Macchinisti 1 – Trenitalia 0: vinta la lotta degli indennizzi

Il macchinista del treno deve essere pagato come macchinista, cioè 12 euro l’ora. Non importa che sia alla guida del locomotore sui binari o che prepari la macchina per il viaggio. È lo stesso che sposti il locomotore dal deposito alla stazione o che rimanga disponibile in stazione aspettando che il treno si rimetta in moto. Detta così sembra un’ovvietà. Non per Trenitalia, però, che per anni ha sostenuto il contrario rifiutandosi di pagare il dovuto considerando come un tempo morto, senza valore, il tempo in cui il treno sta fermo e i macchinisti non siedono fisicamente sulla poltrona della locomotiva in posizione di guida.

Più volte i sindacati, in particolare la Uil Trasporti, hanno ammonito l’azienda che in questo modo stava violando non uno, ma due contratti di lavoro (2012 e 2016). E alla fine ci si è trovati davanti al giudice: un macchinista dell’Alta velocità si è rivolto al Tribunale di Milano che ha dato torto a Trenitalia. Si tratta di una sentenza di primo grado e le Fs con una nota al Fatto la contestano sostenendo che si basa “su un’interpretazione solo parziale delle norme… e non coglie la reale volontà delle parti firmatarie dei contratti”. Secondo Fs si dovrebbe considerare la differenza che c’è tra treno e mezzo di trazione e tra condotta e manovra.

Non è una distinzione solo semantica, dietro c’è la sostanza della faccenda. Secondo le Ferrovie il treno e la condotta, cioè la guida, sono roba da macchinisti e quindi impongono una retribuizione più elevata; il mezzo di trazione (per spingere il treno dal deposito alla stazione) e la manovra riguardano altre categorie professionali meno remunerate. Il punto è che 6 anni fa, quando sindacati e azienda si confrontarono per il rinnovo contrattuale, furono proprio le Fs allora guidate da Mauro Moretti a insistere perché ai macchinisti fosse riconosciuto e pagato anche il lavoro non strettamente passato alla guida.

Allora ritennero che dal loro punto di vista era conveniente. I sindacati accettarono perché per i macchinisti gli indennizzi proposti erano la vera miglioria introdotta dal contratto. Le Ferrovie poi si accorsero di aver sbagliato e decisero di non pagare quanto era stato pattuito.

Adesso le Fs hanno annunciato appello. Intanto, però, hanno dovuto mettere mano alla cassa e pagare al macchinista dell’Alta velocità le spettanze relative agli ultimi 5 anni (più indietro nel tempo non si poteva andare per legge): 13mila euro lordi. Nell’ambiente ferroviario la notizia si è sparsa con la velocità della luce e i sindacati ora stanno esaminando con i macchinisti i diari di bordo degli ultimi 5 anni per poi fare ricorso. In fila ci sono migliaia di lavoratori.

I macchinisti interessati sono più di 4 mila, 700 dell’Alta velocità, 800 degli Intercity e dei convogli a media e lunga percorrenza e il resto dei treni regionali. Per questi ultimi, in particolare, la faccenda è di notevole importanza. Sui treni regionali si accumula la maggior parte di quei tempi di lavoro che Trenitalia si ostinava a considerare senza valore. Secondo i sindacati l’offensiva dei macchinisti alla fine potrà costare a Trenitalia la bellezza di oltre 4 milioni.

L’onda nera di Milano: i “nuovi” fascisti a caccia di comunisti e migranti

Al Mac Mahon la Gilda del Giovanni Testori ora è un travestito che all’angolo con piazza Pompeo Castelli sorride ai clienti. Tempi che cambiano. Costumi e non solo. Milano laboratorio sociale per l’Italia. Avamposto da sempre per comprendere ciò che sarà. La politica e i suoi estremi. Rivoli carsici pronti a emergere e a esondare. Eccolo allora il neofascismo meneghino che conquista strade e quartieri. Una risacca nera potente che, iniziata prima delle elezioni del 4 marzo, ancora non si è fermata. Prende tutto, anche le scuole, oltrepassa i confini del centro, si prende periferie e provincia: Legnano, Abbiategrasso, Lodi. Bandierine su una mappa che la Questura tiene costantemente aggiornata. Milano nera, dunque. Forte del legame di idee con il capo del Viminale che in città si vede spesso, sempre con scorte e cordoni di sicurezza. Non c’è solo Matteo Salvini, c’è anche Gianluca Iannone, leader di Casapound che vive stabilmente in città. E certo, si ragiona in Questura, la presenza del capo dà fiducia.

Torniamo allora in via Mac Mahon, tra piazza Prealpi e piazza Pompeo Castelli. Zona rossa da sempre. Anarchica anche. Qui il 30 aprile 2015, poche ore prima delle devastazioni del primo maggio, la polizia sequestra mazze e bastoni. Via De Predis covo rosso. Ora però molto è cambiato, Casapound qui è arrivata in forze. Ha cavalcato il disagio, ha dato sostegno ai comitati di quartiere, rubricando a sua battaglia anche la questione degli sfratti. “Basta stupri vendichiamoci” e poi ancora insulti ai “rossi”. I muri dei palazzi sono un tazebao privilegiato per annusare i cambiamenti. Senza contare le azioni criminali. Quella di via Bramantino. Qui il 15 settembre è stata devastata la scuola di cultura popolare. Un luogo prezioso per i migranti. Non la pensa così un gruppo, allo stato ancora ignoto, che nella notte spacca tutto e lascia sui muri scritte omofobe e naziste, svastiche anche e slogan pro Salvini.

