“Brave ragazze! Però ora il treno deve accelerare”

“Ho rivissuto sensazioni passate che mi mancano molto”. E lui di Mondiali ne ha vinti due, uno nel 1990 e l’altro nel 1994, con quella che era la “Generazione di fenomeni” allenata da Julio Velasco. Andrea Zorzi, 53 anni, ex opposto della Nazionale italiana di pallavolo, ora telecronista sportivo, autore e attore teatrale, nonostante la sconfitta della ragazze dell’Italia contro la Serbia alla finale dei Mondiali in Giappone, ha un giudizio positivo. D’altronde la giovane Italia è tornata sul podio 16 anni dopo l’oro del 2002 e ha fatto il pieno di premi individuali: Miriam Silla migliore schiacciatrice, Monica De Gennaro miglior libero, Ofelia Malinov miglior alzatrice e Paola Egonu miglior opposto.

Com’è stata la partita?

Non posso dire che l’Italia abbia giocato bene contro la Cina e male contro la Serbia. La Serbia aveva un livello di gioco altissimo e nei primi due set vinti da loro l’Italia ha perso malamente. Dobbiamo concentrarci sugli aspetti positivi: la squadra di Davide Mazzanti non ha mollato mai, ha provato a cambiare il gioco invece di passarla sempre all’Egonu, come sarebbe stato prevedibile. Da ex giocatore sento che le ragazze sono felici per l’argento, ma deluse perché hanno perso un’occasione straordinaria. Dall’esterno penso abbiano scritto una bellissima storia, giocato benissimo e suscitato emozioni straordinarie.

Da una parte c’era Egonu, che ieri ha sbagliato alcuni palloni importanti. Dall’altra Boskovic, imprendibile.

Boskovic è abituata a stare in una squadra in cui ci si divide le responsabilità. È una grande protagonista premiata come migliore giocatrice, ma l’esperienza e l’equilibrio della squadra sono stati il vero vantaggio della Serbia. Dall’altra parte non posso che fare dei complimenti a Paola coi suoi 19 anni. Ha giocato meno bene di venerdì, ma cosa possiamo pretendere ancora? Per il futuro bisogna chiederle di fare il miglior uso di questa esperienza e alzare l’asticella. Questa Italia dipende da lei più di quanto la Serbia dipenda da Boskovic. Le nostre giocatrici non sono affatto scarse, ma ci si è appoggiati troppo a Egonu.

Paghiamo la giovane età?

Non direi. Chiedetelo agli Stati Uniti o alla Cina che hanno perso. È vero che essendo giovani non hanno vissuto molte esperienze internazionali, ma la forza di questa squadra è stata mettere insieme le energie in tempi brevi. Però non cadiamo nel trabocchetto del pensare che, poiché sono giovani, vinceranno sicuramente in futuro. La crescita non è lineare, nulla è garantito. Dovranno rimanere concentrate.

La Nazionale maschile ai Mondiali è arrivata quinta.

Queste ragazze hanno giocato come se fossero all’interno di una grande ‘bolla’ di concentrazione e spontaneità: erano in uno stato di grazia, avevano sempre il sorriso in faccia. È una sensazione che ho provato anch’io nella nazionale nei primi anni 90. Hanno festeggiato e urlato, erano molto compatte e spontanee. Invece nei ragazzi c’era entusiasmo, ma anche desiderio di farsi vedere e una sorta di controllo di quanto facevano. Non avevano quel sorriso spontaneo. Tuttavia non definirei deludente il risultato dei ragazzi: ciò che ha deluso è stato il crollo delle prestazioni. Mi rifaccio a una frase di Julio Velasco: la differenza tra un grande campione e un buon giocatore non è la miglior prestazione. A volte un buon giocatore gioca benissimo, mentre un grande campione e una grande squadra non giocano mai troppo male.

Ora l’obiettivo è la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Quanto sarà difficile per i ragazzi?

Le dodici squadre che vanno alle Olimpiadi devono rappresentare tutti e questo fa sì che le nazionali dei continenti più forti si scannino: in Europa, oltre a noi, ci sono Francia, Polonia, Serbia e Russia. Sarà complicato, ma i nostri possono farcela se si guardano in faccia e capiscono ciò che è accaduto. Sono un treno fermo che deve ripartire.

Per le donne?

Sono un treno in corsa che deve accelerare. Devono proseguire e rimotivarsi con i giusti accorgimenti che Mazzanti troverà.

Tornerà mai la generazione di fenomeni?

La generazione di fenomeni è un termine che ci hanno affibbiato quando abbiamo vinto. Agli inizi eravamo anche piuttosto scarsi e non sapevamo di essere ‘fenomeni’. Ci abbiamo provato. Prima bisogna concentrarsi sulle cose da fare, cogliere il frutto di talento e sacrifici. I conti si fanno dopo.

Il “disobbediente” che fa rispettare la legge

Anticipiamo uno stralcio del libro di Andrea Franzoso “#Dissobbediente! Essere onesti è la vera rivoluzione”, in libreria da martedì

 

In un Paese normale, questo libro non sarebbe mai stato scritto, perché questa storia non sarebbe mai cominciata.

