fa a sua insaputa. Ma non ne siamo proprio capaci. Piuttosto, preferiamo cambiare mestiere.

Crescita, preoccupa i mercati il rischio di una frenata improvvisa

La recente ripresa di volatilità sui mercati finanziari ha lasciato gli analisti a chiedersi se non si sia trattato di un semplice episodio ma dell’inizio di una fase di difficoltà. Visto che l’attuale fase rialzista dei mercati azionari dura da oltre nove anni, e che l’espansione è tra le più longeve di sempre, a ogni correzione dei mercati ci si domanda se la fine di questo ciclo positivo sia imminente. Tra i maggiori potenziali catalizzatori ci sono la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, per ora ferma a dazi su 360 miliardi di dollari di controvalore di scambi, e il rialzo del dollaro, che fa soffrire i Paesi emergenti, soprattutto quelli con squilibri delle partite correnti, indebitatisi in dollari durante l’espansione e oggi a rischio recessione, costretti ad alzare i tassi, inasprire la tassazione e tagliare la spesa pubblica per raffreddare la domanda interna e stabilizzare il cambio, il cui violento deprezzamento si è tradotto in maggiore inflazione e perdita di potere d’acquisto delle famiglie.

Questo disordine “sottotraccia” non si è sinora riflesso in evidenti danni alla crescita globale, prevista per ora solo in lieve rallentamento rispetto all’andamento molto sostenuto visto soprattutto nel 2017, e alla ulteriore accelerazione vista da inizio anno negli Stati Uniti, dopo la riforma fiscale e l’approvazione di un pacchetto pro-ciclico di stimolo fiscale aggiuntivo da parte del Congresso, calibrato sulle elezioni di Midterm del mese prossimo, che sta spingendo la Fed a stringere il credito oltre le attese. Ma la frenata potrebbe materializzarsi all’improvviso, e questo rende nervosi i mercati.

Donald Trump, malgrado i dazi sin qui inflitti alla Cina, non ha dettagliato cosa vuole da Pechino, e questa incertezza rende più difficoltosa la navigazione degli investitori. La Belt and Road Initiative, con cui la Cina sta tentando di proiettare la sua potenza sul corridoio eurasiatico, si scontra con le crisi di bilancia dei pagamenti dei paesi partner. Il Pakistan ha avviato colloqui col Fondo monetario internazionale per l’ennesimo salvataggio, ma gli americani potrebbero subordinare l’intervento del Fondo alla preventiva imposizione di perdite ai creditori cinesi. Molti produttori globali vorrebbero riplasmare le proprie catene del valore, ad esempio uscendo dalla Cina per rivolgersi a fornitori vietnamiti, ma i costi associati allo spostamento inducono molte multinazionali a prendere tempo, sperando che le tensioni commerciali si risolvano o che i Paesi di destinazione dei nuovi investimenti risolvano i loro colli di bottiglia. Sullo sfondo, gli investitori osservano nervosi l’andamento degli utili societari ed i focolai di tensione aggiuntiva, come la Brexit e l’Italia. Molti fronti aperti, un ciclo economico molto maturo: questa volta il “muro di preoccupazione” per i mercati appare più alto e scivoloso.

Un italiano su quattro soffre di allergie

L’allergologia, questa sconosciuta. Se è vero che 1 italiano su 4 soffre di allergie, respiratorie o alimentari, è altrettanto vero che la metà dei pazienti riceve ancora cure inadeguate. E gli allergologi sono in via di estinzione. Chi va in pensione infatti difficilmente viene rimpiazzato e le strutture specializzate sono insufficienti: 13 di secondo livello (al di sotto dello standard minimo, una ogni 2 milioni di abitanti), per le prestazioni più complesse, e 58 di primo livello. Inoltre appena due regioni, Piemonte e Toscana, hanno attivato reti di servizi per la presa in carico del paziente dalla diagnosi alla terapia. A lanciare l’sos è l’Associazione allergologi e immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaiito), che chiede un tavolo tecnico presso il ministero della Salute per la gestione condivisa delle allergie e la promozione delle reti regionali. “Ci sono troppi studi privati e farmacie che spacciano per scientifici test inutili e costosi. A molti vengono prescritte diete che causano denutrizione” denuncia Giuseppe Pingitore (Aaito Lazio). Per richiamare l’attenzione del Parlamento, dal 6 all’8 novembre screening gratuiti per i deputati.

Tifosi beffati, così si ottengono i rimborsi per le partite in tv

Più che di codicilli è una questione di Codici: del Consumo e delle Comunicazioni elettroniche. E la differenza non è da poco, tanto che il secondo permetterà ai tifosi abbonati a Sky di riavere indietro il maltolto dopo la querelle scoppiata in estate a causa della spartizione dei diritti tv e la conseguente commercializzazione dei pacchetti delle gare di calcio. Almeno questa è la promessa dell’Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e consumatori.