Azione che, va detto, il ministro ha subito criticato. Non distante dal Mac Mahon, in viale Certosa che corre veloce verso il cimitero Maggiore, la buriana nera soffia fastidiosa. In via Pareto, tra birre, strette di mano vigorose e saluti fascisti. Luogo privilegiato degli Hammerskin, movimento internazionale al quale quello milanese (il più numeroso in Italia assieme ai veneti) è legato da anni. Hammerskin e Lealtà e azione, microcosmo ristretto e iniziatico. Qui, tra negozi di lapidi e fiori, nel 2007 sorse il centro sociale Cuore nero. Il tempo di fare i lavori e la notte prima dell’inaugurazione tutto andò a fuoco. Dopo 11 anni ancora non c’è il colpevole.

Nella galassia nera, poi, le tematiche anti-migranti sono condivise. Il caso della caserma Montello di via Caracciolo ha dato fuoco alle polveri di un solidarismo nero con Casa pound e Lealtà azione a puntellare con cortei e manifestazioni i neo nati comitati di zona. Oggi nella caserma i migranti non ci sono più. Ma quella protesta è servita a dare forza al proselitismo neofascista. E poi ci sono le sedi.

Bandierine nere sulla mappa di Milano: Forza Nuova, Casa Pound, Lealtà e azione, da via Govone a via Lauria, fino a via Palmieri, quartiere Stadera, non lontano dal Gratosoglio dove ci sono immobili occupati da gruppi antagonisti. Senza contare il mondo della scuola. Anche qui la risacca è arrivata. Diversi i consigli di istituto dove vi è presenza di membri del Blocco studentesco espressione di Casapound. Si tratta, in particolare, di istituti tecnici della periferia, tra Lambrate e Quarto Oggiaro. Solo nel maggio scorso, circa 200 studenti dell’istituto Vespucci per protestare contro le condizioni di degrado della loro scuola sono scesi in corteo con bandiere e simboli politicamente ben definiti. Idee neofasciste vengono propagandate anche allo stadio. Due i luoghi individuati dalle forze dell’ordine.

La curva Nord dell’Inter e soprattutto la curva dell’Hockey Milano, dove, durante le partite dello scorso campionato campeggiavano i simboli di Casapound. È in questo settore che da poco tempo, gli investigatori hanno fotografato il ritorno di vecchie conoscenze dei Nar e di Terza posizione. Ultras, e movida anche. Il fenomeno è recentissimo e viene monitorato dalla Questura. Si tratta di gruppi di giovani legati all’area nera che girano per lo più nella zona di corso Garibaldi e corso Como. Spesso hanno caschi e bastoni e spesso, come successo solo pochi mesi fa, non si fanno remore ad attaccare ragazzi al grido: “comunista di merda”. Milano nera e non solo. Visto che la provincia attorno appare solidale. Abbiategrasso, Legnano fino a Sant’Angelo Lodigiano dove sabato scorso si è tenuta la festa regionale di Casapound. Tra gli invitati Gianluca Iannone e l’avvocato Augusto Sinagra, candidato alle politiche scorse per Casa pound, nonché difensore di Licio Gelli e di alcuni colonnelli del regime argentino di Videla. Ovviamente non è mancato il nazirock di gruppi come i Topi Neri e Ddt. È Milano nera.

Poi c’è Cr7 che segna ancora, ma le accuse preoccupano

Doveva essere l’affare del secolo, il campione che mancava per l’assalto finale alla Champions League: per ora i gol in campionato sono arrivati (5 con quello di sabato al Genoa), ma la Juventus ha dovuto sborsare 100 milioni di euro e si è ritrovata una serie di grane interne ed esterne alla società. Gli attriti sul suo acquisto tra Marotta e Agnelli, l’imbarazzo per la vicenda delle accuse di stupro di Kathryn Mayorga, contribuiscono al momento complicato dei bianconeri: fortissimi sul campo, eppure mai così in difficoltà da Calciopoli. Anche per Cr7.

Quando Andrea Agnelli è salito sul jet privato con la sua camicetta azzurra per andarlo a prendere in Grecia, probabilmente si aspettava un impatto diverso sull’universo Juve. All’inizio è stato subito idillio: titoloni sui giornali, presentazioni in grande stile, boom senza precedenti in borsa. Ma è durato poco. In campo, ad esempio, il debutto di Ronaldo è stato deludente: prime tre partite a secco e espulsione all’esordio in Champions League contro il Valencia. Pazientando sono arrivati i gol, ma la situazione è peggiorata: la Juve deve fare i conti con qualcosa di più serio dell’astinenza sotto porta.

A fine settembre, subito dopo il successo nel big match contro il Napoli, Beppe Marotta ha annunciato il suo addio. I rapporti tra l’amministratore delegato e la proprietà non erano idilliaci da tempo, forse già dall’inchiesta su “Alto Piemonte” per il bagarinaggio dei biglietti da parte di esponenti dell’ndrangheta: durante il processo sportivo che è costato ad Agnelli un anno di squalifica (poi ridotta in appello), il presidente aveva provato a scaricare su di lui la responsabilità. Ma l’affaire Ronaldo ha sicuramente contribuito alla rottura: pare che Marotta, uomo dei conti e artefice degli ultimi sette scudetti, non fosse troppo convinto dell’investimento monstre su un 33enne; di sicuro, è stato tenuto fuori e non è mai comparso nella trattativa più importante della storia recente della Juve, preludio verso la separazione.

