L’avveritmento europeo sulla finanziaria prossima ventura usa le parole “deviazione senza precedenti” e la possibilità concreta di finire in procedura di infrazione. Ma il ministro dell’Economia Giovanni Tria e l’esecutivo di cui fa parte ha a sua volta bocciato la proposta arrivata dall’Europa di far scendere l’asticella del rapporto deficit-Pil sotto il 2% già nel 2020. Il governo compatto ha infatti confermato l’obiettivo del 2,4 per i prossimi tre anni e ora toccherà proprio a Tria convincere o quantomeno ammorbidire quel “senza precedenti” per evitare che l’Europa proceda con un giudizio negativo. Per mezzogiorno è quindi fissato l’invio della missiva a Bruexelles, a cui Tria ha lavorato per tutta la giornata in costante contatto con il presidente del Consiglio. Non è escluso che prima dell’invio la lettera sia visionata dai maggiori azionisti del governo giallo-verde per ricevere l’ok finale. La speranza è che si dia una seconda possibilità al governo, con una reazione alla contro-lettera del ministro e l’apertura di “un contraddittorio”, auspica Di Maio, “per convincerli della bontà della nostra manovra”.
Claviere, il confine francese ora è presidiato
Una camionetta della polizia e una decina di agenti sono stabili, da ieri notte, al confine italo-francese del Monginevro: l’ha disposto il ministero dell’Interno dopo gli sconfinamenti denunciati nelle scorse settimane. La tensione tra Italia e Francia non cala. Il ministro dell’Interno francese, Christophe Castaner, ha annunciato di voler “discutere prossimamente con gli omologhi europei, compreso Salvini” della questione migranti e dei respingimenti alla frontiera tra Francia e Italia. E ha invitato alla “cooperazione”.
Oggi a Claviere sono attesi i funzionari della direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere (dipartimento della pubblica sicurezza) inviati dal Viminale. Devono effettuare attività ricognitive, così da predisporre i servizi di controllo al confine e organizzare – a seconda dell’esigenza – il numero di uomini e gli orari.
Da ieri, invece, c’è il presidio della Polizia che vigila sull’operato dei francesi, sorpresi nelle settimane scorse dagli agenti della Digos di Torino a “scaricare” migranti tra Claviere e Cesana. “In attesa che la Francia si scusi e la smetta di portare i migranti abusivamente in Italia, io il confine lo controllo – dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini – Per tutta l’estate sono stato accusato di essere egoista, leghista, fascista perché facevo rispettare i nostri confini e le regole del mare. Mi aspetto che anche gli altri rispettino l’Italia e le nostre esigenze di sicurezza. Il presidio resterà. L’Italia ha rialzato la testa. Invito Castaner a Roma”.
Oggi le camionette della Gendarmerie si sono fermate tutte poco prima del grosso cartello blu che segna l’inizio del territorio italiano: hanno fatto scendere i passeggeri e dopo un’inversione a ‘ù sono tornate indietro, restando in Francia. A quel punto, chi è stato respinto alla frontiera è stato preso in custodia dalle forze dell’ordine italiane.
Evasori, l’impunità c’è (ma è un regalo di Renzi)
In attesa del testo definitivo, il condono fiscale annunciato dal Consiglio dei ministri si annuncia sempre più “mini” col rischio che, avverte Lavoce.info, ottenga il “risultato paradossale di non aumentare le entrate”. Dopo il Consiglio dei ministri bis di sabato, è rimasta un’ambiguià sulle soglie di imponibile non dichiarato da far emergere grazie a una dichiarazione integrativa che permette di mettersi in regola e al riparo da accertamenti con un’aliquota agevolata al 20 per cento: 100 mila euro per imposta e per anno (come ha detto Salvini) o 100 mila euro di imponibile annuo complessivo (come ha detto Di Maio)?
Fonti di palazzo Chigi spiegano al Fatto che il condono può riguardare più imposte che insistono sullo stesso imponibile, ma questo “non può superare i 100 mila euro annui né il 30 per cento del reddito dichiarato per quell’anno, è comunque consentito a tutti di regolarizzare almeno 30 mila euro di imponibile, salvo per chi ha omesso di presentare la dichiarazione dei redditi”. Secondo l’Ansa, nell’ultima bozza del decreto il limite del 30 per cento sotto i 100 mila euro è già saltato. Poi ci sono altri provvedimenti: una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali e la cancellazione automatica di quelle sotto i 1.000 euro. Ed è annunciata, per il passaggio in Parlamento del decreto-fisco, una modifica che permetterà a chi dimostra situazioni di difficoltà economica (Isee sotto i 30mila euro, figli o disabili a carico) di saldare il dovuto con tre aliquote (6, 10 e 25%) in 10 rate mensili.
