L’uomo bianco che spara al nero oggi è l’eroe del momento

Forse Ezio Mauro, pur sapendo di avere scritto il libro giusto al momento giusto, non avrebbe mai immaginato che una esuberante serie di festeggiamenti avrebbe celebrato il suo eroe. Nel tempestivo libro di Mauro – L’uomo bianco, Feltrinelli – Luca Traini, che forse non è sano di mente (forse non si può essere razzisti fino al punto di tentare una strage per le quiete vie di Macerata ed essere sani di mente) ma certo è assassino, compare già pronto ad uccidere, con le sue armi, le sue munizioni, le sue convinzioni, la sua auto che deve portarlo a scovare, strada per strada, i colpevoli del processo che lui ha già celebrato: colpevoli in quanto neri, in quanto migranti, in quanto hanno osato cercare rifugio in Italia.

Come in un documentario costruito con attenta rappresentazioni dei luoghi e delle sequenze, Mauro ci fa vedere il muoversi per la città del sicario (qui la parola è giusta, Papa Francesco) mentre si prepara ad uccidere. E intanto una ben documentata voice over ci dice, con il linguaggio di una riflessione triste, amara e profonda, che Luca Traini vive in un mondo, politico, umano, morale, che lo sta spingendo a ciò che sta per fare: appena un nero è a tiro, lui sparerà. Un morto e sette feriti (tutti i feriti sono scampati per caso alla strage). È il tempo in cui in Italia tutti i porti sono stati chiusi per impedire sbarchi di chi cerca un rifugio. È il tempo in cui una certa Sara Casanova di Lodi, diventata sindaca di una città che ha anche dato il titolo a un grande romanzo, proibisce la mensa scolastica ai bambini neri, proibisce persino lo yogurt. E il ministro dell’Interno commenta quasi ridendo: “È ora di finirla con i furbetti”. È il tempo in cui, a Bari, una banda di bulli, in linea con questa cultura italiana, cattura un bambino nero (italiano) di otto anni e lo vernicia di bianco. È il tempo in cui fermano il sindaco di Riace che si è messo in testa di accogliere tutti i migranti e di dividere il pane con tutti. Tutti verranno invece deportati (ordini dall’alto) dovunque staranno peggio. E il sindaco viene arrestato.

Ecco, il libro di Ezio Mauro ci racconta, con il filo teso di un racconto che non si può interrompere, come siamo arrivati fin qui, a partire da Calderoli e Borghezio che sembravano soltanto una triste presa in giro della politica. No, adesso, ci spiega Mauro, la politica italiana è questa.

Ulianova ci lascia i preziosi e necessari Giardini dei giusti

Una piccola distesa profumata di tulipani gialli e arancio. Lo stormire quieto delle fronde sotto un sole primaverile. Intorno targhe e cippi dedicati ai giusti della storia. Milano, Monte Stella e musiche di violino. Non poteva essere salutata che così Ulianova Radice, Ulia per gli amici. Ascoltavo le musiche, guardavo i petali diseguali dei tulipani, e pensavo con malinconia che scrivo questa rubrica da nove anni e mai ho parlato di lei; mai l’ho fatta rientrare tra le persone belle da raccontare, nemmeno in quei giorni in cui nessun incontro mi dava un’emozione in più. Un senso di colpa da mordersi le labbra.

Passi la vita a dire che le persone davvero grandi le abbiamo accanto e non le riconosciamo, e poi proprio Ulia non vedi, mentre lei c’è tutti i giorni, là dove si rifanno i conti con la Storia e con le sue ingiustizie, là dove si scoprono grandezze semisconosciute grazie al metro infallibile del bene gratuito reso da un essere umano ai propri simili. Avete mai sentito parlare dei giardini dei giusti, uno dei più grandi movimenti civili e morali degli ultimi decenni, che dall’Italia si è irradiato verso le contrade d’Europa? Ecco, Ulia ne è stata una degli artefici, e forse – sul piano realizzativo – l’artefice principale. È stato il grande dono che la sua vita ha offerto a noi e a un’Italia che da tempo gioca con strambe idee sul progresso del mondo. L’avevo conosciuta, un po’ più giovane di me, tra le file del movimento studentesco. Era colta, riflessiva, una conversazione mai banale. Filosofa, negli anni ’80 era andata a fare la segretaria giudiziaria presso il Tribunale di Milano, dove si occupò dei processi di mafia. Ne scrisse anche per un quotidiano svizzero. Poi iniziò un cammino comune con un altro giovane intellettuale proveniente dalla temperie sessantottina: Gabriele Nissim, uno dei primissimi a studiare e sostenere la resistenza morale nei regimi dell’Europa dell’Est, a mettersi in contatto con i protagonisti della Primavera di Praga, di Carta ’77, di Solidarnosc, del dissenso nel mondo comunista.