E adesso c’è la storiaccia delle accuse di stupro, che arriva da un passato lontano di Ronaldo (aveva 24 anni e si stava trasferendo dal Manchester al Real Madrid) ma rischia di condizionare il presente bianconero. La società si trova costretta a fare i salti mortali per difendere la sua stella (e soprattutto il suo investimento), senza però compromettere troppo la sua immagine, che verrebbe chiaramente danneggiata nel caso in cui le accuse si rivelassero fondate.

Con le voci che arrivano dagli Stati Uniti e rimbalzano su tutti i media internazionali bisognerà convivere almeno per qualche mese. Da quando è scoppiato lo scandalo anche il titolo in borsa è crollato del 40%, tornando sui livelli precedenti all’acquisto. Certo, a Torino sognano sempre di vincere la Champions ma per ora si accontenterebbero dell’archiviazione del caso del portoghese: ritrovarsi (suo malgrado) associata ad un processo per stupro davvero non sarebbe un grande affare per la Juventus.

I tentacoli di ultrà e ’ndrine sulla Juve

Criminali, pestaggi, riciclaggio, biglietti gonfiati, affari sporchi, finti ultras. In campo è sempre più forte, fuori la Juventus rischia di apparire ancora succube volontaria della malavita. La vecchia Signora ha smesso col vecchio vizio di foraggiare le frange più estreme del tifo con centinaia di biglietti che si trasformano in guadagni sporchi col bagarinaggio? A Federico Ruffo di Report l’ex ultrà Bryan Herdocia, detto lo “squalo”, dodici anni di Daspo, un arresto per una rissa con i fiorentini, detenzione illegale di un coltello, due pistole, una mazza da baseball e ottanta carte d’identità false, mostra una chat con Salvatore Cava, fedelissimo di Moccia dei “Drughi”: “Hanno smaltito i biglietti a 250 sterline, anche se in origine costavano 35”. Herdocia fa riferimento a una trasferta di Champions League del marzo scorso, gli ottavi di finale contro il Tottenham.

La Vecchia Signora e le frange “cattive”

Stasera Report ritorna in onda con un servizio devastante per l’immagine aristrocratica dei bianconeri, un servizio che racconta l’indagine Alto Piemonte sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Torino, in cui la Juventus non è stata coinvolta (se non come testimone) e neppure considerata parte lesa; il suicidio di Raffaello “Ciccio” Bucci, collaboratore della Juve, ex vertice degli ultrà e informatore della polizia e dell’intelligence; il ruolo di Rocco Dominello, fondatore del fasullo gruppo ultrà “Gobbi”, esponente assieme al padre della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, condannato in appello a cinque anni per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Per quattro anni e con almeno 1.500 biglietti a partita, secondo la ricostruzione della Procura Figc poi diventata sentenza, la Juve ha mantenuto l’ordine pubblico con un patto occulto con gli ultras dal valore di oltre 5 milioni di euro. I dirigenti bianconeri Alessandro D’Angelo (sicurezza), Stefano Merulla (botteghini) e Francesco Calvo (marketing) hanno agito in combutta con gli ultras con l’assenso del presidente Andrea Agnelli. Il figlio di Umberto l’ha sfangata con una squalifica a tre mesi e una multa di oltre mezzo milione di euro per la società perché la giustizia sportiva ha accolto la versione della Juve: Agnelli & C. ignoravano il profilo mafioso di Dominello, un ragazzo squattrinato che girava in Jaguar e dava del tu al presidente bianconero. Il processo sportivo s’è celebrato con l’ostentato dissenso di Michele Uva, il direttore generale della Federcalcio, le pressioni dei bianconeri sui media e un modesto spazio sui giornali (il Fatto ha seguito l’intera vicenda).

Ciccio Bucci, che volò dal viadotto

Le ultime tracce del bagarinaggio autorizzato dal club risalgano al 2016. Il 7 luglio Ciccio Bucci, il giorno dopo l’interrogatorio davanti ai magistrati di Torino, si lancia da un viadotto dopo un breve viaggio con un Suv ricevuto in dotazione dalla Juve. La Procura di Cuneo ha riaperto il fascicolo su Bucci. “Era terrorizzato! Era terrorizzato! Sembrava che lo dovessero ammazzare da un momento all’altro perché ha parlato coi pm”, spiega al telefono – intecettato – D’Angelo all’ex collega Calvo, passato al Barcellona dopo la rottura per ragioni personali con Agnelli (che ha sposato l’ex moglie del responsabile del marketing). Bucci era una sorta di ministro delle Finanze – spiega Report – dei Drughi di Gerardo “Dino” Mocciola, uomo carismatico, riservato e temuto, uscito di galera un dozzina di anni fa (nell’89 partecipò a una rapina a un portavalori e all’omicidio di un carabiniere). Poi Ciccio entra nella Juve per curare il dialogo con la tifoseria. Bucci maneggiava troppi soldi, si pensa ai proventi del bagarinaggio, e li ripuliva – ha scoperto Report – con vincite taroccate del Lotto o di altri concorsi pubblici. Il metodo è semplice e l’ha sperimentato la ‘ndrangheta: il vincitore incassa denaro in contante, il riciclatore ottiene le ricevute e si fa pagare con un bonifico di una concessionaria dello Stato. Più sicuro di così? La morte di Bucci scuote la dirigenza della Juve, soprattutto D’Angelo e Merulla. A un anno dal suicidio, Merulla va a casa dell’ex compagna di Bucci e confessa che alla vigilia del faccia a faccia con i pm aveva “istruito” Ciccio: “Quella sera io mi ricordo che lui era seduto sul divano e facevamo – anche un po’ scherzando – le domande che avrebbe potuto fare il pm visto che delle cose le aveva chieste anche a me. E quindi facevamo, diciamo, domanda e risposta: ‘qui puoi dire così, qui puoi dire cosà, qui puoi non andare nello specifico’. E facevamo un… non un gioco, ma un modo per sdrammatizzare quello che sarebbe successo”. Il dramma, invece, si stava per compiere. Questo non è l’unico episodio sulle strane manovre attorno all’inchiesta Alto Piemonte. Paolo Verra, avvocato dell’ex compagna di Bucci, sostiene che nel 2015 – un anno prima del suicidio – Bucci gli abbia confidato: “Io so per certo che alla fine di questo campionato scoppierà la bomba. E quindi io, come tanti altri all’interno della curva, ci stiamo organizzando”. Un esponente dei Viking chiama in causa D’Angelo: nel 2013 avrebbe avvisato il gruppo di un’indagine dei carabinieri per la “storia dei calabresi in curva”.