“Che cos’è il condono? É come dire: se hai pagato le tasse, sei uno scemo”, dice Matteo Renzi chiudendo la sua Leopolda. E Repubblica titola che il decreto fisco, anche dopo la cancellazione delle contestate immunità penali, resta “una super sanatoria dove nessuno ha paura di essere punito”. Replica Luigi Di Maio: “Nel decreto non c’è un condono, perché la dichiarazione integrativa già esiste. Eliminando gli scudi penali chi è stato furbo teme di finire a processo”.
I punti fermi sono due. 1) Il decreto prevede un condono, perché lo sconto è concesso sulle somme dovute, e non soltanto su sanzioni e interessi. 2) L’immunità penale per gli evasori è garantita, ma da una riforma del governo Renzi, non dal decreto fiscale del governo Conte. Nel 2015 l’esecutivo renziano inasprisce alcune pene per reati fiscali, ma rende quasi impossibile che si apra un’indagine e dunque si arrivi al processo (alzando i tetti già enormi previsti dalla precedente riforma del centrosinistra): la soglia che fa scattare il reato di omessa dichiarazione di un reddito passa da 30 mila a 50 mila euro; quella per gli omessi versamenti da 50 a 150mila euro; se l’imposta non versata è l’Iva, la soglia è addirittura 250 mila euro; e per la dichiarazione infedele si passa da 50 mila euro di imposta evasa a 150 mila. Cioè: chi fa ogni anno 300 mila euro di fondi neri (pari a 150mila di mancate imposte) non commette alcun reato, mentre chi ruba mille euro da un portafoglio rischia fino a 6 anni di carcere.
Poiché le modifiche del codice penale più favorevoli all’imputato sono retroattive, dal 2015 s oggi sono andati in fumo un numero imprecisato di processi in corso. Da premier Renzi aveva provato a introdurre anche una norma che avrebbe reso non punibile la frode fiscale sotto il 3% del fatturato d’impresa: se quella modifica fosse passata, Silvio Berlusconi, all’epoca suo alleato di riforme istituzionali post-Nazareno, avrebbe visto svanire la sua condanna definitiva. Dopo il clamore e le proteste per il comma inserito di soppiatto la vigilia di Natale, la norma fu ritirata. Ma gli effetti dell’aumento delle altre soglie restarono: in due anni crollarono del 62% le denunce di reati tributari alle Procure, secondo una rilevazione del Sole 24 Ore a fine 2016. Quelle relative alle frodi Iva sono scese addirittura dell’83%.
Torniamo al 2018. Perché la Lega voleva inserire nel decreto fiscale lo scudo penale per chi aderisce al condono, visto che le soglie di Renzi già superano di parecchio le somme coinvolte da un condono fino a 100mila euro di imponibile evaso? Due ipotesi. 1) I leghisti volevano evitare la punibilità per l’unico reato senza soglia, quello delle false fatturazioni. 2) L’impianto – incluso lo scudo per riciclaggio e autoriciclaggio – era costruito in vista del passaggio parlamentare. Quando basta un emendamento notturno per modificare la soglia, magari aggiungere uno zero a 100 mila e portare l’imponibile scudabile a 1 milione, come più volte promesso da Salvini. E con importi del genere, superiori persino alle soglie di Renzi, lo scudo sarebbe servito eccome. Ma per ora il pericolo pare scampato: dal decreto dovrebbe essere cancellata ogni forma di tutela penale.
Davide C. o della ricerca del finale
Essere figli d’arte, si sa, è uno dei mestieri più difficili. Figuriamoci se sei l’erede di uno che, perfino i critici, definivano “guru” e “visionario”. Ecco, anche se nemmeno suo padre era un campione d’oratoria, per Davide Casaleggio mettersi davanti ad un microfono non dev’essere una passeggiata. Massima comprensione, dunque. Epperò da una famiglia che sulla comunicazione ha costruito un brand (e pure un partito) ci aspetteremmo almeno che metta in fila i fondamentali. Tipo: evitare di leggere un discorso da un palco. Ma passi pure la difficoltà di andare a braccio: possibile però che non siano neanche riusciti a trovare una chiusa per il suo intervento? Dal palco di Italia 5 Stelle, ieri al Circo Massimo, tira le fila sullo stato della democrazia, ovviamente confidando nelle virtù taumaturgiche della piattaforma Rousseau. Cita aragoste e treni a vapore, ma strappa un timido applauso solo quando dice “non può essere il Pil, lo spread a decidere il futuro di una nazione”. Quando finisce il discorso, qualche minuto più tardi, invece la platea non dà cenni di vita. Lui la osserva con lo sguardo incredulo. Poi, se ne esce con un “siete bellissimi”, e lì il resto del mondo capisce che il ragionamento è arrivato a conclusione. Chi l’ha seguito, alzi la mano.
