Acquario, meglio una secca sforbiciata Pesci: cura le tue dipendenze emotive

ARIETE – “C. lo aveva accolto per un’ultima volta fra le sue braccia e, fra le lacrime, gli aveva fatto promettere che non l’avrebbe dimenticata”. Basta ingoiare Il pane del diavolo come Valeria Montaldi (Piemme): ha detto che non ti avrebbe dimenticato, e non ti dimenticherà.

TORO – Giancarlo Marinelli racconta Il silenzio di averti accanto (La nave di Teseo): “Gli viene da piangere. E se quell’odiarsi, quell’evitarsi, quel rinnegarsi e combattersi a distanza, fossero stati solo un modo per cercarsi?”. Appunto: puoi deporre l’ascia e andare incontro a chi sai tu.

GEMELLI – “In alcuni casi il primo amore viene relegato in un angolo della coscienza, in altri rimane presente per tutta la vita come un pensiero appuntito”: Quando meno te lo aspetti, certi amanti rispuntano; lo prevedono Brun, Rossetti e Siciliano (Longanesi).

CANCRO – Impara da Nadia Toffa a Fiorire d’inverno (Mondadori). Come? Con “una straordinaria capacità di resistere e attendere, ero forgiata per questo”. Sul lavoro ti occorrono molta più grinta e determinazione, o il collega ti farà presto le scarpe.

LEONE – Deborah Levy ti suggerisce di fare Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti). Boh. Difficile. Molto più semplice gridare questo: “‘Non andartene, Ingrid’. La voce è orribilmente supplichevole”, ma non cadrà inascoltata.

VERGINE – Ilaria Gaspari ha Ragioni e sentimenti (Sonzogno): “Viviamo in un tempo in cui l’amore viene trattato esattamente come un lavoro e poi non è trattato benissimo neanche quello”. Amore e lavoro si stanno pericolosamente confondendo: attenzione al collega flirtante.

BILANCIA – I Giorni senza fine stanno per finire, promette Sebastian Barry (Einaudi): “Adesso è un uomo nuovo, felice come un’anatra sotto la pioggia, davvero. È bello vedere cosa fa il matrimonio a uno come lui”. Fa bene anche a te, non fingere il contrario.

SCORPIONE – Spiega Lionel Shriver nei Mandible (66thand2nd): “La teoria della complessità non è poi in sé così complessa. Più i sistemi sono complessi, più sviluppano instabilità”. Ma l’instabilità, si sa, è il tuo pane: approfittane per allargare le tue liaisons dangereuses.

SAGITTARIO – Dialogo registrato dalle intercettazioni ambientali di Carmen Korn (Fazi): “Non ti piace neanche un po’?”. “Non devi cercare di sistemarmi. Il tuo R. non mi interessa”. Se ambisci a essere tra le Figlie di una nuova era, cambia cavaliere, o cavallo, quanto prima.

CAPRICORNO – Simone Regazzoni ritrae Jacques Derrida (Feltrinelli) et al.: ad esempio, “Platone definisce la scrittura un pharmakon: si presenta come un rimedio, e in verità è un veleno”. Rinuncia al sexting: i messaggi erotici non ti vengono bene. Passa all’azione.

ACQUARIO – Raffaella Romagnolo ti consiglia di non credere troppo al Destino (Rizzoli): piuttosto “ripassa tutti i buoni motivi per cui dovresti rifiutare, allontanarti, allontanarlo, rimetterlo in riga, dirgli di stare al suo posto”. La relazione non ingrana, meglio una secca sforbiciata.

PESCI – Jennifer Haig descrive L’America sottosopra (Bollati Boringhieri): “Se uno non avesse mai bevuto quel primo bicchiere, non si fosse mai preso quel primo sballo, avrebbe potuto restare pulito per sempre”. È il momento di curare le tue dipendenze, emotive soprattutto.

L’affaire dei Promessi sposi riletto con “La funesta docilità” di Manzoni

L’affaire su cui avrebbe voluto indagare Leonardo Sciascia l’ha fatto suo Salvatore Silvano Nigro, il più raffinato tra i critici della letteratura nella scena internazionale, ed è adesso un audace saggio in forma di letteratura nel solco del canone manzoniano. Eccolo: La funesta docilità, Sellerio Editore Palermo.

Ed ecco la vicenda: 20 aprile 1814, Milano. Il ministro delle Finanze, il conte Giuseppe Prina, è buttato giù – “sconficcata la grata” – da una finestra di Palazzo Sannazzari e poi gettato in pasto alla folla in sommossa in piazza San Fedele. Una sola vittima compianta da tutti nel Regno, “benché – scrive in una lettera al conte Trobotti, a Piacenza, Silvio Pellico – segnata dall’odio di tutti”.