“Mi sono comprato due case e un’Audi”

Report intervista Andrea Puntorno, frequentatore di ambienti mafiosi siciliani e calabresi, leader del gruppo ultrà “Bravi ragazzi”, con obbligo di dimora ad Agrigento per una condanna a sei anni e mezzo per traffico internazionale di droga: “Io ero in contatto con D’Angelo e Merulla. Con il Real Madrid il prezzo dei biglietti si ricaricava anche di duecento euro. Così mi sono comprato due case e un’Audi”.

Herdocia in diretta Skype agita un tagliando della finale di Champions tra Juventus e Barcellona (2015): “Ne ho piazzati tredici a 1.500 euro ciascuno”. Le telecamere di Report riprendono le attività di bagarinaggio anche per Juventus-Bologna del 5 maggio 2018.

E Beppe Marotta? L’ormai ex amministratore delegato della Juventus ha un contatto con Dominello nell’ottobre del 2013: gli regala cinque biglietti per il Real e concede un provino (infruttuoso) al figlio di un amico, sempre affiliato alla ‘ndrangheta. Marotta non ha patito conseguenze di gustizia ordinaria e sportiva, non l’hanno mai indagato, però viene spinto davanti agli inquirenti della Federcalcio interessati al bagarinaggio – circa un paio di anni fa – proprio da Andrea Agnelli: “Domandate a Marotta”.

In quel momento, Agnelli era in guerra col cugino John Elkann e dubitava della fedeltà di Marotta. Andrea ha sconfitto il nemico, ha superato quasi indenne i tribunali della Figc e, un mese fa, anche per questi motivi, ha “licenziato” Marotta.

“Diamoci un taglio”: arriva Jacobin Italia nel paese orfano del Partito comunista

Jacobin Magazine negli Stati Uniti ha rappresentato un primo segnale del risveglio della sinistra “socialista”. Una rivista nuova, ispirata alla rivolta dei giacobini neri di Haiti scoppiata subito dopo la Rivoluzione francese. Oggi quella rivista avrà una “sorella” in Italia. La casa editrice Alegre, infatti, diretta da Giulio Calella, si appresta a pubblicare Jacobin Italia – il primo numero trimestrale uscirà a novembre, mentre il sito sarà pronto tra qualche giorno – un’iniziativa per “trovare le parole, rimettere mano alle teorie e raccontare le storie che meglio spiegano le contraddizioni e che forniscono strumenti pratici per l’azione collettiva”. La redazione è ampia e plurale e vede scrittori come Wu Ming e Alberto Prunetti, ricercatrici come Marta Fana, Francesca Coin o Sara Farris, giornalisti come Giuliano Santoro, il redattore europeo di Jacobin Usa, David Broder, autore dell’articolo di queste pagine, e molti altri.

“In questo Paese senza sinistra non ci sono modelli da importare” dicono i promotori della rivista, per questo Jacobin sbarca in Italia in forma autonoma. “Sfideremo la crisi della carta stampata ma intervenendo anche quotidianamente attraverso il sito internet. Vivremo anche nella società, promuovendo e sollecitando momenti di discussione collettiva. Iscriversi al Club dei Giacobini che si costituì nella Francia rivoluzionaria nel 1790 costava 36 lire. Associarsi alla nostra avventura giacobina costa 36 euro”.

Usa, la nuova sinistra è socialista e donna

Potrebbe sembrare che gli Stati Uniti si spostino sempre più a destra. Le notizie della detenzione dei bambini migranti, della nomina dello sciovinista Brett Kavanaugh alla Corte Suprema e della riduzione fiscale di 1,5 trilioni di dollari – abbinate alle provocazioni quotidiane del presidente Donald Trump – indicano la radicalizzazione del Grand Old Party, il Partito repubblicano. Ma le elezioni di midterm (si terranno il 6 novembre) potrebbero cambiare questo quadro. E non solo perché sembra che i democratici riprenderanno il controllo della Camera.

Il fenomeno più significativo in questo ciclo elettorale è l’affermazione del “socialismo” in un Paese che non ha mai avuto un grande partito operaio. Ispirati alla campagna ingaggiata dal senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, nella primaria democratica del 2016 contro Hillary Clinton, alcuni nuovi candidati, soprattutto candidate, agguantano la bandiera del vecchio partito del liberalismo statunitense per pronunciare una frase finora esclusa dal lessico politico americano: “Io sono un socialista”.