C’era una volta un giovane impiegato di un’azienda ricca e importante. Un giorno scoprì che il presidente dell’azienda rubava grosse somme di denaro e decise di riferire tutto ai suoi diretti superiori. Il presidente venne licenziato e denunciato alle forze d’ordine e quel dipendente onesto continuò a fare il suo lavoro come sempre.

La mia storia, invece, ha preso una piega molto diversa, perché il nostro non è un paese normale. Quando ho segnalato che il presidente si intascava un sacco di soldi, mi hanno detto: “Lascia stare”. In cambio del mio silenzio mi hanno addirittura prospettato un avanzamento di carriera: “Approfittane”. Di nuovo, la storia avrebbe potuto interrompersi bruscamente. Bastava che mi piegassi alla mentalità dominante secondo cui è sempre meglio farsi gli affari propri e non illudersi che le cose possano cambiare. Ma io non sono riuscito a voltare la testa. Di fronte al dilemma “salvare la mia carriera, oppure la mia coscienza?” non ho avuto dubbi. Ho fatto quello che dovrebbe fare chiunque assista a un reato: ho denunciato.

Non è stato facile: mi hanno accusato di essere una spia e un traditore. L’azienda mi ha fatto terra bruciata intorno. Sono stato isolato e trattato come un appestato. Quando ha saputo che cosa stava accadendo, mio padre ha detto: “Piglia le tue cose e vattene in Inghilterra, vattene in Canada, va’ dove ti pare, ma non restare qui. L’Italia è il paese dei furbi: se vuoi vivere onestamente, qui, hai vita dura”.

Parlava così perché si sentiva in colpa. Mi aveva inculcato l’onestà, l’integrità e la correttezza e adesso si rendeva conto che quei principi mi condannavano all’emarginazione. Io, invece, gli sono grato per avermi educato in questo modo. Perché è merito dei suoi insegnamenti se ho conservato la libertà e la dignità.

Le storie di whistleblower sono tutte simili. C’è il protagonista, colui che denuncia, che di solito è solo o al massimo può contare sull’aiuto di pochi alleati fidati. Ci sono i cattivi di turno, più o meno potenti, ma sempre furbi e arroganti. Ci sono i seguaci dei cattivi, che di solito si muovono in branco ordinati e compatti. Poi ci sono le comparse, quelli che fanno finta di non vedere e di non sapere. E infine c’è un ultimo personaggio, invisibile ma ingombrante: la paura.

La paura di buttare tutto all’aria per una denuncia, di giocarsi il lavoro e la sicurezza, di perdere gli amici e di restare solo, di essere giudicato… Perdi il tuo lavoro ma ti accorgi di avere risorse che non avresti mai immaginato. Perdi qualche “amico”, ma poi ti rendi conto che i veri amici sono un’altra cosa. Perdi le tue certezze e ti accorgi che erano proprio quelle a frenarti. Insomma, spesso la paura si rivela un bluff. Eppure, è l’arma principale dei bulli e dei disonesti: senza la nostra paura, loro non sono niente.

Se capiamo questo, forse allora non è così poi assurdo pensare di poter cambiare la mentalità malata di questo Paese, di poter sradicare la cultura dell’illegalità e del silenzio. Se vinciamo la paura, forse in futuro potremo finalmente vivere in una società senza paradossi, dove saranno i furbi e gli approfittatori a doversi vergognare e dove non sarà necessario “disobbedire” per far rispettare la legge.

Io ci credo. Non permettete a nessuno di rubarvi il futuro.

“Trump come Hitler e Salvini bigotto”: Moore ne ha per tutti

“Salvini? Razzista e bigotto”. J’accuse firmato Michael Moore, che torna ai vertici della propria arte, e della propria vis politica, con il documentario Fahrenheit 11/9, alla Festa di Roma e in sala dal 22 al 24 ottobre. Dopo l’11 settembre di Fahrenheit 9/11, il regista di Flint, Michigan, inverte i numeri, e trova un’altra data capitale per la storia e la democrazia a stelle & strisce: il 9 novembre 2016 in cui Donald J. Trump è divenuto il 45esimo presidente degli Stati Uniti.

Non risparmia nessuno, da The Donald, che paragona a Hitler, alla rivale Hillary Clinton, da Barack Obama, reo di aver tradito la sua Flint, all’establishment democratico, tenendo però una porta aperta alla speranza, incarnata dai ragazzi di Parkland e dai candidati espressione della società civile: “Due terzi degli elettori oggi sono donne, giovani, di colore, loro porteranno i cambiamenti. Sono gli ultimi giorni del dinosauro morente, l’uomo bianco che ha sempre preso le decisioni nel nostro Paese”.

Mutatis mutandis, richiesto del perché l’attuale governo giallo-verde abbia largo consenso nonostante gli errori commessi, Moore risponde: “Sono qui da cinque giorni, ho visto tanta della vostra tv. Gli italiani vedono Salvini, Di Maio e li trovano divertenti, ma non c’è nulla di divertente”.