Da lì la scoperta del salvataggio degli ebrei bulgari da parte del vicepresidente del parlamento di Sofia, Dimitar Peshev, il grande tema dei Giusti, e l’incontro con Moshe Bejski, il magistrato israeliano che del tema dei giusti era diventato il simbolo. Con Gabriele e pochi altri amici fondò nel 2001 un’associazione, Gariwo, che cercò di rendere popolari questi temi, specie tra i giovani, trovando l’appoggio di insegnanti e intellettuali, e anche del comune di Milano.

Obiettivo: valorizzare le storie di coloro che davanti ai genocidi e ai crimini contro l’umanità non sono stati inerti ma hanno difeso i diritti più sacri, testimoniato la verità, salvato la vita e la dignità umana. Abbracciò la causa dell’Olocausto, ma riuscì ad allargare il concetto di “giusto” andando oltre la memoria della Schindler’s list e la tradizione ebraica. Con passione e coerenza intellettuale ne fece un concetto universale, fino a volervi includere i giusti caduti contro la mafia. Una prospettiva straordinariamente nuova. Che incrociò la battaglia per la memoria delle vittime innocenti di mafia condotta da don Ciotti, che lei volle incontrare. Per questo ora nel giardino realizzato a Monte Stella, a San Siro, c’è un albero anche per Rocco Chinnici. Spiegò mesi fa in un libro sul ’68 curato dall’amico Giovanni Cominelli: “I Giusti sono gli uomini e le donne che si sono assunti una responsabilità nella difesa dei diritti umani. Sono un esempio per i giovani, devono diventare la loro ‘educazione sentimentale’ verso il mondo”. E volle chiarire: “Abbiamo proposto il messaggio dei Giusti come antidoto contro l’indifferenza e la mancanza di responsabilità, che spesso la società politica e quella civile manifestano”. Rivendicando con la fierezza di chi sapeva quanto lavoro fosse stato necessario: “Abbiamo ottenuto dal Parlamento europeo l’istituzione di una giornata, il 6 marzo, da dedicare a questo messaggio; il senato italiano ha approvato in via definitiva la legge che fa del 6 marzo anche la giornata italiana dei Giusti dell’Umanità; più di cento Giardini dei Giusti sono nati in Italia e in Europa. Abbiamo costruito un movimento culturale che si sta consolidando in profondità, trasversale e anti-ideologico”.

Aveva ragione. Nello stridore di un mondo impazzito creò una delle cose più nobili che si potessero pensare. E io, che lo sapevo, come ho fatto a non scrivere una riga su di lei per tutto questo tempo?

Se “Bla bla car” e “Airbnb”
sono vietati agli stranieri

Cara Selvaggia, ti scrivo per raccontarti un breve aneddoto che riguarda un mio amico di origini palestinesi, Feras, 29 anni, che vive a Modena da dieci anni e che si è integrato perfettamente grazie anche al suo carattere simpatico e socievole. Oggi ha deciso di trascorrere il prossimo week end a Torino e ha cercato alloggio su airbnb. Le procedure sono state le seguenti: ha prenotato, l’host doveva confermare, ma poi ha rifiutato. Quattro volte in quattro alloggi differenti. Senza vittimismi ne ha preso atto e ha deciso di chiamare airbnb riferendo l’accaduto, e gli é stato risposto di scegliere l’opzione della prenotazione immediata, senza attendere conferma dall’host, e così ha fatto. Ma anche questo host l’ha chiamato dicendogli che la camera non era più disponibile. Poi per le regole del sito ha dovuto accettare la prenotazione ma intanto ci ha provato. La stessa cosa é accaduta sempre oggi mentre cercava un passaggio tramite “bla bla car”: ha prenotato il viaggio e dopo poco gli hanno riferito che il viaggio non si faceva più. Trovi sia un caso? Quello che si prova è dispiacere, e tanta, tantissima voglia di andare altrove.