Anzi, si parla del “socialismo democratico”. Non è tanto un cenno al partito, quanto ad una concezione riformistica del progetto socialista stessa, e all’area politica dei Dsa, Democratic Socialists of America, un’associazione politica non legata al partito ma che spesso partecipa alle primarie democratiche. Tra i più visibili candidati del Dsa c’è Alexandria Ocasio-Cortez, la ventottenne che ha sconfitto il congressman, il parlamentare, in carica (e molto legato al vecchio establishment) Joseph Crowley nella primaria democratica nel 14° distretto di New York.

L’ultimo socialista che si è definito tale e che abbia raggiunto la Camera, è stato Ron Dellums nel 1971. Ma in questa tornata elettorale è quasi certo che ne verranno eletti almeno due. Per il 6 novembre, infatti, i sondaggi danno la nuova star Ocasio-Cortez quasi all’80 per cento dei voti a New York. E nel 13° distretto del Michigan, la militante dei Dsa Rashida Tlaib è la sola candidata. Figlia di un palestinese, immigrato in America per fare l’operaio alla Ford di Detroit, Tlaib sarà la prima donna musulmana ad essere eletta al Congresso.

I Dsa non sono un partito di massa: nelle condizioni americane anche far eleggere due candidate sarebbe una svolta storica. Ma pur partendo da una base molto bassa, i passi in avanti sono considerevoli. Cinque anni fa i Dsa avevano 5.000 iscritti; nel settembre del 2018 hanno sorpassato la soglia dei 50.000. La sua attività si estende anche alla partecipazione nei movimenti, alle piazze e alla formazione politica dei militanti. Movimenti quali Occupy Wall Street e Black Lives Matter sono stati decisivi per la formazione di una generazione di giovani militanti che hanno poi cercato uno sbocco politico.

È senz’altro stata la campagna di Bernie Sanders nel 2016 (ha preso il 43% dei voti nella sua sfida a Hillary Clinton, raccogliendo 180 milioni di dollari in piccole donazioni effettuate on line) a galvanizzare i socialisti, a rafforzare l’idea che sia possibile per i Dsa sfidare l’establishment democratico attraverso le primarie nonostante il potere dei corporate donations e la morsa sulle strutture del partito di una vecchia classe politica. Anche l’elezione di candidati Dsa ai parlamenti degli Stati, quali l’ex-soldato trentenne Lee Carter in Virginia o Julia Salazar a New York (verrà eletta senza opposizione il 6 novembre), hanno rafforzato questa tattica. Anche dove non possono essere eletti, i candidati sponsorizzati dai Dsa hanno acquisito una visibilità e una capacità inedite di comunicare il messaggio riformista. Il mese scorso anche Cynthia Nixon (l’attrice che interpretò Miranda in Sex and the City) si è dichiarata una “socialista democratica”, per poi prendere il 34% dei voti democratici nella sfida al governatore in carica, il potente Andrew Cuomo, figlio d’arte con qualche ambizione presidenziale: il padre italoamericano Mario ha ricoperto la stessa carica a New York tra l’83 e il ’94.

Al di là del socialismo organizzato, le rivendicazioni promosse della campagna Sanders hanno trovato eco anche in altre aree democratiche, quali i Justice Democrats, legati a Young Turks di Cenk Uygur (il talk show on line più guardato nel mondo). 26 candidati progressisti legati a quest’area, tra cui Ayanna Pressley (Massachusetts) e Ilhan Omar (Minnesota), si presentano per le elezioni di midterm, avendo sconfitto l’establishment democratico alle primarie grazie alle battaglie per la sanità pubblica e per l’abolizione dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, la polizia anti-migranti voluta da George W. Bush e oggi resa sempre più aggressiva da Trump.

Per molti versi quella in corso non è tanto la “rinascita” della sinistra americana quanto l’ascesa di un fenomeno inedito. Alle elezioni del 1920 il militante pacifista incarcerato Eugene V. Debs prese un milione di voti, ma in generale il movimento operaio ha sempre avuto un ruolo molto marginale nelle istituzioni statunitensi, sebbene ci siano alcune campagne sindacali importanti, quali la domanda per un salario minimo orario di 15 dollari.

Storicamente i sindacati americani non hanno mai avuto una espressione politica indipendente e duratura; in molti casi i loro rappresentanti sono stati cooptati nell’establishment stesso, o hanno mantenuto un rapporto momentaneo con gli eletti democratici. Forze quali l’ala più moderata del Civil Rights Movement hanno saputo influenzare in qualche modo l’azione delle aree liberali del Partito democratico, ma quest’ultimo è sempre stato un “alleato” non troppo fedele.

In questo senso la parabola di Barack Obama ha avuto un ruolo determinante. Ascesa e declino del primo presidente nero (e uno dei più progressisti nella storia americana) e la sua gestione della crisi economica e degli scontri razziali nel suo Paese hanno ispirato movimenti contestatori quali Occupy Wall Street e Black Lives Matter. Così come in Inghilterra con Jeremy Corbyn la piazza si è riconnessa con il vecchio socialista Sanders e con uno storico partito politico, a Londra i laburisti e oltreoceano i democratici.

Allo stesso tempo, le aspre campagne di Fox News ed altri contro Obama stesso, tacciandolo di essere un “socialista” (solo perché propugnava una riforma del sistema sanitario americano molto meno ambizioso di quelli europei) hanno curiosamente sdoganato quella parola così estranea. La grigia campagna di Hillary non ha che rinforzato il desiderio di trovare un’alternativa più forte e scoprire che cosa fosse il socialismo.