C’è un illustre spettatore in cotanto scempio: è Alessandro Manzoni. Assiste al massacro del “genio della finanza di Napoleone”, ne raccoglie gli echi, redige per se stesso una trasfigurazione – l’assalto ai forni nei capitoli de XII e XII del suo capolavoro con il vicario di Provvisione nel ruolo della preda – e in una missiva a Fauriel, residente a Parigi, don Lisander sentenzia: “Il popolo è dovunque buona giuria e cattivo tribunale”. La defenestrazione di Prina – una selvaggia festa delle morte – pur rimossa nella fragile memoria storica degli italiani, è comunque presente nel lessico, priva di qualunque cautela, a disposizione del popolo sovrano: “Fem una Prinàda!”.

Nella sommossa dei forni, Renzo Tramaglino che pure partecipa, si ferma davanti alla decisione ultima di procedere con un omicidio politico, il crudele aprile del ’14 invece reclama – a colpi di ombrelli – il sangue del ministro, stimato giurista e grande esperto di economia. Eccolo ancora, il conte Prima, nelle parole di Pellico: “Egli non aveva più aspetto di creatura umana”. Crudele, aprile. Lutulente – sottolinea Nigro – anziché “primaverile”.

Il prete di San Giovanni, alle Case Rotte, di fronte a piazza San Fedele, “rifiutò di far aprire al conte Prina la cancellata della sua chiesa” – è Stendhal che scrive – “avrebbero potuto trasportarvi il disgraziato ministro, che il popolo aveva cominciato a trascinare per i piedi…”.

Capita facciano così, i preti. Ce n’era uno anche a Piazzale Loreto, un secolo dopo, a fare persino peggio. E fanno sempre così gli italiani. Nella funesta docilità – ancora una volta I Promessi sposi – “dell’affermare appassionato della moltitudine”. Nigro affronta con l’affaire la soluzione sempre nascosta della cattiva coscienza: il potere, per poter potere, uccide.

La defenestrazione di Prina, nello sciupio del risentimento sociale, gemma quasi a modo di stimmate nelle due cadute, all’età di 88 anni, di Manzoni che proprio lì – a San Fedele, sulla scalinata – inciampa e batte la fronte sul settimo gradino.

Ancora poco e a casa, sale su una sedia, ruzzola per prendere un libro, si rompe il femore e poi muore. Con la funesta docilità propria di chi si spacca tutto e nel dolore – con un dito immaginario – sfoglia i ricordi del teatro della memoria. È il 23 maggio 1873.

Facce di casta

Bocciati

Analisi
democratiche

Paolo Gentiloni ha commentato con un tweet il risultato delle regionali tedesche: “#Proiezioni Bavieria. Bello vedere i Verdi prendere quasi il doppio dei voti della destra sovranista. Un messaggio anche per noi”. Chissà esattamente quale messaggio ha evinto l’ex presidente del Consiglio dal successo di un gruppo politico che a differenza del partito democratico non ha avuto paura di contrapporsi alle destre populiste, mostrandosi inequivocabilmente europeista, ambientalista e pronto a lavorare in nome dell’integrazione. Che il Pd non fosse maestro nelle analisi delle sconfitte ormai è storia, ma a quanto pare anche con quelle delle vittorie non se la cava un granché.

5

L’autocoscienza del politico
Con l’inizio della terza Repubblica la politica sta scoprendo territori inesplorati: con Angelo Tofalo abbiamo il primo caso di applicazione del metodo Stanislavskij a opera di un membro del governo. L’esponente pentastellato ha deciso di lavorare sull’immedesimazione per interpretare il ruolo del sottosegretario alla Difesa, così ha scelto di lanciarsi nel vuoto imbracato a un istruttore del reggimento carabinieri paracadutisti Tuscania: “Ho voluto dare un segnale forte di vicinanza a questi professionisti della sicurezza, mettendo la mia stessa vita in mano a chi ogni giorno difende gli interessi nazionali e rappresenta il Paese nel mondo”. Ma non è la prima volta che il sottosegretario sceglie di provare direttamente un’esperienza, con l’ambizioso obiettivo di poterla rievocare attraverso una memoria sensoriale che lo guidi nell’arte del buon governo: nell’ambito dell’operazione Strade sicure, Tofalo aveva già indossato mimetica e mitra “per capire cosa si prova”. Parafrasando Stanislavskij: “Il lavoro del politico su se stesso”.