Le responsabilità sono diffuse: “La sinistra ha lasciato avvenisse tutto questo, ha pensato che per vincere dovesse smettere di essere sinistra e farsi centro-qualcosa. L’Unità nel 1990 diffondeva un milione di copie, oggi non esiste più: la sinistra deve decidere quel che vuole essere, deve riappropriarsi del proprio partito”. Perché i rischi, qui come negli States, sono sensibili: “La democrazia non ha meccanismi di autocorrezione, a differenza delle automobili moderne: Salvini può prenderne la guida e farla precipitare dalla scogliera. Questi potrebbero essere gli ultimi giorni della democrazia per come la conosciamo”. E affonda, ancora sul ministro dell’Interno: “Bisogna smettere di essere carini nei confronti di Salvini, è un bigotto, contrario al matrimonio tra omosessuali. Deve capire che è amore, a prescindere da chi si ama”.

“Un tempo mi sentivo come in ‘Bellissima’. Ora ho capito…”

Amiche da trenta e passa anni, ma non per modo di dire, le reali gioie, gli inevitabili dolori; confidenze, confronti, viaggi, cene senza limiti di orari, “e tra le due io sono quella più affidabile: lei all’improvviso scompare e senza dire nulla; però nella nostra vita abbiamo condiviso veramente molto, e in qualche modo con questo film si è completato un cerchio”. Da una parte Valeria Golino come regista, dall’altra Isabella Ferrari protagonista insieme a Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio di Euforia , pellicola in uscita nelle sale, non una semplice saga famigliare, ma un intenso specchiarsi tra veri rapporti umani, messi a nudo davanti a un dramma e ai suoi tentacoli su certezze e presunte aspettative.

Valeria Golino l’ha stupita.

No, perché avevo già visto Miele, film bellissimo, e poi la sceneggiatura di Euforia l’ho letta con un’avidità rara, incollata a quelle pagine, dove è riuscita a passare dalla commozione alla commedia e senza mai perdere la sua centralità.

Non banale.

L’unico timore era di ritrovarmi sul set con lei, diretta dalla mia migliore amica; temevo di deluderla.

Un po’ di imbarazzo.

È mia sorella, tra noi c’è una confidenza totale; al contrario, durante le riprese di una delle scene più intense e complicate, è arrivata e mi ha piazzato la mano sulla spalla come a ricordarmi i dolori di questi anni vissuti insieme. Se ci penso mi tornano i brividi.

Vi basta uno sguardo.

Conosco Valeria da quando avevamo vent’anni, incrociate in aeroporto, direzione Torino: la guardo e la trovo bellissima, zingara, esprimeva padronanza di se stessa; mentre io mi trinceravo in un atteggiamento impostato.

I classici opposti.

Dopo due ore eravamo in albergo a scambiarci i vestiti. Da quel giorno non ci siamo più lasciate, e in certi casi l’amicizia può diventare simile a un matrimonio.

È gelosa della Golino?

Non è un’emozione inquadrabile, perché di lei ho sempre ammirato la totale libertà, la propensione e la capacità di non esserci. È imprendibile.

Ci resta male?

Solo da giovani, quando spariva a lungo o mi dava una buca; oggi la questione è digerita, fa parte di lei, mentre a parti inverse non so se mi avrebbe perdonato (e scoppia a ridere).

Nel film l’ha invecchiata.

Interpreto una donna distrutta dall’abbandono di un marito per una più giovane e dal dramma di vedere lo stesso coniuge ammalarsi. Quindi è giusto così. E poi questo è un problema continuo con tutti i registi…

Quale?

Mi hanno sempre accusata di essere troppo bella.

Dino Risi anche peggio…

Lui mi ha massacrato: ancora ho negli occhi la scena di lui con il megafono in mano, alle sei del mattino e dentro un bosco, mentre urlava ‘cagnaaaaa’. E avevo solo vent’anni. Tornavo a casa distrutta, convinta che questo lavoro non fosse per me.

Lo ha più rivisto?

Quasi tutti i giorni, perché vivevamo nella medesima strada, io con il passeggino, lui super elegante, brizzolato, abbronzato, affascinante e ogni volta con la sua tipica erre moscia mi diceva che ero ‘la più bella e la più brava’.

Le ha mai rivelato la sofferenza di quel set?

Mai trovato il coraggio, però non è stato l’unico regista feroce: spesso torturano per spronarti a trovare quello che neanche tu sai di possedere.

È giusto?

Non lo so, ma non ho mai frequentato una scuola, ho imparato tutto sul set, film dopo film.

Anche Ettore Scola?

Uomo molto ironico, leggero, ma allo stesso tempo colto come pochi altri: incontrarlo è stata una svolta; e poi mi prendeva spesso in giro, e l’ho ringraziato a lungo per avermi tenuto nonostante la gravidanza al settimo mese: si concentrò quasi solo sul viso, e con lui ho vinto la Coppa Volpi.

Spesso i suoi ruoli sono molto drammatici.

E quando ero più giovane non ero in grado di liberarmi dei personaggi che interpretavo, pensavo che portandoli a casa sarei rimasta più concentrata e centrata; da un po’ di anni ho imparato a entrare e uscire, basta una doccia e muta il mio panorama emotivo.