Yasimin

No, non credo sia un caso. Una mia amica straniera (e ricchissima) fatica anche a prendere appuntamento in alcune agenzie immobiliari per comprare una casa. Colpa del suo accento. Poi chiarisce l’entità del suo conto in banca, e magicamente l’appuntamento è fissato di lì a mezz’ora. Sono tempi difficili. Auguro a questi proprietari selettivi di avere come clienti quei bravi italiani che si portano via asciugamani dell’hotel e lasciano dieci ditate unte di pizza sulla testata in tessuto del letto.

Un’adozione difficile “Nostra figlia ci chiamava Hitler e Mussolini”

Gentile Selvaggia, se un giorno dovessi finalmente decidere di scrivere un libro sulla storia della mia adozione finita lo intitolerei senza remore Hitler e Mussolini. Teneva memorizzati così sul cellulare i numeri di telefono dei suoi genitori mia figlia all’età di 16 anni. Per lei noi eravamo Hitler e Mussolini perché volevamo il rispetto delle regole, la condivisione della famiglia e del vivere civile quotidiano. La nostra avventura piena di entusiasmo era cominciata nel giugno 2010 quando partimmo alla volta del Brasile per allargare la famiglia. I figli purtroppo non erano venuti naturalmente: prima una gravidanza che si rivelò un falso allarme e poi una serie di fecondazioni assistite fallite ci avevano prostrati psicologicamente. Eravamo carichi di belle speranze, eravamo pronti a una nuova vita con, chiamiamoli così, Mariana e Fabio. Lei aveva 11 anni e fin dall’inizio si mostrò sospettosa verso di noi. Tant’è che mia moglie, una notte mi disse che era meglio tornarsene senza di loro, che lei ci avrebbe creato dei problemi, non si sarebbe mai attaccata a noi. Io le obiettai che il tempo è galantuomo. Il tempo fu una carogna insaziabile. Mariana venne in Italia, aveva sempre il volto triste. Stava ore e ore chiusa nella sua cameretta, spesso faceva disegni o scriveva lettere alla mamma naturale morta. Nei primi tempi ci avvalemmo dell’aiuto di una psicologa dell’Asl che però non rilevò particolari disagi. Fabio era (ed è) più aperto, solare. La nostra grande gioia. Mariana già dalle elementari stava sempre con i ragazzi peggiori. Una volta mia moglie la rimproverò perché era tornata tardi a casa e lei le urlò in faccia con un incredibile astio: “Ma chi cazzo sei? Tu per me non sei nessuno”. Mia moglie ci rimase così male che le annullò la festa di compleanno che le stava organizzando. E a proposito di feste giungiamo all’epilogo. Quando fece 18 anni volle festeggiare solo con la famiglia ma a patto che, tagliata la torta, tagliasse anche la corda con il suo ragazzo. Per restare a dormire da lui. Per lei era l’unica scappatoia verso la libertà, le aveva promesso di mantenerla dandole affetto e un tetto. A malincuore accettammo. Tornò il giorno dopo in uno stato pietoso. Si fece la valigia e se ne andò da lui. Dopo quattro giorni mi scrisse che voleva tornare a casa. Le facemmo da albergo ancora per un po’: stava tutto il giorno con il telefonino in mano e lasciava la cameretta solo per venire a pranzare e cenare. A un certo punto lei tornò alla carica con una sua vecchia idea: mettetemi in casa famiglia. E rincarò la dose: “Per voi non provo né amore né odio ma solo indifferenza”. È l’agosto 2017 quando le nostre strade si dividono: va in casa famiglia e studia per l’esame di riparazione che supera . Poi però la trovano positiva al controllo sull’uso di sostanze stupefacenti. Nel frattempo lascia la scuola e cerca lavoro come cameriera. Ora ci godiamo gli ultimi mesi da bambino di Fabio. Già si intravede in lui il cambiamento: risponde con protervia, ci manda a quel paese. Però fin quando ci sarà lui avremo ancora un pochino non dico di gioia ma di ragione di vivere.