5

Hai voluto
la bicicletta?

“Piste ciclabili a Prato? Sembrano una misura fatta apposta per i richiedenti asilo e per gli immigrati, perché di solito si spostano a piedi o in bicicletta. Chi va a lavorare si sposta con la macchina”: con questa affermazione Patrizia Ovattoni, segretaria della Lega pratese dà bene la misura della deriva che sta prendendo il Paese. Se nel caso Lodi la discriminazione ha avuto ancora il pudore di nascondersi dietro un’applicazione, per quanto ottusa, della pratica amministrativa, altrove le varie appendici locali di una delle due metà del governo stanno cominciando a liberare i propri istinti xenofobi senza nemmeno la fatica di mascherarli formalmente.

4

Promossi

Gli esperti
quasi da Nobel

Twitta così Guido Crosetto, deputato di Fratelli d’Italia (di cui è stato cofondatore): “Mentre prendevo un caffè al bar ho dovuto sorbirmi una lezione su Pil, denominatori, numeratori, deficit, moneta e spread da parte di cinque avventori, che sicuramente si occupano di tutt’altro. Erano convinti ed assertivi come fossero cinque Nobel dell’economia. Ridatemi il calcio, please”. Come diceva Ennio Flaiano: “Se hai deciso di venire al caffè con noi la sera, preparati ad essere un buon esperto”.

7

La settimana Incom

Bocciati

T.I. e Melania Trump
Il rapper americano, T.I. ha lanciato il suo nuovo album con un video che ha fatto molto scalpore. Nella clip si vede il presidente Trump lasciare con l’elicottero la Casa Bianca. Il rapper va a sedersi sulla poltrona dello Studio Ovale dove Melania (ovviamente si tratta di una modella che le assomiglia molto) si toglie la famosa giacca con la scritta “I really don’t care. Do U?” restando completamente nuda. La first lady si è giustamente infuriata: ma perché, volendo attaccare il Presidente, prendono di mira lei? E soprattutto perché lo fanno spogliandola?

N.c.

La strana coppia
Sembra quasi ufficiale: a condurre la sette giorni dedicata a Sanremo giovani saranno Pippo Baudo e Rovazzi. Il dittatore artistico ipotizza di usarli anche per il “vero” Sanremo. Le strade di Baglioni sono infinite (ma davvero rinuncerà alla conduzione?).Un apostrofo rosaInterludio di passione a sorpresa a “La vita in diretta”: Tiberio Timperi ha baciato con impeto la collega Francesca Fialdini. È successo al termine della puntata di mercoledì in uno spazio dedicato ai fotoromanzi: Timperi e la Fialdini dovevano interpretare una delle scene di Fuga D’Amore, pubblicata dallo storico settimanale Grand Hotel. E lui si è lasciato andare a un appassionato bacio sulle labbra. Spettacolare la faccia di lei. E per fortuna che erano litigati!Fate una colletta “Mio figlio Paolo lavora anche ad Amici (Canale 5), l’ha preso Maria De Filippi. Solo che lo pagano pochissimo”: parola di Eleonora Giorgi che ha parlato della situazione professionale di Paolo Ciavarro, figlio suo e dell’ex compagno Massimo, che ha quanto pare non guadagna molto lavorando nel talent di Maria De Filippi. Il fatto è che l’ha raccontato al Grande Fratello (Canale 5), quando si dice tutto in casa…

Promossi

Finalemente
Scarlett Johansson, per il ruolo di Black Widow nel film che la Marvel dedicherà alla bellissima spia Natasha Romanoff, guadagnerà esattamente come i colleghi Chris Evans e Chris Hemsworth, cioè Captain America e Thor nella saga dei supereroi del grande schermo. Sembra scontato? Bé fino ad ora non lo era.Il libro totale
Si è concluso ieri a Torino al Circolo dei lettori il più bel Festival letterario d’Italia, il Festival del classico.
I libri più belli di sempre (sulla cui attualità Calvino ha scritto memorabili pagine) e che sono “la cassetta degli attrezzi per capire il presente” senza offrire soluzioni semplificate, e facili ma proponendo antichi dilemmi: quattro giorni di lezioni, dialoghi, letture, dispute dialettiche, presentazione di libri, spettacoli teatrali. “Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani”.
Un format da replicare in tutta Italia.