Anche con il personaggio in Euforia?

Sì, e nonostante Valeria sia una regista che ti mette su un binario di verità: è la sua più grande qualità.

Cos’altro ha scoperto di un’amica che conosce da 34 anni?

Che sul set è molto più presente e attenta di quanto potessi immaginare; e poi ho capito che il mio personaggio è la sintesi dei nostri caratteri e delle nostre esperienze. (ci pensa) Attenzione: spesso mi chiudo e mi blocco, non convivo sempre con Isabella Ferrari, a volte la metto da parte.

Serve a prendere fiato?

Ma no, mi piace tantissimo, e da tempo sono riuscita a riconciliarmi con quell’immagine: la vivo con maggiore serenità, anche se non è stato semplice.

Tutto troppo e troppo presto?

Questo percorso l’ho iniziato da giovanissima e per volere di mia madre: lei desiderava diventare attrice, e ha impostato la mia vita per esaudire un suo sogno.

Lei, no…

Non volevo deluderla, e per me era fondamentale la sua approvazione; le chiedevo sempre consigli, nonostante la mia non sia una famiglia di intellettuali, ma di origini contadine; così fin da giovanissima sono diventata miss ovunque, sono una sorta di Bellissima di Visconti.

Subito i riflettori.

Sì, buttata su una passerella da quando ho 15 anni.

Con i suoi tre figli evita lo stesso percorso?

Alla fine mia madre mi ha stimolato, credo si possa convivere con la volontà di un genitore di segnare una strada; a volte è anche doloroso il contrario, quando hai una prole senza obiettivi e ambizioni.

Nihil difficile volenti.

Mia madre mi ha donato un’ossessione che probabilmente da sola non avrei colto; però ho impiegato anni a capire tutto questo, a non derubricare come “assurdo” questo perenne stimolo.

Sa dire di “no” ai figli?

Con grande fatica, al massimo offro dei consigli, ma cerco di non impormi.

Questo lato lo ha analizzato molto.

Per forza, è il punto chiave della mia vita; forse non è chiaro: mia madre è stata presente pure per il mio provino al cinema, quando sono arrivata a Roma per incontrare i fratelli Vanzina, senza sapere nulla di set, completamente ignara delle dinamiche.

Si è dichiarata fortunata nell’aver incontrato Carlo Vanzina.

Lui dolcissimo, paziente, gentiluomo, elegante e in grado di mettere su schermo un lato di me non studiato; di scovare un ruolo in grado di darmi immediata popolarità.

Selvaggia è un personaggio che va oltre il film.

Appunto, e non potevo immaginarlo mentre giocavo a ruba bandiera con Massimo Ciavarro: all’improvviso si sono aperti i portoni, contratti su contratti, proposte a ripetizione; la vita vivisezionata attraverso interviste e presunto gossip: a un certo punto ho quasi perso il punto di partenza.

Nel 2015, ben prima del caso Weinstein, ha denunciato l’alto numero di “bestie dentro al mondo del cinema”.

Oggi mi tolgo da questa commecializzazione del #MeToo: trovo inutile pubblicare i nomi dopo trent’anni, e qualcuno è morto; mentre è un’assoluta pagina di storia quella del movimento delle donne e quando ho sentito Asia Argento raccontare certe situazioni ho pensato: ‘Cacchio che coraggio, non ci sono riuscita’.

Quindi?

Come madre ne beneficeranno le generazioni successive alla mia, perché l’abuso di potere l’ho stravissuto, solo che allora non si diceva, in qualche modo pensavo fosse la norma.

Ad agosto sul Fatto Valeria Golino ha dato una risposta simile.

Magari da giovanissima mi sono trovata davanti a un produttore che mi chiedeva di togliere maglietta e reggiseno e camminare nuda ‘per vedere come ti muovi’…

E lei?

Accettavo per la mia voglia di cinema, e anche se mi fermavo lì, oggi mi rendo conto della violenza subita, e non è vero che se tu non lo vuoi non succede. Succede. Magari non torni più su quel divano…

Ha mai cercato di nascondere la bellezza?

Alcuni registi hanno tentato di imbruttirmi, e negli anni alcune persone mi hanno suggerito di rispondere ‘sì, avrei preferito non essere così’, ma non è vero, sto bene con me stessa.

Cosa ne pensa del rapporto tra cinema e Netflix?

Credo abbia innescato un cambiamento epocale e irreversibile, una rivoluzione con cui si deve convivere; tornare indietro è impossibile, un po’ come la storia degli influencer.

Ne è incuriosita?

Oramai l’influencer vince sull’attore, tutto è in vendita: a Cannes ho visto scansare Isabelle Huppert per una star dei social.

A quale ruolo dice “grazie”?

Oltre a Sapore di mare? A Distretto di polizia e allora scegliere una serialità rispetto al cinema veniva giudicato come una totale follia.

La dissuadevano.

In tutti i modi, magari con l’amica che mi diceva: ‘Guarda che Amelio non ti chiamerà più’, e su questo mi angosciavo, riflettevo, mi ri-angosciavo.