Paola Taverna contro i giornali: “Mentono, il web li cancellerà”
Quinta edizione, e sempre quel nemico, i giornalisti. Anche a Italia5Stelle dal palco sono volate bordate contro la stampa. Partendo dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vito Crimi, che pure ha cercato di distinguere: “Vi annuncio che aboliremo il finanziamento pubblico ai giornali. Noi non attacchiamo ma difendiamo la libertà di stampa. La politica dà soldi che sono serviti a finanziare gli editori, a tenere in piedi giornali che nessuno altrimenti avrebbe comprato”. Dopo di lui, sul palco è apparsa la vicepresidente del Senato Paola Taverna, e sono arrivati gli strali: “Internet può spazzare via questa carta stampata, voi tutti potete raccontare quanto realizzato dal governo, voi dovete raccontare la verità ogni giorno che ci insultano e mentono su quel che stiamo facendo”. Infine, Grillo. Che è partito piano (“la stampa fa il suo mestiere”) ma poi non si è trattenuto, rivolgendosi a un giornalista tra la folla: “Ehi tu, esci da quel corpo schifoso”. A peggiorare il quadro, l’ordine tassativo alle telecamere di non avvicinarsi alla platea sotto il palco. E gli operatori sono rimasti a distanza siderale.
La passione dei neo-eletti: “Uscite dal retro e silenzio in Aula, che fatica stare al governo”
Più della metà è alla prima esperienza in Parlamento. Ma, a differenza della passata legislatura, le new entry dei 331 deputati e senatori a Cinque Stelle stavolta non hanno fatto granché notizia. Sarà che la curiosità nei confronti dei “marziani” è calata. Oppure, per dirla con il neo-eletto Pasquale Maglione, “chi è al secondo mandato ci ha insegnato un po’ di trucchi. A Montecitorio, volendo, ci sono tante uscite…”.
Di loro si sa poco e niente, anche perché nei quattro mesi dalla nascita del governo l’iniziativa legislativa è partita sostanzialmente tutta da palazzo Chigi. Ma guai a parlare di Parlamento fermo: “Lavoriamo 13 ore al giorno”, è il refrain di chi al Circo Massimo indossa la maglietta gialla riservata ai “portavoce”. “In commissione siamo pieni di cose da fare” spiega Davide Serritella che in effetti, stando ai Trasporti, dal decreto Genova in giù ha avuto il suo bel daffare e ora – da piemontese – aspetta l’analisi costi/benefici sulla Torino-Lione. “Sentiamo la pressione degli attivisti”, spiega, consapevole della “responsabilità” che si sono caricati.
È questa – “responsabilità” – l’altra parola più pronunciata dalla truppa dei novelli parlamentari. “Per chi si è fatto una legislatura all’opposizione era più facile”, ammette Marco Bella, “se sei al governo certe cose non le puoi fare”. Tutto sommato, però, racconta che in commissione Cultura non ci siano poi da alzare barricate: “Se ti arriva la nomina di Mogol a presidente della Siae, come fai a non votarlo?”.
Nella stessa commissione siede anche Virginia Villani che all’inizio il peso dei tempi morti l’ha sentito: “Mi dicevo: che ci faccio qui? Da preside ero abituata a trasformare subito il pensiero in azione. Qui mi sembrava tutto così lento e improduttivo…Adesso però comincio a vedere i risultati e presto si vedranno anche fuori. Stiamo lasciando un segno, non siamo più qui per urlare”. Si è sentita “catapultata al governo” anche Maria Pallini, capogruppo del Movimento in commissione Lavoro. Anche lei parla di responsabilità, perchè “un errore in Parlamento ha conseguenze importanti. Ma noi lavoriamo bene, siamo avvocati, giuslavoristi, esperti del sindacato: altro che gli incompetenti che ci descrivono”.