Caro M., i figli difficili, contorti, astiosi, ribelli capitano quando non arrivano da un istituto lontano migliaia di km, dopo un’infanzia difficile, ma pure quando se ne sono stati mesi nella tua placenta. Credo che dovresti partire da qui. Dal non dare la colpa di quello che è Mariana al passato di Mariana. Lascia che la sua ostilità si stemperi con la distanza. Falla sbagliare, falla scappare, lascia che sia la vita a darle lezioni anziché mamma Hitler e papà Mussolini. Tornerà.

Se “Bla bla car” e “Airbnb”
sono vietati agli stranieri

Cara Selvaggia, ti scrivo per raccontarti un breve aneddoto che riguarda un mio amico di origini palestinesi, Feras, 29 anni, che vive a Modena da dieci anni e che si è integrato perfettamente grazie anche al suo carattere simpatico e socievole. Oggi ha deciso di trascorrere il prossimo week end a Torino e ha cercato alloggio su airbnb. Le procedure sono state le seguenti: ha prenotato, l’host doveva confermare, ma poi ha rifiutato. Quattro volte in quattro alloggi differenti. Senza vittimismi ne ha preso atto e ha deciso di chiamare airbnb riferendo l’accaduto, e gli é stato risposto di scegliere l’opzione della prenotazione immediata, senza attendere conferma dall’host, e così ha fatto. Ma anche questo host l’ha chiamato dicendogli che la camera non era più disponibile. Poi per le regole del sito ha dovuto accettare la prenotazione ma intanto ci ha provato. La stessa cosa é accaduta sempre oggi mentre cercava un passaggio tramite “bla bla car”: ha prenotato il viaggio e dopo poco gli hanno riferito che il viaggio non si faceva più. Trovi sia un caso? Quello che si prova è dispiacere, e tanta, tantissima voglia di andare altrove.

Yasimin

 

No, non credo sia un caso. Una mia amica straniera (e ricchissima) fatica anche a prendere appuntamento in alcune agenzie immobiliari per comprare una casa. Colpa del suo accento. Poi chiarisce l’entità del suo conto in banca, e magicamente l’appuntamento è fissato di lì a mezz’ora. Sono tempi difficili. Auguro a questi proprietari selettivi di avere come clienti quei bravi italiani che si portano via asciugamani dell’hotel e lasciano dieci ditate unte di pizza sulla testata in tessuto del letto.

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

“Predatori omosessuali” e Chiesa: Viganò e le omissioni sulla lobby gay

Continua, inarrestabile, l’epistolario di monsignor Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio apostolico che accusa Bergoglio (a scoppio ritardato) di non aver fatto nulla contro l’omosessualità clericale (lo scandalo del cardinale McCarrick, in primis). La lettera è la terza della serie ed è stata rilanciata dal solito network italiano anti-francescano, formato da autorevoli vaticanisti amanti della Tradizione.

Viganò, a dire degli analisti più consumati, avrebbe fatto un passo indietro rispetto all’obiettivo della spallata al pontificato, cioè le dimissioni di Bergoglio, e si limita a puntualizzare alcune circostanze nel suo scontro coi vertici del Vaticano. Ed è per questo che la parte più interessante della missiva, che Viganò definisce “testimonianza”, è quella relativa al contesto generale della Chiesa negli ultimi tre lustri. In pratica, l’esistenza di un’atavica lobby gay negli ambienti della Curia.

L’affermazione più efficace e controversa allo stesso tempo è questa: “È accertato che i predatori omosessuali sfruttano il loro privilegio clericale a loro vantaggio. Ma rivendicare la crisi stessa come clericalismo è puro sofisma. È fingere che un mezzo, uno strumento, sia in realtà la causa principale”. In maniera contorta, Viganò tenta di spezzare l’equazione clericale uguale omosessuale. Per un motivo sottile: il fronte che sostiene le sue accuse a papa Francesco è definito infatti come clericale, oltre che tradizionalista o fariseo.