Al contrario…

Un successo incredibile, ero diventata quasi una santa: un giorno al mercato ho dovuto mettere una mano sulla testa di un bambino; poi un pomeriggio incontro per strada proprio Gianni Amelio che mi bacia e abbraccia con una certa fretta: ‘Scusa ma devo correre a casa, questa sera c’è l’ultima puntata di Distretto. Non posso perderla’.

La nemesi.

Gioia vera.

I personaggi così popolari escono dallo schermo.

Quando andavo all’aeroporto di Fiumicino neanche mi controllavano, mi dicevano solo ‘prego commissario’.

Perché ha lasciato?

Un po’ per la nascita del mio terzo figlio, mi sono trovata incinta alla partenza della serie con le costumiste impegnate a lavorare sulla mia pancia, finché ho partorito praticamente in scena: la mia ostetrica ha partecipato al parto simulato, e alla fine entro nel commissariato esattamente con il mio piccolo appena nato.

Un reality

Più o meno sì!

Insomma , perché l’addio?

Volevo allattare e la produzione non poteva aspettare un anno, in più ritenevo fosse utile uscire da quel ruolo per non restare chiusa, e lì è stato fondamentale mio marito (Renato De Maria, ndr)…

In cosa?

Bravissimo nello scrivere la sceneggiatura di Amatemi, e regalarmi un personaggio che dopo quello della Scalise mi ha aperto le porte di una serie di film importanti.

Come dicevamo è quasi sempre molto seria sullo schermo…

Un po’ sì, non c’è niente da fare, e solo il teatro mi ha tolto in parte quella maschera: in quel contesto sono riuscita a sperimentare la vena ironica: strappare una risata è una soddisfazione assoluta.

Lei sul palco.

Mi isolo, non posso incrociare l’occhio di alcuno in platea: quando affronto il teatro non ho mai leggerezza e la tensione mi avvolge tutta la giornata, per questo non lo posso vivere a lungo. Ma c’è anche chi sta peggio di me… (e ride)

Il nome.

Nella commedia della Comencini, l’intero gruppo, compresi i vigili del fuoco, era preoccupato per Margherita Buy: lei chiusa nel bagno e noi a tirarla fuori.

Alla fine?

Stremati e lei gigantesca sul palco. È veramente simpatica, è un’amica.

Chi l’ha iniziata al teatro?

Forse Mariangela Melato, e per me allora era dio in terra; è stata lei a mandarmi le cassette dei suoi lavori per stimolarmi e darmi dei punti di riferimento, poi mi ha sempre seguito, e prima dei debutti veniva in camerino per gli ultimi consigli o a insegnarmi come si prendono gli applausi.

Come, gli applausi?

Non ero in grado, per timori assurdi e imbarazzi mi nascondevo, non vedevo l’ora si chiudesse la scena: lei se ne accorse e me lo disse.

I suoi capelli sono considerati dei capisaldi da molte donne…

Scherza?

No.

Non lo sapevo. E pensare che per me sono una reale ossessione: per ogni ruolo parto da loro, mi domando come il personaggio potrebbe portarli, e mi diverte moltissimo.

È celebre anche per delle lunghe passeggiate nei film.

Mi è capitato spesso e amo il non detto; amo i lunghi piani sequenza come ne La lingua del Santo, in Saturno contro o La grande bellezza.

Nel film di Sorrentino recita una battuta storica.

Quello scambio con Servillo è bellissimo, quando mi domanda: ‘Cosa fa nella vita?’ e rispondo ‘Io? Sono ricca’: un gioiello di sintesi e visualità.

Lei regista.

Io? Non ci ho mai pensato, non mi interessa. E questa è la differenza con Valeria.

“Idioti, bugiardi di Stato”: la Radio pubblica querela Mélenchon

Radio France,che riunisce le radio pubbliche francesi, ha annunciato querela contro il leader della sinistra radicale della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, per le frasi contro i giornalisti di France Info dopo un servizio sull’inchiesta che vede sotto accusa Mélenchon per la gestione del finanziamento pubblico della campagna elettorale. Il servizio è stato definito da Mélenchon “nuova campagna di affabulazione” per “iniziativa della radio di Stato”. Rivolto agli autori del servizio, Mélenchon aveva parlato di “idioti” e “bugiardi”. “Vi metto tutti in guardia: ci difenderemo in modo implacabile. Non abbiamo paura di niente e di nessuno”.

Le testimonianze

 

La madre con sei figli

Karen Sono partita per salvare mia figlia dalla droga: lei vive in mezzo alla strada.
Ho lasciato in Honduras i miei sei figli più piccoli, con me sono venuti solo quelli grandi: gli altri possono aspettare…
È doloroso abbandonare i propri bambini, la propria famiglia. Sono riuscita a non piangere mentre marciavo, ma pregavo Dio di farci passare il confine. Finora è andato tutto bene. Spero che gli altri Paesi ci aiutino, perchè in Honduras non ci ha aiutato mai nessuno. Sono una madre sola, e per i miei figli sono stata costretta a lasciare il mio Paese. Spero di trovare lavoro negli Stati Uniti, per guadagnare e mandare il denaro a casa.