“Under Pressure”, l’anti Grey’s Anatomy nel Brasile corrotto

Dimenticatevi gli occhi intensi del neurochirurgo più figo dell’universo (Patrick Dempsey, alias Derek Shepherd); dimenticatevi gli inizi di un medico di nome George – che ultimamente ha rivelato a una platea femminile di essere il marito di Amal Clooney –; dimenticatevi persino la camminata claudicante del misterioso dottor Casa (nella traduzione italiana). Qui non siamo nei lussuosi Stati Uniti, dove la medicina è all’avanguardia e, chissà perché, si vorrebbe essere operati da tutti i protagonisti affascinanti dei medical drama.

Qui siamo a Rio de Janeiro, periferia di Rio per la precisione, e con la salute non si scherza. Soprattutto nelle strutture pubbliche, dove fede e corruzione dilagante si intrecciano con un eroico tentativo di salvare la vita alla gente senza la strumentazione adeguata. Lanciato lo scorso anno da Rede Globo, quaranta milioni di spettatori in patria, e arrivato in Italia (Sky Atlantic) da qualche settimana, “Under Pressure” è tutto quello che finora non si era mai visto. Non siamo nella Seattle di “Grey’s Anatomy”, tanto per cominciare, dove una schiera di medici uno più bello dell’altro hanno il cruccio di doversi rivestire in fretta dopo un amplesso o partecipare a concorsi milionari. Siamo in un ospedale come quelli che – ahinoi – si vedono ancora in qualche città del sud Italia (Capitale compresa) o del sud del mondo. Il dottor Evandro (Júlio Andrade) è un capo chirurgo poco prestante, con una dipendenza da psicofarmaci e un errore fatale alle spalle. È ateo, o meglio crede solo nella medicina, e questo nella mi-affido-a-dio metropoli brasiliana rappresenta una macchia enorme. La dottoressa Carolina, suo braccio destro e non solo, non è la tipica carioca dell’immaginario collettivo maschile: è una ragazza minuta, con un passato che schiaccia e che lascia – letteralmente – i segni sul corpo. È cattolica, porta un crocifisso sempre al collo e deve mediare tra la sete di dio dei suoi pazienti e la fame di scienza dell’uomo che ama, Evandro. Il tutto in un ospedale dove c’è sangue sui muri, si nascondono i letti dei pazienti nei sottoscala impolverati o nel quale per trasportare una barella in sala operatoria bisogna utilizzare un ascensore con le grate che si chiudono a mano. Degrado e miseria, come degradate e miserabili sono le richieste del genere umano, di colui che si intasca una mazzetta mentre fa arrivare un macchinario di potenza inferiore a quanto necessario. È Rio de Janeiro, ma noi italiani capiamo benissimo come funziona.

Girato con colori tenui, sbiaditi, quasi venuto fuori dagli anni Ottanta, “Under Pression” ha come unico difetto quello di non godere di dialoghi brillantissimi. Il rischio, da buon prodotto sudamericano, è che all’emergenza si sostituisca la routine e che diventi – considerando che è già prevista una seconda stagione – quasi una telenovela. Ma questo, detto da chi non si è perso una puntata delle quindici stagioni di “Grey’s Anatomy”, potrebbe anche essere un vantaggio.

Dissesto ambientale, non dite che è catastrofismo. È peggio

È uscito per Einaudi il nuovo libro di Luca Mercalli “Non c’è più tempo”, un viaggio per comprendere che quella climatica e ambientale è un’emergenza di cui dobbiamo preoccuparci. Tanto piú in un’epoca di riscaldamento globale che, tra alluvioni, siccità e aumento dei livelli marini, minaccia il benessere dei nostri figli e nipoti. Ne proponiamo un estratto.

Molti uomini (e poche donne) nel lungo corso della storia hanno dimostrato di essersi fumati il cervello. Alcuni di loro non hanno fatto male a nessuno, la maggior parte ha ucciso e violentato i suoi simili, incendiato città e nazioni, ma non hanno fatto danni ambientali irreversibili: chi rimaneva si leccava le ferite e la vita riprendeva. Agli antichi Egizi maniaci di sepolcri piramidali non possiamo addebitare alcuna nostra sciagura, e le guerre dei Romani se ne stanno innocue sui libri di storia.

La popolazione aumenterà da uno a 7,5 miliardi di individui, gli ordigni bellici e le centrali elettriche nucleari spargeranno radioattività “artificiale” su tutto il pianeta, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera passerà da 300 a 400 parti per milione, un primato assoluto e inedito su almeno 800mila anni, la perdita di biodiversità segnerà l’inizio della Sesta Estinzione, una pletora di inquinanti subdoli e persistenti impesterà l’aria, l’acqua e i cibi, minacciando la nostra salute su tempi di secoli, enormi banchi di microplastiche si diffonderanno negli oceani, la cementificazione e la deforestazione cambieranno per sempre la geografia globale. È l’Antropocene, bellezza!