In tutto questo può anche nascere, quindi, un inedito movimento giovanile interessato all’idea di “riordinare” il modello sociale americano. Negli anni ’30 qualcuno chiese a John Steinbeck perché non esistessero movimenti socialisti negli Stati Uniti. Lo scrittore rispose che il problema risaliva al sogno americano dei giovani operai: “I poveri non vedono se stessi come membri oppressi da un padrone, bensì come milionari temporaneamente in difficoltà”. Ma per i giovani americani che non riescono a trovare lavoro o casa, la promessa di diventare un milionario sembra oggi più lontana della rivendicazione di una soglia minima per vivere. Secondo un sondaggio Gallup, il 51 percento degli under29 si dichiara favorevole al socialismo (in un’accezione assai larga di questo termine).

Analizzando il successo dei candidate quali Tlaib e Ocasio-Cortez alcuni analisti insistono sulla loro etnia, o sul loro genere, piuttosto che sul socialismo stesso. Non si può dubitare della rilevanza di questi temi nella vita politica americana, ma è anche vero che c’è un intreccio tra origini e credo politico. Se si pensa ai problemi quali la detenzione dei sudamericani che arrivano per cercare lavoro, o la guerra alla droga (che dagli anni 1980 in poi ha portato all’incarcerazione in massa degli afro-americani), c’è ovviamente un legame tra queste discriminazioni e la povertà. Ocasio-Cortez spiega: “Non riesco a immaginare qualsiasi questione etnica che non abbia anche implicazioni economiche, e non riesco a pensare a qualsiasi questione economica che non abbia anche implicazioni etniche. L’idea che dobbiamo per forza distinguerle, scegliendone solo una, è una truffa”.

Questi primi passi partono da una base molto bassa. Ma se i Dsa americani riuscissero a legare la promessa dell’avvenire ai sogni dei giovani emarginati, l’ascesa socialista in America potrebbe avere delle conseguenze importanti per tutti noi.

Noi non siamo dei talebani: difendiamo l’arte, bene di tutti

La garbata lettera dell’importante mercante d’arte antica Fabrizio Moretti sulle esportazioni dei beni culturali dall’Italia, uscita sabato su questo giornale, merita una risposta. Moretti non è tra i falchi del mercato, quelli che vorrebbero mani libere per esportare anche la cupola del Brunelleschi, riuscendo a smontarla. Ma al tempo stesso egli trova il nostro sistema di tutela troppo restrittivo, poco moderno e vessatorio verso i collezionisti e i mercanti onesti. Vediamo se riesco a convincerlo del contrario. Il nostro sistema funziona così: se possiedo un’opera d’arte con più di settant’anni (prima di Franceschini erano cinquanta: da qui l’uscita del Burri Crespi che ha dato il via al dibattito) e la voglio portare fuori dall’Italia, devo mostrarla a un ufficio esportazioni della soprintendenza. Qua storici dell’arte e archeologi la valutano, e decidono se può uscire o se è “bene culturale”.

Questa dichiarazione è la famosa notifica, che comporta alcuni vincoli: per restaurarla, spostarla, prestarla a una mostra, venderla devo informare lo Stato. Non potrò più esportarla dall’Italia in via definitiva, e, se la vendo, lo Stato potrà comprarla al prezzo per cui dichiaro di venderla. L’insieme delle “cose d’arte” private vincolate forma, insieme a tutte quelle pubbliche, il “patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9 Cost.), che la Repubblica tutela e tramanda al futuro.

Più alta è la percentuale di ciò che viene notificato, e maggiori sarebbero le ragioni di mugugno dei mercanti: vediamole, allora, queste percentuali secondo gli ultimi dati disponibili (fonte Mibact/Sole 24 ore). Nel 2013 è stata negata l’esportazione allo 0,74 % delle opere presentate agli Uffici, nel 2014 allo 0,56 %, nel 2015 allo 0,39 %. In ciascuno di questi tre anni circa altrettante opere sono state notificate spontaneamente dalle soprintendenze (cioè senza la presentazione all’esportazione, ma grazie alle ricerche dei pochi, eroici funzionari che riescono ancora a studiare nel disastro della tutela italiana). In totale, mai più dell’1,5 % del mercato dell’arte è stato fermato: con queste cifre è difficile sostenere che ci sia una vessazione, uno statalismo stalinista, un accanimento “talebano”. A proposito di quest’ultima parola, sia concesso notare che i talebani (e ora i terroristi dell’Isis) distruggono le opere d’arte, e più spesso le immettono nel mercato illegale occidentale: chiamateci dunque vestali, comunisti, intransigenti. Ma lasciate stare i talebani, per favore.

Moretti afferma poi l’inviolabilità della proprietà privata: ma gli ricordo che (al contrario di ciò che dice l’incommentabile ministro dell’Interno) per la nostra Costituzione la proprietà privata non è affatto sacra, ma sottoposta all’utilità sociale. Non è una costituzione sovietica (come voleva il Berlusconi d’antan) ma ispirata al primato della persona umana, punto di incontro tra comunisti, cattolici e liberalsocialisti.

Se si guarda alla storia, questa idea di limitare la proprietà privata in nome di un più grande bene comune si delinea assai per tempo proprio nel campo del patrimonio culturale. Nel 1167, per dire, il Senato di Roma consente a una certa badessa di trasformare in campanile la Colonna Traiana, che le appartiene, ma impone di non distruggerla: è in proprietà privata, ma la proprietaria non ha il diritto di sottrarla a tutti, pena la morte. Se la Colonna è ancora lì è perché generazioni di italiani hanno creduto che l’“onore pubblico della città di Roma” (così il documento medioevale) contasse più del “terribile diritto” (Beccaria) della proprietà privata. E così trovo ancora sacrosanto che chi ha la sorte di possedere quell’1% di beni culturali che oggi valutiamo “di tutti” si veda mettere dei paletti severi.