 

Il ragazzo di 12 anni solo

Mario Un poliziotto mi ha afferrato per il collo, e mi ha sbattuto a terra. Poi ho respirato i lacrimogeni e sono svenuto. Mi hanno detto che mi porteranno in un centro di accoglienza. Io però continuerò a camminare, fino ad arrivare negli Stati Uniti, se Dio vuole. Ho 12 anni, ma sono partito da solo. Mia madre lo sa, prega per me perchè passi la frontiera. In Honduras si soffre, non c’è denaro e quel poco che c’è te lo rubano. Volevano farmi entrare in una pandilla, mi hanno detto che si guadagna bene, ma ho preferito lasciare stare. Voglio studiare e poi lavorare negli Usa quando sarò grande.

I “Forrest Gump” latinos in marcia spaventano Trump

Sono partiti in pochi, appena 160, all’alba di venerdì 12 ottobre dalla stazione degli autobus di San Pedro Sula, una delle città più pericolose al mondo, nel nord dell’Honduras. Ora sono almeno 20 volte tanto: una marea umana che è cresciuta a ogni passo. Hanno risalito Honduras, El Salvador, Guatemala, macinando – per lo più a piedi – oltre 40 chilometri al giorno. Ora il fiume di bandiere, volti e storie si è fermato, dopo 500 chilometri attraversati, a Tecún Umán, al confine col Messico. Vogliono entrare negli Usa, la terra che per loro è sinonimo di opportunità e speranza, ma che li teme, presidente Donald Trump in testa, soprattutto adesso che si avvicinano le elezioni di Midterm.

Si sono accampati nel parco, e sulla sponda del río Suchiate, che segna la frontiera tra Guatemala e Messico, cantando l’inno nazionale. Alla riva opposta del fiume, ad aspettarli, mille agenti messicani in tenuta antisommossa e grate d’acciaio alte tre metri. Per entrare in Guatemala, dall’Honduras, basta un semplice documento d’identità. Per passare il confine con il Messico, invece, è necessario il passaporto, ma in pochissimi ne sono in possesso. Così i 4mila caminantes hanno fatto della cittadina guatemalteca di Tecún Umán – 33 mila abitanti – il loro rifugio provvisorio.

Il grosso della carovana umana è arrivata qui due giorni fa. Tante le donne, tantissimi i neonati e i bimbi. C’è anche chi ha già provato a varcare la frontiera, imbarcandosi su natanti di fortuna per guadare il fiume. Scappano dalla povertà, dalla disoccupazione, dal reclutamento forzato e dalla violenza delle pandillas, le gang criminali centroamericane. Quando hanno potuto, sono saliti su auto, furgoni, persino tetti di bus. Molti agitavano bandiere bianco-blu honduregne e urlavano slogan contro Juan Orlando Hernández, il presidente accusato di connivenza con i cartelli del narcotraffico.

Mercoledì scorso, hanno attirato l’attenzione di Donald Trump. “Abbiamo informato i governi di Guatemala, Honduras e Salvador: se permetteranno a queste persone di attraversare i loro territori allo scopo di entrare illegalmente negli Usa, tutti i finanziamenti ai loro Stati finiranno”, ha scritto il presidente in uno dei tanti tweet dedicati ai caminantes. Il governo messicano di Enrique Peña Nieto, di tutta risposta, da giovedì ha ammassato al confine tra Tecún Umán e la città di Hidalgo, Mexico, poliziotti in assetto da “contenimento”. E Trump, postando il video di un aereo militare messicano che scaricava centinaia di agenti, ha ritwittato entusiasta: “Grazie Messico, non vediamo l’ora di lavorare insieme a voi!”.

“Ma è Dio che decide qui, non Trump – dice al Washington Post Luis, 32 anni – e noi non abbiamo altra scelta se non di andare avanti”. Con lui, venerdì, i primi honduregni hanno provato a passare il confine. Alcuni di nascosto, pagando 10 quetzal (poco più di un dollaro) ai traghettatori abusivi per passare il fiume, la maggioranza accalcandosi sul ponte Rodolfo Robles, l’unico che collega le due rive del río Suchiate. La “testa” del gruppo all’alba ha provato a sfondare: spingendo tutti insieme, hanno fatto cadere i cancelli, e qualche centinaio di migranti sono riusciti a far perdere le proprie tracce. Gli altri – inclusi quelli in regola con i documenti – sono stati respinti a lacrimogeni e manganellate. Resteranno a Tecún Umán. Si sono seduti a gambe incrociate sul ponte, che è coperto da una marea umana in attesa. Aspettano di sapere cosa sarà di loro.