L’epoca geologica recentissima che segna la Terra con pustole, cicatrici e infiammazioni derivanti dall’attività forsennata di una sola specie, Homo sapiens! Ed è soprattutto il Novecento, una manciata di anni dopo la Seconda guerra mondiale, a segnare l’irreversibilità dell’erosione delle risorse terrestri, la modifica a lungo termine dei suoi cicli biogeochimici, ovvero la “grande accelerazione” verso il superamento dei “limiti planetari”. Temi fondamentali per la nostra sopravvivenza, intravisti nel 1972 da Aurelio Peccei e dai ricercatori del Mit, che pubblicarono il primo rapporto sui limiti della crescita (Limits to growth), e ripresi oggi da Johan Rockström dello Stockholm Resilience Centre. La scienza del clima e dell’ambiente non ha più dubbi: ci stiamo fumando la Terra! Se non applicheremo il fragile accordo sul clima di Parigi del 2015, la temperatura planetaria rischia di aumentare di circa 5° C entro la fine del secolo, rendendo i nostri continenti molto meno ospitali, punteggiando la nostra vita di eventi estremi sempre più frequenti e distruttivi, compromettendo la produzione alimentare e facendo salire i livelli dei mari per via della fusione dei ghiacci polari, con sommersione di molte zone costiere e conseguenti migrazioni di profughi climatici. Non dite che è catastrofismo. È peggio. È un tipo di mondo che la nostra specie non ha mai sperimentato nella sua evoluzione, e sarebbe meglio evitare. E invece chi ti arriva? Un presidente americano che nel 2017 dice che son tutte balle, e che bisogna continuare a far fumare carbone e petrolio, come prima, più di prima! Posti di lavoro, dollari, sviluppo, crescita! Se uno decide di fumarsi il cervello, libero di farlo, perché ce ne sono molti sani che possono sostituirlo. Ma se i comportamenti di cervelli in fiamme portano a fumarsi il pianeta, l’unico che abbiamo, compromettendolo per millenni e ipotecando il benessere di figli, nipoti e pronipoti, allora tocca gettare acqua sul fuoco. Sempre che non sia già evaporata…

“Non sono un divo e mi batto contro l’odio insensato sul web”

“C’è questo libro in cui Tiziano Terzani dialoga con il figlio Folco. La fine è il mio inizio. Gli racconta di un giorno drammatico in Cambogia. Era stato catturato dai Khmer Rossi. Ragazzini di neanche vent’anni, carichi di armi, pervasi da un isterico furore. Lo avevano accerchiato, stavano per sparargli in faccia. Terzani ricordò il consiglio di un suo collega giornalista, che gli aveva detto: ‘Se ti puntano un fucile addosso, decisi ad ammazzarti, tu comincia a ridere’. E così fece. Attaccò a ridere a crepapelle, e quelli restarono sbigottiti. L’espediente gli consentì di guadagnare tempo fino all’arrivo del capo dei Khmer. Terzani gli spiegò che non era un infiltrato, ma solo un reporter straniero deciso a dar voce alla loro causa. Lo lasciarono andare. Nessuno può uccidere chi azzarda una risata fanciullesca davanti a un’arma”.

Lo avevano ipotizzato anche nel Sessantotto, caro Ermal Meta.

E non era stata una brutta idea. Per salvare il mondo dobbiamo utilizzare la nostra, di arma.

Sarebbe?

La difesa della bellezza.

Come sosteneva anche Dostoevskji.

Non possiamo piegarci alla bruttezza dei nostri tempi. Vogliono imporcela? Allora resisteremo. Siamo l’esercito della gentilezza. Le persone felici e sorridenti hanno la possibilità di cambiare le cose, di spazzare via l’odio insensato che ci circonda e al quale rischiamo di rassegnarci.

L’odio insensato, soprattutto sui social.

L’odio quotidiano su internet fa pena. Questo voler offendere senza motivo, e a tutti i costi, è una resa senza condizioni alla nostra dark side of the moon, al lato oscuro che è dentro tutti noi. Ai ragazzi ripeto: non ci cascate, non siate la tela bianca su cui vengono proiettate idee altrui. Fatevi una vostra opinione. Non siate teste di legno, di quelle cui puoi dare forma con uno scalpello. Trasformatevi in acciaio. Non sto parlando di politica, occhio. Ma di un’esigenza di civiltà.

Dopo il Non abbiamo armi tour dell’estate scorsa lei andrà a cercare altra bellezza con una nuova campagna live. A febbraio partirà un giro di 18 concerti acustici con gli Gnu Quartet, in alcuni dei più suggestivi e prestigiosi teatri italiani.