Non solo. Nella sua elencazione di fatti e persone, il monsignore incappa in un’evidente contraddizione che mina alla base i suoi dossier. Deve tentare, cioè, di omettere o minimizzare le responsabilità del silenzio vaticano sulla lobby gay che risalgono al pontificato di Ratzinger e quindi alla gestione della Segreteria di Stato del cardinale Tarcisio Bertone. Quel Bertone che fu protagonista delle denunce di Viganò nella convulsa fase che fece da preludio alle dimissioni di Benedetto XVI nel 2013.

Ecco il punto, allora: proprio le rivelazioni di Viganò cinque anni fa tratteggiarono un quadro inquietante della Curia che sicuramente contribuì alla clamorosa rinuncia di Ratzinger. Ma oggi il monsignore edizione 2018 sembra essersene dimenticato.

È il sogno erotico dei sovranisti dove contano solo i risentimenti

All’inizio degli anni Ottanta, la bambola gonfiabile di Maggie Thatcher con reggicalze e frustino era uno degli articoli più richiesti nei sexy shop inglesi. Ci abbiamo messo un po’, ma alla fine anche noi abbiamo generato i nostri idoli fetish: le sindache leghiste, il sogno erotico dell’Italia sovranista dove non contano più i sentimenti ma solo i risentimenti. Pugnaci, sfacciate, cuore di pietra e spray al peperoncino in mano, Susanna Ceccardi, Sara Casanova e le altre Padanity Jane che riempiono le cronache con le loro guasconate securitarie e razziste, hanno capito che l’unico modo per farsi rispettare dai maschi è mostrarsi più forti di loro, o almeno più spaccone.

Dai tempi di Boudicca, la regina britanna che guidò il suo popolo contro Roma, alle zuffe da cortile della nostra infanzia, vince la femmina che si appropria del codice dei maschi (ritenendolo superiore) e lo applica con più veemenza di loro, menando, sbraitando, insultando e infischiandosene di quello che possono pensare di lei le amichette perbenino e gli sgobboni con gli occhiali, dei quali peraltro è l’inconfessabile fantasia ormonale (il famigerato test da ombrellone dell’Espresso sul fare sesso con Santanché “per zittirla” e con Le Pen “per sculacciarla” fa il paio con le fantasie sadomaso di salviniani e grillini su Laura Boldrini). Delle sindache e assessore leghiste non ci piacciono le idee e ancora meno gli atti, eppure non possiamo fare a meno di domandarci: perché a sinistra ci sono meno donne disposte a cagare il cazzo per difendere il diritto dei bimbi alla mensa, di quante ce ne sono a destra capaci di farlo per negarglielo? Abbiamo paura delle contumelie sessiste degli avversari, o piuttosto del conformismo obliquo e ipocrita dei nostri compagni?

Uffa, se “le cattive ragazze vanno dappertutto”, come diceva Ute Lehnardt, perché non ne arriva qualcuna anche da noi?

Una realtà ottusa e retrograda ci porta indietro di oltre un secolo

Sono fiere e caparbie, tutte “heimat, patria, focolare, radice della comunità”, come ha scritto di loro Flavia Perina. Sono le consigliere, sindache e assessore leghiste, donne di destra “che non optano mai per la via più breve e agevole”, come ha detto la loro collega assessora di Fratelli d’Italia Sonia Avolio mentre si dimetteva dopo aver detto della conduttrice Cristian Parodi “che non sa neanche quante corna abbia”.

Politiche che da un lato non vogliono essere chiamate “deputata” e “consigliera”, “ma solo deputato, punto”, come ha puntualizzato la bergamasca Claudia Maria Terzi, dall’altro però attaccano la parità rivendicando la differenza tra i sessi. La donna, si presume, dovrebbe essere vestale della cura e dell’accoglienza. Peccato che, al contrario, queste esponenti leghiste sfoderino una ferocia – ma forse, chissà, è una lealtà ottusa a regole e programmi, ancora peggio – che manco una dozzina di colleghi maschi messi insieme: attaccano le piste ciclabili perché fatte apposta per gli immigrati, come la segretaria provinciale della Lega Patrizia Ovattoni, espellono i bambini stranieri dalle classi, come il sindaco di Monfalcone, rendono inaccessibile bus e mensa agli immigrati, come Sara Casanova a Lodi, vietano centri islamici e moschee alla faccia della libertà religiosa, appendono crocifissi, irridono le vittime dell’olocausto e i gay, come il sindaco Cristina Bertuletti, (nota autrice dell’hastag #chessinculino). E poi si oppongono alle quote rosa, non sapendo che senza quelle quote sarebbero rimaste a casa a stirare le camicie. Attività che comunque dovrebbero alacremente praticare, visto che la first Lady Isoardi l’ha indicata come espressione massima dell’amore tra l’uomo e la donna. Dimostrando come Instagram possa riportarci indietro di un centinaio d’anni. Alla faccia del nuovo (femminile) che avanza.