I talebani “votano” coi kamikaze, 50 morti nel giorno delle elezioni

I talebani hanno mantenuto la promessa: nel giorno del voto per il rinnovo della Camera bassa, si sono scatenati gli attacchi. La premessa per elezioni insanguinate c’erano state due giorni fa a Kandahar; tre morti fra cui il capo della polizia, il vicecapo dell’intelligence e un cameraman, con il comandante delle forze americane Scott Miller salvo per un pelo. Ieri 50 i morti, 100 i feriti, causati da quasi 200 attentati. Solo a Kabul sono state 15 le vittime di un attacco suicida a un seggio elettorale: 60 i feriti, secondo il portavoce del ministero dell’Interno. I talebani hanno preso di mira i seggi non solo con kamikaze ma anche con colpi di mortaio a Nangarhar, Kunduz, Ghor, Kunar. “Restate a casa, boicottate”, avevano detto i capi talebani, aggiungendo: “Non permettete che si svolgano nelle vostre zone”. Nei dieci distretti sotto il controllo dei guerriglieri islamici non si voterà, lo stesso è avvenuto a Kandahar dopo l’attentato ai vertici dell’intelligence. Per i gruppi armati l’appuntamento rappresenta una “sceneggiata fuorviante degli invasori” per “legittimare l’occupazione e il loro regime fantoccio”. Le elezioni erano un banco di prova per il governo rispetto al livello di sicurezza che poteva garantire. Dieci candidati avevano perso la vita in agguati sempre attribuiti ai talebani.

I rischi di una Libia “alla somala”

La conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre sulla crisi libica è la prima iniziativa realmente politica messa in atto in quel martoriato Paese dopo il negoziato di Skhirat del 2015 che vide la nascita del governo Serraj riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nei successivi tre anni in Italia la Libia è diventata una questione di politica interna: si è fatto di tutto (e parlato con chiunque) affinché i migranti fossero trattenuti nei centri di detenzione. Al di là di ogni questione morale, tale scelta si è trasformata in un boomerang: abbiamo offerto alle milizie libiche la possibilità di ricattarci. Si è accettato di trattare con personaggi equivoci e alle “loro” condizioni, mediante un opaco mercato e senza tener conto che esclusivamente una Libia riunificata avrebbe potuto davvero risolvere i problemi (nostri e loro). Tale gioco di scambi avrebbe potuto funzionare solo se inserito all’interno di una visione politica complessiva, cioè una pur lenta ricostruzione dell’unità nazionale libica. Da tale equivoco nascono le competizioni franco-italiane, corollario di un’assenza di progetto.

Ora finalmente si riparte. Sarà difficile ma non impossibile. Il dossier libico torna definitivamente alla Farnesina, unica deputata – assieme alla presidenza del Consiglio – a fare la politica estera dell’Italia. Dagli Esteri si sono subito messi in movimento: si inizia dalla corona di Paesi che devono essere inclusi, cioè divenire parte della soluzione mentre fino ad ora erano assenti o – per alcuni – addirittura parte del problema. Sembra che saranno oltre 20 gli Stati presenti al più alto livello.

Palermo vuole continuare la via di Skhirat laddove essa si è interrotta a causa della faziosità libica. La guerra civile del 2014 ha intaccato lo spirito nazionale e frammentato il Paese, in Libia è scomparso lo spirito rivoluzionario che aveva animato e unito molti libici nella guerra contro Gheddafi. Da quel momento le varie parti (oltre 100 tra milizie e gruppi) badano solo al proprio territorio. Non c’è quasi nessun responsabile libico che si preoccupi della riunificazione. Servono molte pressioni sui libici perché cambino mentalità. Senza tale impegno diplomatico la situazione di crisi potrebbe diventare permanente, come in Somalia. E l’Italia non può permettersi uno stato fallito a poche miglia nautiche da casa.

Per riuscire a convincere i libici, occorre cessare ogni competitività tra paesi coinvolti. Gli interessi di tutti devono essere presi in considerazione, confrontati e mediati, fino a giungere a un compromesso. Malgrado le schermaglie via media sui migranti, le riservate recenti visite diplomatiche in Francia hanno già ricucito le posizioni tra Roma e Parigi.

Manca ancora da capire quali saranno i rappresentanti libici invitati alla Conferenza. Non bastano Serraj e Haftar (i capi dei governi di Tripoli e Bengasi). Va tenuto conto di Zintan, di Misurata, degli ex gheddafiani (almeno alcuni di loro) e di altre correnti politiche; va tenuto conto del Fezzan con i Tebu, i Tuareg e gli Awlad Suleiman e altre tribù arabe meridionali; vanno incluse le grandi tribù nazionali come i Warfallah, i Magara o gli Zuwayya. Infine i rappresentanti delle due assemblee ostili, Tripoli e Tobruk, e della società civile.

Non sarà probabilmente possibile avere tutti gli attori libici auspicati subito assieme allo stesso tavolo, si dovrà avanzare per gradi. Da Palermo non ci si deve infatti attendere una soluzione definitiva ma la messa in moto di un processo virtuoso che avrà bisogno di altre tappe. La comunità internazionale ha già ben chiaro le difficoltà nell’operare un nation building

senza fare un’altra guerra. Si tratta di una sfida che in Libia vede oggi l’Italia in un ruolo di leadership: fare sistema è indispensabile.