Ne cito alcuni? L’Arcimboldi di Milano, il Massimo di Palermo, il Bellini di Napoli, Santa Cecilia a Roma, il Petruzzelli nella mia Bari. Ripartirò in questo viaggio per spellarmi l’anima un’altra volta. So che i miei compagni d’avventura, gli Gnu Quartet, sapranno dare un fascino inusuale a canzoni proposte in veste inedita. Anzi, dapprima spogliate dei loro arrangiamenti originari, e poi rivestite.

Le canzoni spogliate si lasciano ascoltare solo quando sono sincere e ispirate, altrimenti rivelano soltanto trucchi e miserie.

Già: le canzoni denudate sopravvivono al freddo solo se hanno una tempra resistente. Se sono state scritte bene. Quando le vedi nascere devi curarle con immensa premura, perché decidono loro dove andare. Sceglieranno il percorso, e tu le devi accompagnare verso la musica che pretendono.

In quei teatri dovrà entrare in punta di piedi.

Con umiltà e rispetto. I muri di quei luoghi sono impregnati di tutta l’arte che hanno contenuto nel corso dei secoli. Hanno trattenuto per sempre la musica, la prosa e la poesia che è stata offerta su quei palchi. E tu che ci cammini sopra lo senti. È come suonare un pianoforte di cento, duecento anni. Sai che nelle sue corde sono rimaste impigliate tutte le note che vi sono state suonate. Sei in compagnia di fantasmi illustri, e devi inchinarti a loro.

Di solito i cantautori si comportano in modo più spavaldo.

Non servirebbe a nulla. Chi ha la caratura morale e artistica per atteggiarsi a divo? L’unica cosa da fare è tentare di proporre cose buone. Mostrandosi entusiasti e fiduciosi. Servirebbe un “patentino della passione” per lavorare. Tu mostralo, fammi vedere come lo hai ottenuto, e io deciderò se vale la pena seguirti.

Tre giorni fa è uscito il suo nuovo singolo, 9 primavere, corredato da un video che parla della fine di un amore duraturo. Le canzoni che parlano di sentimenti sono le più rischiose. Il tema è eterno, ma dannatamente usurato.

Il punto non è inventarsi qualcosa di nuovo, ma come dici le cose che provano tutti. Quello fa la differenza.

Poi ci sono le canzoni toste. Come era stata Vietato morire per la violenza sulle donne, e Non mi avete fatto niente sul terrorismo, condivisa con Fabrizio Moro. Quante ce ne possono essere di queste, nella carriera di un cantautore, senza che lo schiaccino con il loro peso?

Non moltissime, immagino. Ma anche qui: i temi importanti non possono essere taciuti, se fanno parte di una quotidianità che ci fa paura. Quando non avremo più bisogno di gridare queste cose saremo in un mondo migliore. E potremo dedicarci solo alle canzoni d’amore.

A proposito: nei giorni scorsi vi siete lanciati messaggi, con Moro. L’amicizia è solida, le consultazioni sono in corso…

(ride) Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Ci sentiamo, sì. Ma il 2019 sarà lungo, calma.

Com’era la storia di voi due che state per presentarvi di fronte alle telecamere a Sanremo?

Fabrizio arriva con un vestito assurdo, sembrava un pescatore. Gli dico: “Dov’è la canna?”. Lui risponde mortificato: “Ma perché, che ha? Me l’hanno regalato ieri…”. Io gli lancio uno sguardo eloquente e lui si arrende, va a cambiarsi, bofonchiando: “Sto rompicojoni…”.