Non bastava papà, c’è Pairetto junior

Se l’organizzazione arbitrale italiana ha mantenuto tra le sue fila, nelle vesti di osservatore degli arbitri per il Comitato Regionale del Piemonte e della Valle d’Aosta, un personaggio come Pierluigi Pairetto, 66 anni, l’ex arbitro e l’ex designatore coinvolto nello scandalo di Calciopoli e condannato, prima delle prescrizione intervenuta nel 2015, per la sua connivenza con Moggi (che “appare gravissima alla luce della evidente lesione del principio di terzietà”, si legge nella motivazione), condannato dalla Corte dei Conti a risarcire con 800 mila euro la Figc per il grave danno d’immagine procuratole; se l’organizzazione arbitrale, dicevamo, ha ritenuto opportuno conservare tra le sue fila un personaggio così, ciò significa che nel pollaio del calcio italico tutto è possibile; anche continuare a vedere all’opera il figlio di cotanto padre, e cioè Luca Pairetto, 34 anni, alla sua terza stagione da arbitro di serie A, un vero e proprio Attila dei regolamenti, un fischietto da partite scapoli-ammogliati buono a dirigere, al massimo, le sfide tra il rag. Fantozzi e il rag. Filini. Mica partite vere.

Invece no. Poiché Luca è addirittura nipote d’arte (prima di papà Pierluigi anche nonno Antonio sgambettava fischiettando), ecco che il calcio italiano, già martoriato di suo, deve sottoporsi alla tortura delle sue direzioni.

L’ultima risale a sabato, Roma-Spal 0-2. Manca un quarto d’ora alla fine, la Spal è avanti di due gol e il suo portiere, Milinkovic-Savic, perde tempo prima di rimettere il pallone in gioco: Pairettino lo ammonisce. Il portiere, che ha il pallone tra le mani, scuote la testa con disappunto; poi si avvia a riprendere il gioco e poiché sul prato è già stato sistemato un pallone, getta il suo fuori dal campo. Pairettino è voltato e non vede nulla; ma un assistente, via auricolare, gli comunica che il portiere della Spal si è sbarazzato del pallone con gesto rabbioso. Non sia mai! A calcio si gioca con un solo pallone e se in campo ce ne sono due uno è di troppo, è vero; ma i modi con cui te ne sbarazzi sono importanti e Pairettino – che non per niente in carriera si è fatto la nomea del duce – pretende che i calciatori trattino la palla come la tratterebbe Pia (Amanda Sandrelli), la ragazza di Frittole innamorata di Mario (Massimo Troisi) al quale insegnava il gioco della palla gettandola delicatamente al cielo e riacchiappandola. Il perfido portiere ha invece gettato via la sfera in malo modo: e insomma, non si tratta così un povero pallone! Ergo: secondo cartellino giallo ed espulsione. Per maltrattamento della palla, appunto.

Se avete due minuti di tempo, cercate su Youtube il filmato di Lanciano-Siracusa 1-0 (21 maggio 2012). È la partita dei playoff di Lega Pro che valse al nostro eroe, a fine stagione, la promozione ad arbitro di serie B. A un certo punto vedrete Pairettino ammonire i due capitani, Baiocco del Siracusa e D’Aversa del Lanciano, salvo ricordarsi poi che D’Aversa è già stato ammonito e dovrebbe quindi essere espulso. Allora il prode Luca si spaventa e dice no, sim sala bim, non c’è trucco, non c’è inganno, ammonizione ritirata! E zac, come d’incanto il cartellino giallo scompare.

La domanda è: ci fermiamo qui o il nostro destino è quello di sorbirci anche la quarta generazione dei Pairetto arbitri? Un po’ di pietà, per favore!