Un passo indietro per capire meglio. Dall’inizio del campionato la pay tv satellitare guidata da Andrea Zappia fa vedere 7 partite al prezzo di 10 (le altre 3 sono trasmesse da Dazn) e nessuna partita di Serie B, mentre il prezzo del servizio è rimasto invariato rispetto allo scorso anno. Novità che, tuttavia, non sono state adeguatamente spiegate agli abbonati a fronte, invece, dell’enfasi del claim utilizzato sul web e tramite spot televisivi da Sky “Puoi vedere tutta la Serie A e la Serie B”. La società non ha, quindi, comunicato i limiti dell’offerta per fasce orarie e potrebbe avere indotto a fare una scelta inconsapevole sia i nuovi clienti (non possono vedere la gara del sabato sera, il lunch match delle 12.30 e una partita alle 15 la domenica) che i vecchi (pensano di aver rinnovato il contratto nella convinzione di disporre dello stesso pacchetto precedente) rendendosi così parzialmente inadempiente rispetto agli obblighi contrattuali.

La società, inoltre, non ha neanche fornito la corretta informativa sulla possibilità di recedere senza penali e costi di disattivazione. Tant’è che a volerci vedere chiaro sono state anche l’Antitrust e il garante delle Comunicazioni. Il primo due mesi fa ha avviato un’istruttoria, che si concluderà a inizio 2019, nei confronti di Sky per due condotte che potrebbero aver violato l’articolo 65 del Codice del consumo. L’Agcom, invece, ha diffidato la società di pay tv di informare correttamente gli abbonati delle novità nell’offerta calcio e del diritto di recedere in ragione delle mutate condizioni contrattuali. Due prese di posizioni positive per gli abbonati che, tuttavia, non otterranno nessun beneficio economico né dalla possibile sanzione che potrebbe stabilire l’Antitrust (il tesoretto nella migliore delle ipotesi finirà per essere impiegato in iniziative a favore dei consumatori) né dalla diffida con Sky che dal 1° ottobre ha riformulato i contratti; anche se la carta dei servizi ancora non risulta aggiornata.

Cosa può fare allora un calciofilo costretto a pagare due volte, per Sky e Dazn, per vedere l’intero campionato di calcio? “La class action è praticamente inesistente in Italia, mentre decidere di disdire l’abbonamento prima della scadenza comporterebbe l’obbligo per l’abbonato di pagare delle penali salate. Insomma, il consumatore ci perderebbe comunque. Mentre appellandosi al Codice delle Comunicazioni elettroniche la situazione cambia”, spiega Emmanuela Bertucci, legale dell’Aduc che ha preparato per l’associazione una lettera di messa in mora contro Sky.

“È all’articolo 70, comma 4, che il Codice – prosegue la Bertucci – impone al gestore dei servizi televisivi (come a quelli telefonici) che vogliono modificare le condizioni del contratto di darne comunicazione al cliente almeno 30 giorni prima consentendogli il recesso gratuito. Ma se il gestore non segue queste disposizioni, come ha fatto Sky, il servizio resta quello precedente: la modifica non ha, quindi, efficacia contrattuale. Ecco perché i clienti – continua – possono richiedere alla pay tv satellitare di vedere tutte le partite, la riduzione del prezzo o il pagamento di un indennizzo per l’inadempimento parziale del contratto come previsto dalla delibera dell’Agcom 347/18 sugli indennizzi applicabili alle controversie tra utenti e operatori di comunicazioni elettroniche”.

La strada che l’Aduc consiglia è chiara: per prima fare la messa in mora a Sky, che va inviata per raccomandata A/R o Pec. L’azienda ha poi 30 giorni per rispondere e, se non lo fa, è possibile fare richiesta di conciliazione al Corecom richiedendo anche la corresponsione dell’indennizzo automatico per la mancata risposta al reclamo. Ma se in udienza la conciliazione avesse esito negativo per l’abbonato, si può comunque chiedere al Corecom la definizione della controversia, a condizione che non siano decorsi più di tre mesi dalla data di conclusione del tentativo di conciliazione. Entrambe le procedure sono comunque gratuite. Entro 30 giorni, poi, le parti potrebbero raggiungere un accordo. E se così non fosse, è sempre possibile fare ricorso alla giustizia ordinaria, con i relativi costi. Mentre la procedura presso il Corecom di conciliazione o di definizione è gratuita.

Ma la Bertucci concede un calcio di rigore ai clienti: “Già in diversi precedenti sulle modifiche contrattuali i Corecom hanno condannato le società a pagare gli abbonati”. Chissà se in questo caso si trasformerà in un gol.