*L’autore è stato viceministro degli Esteri

Trappola-Khashoggi: soffocato e liquidato dal branco degli 007

Dopo quasi tre settimane, l’Arabia Saudita ha dovuto ammettere di sapere. Ma ciò che dice di sapere, ossia che il giornalista dissidente Jamal Khashoggi è morto a causa di una colluttazione, sembra convincere solo l’alleato di ferro Donald Trump che ha definito l’ammissione “un buon primo passo”. Una versione diversa è stata fornita da Ali Shihabi, direttore di un centro considerato vicino al potere a Ryad: “Khashoggi è morto per strangolamento durante uno scontro fisico, non una rissa a pugni”. Successivamente il ministero dell’Informazione ha chiarito: i colloqui al consolato hanno preso “una piega negativa” che ha portato alla morte di Khashoggi, nonché a un “tentativo” da parte delle persone che l’avevano interrogato di “dissimulare quello che era successo”. Per questo motivo Ryad ha annunciato la destituzione di un alto responsabile dell’intelligence, il generale Ahmed al-Assiri, e quella di un consigliere di primo piano della Corte reale, Saoud al-Qahtani.

I sauditi non potevano continuare a sostenere la narrazione iniziale ossia che Khashoggi nel pomeriggio del 2 ottobre fosse uscito dal consolato saudita di Istanbul per poi venire inghiottito dal nulla. Ora il tentativo è quello di sminuire la portata dell’omicidio di un proprio cittadino all’interno del proprio consolato di Istanbul tentando di spacciarlo per un delitto non premeditato. Si tratta di una versione che la Turchia, per bocca dello stesso presidente Erdogan, respinge. “Riveleremo tutto, qualunque cosa sia successa: non accusiamo nessuno in anticipo, ma non accettiamo che niente venga insabbiato”.

Gli inquirenti turchi inoltre vogliono sapere perché e dove è stato occultato il suo corpo. Solo attraverso l’autopsia delle spoglie di Khashoggi si potrà escludere che invece sia stato seviziato a morte e quindi smembrato e sepolto forse nella foresta di Belgrado, la dinamica ricostruita dai turchi. È in questa zona, battuta in questi giorni palmo a palmo dagli esperti forensi turchi, che il minivan con targa diplomatica e vetri oscurati uscito qualche ora dopo l’ingresso di Khashoggi nel consolato saudita, si sarebbe fermato.

Secondo la polizia turca, sostenuta dalle immagini delle telecamere installate nella megalopoli, il veicolo avrebbe fatto anche la spola con la residenza del console che è tornato a Ryad il 16 ottobre scorso, il giorno precedente le perquisizioni disposte dalla magistratura di Istanbul. A partire dal giorno della scomparsa dell’editorialista saudita del Washington Post, da tempo residente negli Stati Uniti per sfuggire alla repressione delle voci critiche nel petrostato del Golfo, Ryad ha cambiato versione più volte sentendosi garantita dall’alleanza con gli Usa. All’inizio Ryad aveva negato qualsiasi interferenza nella scomparsa. Ma quando gli inquirenti di Istanbul avevano dato alla stampa le foto e le generalità di 15 membri dei servizi segreti sauditi, tra cui un medico forense, atterrati in Turchia per andare al consolato lo stesso giorno della sparizione di Khashoggi, Ryad ha prima negato, per poi spiegare che questi uomini avrebbero “solo” dovuto parlare con il giornalista per farlo rientrare nel paese natale. Intanto uno dei 15 della “squadra della morte”, rientrata in patria lo stesso giorno, è già morto in un incidente.

Dalle registrazioni audio che la polizia turca dice di avere ottenuto dal decrittaggio da remoto dell’orologio-computer Apple che Khashoggi aveva al polso quando entrò in consolato, risulterebbe che il console avesse chiesto ai torturatori di “non fare queste cose nel mio ufficio, altrimenti potrei avere dei grossi problemi”. La risposta, anche questa nel presunto audio che sarebbe stato ascoltato anche dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, pare sia stata: “Se continui a scocciare, quando rientri farai la stessa fine”.

Dalla visita di Pompeo a Riad e quindi ad Ankara, le autorità saudite si sono mostrate più collaborative, hanno inviato degli investigatori e autorizzato le perquisizioni, quindi hanno divulgato una nuova versione dell’accaduto dopo la seconda telefonata avvenuta all’inizio della settimana tra Mohammed bin Salman e il presidente Trump. Al termine della conversazione, sia la Casa Bianca sia la Casa Reale saudita hanno affermato che l’uomo “è stato ucciso da delinquenti comuni”. Una ipotesi del tutto ridicola, a cui non ha creduto nessuno, diffusa per prendere tempo e creare una nuova versione, la penultima, che ha richiesto l’arresto di diciotto uomini della sicurezza, tra i quali i componenti della squadra volata a Istanbul. Hatice Cengiz, la ricercatrice universitaria turca fidanzata di Khashoggi a cui aveva affidato i suoi cellulari (collegati con l’orologio Apple) mentre lo attendeva davanti al consolato ha accusato le autorità saudite di non aver detto tutta la verità e ha chiesto che permettano il ritrovamento del corpo.