Dalla Brexit alla Brino, l’addio all’Ue di nome ma non di fatto

A soli cinque mesi dalla data prevista per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la Brexit è incagliata sugli scogli del mar d’Irlanda. La “backstop”, il meccanismo che lascerebbe l’isola irlandese senza frontiere tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord dal 2021 anche in mancanza di un accordo sull’uscita del Regno Unito, si è rivelata inattuabile. A opporsi alla backstop è soprattutto il Partito unionista democratico (Dup), l’agguerrita pattuglia di unionisti dell’Irlanda del Nord che tiene in pugno il primo ministro Theresa May. Senza il loro voto il governo May, privo di una maggioranza parlamentare, non può far nulla, tantomeno far passare al Parlamento britannico un accordo con Bruxelles percepito come avverso agli interessi degli unionisti di Belfast. Il Dup considera anatema qualsiasi differenziazione dell’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito. L’alternativa proposta dalla May è di mantenere l’intero Regno Unito nell’unione doganale per un periodo limitato. Al vertice Ue del 17 ottobre ha proposto di prolungare di un anno la transizione, portando la data di uscita effettiva alla fine del 2021, più di cinque anni dopo il referendum sulla Brexit.

Mantenere l’intero Regno Unito nell’unione doganale scioglierebbe d’un colpo, almeno temporaneamente, il viluppo di nodi comprendente l’accesso ai mercati finanziari europei per la City di Londra, i diritti di scalo e collegamento per le compagnie aeree britanniche, l’approvvigionamento di medicinali, l’importazione di derrate alimentari e le forniture in real time all’industria automobilistica del Regno Unito. Ma in questo momento nel Regno Unito la ragione non basta e non vale.

La nazione che ha dato al mondo la democrazia parlamentare, lo stato di diritto, la libertà di stampa e di espressione, dall’estate del 2016 è in preda a ideologia, nazionalismo e populismo. E la May, oltre a essere in pugno al Partito unionista democratico, lo è anche alla frangia euroscettica del Partito conservatore. Questa, capeggiata dai vari Boris Johnson, David Davies, Michael Gove e Jacob Rees-Mogg. Sono questi signori ad aver condotto una campagna fuorviante e menzognera per il referendum del 2016, a partire dall’infame promessa di 350 milioni di sterline alla settimana per il Nhs, il servizio sanitario nazionale. Tutti costoro si sono dileguati alle prime difficoltà, continuando però a opporsi a qualsiasi compromesso.

E quindi la Brexit slitta. Il vertice di ottobre, che avrebbe dovuto siglare l’accordo di massima sull’uscita del Regno Unito e definire il futuro rapporto con gli altri 27 dell’Ue, non è approdato a nulla. Ora si aspetta il vertice del 13 dicembre. Ma un accordo a dicembre imporrebbe una tempistica quasi impossibile per l’iter di approvazione parlamentare. Westminster chiude i battenti per le vacanze di Natale il 21 dicembre e riapre l’8 gennaio. Con la data di uscita al 19 marzo, non si capisce dove il Parlamento di Westminster troverebbe il tempo per dibattere e votare in modo informato l’eventuale accordo negoziato dalla May a Bruxelles. E forse la strategia della May è questa: ritardare il tutto fino a quando non ci sarà più tempo per un vero vaglio parlamentare e allora far passare il suo compromesso agitando il rischio di un collasso economico totale.

Il compromesso che la May ha in mente potrebbe consistere nel non vincolare il periodo di transizione a una data, ma a delle condizioni. Per esempio, a quando delle ipotetiche nuove tecnologie consentiranno di effettuare controlli doganali e fitosanitari senza bisogno di una frontiera fisica tra l’Ue e il Regno Unito. Allora e solo allora la Brexit diventerebbe effettiva.