Resta la questione del rapporto con il governo. Che non a caso, nei giorni scorsi, è stata oggetto di una riunione dei vertici: a microfoni spenti chiedono più collaborazione, i parlamentari. Anche da quei “sottosegretari che non rispondono al telefono” e dai ministri che, sui territori, si sono fatti vedere poco.
“La collegialità del Movimento è cambiata, ma è rimasta”, dice invece Maglione. E Angela Raffa, eletta a 25 anni e 40 giorni, giura che “non sarà una legislatura fatta di decreti”, che le proposte dal Parlamento arriveranno, è solo che ora non si vedono perché prima di approdare in Aula “devono stare 60 giorni su Rousseau”. E il dibattito parlamentare? “Abbiamo capito che conviene di più stare zitti: se parliamo, vengono assegnati altri minuti anche all’opposizione, che così fa ostruzionismo. Meglio non perdere tempo”.
Di Maio segue Fico: “Faremo un nuovo gruppo in Europa
I grillini diversi hanno trovato un punto, anzi una linea, in comune. E si chiama “terza via” in Europa, per il Movimento che vuole fare da catalizzatore di nuovi gruppi nel parlamento di Strasburgo. E saluti a destra, sinistra, neofascisti e chissà a chi altri. Non facile a dirsi, difficile a farsi.
Però la pensa così Roberto Fico, che sabato a Italia5Stelle aveva acceso la miccia nel suo discorso che era tutto un paletto per salvare l’anima del M5S: “In Europa dobbiamo costruire una rete nuova su valori comuni”. E il messaggio era innanzitutto no ad alleanze con la Lega, e quindi no alla sodale naturale di Matteo Salvini, Marine Le Pen. Luigi Di Maio non poteva lasciare il tema lì, appeso.
E così ieri dal palco della festa l’ha ripreso e dilatato: “Stiamo lavorando all’idea di un gruppo nel Parlamento europeo che metta insieme sensibilità che nascono ovunque in Europa, un progetto che sostituisca quei partiti che erano Pd e Fi a livello europeo e che hanno tradito gli elettori”. E di seguito, l’annuncio: “Tra gennaio e febbraio presenteremo un manifesto per il cambiamento in Europa”. Sillabe che hanno sorpreso tanti dentro il Movimento. “Un’accelerazione del genere non ce l’aspettavamo” confida sul prato del Circo Massimo un parlamentare che si occupa di esteri. Eppure Di Maio ha sparigliato sulla scia di Fico. E comunque di come regolarsi nel Parlamento europeo che verrà il capo politico e il presidente della Camera avevano già parlato, eccome. E non potevano fare altrimenti, visto che è la vera partita all’orizzonte.
Innanzitutto per il derby in Italia con Salvini, che ora medita anche di candidarsi a presidente della Commissione europea, per dare le carte. Ma anche perché lo stesso Di Maio accusa da settimane i commissari europei di tuonare contro la manovra perché temono lo sfratto nelle urne di primavera.
E poi un Movimento che prendesse il 30 per cento in Europa porterebbe tra i 25 e i 28 eletti, a fronte dei 17 del 2014, quando racimolò poco più del 21 per cento, stracciato del Pd di Renzi che dilagò con il 40,8. Numeri potenziali che portano Di Maio a prospettare il Movimento come “ago della bilancia in Europa”. Così ecco annunci e frasi che a molti sono sembrate un amo, lanciato ai vari, nuovi movimenti continentali. “Luigi sa che i nostri in Europa si sono già mossi in vista di future alleanze, ma la strada è complicata. E allora ha fatto una mossa” sostiene una fonte di peso. Però il punto rimane il recinto in cui muoversi. E il capogruppo in Senato Stefano Patanuelli, sotto il palco della festa in maglietta gialla d’ordinanza, riassume: “Non vogliamo stare nè con i partiti dell’establishment nè con i populisti di destra, quelli dell’Est, ma puntiamo a una terza via fatta dei nostri valori”.
Ergo, il manifesto che verrà sfornato a inizio anno sarà la piattaforma del Movimento, a cui forze più piccole potranno aderire. Nel segno della distanza dai popolari e dai socialisti, dalla destra e dalla sinistra. “Forze e categorie ormai superate, e le elezioni in Baviera di pochi giorni fa lo hanno dimostrato” dicono dal M5S. Dove è stata apprezzata l’affermazione dei Verdi, “guidata da una giovane leader come Katharina Schulze”. Tradotto, al Movimento non dispiacerebbe discutere con gli ecologisti. Ma proprio i tedeschi, i leader del gruppo europeo, hanno sempre chiuso la porta ai 5Stelle accusandoli di essere di destra (e il M5S confluendo nell’Efdd con l’Ukip di Nigel Farage ha alimentato l’accusa).