“Qui siamo tra donne”, anche col fango della guerra

Giovedì

Ehi, voi due!, ci ha detto una voce. Bimbe belle! E ora che c’è?, ha brontolato sottovoce Ninco. Erano in due. Una incinta, l’altra tutta in nero, leggermente curva. Aspetta, ma te non sei Ninco?, ha detto quella vestita di nero. Sono io, zia Neli, ha risposto Ninco. Avvicinati un po’, bellina, vieni, ti dispiace? Solo un attimo, cara, su. Dai, andiamo a vedere. Chissà cosa vogliono. Sedevano su una panca all’ombra di un albero. Avevano l’aria di non poterne più, specialmente quella incinta. Fammi un favore, bimba, aiutami a sfilarle le scarpe. Io non riesco a piegarmi. Quella incinta aveva i piedi gonfi. Ninco mi ha passato il cesto e si è accovacciata senza dire una parola. Siamo state dal medico. Ormai è questione di giorni. Però mica ci siamo venute con quelle scarpe lì, figurati: da noi è tutto fango, ha detto quella vestita di nero. E vi hanno lasciate passare?, abbiamo domandato in coro. Sì, quando hanno visto la mia pancia, ha risposto quella incinta, respirando forte. Li abbiamo scongiurati. Con loro c’è un dottore. Mi ha visitata lui. Mamma che piedi gonfi!, ha commentato Ninco. Che vuoi, è la pressione alta, ha detto quella vestita di nero, e ha pure un pochino di febbre. Anche la febbre ci mette del suo. E quando nasce?, ha domandato Ninco, senza alzare lo sguardo. Presto, ha risposto quella incinta. Ormai è questione di giorni, ha detto quella vestita a lutto, e lo vedi anche tu come stiamo combinate. Dove la porto a partorire? Dimmelo tu. A chi domando? Dove vado? Lo sa il Cielo.

Di qua da noi non ci so più dottori. Ma che dottori, cosa dico, non c’è più nessuno. Siamo rimaste soltanto noialtre. Le disgraziate come noi. Ormai il paese è roba di quegli altri, la vita è roba di quegli altri. Hanno preso, hanno passato il confine con la pellaccia intatta, e loro adesso chi li ammazza più? Le poverette come noi, invece, quelle crepano. Mamma, ha detto quella incinta. Io non ci dormo più la notte, non ci dormo: non riesco a chiudere occhio, mi sento che devo montare la guardia. Ho gli strizzoni al cuore. E se adesso inizia? E se inizia? Quando lo aprono, quello stramaledetto corridoio? Devo portarla via di qui, altrimenti non vivo più. Già bell’e morta, sono. Mamma!, ha detto quella incinta, alzando un pochino la voce. Signore pietà, quella vestita di nero si è fatta il segno della croce. Era un peccato camminare nel fango con quelle scarpe. È il solo paio buono che abbiamo, cara, per quello ti abbiamo disturbata. Mica ci potevamo andare con le scarpe infangate, dal dottore. Non sta bene. La donna vestita di nero ha tirato fuori da una borsa un paio di scarpe malconce e le ha porte a Ninco. Macché disturbata, zia Neli, ha detto Ninco. Armeggiava con una fibbia ma non riusciva ad aprirla, tanto i piedi erano gonfi. Dammi una mano, Topi, da sola non ce la faccio. Tieni premuto qui. Mi dispiace tanto, ragazze, ma da noi è tutto fango, è saltata una tubatura, ha spiegato quella incinta. Alla lunga siamo riuscite a slacciare una fibbia. È saltata una tubatura e adesso mezza città è rimasta all’asciutto, ha detto Ninco. Era da lì che prendevamo l’acqua. Hai visto che seno grande le è venuto?, ha commentato quella incinta indicando Ninco con un cenno del mento. Uguale identica a sua madre, poveretta.

Ninco mi ha lanciato un’occhiatina fiera. A me veniva da ridere, però mi sono trattenuta. Quanti anni hai, bimba?, ha domandato quella in nero. Tredici, e Ninco ha guardato dalla mia parte. Mamma santa, ne dimostrerai diciotto, ha commentato quella in nero. Infilale un po’ queste, tesoro, ti dispiace? Ninco ha sganciato la seconda fibbia, le ha infilato senza troppa fatica le scarpe infangate e si è rialzata. Ha passato le scarpe pulite alla donna vestita a lutto, che le ha riposte nella borsa. Sì, ne dimostro diciotto, ha detto Ninco raddrizzando la schiena. Ne ha tredici anche lei, e ha fatto un cenno nella mia direzione. Mamma santa, bimba, ha detto quella vestita di nero. Guarda com’è piccolina questa. Almeno in confronto a te. È una bambina, ha ridacchiato Ninco, non le sono ancora venute. Perché, invece a te sì?, hanno riso le due donne. Come no, già da un anno. Sei una vera donna, allora, ha detto quella incinta. Che ti piglia? Cos’è quella faccia da funerale?, mi ha detto Ninco. Qui siamo tra donne, cara mia, si parla di cose da donne.

Le altre due hanno riso di nuovo. Arrivederci, allora, zia Neli, noi andiamo di fretta. Ninco ha ripreso il cesto. Come sta la nonna?, ha domandato quella in nero. Male, come vuoi che stia, ha risposto Ninco, piroettando per voltarsi dalla mia parte. E ci badi tu? Per forza, se stiamo ad aspettare Zaur. E del papà ci sono notizie? Per quel che ne so sta bene, ha detto Ninco. Poi, quando aprono il corridoio… Buone cose, zia Neli, ha detto Ninco voltandosi indietro. Misericordia, che brutta fine farà quella donna, sola come un cane, ha detto quella in nero.