Quanto all’idea che l’arte sia universale, e che dunque nulla ci sia di male se un capolavoro esce dall’Italia per andare in un grande museo americano, rispondo con un esempio concreto. È noto che un mercante italiano possiede uno dei pochissimi Caravaggio privati, il Ritratto di Maffeo Barberini: dipinto doppiamente cruciale, per l’autore e il soggetto. Ora non lo può vedere nessuno, e se fosse venduto, per dire, al Getty di Los Angeles sarebbe certo di pubblico dominio. Ma se invece, vincolandolo, resta in Italia, c’è la fondata speranza che un domani venga acquistato dallo Stato e collocato a Palazzo Barberini a Roma, ricomponendo una decisiva unità storica e culturale. La tutela del patrimonio italiano ha sempre avuto uno sguardo lungimirante, capace di misurare i risultati su una prospettiva secolare. Sarebbe, invece, assai utile un serio dibattito pubblico tra storici dell’arte e mercanti sui criteri con cui si decide cosa deve e cosa non deve rientrare in quel famoso 1%, e sui mezzi di cui dotare gli Uffici esportazione perché applichino al meglio quei criteri: che annoverano qualità assoluta, rarità, provenienza accertata e importante, appartenenza a insiemi monumentali e collezionistici esistenti o ricostruibili. Criteri storici, non nazionalistici: fu mostruosa l’esportazione concessa nel 2006 a uno spettacolare quadro di Turner con una veduta di Venezia, così come è inspiegabile l’uscita del sublime Vouet finito a New York.

Se questo dibattito non fosse esistito, o se la risposta fosse stata la totale libertà del mercato, oggi in Italia non ci sarebbe un patrimonio da amare. E i mercanti italiani non avrebbero nulla da vendere.

Morto il cavallo della Giraffa, Enpa denuncia in Procura

Raol, il cavallo della contrada Giraffa, che venerdì durante la corsa del Palio di Siena straordinario era caduto riportando una lesione all’arto anteriore destro, è morto. A darne notizia è l’Enpa che annuncia anche una denuncia alla procura di Siena. A nulla sono valse le cure presso la clinica veterinaria “Il Ceppo” dove era stato subito portato. “Se già appariva assurdo pensare di ricordare la fine della Grande Guerra con un evento, il Palio di Siena, che ha un lungo passato di morti animali, il fatto che un cavallo sia deceduto proprio in occasione di tale ricorrenza rende la vicenda ancora più paradossale e inaccettabile”, afferma la presidente nazionale di Enpa, Carla Rocchi. Purtroppo – prosegue Rocchi – abbiamo perso il conto di quanti ne sono morti o sono rimasti gravemente feriti per una manifestazione anacronistica; una iniziativa che ormai non ha altra ragion d’essere se non quella di farsi strumento di marketing, anche politico”.

L’Ente Nazionale Protezione Animali ricorda che Raol era montato dal fantino Jonathan Bartoletti, già finito nel mirino della magistratura per il decesso di un altro cavallo, avvenuto in occasione del Palio di Asti.

Nuovo bon ton: niente “coscia”, c’è la Boschi

S candalizzato, Lavia rintraccia su Twitter l’autrice, Giovanna Vitale – donna, per giunta! – e la redarguisce con un tweet dei suoi: “Cara Giovanna, era proprio necessario scrivere di Maria Elena Boschi ‘con stivali a metà coscia’? Mi meraviglio, da una brava giornalista di Repubblica…”

La brava giornalista Vitale chiarisce prontamente l’assoluta conformità del suo testo al codice etico di Lavia: “Non capisco cosa ci sia di male. È un dettaglio di cronaca, è legittimo che Meb li indossi (tra l’altro le stavano benissimo) e io che lo scriva per quel che è. Senza malizia alcuna”. Qualche tweet dopo, la Vitale torna sulla vexata quaestio per precisare vieppiù il suo alto pensiero: “Forse altri hanno usato quel termine con malizia, non io. La malizia è nell’occhio di chi legge, non di chi guarda e ne scrive”. Tra l’altro gli stivali le stavano benissimo!

Ma niente, Lavia non si lascia intenerire e la saluta malamente con un “Sono un lettore di Rep dal 1976 e la penso diversamente. ‘A metà coscia’ è da La Verità. Succede. Ciao”. E così sono sistemati anche i colleghi de La Verità. Amen.

Scoperto quindi che il termine “coscia”, se riferito alla Boschi, non può essere utilizzato nemmeno in senso squisitamente tecnico-sartoriale, ci chiediamo: nel caso di un gran colpo di fortuna per l’ex ministra, le si potrà dire “Che culo, Maria Elena”? Dovremmo forse far eliminare il seno e il coseno dai programmi di trigonometria di tutte le scuole di Laterina per non turbare l’illustre concittadina e il suo cavalier servente?

Per ora potremmo cominciare a eliminare il termine “coscia” da tutti i dizionari. Nel caso: come dovremmo allora indicare quella parte del corpo (femminile: riferito ad un uomo, “coscia” è un termine certamente ammesso) situata tra il ginocchio e l’anca? Forse la “metà coscia” potrà essere indicata soltanto con l’equivalente ma più sobrio “primo quarto di gamba”? Incuriositi, abbiamo deciso di controllare come il severo censore Lavia abbia risolto la spinosa questione su Democratica, certi che avremmo trovato un sito di informazione finalmente “coscia-free”. Una veloce ricerca per parole-chiave e… orrore! Lo scurrile termine “coscia” ricorre in decine e decine di articoli. Lo stesso Lavia il 2 luglio 2016 si lancia un ardito ‘scancosciato’.