E d’altronde la presidente dei Verdi europei, Monica Frassoni, già morde: “In questi giorni troppi si spacciano per ecologisti, compreso Di Maio”. Però è ancora tutto da vedere. Mentre c’è pure chi sussurra come il Movimento possa provare a pescare “nella galassia liberale” partendo dagli spagnoli di Ciudadanos. Intanto la mossa Di Maio l’ha fatta. Assieme a Fico.
Grillo contro i poteri del Colle Chigi: “Riforma non prevista”
L’attivista in maglietta e cappellino marchiati Cinque Stelle muove verso il basso i palmi delle mani: “Calma, calma”. Dal palco, Beppe Grillo sta tessendo le lodi di Matteo Salvini: è “uno che dice una cosa e la mantiene. L’etica della politica è la lealtà, e oggi è un miracolo della politica. Poi siamo strutturalmente diversi come Dna”. Chi si aspettava un monito del fondatore, ieri, è rimasto deluso.
Non ha usato, Grillo, i toni del “puro” Roberto Fico: nessun richiamo ai valori, nessun avvertimento, se non una velata presa in giro a Luigi Di Maio che, da vicepremier, “parla di outlook stabile” e “c’ha rotto ‘u cazz”. È salito sul palco con una manina di plastica, l’ex comico, ma è l’unico accenno alla burrasca sfiorata sullo scudo fiscale. E anche gli altri nodi, la Tap su tutti, è solo infilata in un elenco delle sfide ambientali che andrebbero affrontate e invece si stanno rimandando (nota a margine: ieri al Circo Massimo la ministra del Sud Barbara Lezzi ha incontrato una delegazione di cittadini contrari al gasdotto e promesso che lei e il premier Conte andranno a Melendugno a spiegare lo stato dell’arte).
Le parole più dure – a sorpresa – Grillo le riserva all’inquilino del Quirinale, proprio quello con cui il Movimento ha invece ricostruito un rapporto dopo le minacce di impeachment alla vigilia del giuramento. Parte dall’imputazione per vilipendio che pende sulla sua testa, il comico, per arrivare al suo j’accuse contro il Colle: “Dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato, dovremmo riformarlo – attacca Grillo – Un capo dello Stato che presiede il Csm, che è capo delle forze armate, che nomina cinque senatori a vita… Non è più in sintonia col nostro modo di pensare”. Un affondo a freddo, che poco dopo palazzo Chigi ridimensionerà in maniera secca, ricordando che “nel contratto dell’esecutivo non c’è alcuna riforma dei poteri del capo dello Stato”.
Giuseppe Conte era sceso dal palco pochi istanti prima. È il suo debutto in una kermesse del Movimento per lui che (copyright Grillo) fino a qualche mese fa era “un professorino che faceva l’esegesi del diritto e adesso qui dice ‘cambiamo il mondo’!”. È applauditissimo, il presidente del Consiglio. E si riserva per l’occasione due notizie che sa che il pubblico gradirà: si è tagliato lo stipendio del 20 per cento e si è anche ridotto la scorta.
Racconta le cose fatte in questi 143 giorni alla guida dell’esecutivo e dice che la strada sarà lunga: “Scrivetevelo: 2023 – azzarda il premier – Ho preso un impegno: sono il garante del contratto di governo e lo sarò fino all’ultimo giorno”. Ieri i vari ministri che si sono alternati sul palco hanno rivendicato il lavoro fatto finora: per il Guardasigilli Alfonso Bonafede i 500 milioni stanziati nella manovra permetteranno di fermare “i costi e tempi troppo alti” che impediscono ai cittadini di avere giustizia. Ma la misura che sta più a cuore al popolo grillino, come noto, è il reddito di cittadinanza. E proprio al Circo Massimo la viceministra Laura Castelli ha spiegato che non ci sarà bisogno di fare domanda, “sarà lo Stato a dirvi che ne avete diritto”.