Gesù e Maria santissima, come siamo combinate! Signore, abbi pietà di noi. Gesù benedetto. Mamma!, ha detto quella incinta. Arrivederci, bimbe. Tante grazie, neh. Siamo ripartite. Lo sai che cosa ti farei?, ho detto io. Eddai, Topelius, falla finita. Ti verranno anche a te. Vengono a tutte. Non mi andava di litigare, altrimenti le avrei allungato un ceffone e sarei scappata via. Hai voglia a corrermi dietro. Allunga il passo, le ho detto. O è il peso delle tette che ti rallenta, povera cara? Ninco ha fatto per dire qualcosa, poi ha cambiato idea. È rimasta in silenzio.

L’Almanacco del giorno dopo a cena

Col piffero la so suonare quasi tutta ed è la mia preferita… la la sol fa fa fa sol la si do do… la sigla dell’Almanacco del giorno dopo. Alle otto meno un quarto, mentre mamma apparecchia per la cena, cascasse il mondo, noi si guarda l’Almanacco. Sul famosissimo suono del flauto scorrono i mesi che raffigurano immagini di mestieri e arti della tradizione contadina: un prisma di acqueforti di un incisore bolognese del ’600, il Mitelli, che si ferma sul mese corrente, associato a un proverbio. “A ottobre c’è un uomo che schiaccia uno scorpione”. Beh si sa, a ottobre da che mondo è mondo gli scorpioni fanno una vitaccia. Boh, io i proverbi non li ho mai capiti. Dopo la sigla appare Paola Perissi in tutta la sua grazia che riferisce il santo del giorno dopo, il sorgere del sole e della luna, e dà informazioni su fiori, frutti e verdure di stagione, oppure su vendemmia, transumanza o la mungitura delle mucche. Mamma rimprovera papà perché si è ancora scordato di prendere il latte, una lite accesa, mio fratello chiede una vacca come regalo di Natale per risolvere il problema alla radice. Io zittisco tutti perché c’è la mia rubrica preferita: Domani avvenne. Lo stesso giorno di centinaia di anni prima avvenne qualcosa, da qualche parte del mondo, che ora per noi può avere un significato speciale. Che bello! E allora la mia fantasia comincia a vagare tra passato e futuro. Chissà! Magari tra due secoli, una famiglia riunita per cena, davanti all’Almanacco, conoscerà un fatto che io ora potrò testimoniare o magari determinare. Mi sento la faccia della donna bionica. Figo, si parlerà di me. Domani avvenne che io… oddio. Che io cosa? Che ansia. Cosa saprò essere, cosa vorrò essere? Cambio canale, sulla Fininvest c’è La casa nella prateria e vorrei essere Laura Ingalls, avere le lentiggini e vivere a Walnut Grove per sempre.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Dall’exilium dell’antica Roma ai fatti di Riace

Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, autore e protagonista di uno dei modelli di accoglienza e di integrazione più virtuosi e apprezzati al mondo (ha riscosso riconoscimenti molteplici e prestigiosi), è al centro di un caso giudiziario tanto singolare quanto controverso, a cominciare dai diversi convincimenti e pronunce di atti degli organi giurisdizionali sinora intervenuti. Caduti numerosi capi d’imputazione contestati dalla Procura della Repubblica di Locri e sottoposto agli arresti domiciliari, ai danni di Lucano ne restano due: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona. In seguito è intervenuta una revisione del provvedimento cautelare restrittivo della libertà con la tramutazione dei domiciliari in stato di libertà ma con divieto di dimora in Riace. Non si tratta, come qualcuno ha asserito, di una forma di confino, quello si irrogava a chi fosse pericoloso; altri vi hanno visto invece una sorta di forma ridotta dell’esilio. I moderni ordinamenti non prevedono pene del genere a differenza di quelli antichi. Nella Roma repubblicana vigeva l’exilium, riservato al cittadino autore di un crimine passibile di pena capitale come estrema ratio per evitarla sino a un attimo prima del giudizio popolare. All’allontanarsi del cittadino seguiva l’“interdizione dell’acqua e del fuoco”. Durante l’impero l’exilium divenne una pena. A ben vedere neppure questo richiamo è congruente: Mimmo Lucano è ancora lontano dal processo (che avrà il suo corso) e ancor più dall’essere condannato. E allora se Lucano non può reiterare il reato o inquinare le prove, perché deve stare lontano dalla comunità che lo ama?