E, più grave di tutto: tra i collaboratori del sito di informazione di Lavia figura una certa Maria Coscia alla quale, crediamo, il vicedirettore chiederà di cambiare il cognome – per decenza – in un più sobrio e pudico Maria Metàgamba.

Renzi peronista si fa il suo Partito della Leopolda

Viva il popolo, viva il leader, viva finanche la personalizzazione del partito, perché portò al 40 per cento e non all’odierno 18 del Pd. La Leopolda numero nove termina e consacra il nuovo peronismo renziano. Partendo da una realtà virtuale come quella tratteggiata dalla virulenta Teresa Bellanova, ex viceministra: “Non abbiamo nulla da rinnegare, non dobbiamo chiedere scusa a nessuno”.

Non rinnegare, quindi, bensì restaurare l’età dell’oro renziana che solo qui nel tempio fiorentino hanno visto per un lustro. Loro, i fedeli renziani, circa 4mila persone, certamente non gli italiani.

Bellanova ha l’onore di fare da spalla solista allo show finale del Leader invocato e acclamato. Ed è l’ennesimo schiaffo a Marco Minniti, potenziale candidato di quest’area alle primarie. Sabato Minniti è venuto ed è stato zitto, dopo la passerella riservata a Paolo Bonolis. Ieri, invece, la parola all’ex viceministra, più volta indicata come la vera candidata dell’ortodossia renziana, quella che non flette, tira dritto e se ne frega dei giochi di corrente. E anche l’intervento di Bellanova, novella e matura Evita del peronismo renziano, nonché baluardo contro l’eccesso di “testosterone” nel Pd, ha un’inflazione galoppante del verbo resistere e dei suoi derivati. Maliziosamente, le telecamere della diretta streaming inquadrano due volte l’ex donna forte del renzismo, Maria Elena Boschi, in prima fila.

Resistere, resistere, resistere. All’infinito. Nel nome e nel segno del Leader. E di un movimento nuovo, fatto di comitati civici oltre il recinto del Pd. Lo dice il nuclearista Umberto Minopoli, che parla prima di Bellanova e Renzi e devono pure strappargli quasi il microfono di mano per la sua emotiva prolissità. Già comunista vicino alle varie anime della Ditta, Minopoli grida nel delirio generale: “Qui c’è un movimento, non ci sottovalutiamo, questo è un evento e Renzi non può ritirarsi”. Papale, papale. Ormai la Leopolda è un partito personale che ha poco o nulla ancora da spartire con il Pd. In pratica, per usare il derivato di un antico verbo renziano, è la rottamazione del Partito democratico. Tatticamente, però, da qui ai prossimi mesi, il renzismo coi suoi comitati continuerà a fare da tappo (se non andrà via) a ogni speranza del derelitto partito gestito da Maurizio Martina, mai nominato in questi tre giorni. Né lui, né altri.

In fondo questo è un altro mondo rispetto alla sinistra, è una sensazione epidermica prima che politica. Il renzismo mescola audience e neocivismo come quello dei Meetup e si fonda sull’adorazione del Leader. Quando Matteo Renzi sale sul palco poco dopo le tredici il peronismo vira sul cesarismo. Non a caso, tra gli intervenuti della mattinata c’è stato chi ha paragonato “Matteo” a Cesare pugnalato da Bruto. Il generalissimo Renzi rivendica subito il suo populismo. Anzi ne conia la definizione: “Questa storia che la personalizzazione è un problema sta finendo, c’è bisogno di leader e c’è bisogno di popolo”. E la “titolarità a parlare” gli discende sul capo dal “popolo della Leopolda”. Un’unzione divina che include una benedizione clerical-berlusconiana sui comitati civici: “Andate e fondatene uno”. Come se stesse celebrando la messa di una nuova religione. La sua.

Il resto sono battute e invettive contro l’ex dc Enzo Scotti, “guru” di Di Maio, contro l’elezione “truccata” di Marcello Foa a presidente della Rai, contro Beppe Grillo che “ha fondato la sua carriera sui compensi in nero”. Foa, inoltre, è un “bugiardo, una fake news vivente” che sarà querelato per aver detto che gli eurodeputati del Pd prendono soldi dal magnate Soros. Da buon populista, Renzi non fa altro che stanare e provocare il nemico grillino, con il quale “pezzi dell’establishment” volevano che lui si accordasse. “Politicizzare l’antipolitica e civilizzare i barbari” per un nuovo “bipolarismo populista”. Giammai. Meglio la resistenza coi popcorn contro “il governo dei cialtroni che sta mandando a sbattere l’Italia”. Altra ovazione.

Indi sfiora il grottesco con il suo appello alla legalità, vero problema del Paese al posto dell’immigrazione: alla Leopolda c’è il peggio del renzismo impresentabile, dalle regioni ai parlamentari, che applaude con vigore. Un’altra scena berlusconiana. Così come copiata da Silvio Berlusconi (primigenio padre del populismo italico) è la lezione contro l’odio, “un boomerang che si ritorcerà contro” il governo gialloverde. A furia di odiare, “i giacobini finiranno sul patibolo e noi torneremo prima o poi”.

Diciamo più poi che prima.