Ma mi faccia il piacere
Le grandi interviste. “Ce l’hanno con lei perchè spiega l’economia e le pensioni come Alberto Angela spiega Pompei e la Sistina? Come sia addice al servizio pubblico lei, in campo economico, è chiaro, convincente, autorevole, con un curriculum internazionale molto speciale, e senza appartenenze politiche. Davvero sembra il manifesto del servizio pubblico, invece i suoi nemici per ‘servizio pubblico’ intendono ‘servizio governativo’ e dunque la accusano di non fare propaganda al governo. E spacciano per cambiamento questo vecchissimo servilismo dell’informazione”. “Lei è il solo tecnico allegro nel lungo elenco dei tecnici ‘prestati’ alla politica, da Dini sino a Monti. Non ha l’aria millenaristica, anche quando dice cose preoccupate. Forse è per questo che i populisti la temono, perchè ostenta qualcosa di easy e di friendly… Infine ha l’aspetto dinoccolato, verticale, un po’ montanelliano. Quanto è alto?”. “Cosa sta leggendo adesso?”. “Le rimproverano i compensi che non prende”. “Sua moglie, la copmpagna di tutta la vita, è un’economista, Miria Pigato. E avete due figli, Nicolò ed Elisa, laureati in Economia negli Stati Uniti. Non è monotona una famiglia di soli economisti?” (le domande più ficcanti dell’intervista di Francesco Merlo a Carlo Cottarelli, Repubblica, 15.10). Certo, questo vecchissimo servilismo dell’informazione dilaga, ma per fortuna c’è Merlo a fare argine.
A nolo. “AAA Renzi offresi per conferenze d’oro. E si prenota con un clic. L’ex premier tra gli speaker celebri dell’agenzia Csa. Ed è tra i più cari: da 20mila euro in su” (il Giornale, 15.10). Quasi quasi me lo affitto e lo tengo in giardino. Pare che arredi.
Non più. “Ermini: ‘Basta attacchi alla magistratura’” (David Ermini, ex deputato Pd, ora vicepresidente del Csm, La Stampa, 20.10). L’ultimo che poteva farli era lui.
Il bacio della morte. “Minniti è autorevole” (Matteo Renzi, senatore Pd, Corriere della sera, 14.10). Povero Minniti, non meritava.
Atac al tram. “Il referendum sui trasporti pubblici è un’occasione per il risveglio di Roma” (Alessandro de Nicola sul referendum radicale per privatizzare l’Atac, La Stampa, 20.10). Così finalmente i trasporti pubblici andranno come il ponte Morandi.
Tutta invidia. “Allarme di Berlusconi: ‘Questa è l’anticamera di una dittatura’” (il Giornale, 20.10). Gelosone.
Subito. “È accaduto un fatto gravissimo! Il testo sulla pace fiscale che è arrivato al Quirinale è stato manipolato… Non so se una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato!” (Luigi Di Maio, M5S, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Facebook, 17.10). L’indomani, in Procura, nessuno l’ha visto.
Mai. “Domani quale Consiglio dei ministri? Io arrivo da Mosca… Quale manina? Non possiamo incontrarci per ogni cosa. Io vado avanti come sul tunnel del Brennero, è inutile fare buchi e poi fermarsi. Non ci sono regie occulte, invasioni degli alieni o scie chimiche. Inoltre domani sono in Trentino e domenica entro in clima derby, c’è Inter-Milan” (Matteo Salvini, Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, il Giornale, 18.10). Infatti sabato era puntualmente al Consiglio dei ministri.
Lady Balla. “A Firenze serata piovosa… Appena uscita dal cinema dove ho visto ‘A star is born’: supera addirittura le aspettative! Una Lady Gaga favolosa e che dire di Bradley Cooper, bravissimo! Vi auguro una buonanotte ascoltando ‘Shallow’” (Maria Elena Boschi, deputata Pd, Instagram, 14.10). Mo’ me lo segno.
A casa sua. “Io in Russia mi sento a casa mia, in alcuni paesi europei no. Io qua mi sento sicuro come a casa mia” (Salvini, 17.10). “Sono contento di essere andato in Corea del Nord, ho visto un senso di comunità splendido” (Salvini, reduce da una missione a Pyongyang con Antonio Razzi, Corriere della sera, 3.9.2014). Dovrebbe andarci più spesso. E possibilmente restarci.
Il titolo della settimana/1. “Gomorra in fila per il reddito di cittadinanza. A Scampia, dove i grillini han fatto il pieno di voti, i Caf dei patronati sono sotto assedio: almeno 40 persone si presentano ogni giorno cercando i moduli per richiedere il sussidio” (Libero, 21.10). Ecco chi sono quei 5 milioni di italiani in povertà assoluta censiti dall’Istat: tutti camorristi.
Il titolo della settimana/2. “Ponte, il muro di Castellucci (ad di Autostrade): ‘Non so perchè è crollato’” (Repubblica, 15.10). Tranquilli, tanto prima o poi crolla anche il muro.