È questa la Brexit che si farà: una Brexit fatta di mille compromessi e condizioni. Una Brexit che consentirà a Londra di salvare la faccia e uscire formalmente da quell’Ue che le ha dato quarantaquattro anni di crescita economica, stabilità e pace. Quarantaquattro anni nei quali il Regno Unito ha potuto seguitare a svolgere un ruolo di potenza geopolitica e geostrategica ben superiore alle sue oggettive capacità e peso poiché fungeva da ponte tra “l’anglosfera”, gli Stati Uniti in primis, e l’Unione europea. Ne uscirà quindi geopoliticamente indebolito, oltre al danno economico che in gran parte sta già subendo. La Brexit è una chimera, ma i suoi danni sono reali. Dal referendum dell’estate del 2016, la sterlina si è svalutata con punte del 20% rispetto al dollaro e del 15% rispetto all’euro, l’economia del Paese è bruscamente rallentata e ha ora il tasso di crescita più basso d’Europa fatta salva l’Italia, mentre gli investimenti dall’estero crescono, ma al tasso più basso da otto anni in qua.

Sebbene il Paese abbia ormai capito di aver votato contro i propri interessi al referendum, da ex impero e isola qual è non può accettare di essere pubblicamente umiliato. Anche chi al referendum aveva votato per rimanere nell’UE, adesso accetta che la Brexit s’ha da fare. Sarà, però, di nome e non di sostanza: una Brino cioè, una Brexit In Name Only. Il Regno Unito sarà fuori dall’unione doganale, ma vincolato dalle sue regole per un periodo da definire, giuridicamente indipendente ma volontariamente soggetto alla giurisprudenza della corte europea, con la questione dell’Irlanda del Nord che rischia ancora di far saltare tutto.

Torino, Appendino comincia la battaglia su piazza San Carlo

Omicidio colposo, lesioni aggravate colpose e disastro. Da domani la sindaca Chiara Appendino e altre quattordici persone dovranno difendersi da queste accuse per evitare il processo. Nei loro confronti la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per gli incidenti avvenuti in piazza San Carlo il 3 giugno 2017, quando di fronte al maxischermo con la finale di Champions League, Juventus-Real Madrid, ondate di panico provocarono più di 1.500 feriti e una vittima, Erika Pioletti, deceduta in ospedale dodici giorni dopo i fatti. Sarà certamente un momento difficile per la sindaca dei Cinque stelle. Alcuni avvocati delle tantissime persone offese che si costituiranno parte civile nel processo sono pronti a chiedere al giudice di riconoscere il Comune di Torino come responsabile civile: questo significa che, se mai si dovesse arrivare alla condanna di amministratori, funzionari e dipendenti, la Città dovrà risarcire le parti civili e ci sono 396 feriti che hanno sporto querela. Dopodiché, quando il Comune avrà pagato, la procura della Corte dei conti potrà avviare un procedimento per rivalersi sugli amministratori e quindi anche su Appendino.

Su un altro fronte circa cinquecento persone hanno chiesto un indennizzo direttamente alla Città, ma le compagnie assicurative hanno chiesto all’amministrazione di congelare tutte le trattative per i risarcimenti in corso al momento perché ritengono che l’esito del processo sia molto incerto. Una stima attendibile dei risarcimenti ancora non c’è, ma si ipotizzano diversi milioni di euro da pagare.

Da due settimane, inoltre, i consiglieri comunali del Partito democratico stanno cercando di ottenere la costituzione di parte civile del Comune di Torino, affinché non passi soltanto l’idea di una città responsabile dei fatti, ma anche l’immagine di una città profondamente danneggiata da quell’incidente. Essendo la sindaca tra gli indagati, la giunta avrebbe dovuto nominare un curatore speciale per occuparsi della vicenda. Tuttavia la mozione per discutere questo tema è stata respinta dal Movimento 5 Stelle: “Alla vigilia dell’udienza preliminare usarla (la costituzione di parte civile, ndr) per battaglie politiche, come sta cercando di fare una parte delle opposizioni, è inaccettabile”, aveva dichiarato la capogruppo Valentina Sganga. Se mai se ne dovesse discutere, avverrà soltanto a udienza preliminare cominciata. In un parere del segretario generale del Comune, Mauro Penasso, si legge che se la città fosse ritenuta responsabile civile e si costituisse anche parte civile, si dovrebbero preparare “difese divergenti e per loro stessa natura non compatibili”. Una delle soluzioni possibili, proposta dal capo dell’avvocatura del Comune, è la costituzione di parte civile della Città di Torino nell’eventuale processo contro la banda di baby-rapinatori che – sostengono gli investigatori – quella sera scatenò l’ondata di panico utilizzando uno spray al peperoncino per mettere a segno alcuni scippi.