Mi si nota di più se non vado: fuggifuggi dal forum saudita

Mentre la polizia turca cerca ancora i resti del giornalista saudita Jamal Khashoggi nei boschi attorno a Istambul, a Ryad la monarchia cerca di evitare che il secondo forum economico Future investment initiative, in programma da martedì 23 a giovedì 25, si trasformi in un completo flop. L’ufficio stampa del forum con la stampa è muto: nessuna lista dei partecipanti e nessuna conferma delle defezioni. A Ryad era atteso il gotha dell’economia e della finanza, ma gli speaker di maggior peso hanno dato forfait. Non ci sarà Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa, né il direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire e una serie di manager delle più grandi multinazionali del Pianeta, tra i quali Jean Pierre Mustier, ceo di Unicredit, unico leader di un gruppo italiano atteso (l’anno scorso aveva partecipato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan).

L’amministrazione Usa, storico alleato del regno saudita, all’inizio aveva preso la questione Khashoggi con cautela. Ma ieri, di fronte alle proteste dell’opinione pubblica e infine all’ammissione di Ryad (che parla però di un incidente durante un interrogatorio), il presidente Donald Trump ha ventilato la possibilità di comminare sanzioni al Paese: “Salvando però gli accordi per la vendita di armi, che se messi in discussione metterebbero in difficoltà società e posti di lavoro americani”.

Le esportazioni statunitensi verso il regno dei Saud, nel 2017 sono ammontate a 25,5 miliardi di dollari, con Ryad che è il maggiore acquirente mondiale di armi Usa.

Meno riguardi hanno avuto le aziende, soprattutto quelle che non producono armi: la lista delle defezioni per ora comprende nomi come Jamie Damon, ceo di Jp Morgan, (prima banca Usa ) e Larry Fink, presidente e ceo di Black Rock, il maggior fondo di investimento mondiale per attivi gestiti, i ceo di altre multinazionali della finanza come Hscb, Softbank, Tpg Capital, Black Stone, Mufg bank (prima banca del Giappone) e la francese Bnp, oltre a Uber, Ford, Airbus e a colossi editoriali come Cnn, New York Times, The Economist (Exor). Salvo Unicredit, nessuno tra i principali gruppi italiani figurava nel panel degli speaker; Leonardo, Fca, Eni, Enel, e Snam interpellati dal Fatto fanno sapere che comunque non sarebbero andate.

Quella saudita è una monarchia di stampo feudale, di religione wahabita (fazione ultra conservatrice dell’Islam sunnita), dove lo Stato è proprietà della famiglia Saud. Negli ultimi anni il regno sta cercando di emanciparsi dall’export di petrolio e rifarsi un’immagine. Nel 2016 il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha lanciato un programma di sviluppo, Saudi vision 2030. Comprende l’acquisto di partecipazioni estere (con i 2.500 miliardi di dollari dei fondi sovrani), la quotazione in Borsa della holding petrolifera Saudi Aramco e lo sviluppo di servizi ad alta tecnologia. Per i nuovi affari su scala globale, serve anche una reputazione di maggiore apertura e democrazia, che per ora è stata affidata soprattutto alle decine di milioni di dollari spesi in pubbliche relazioni e in iniziative come il forum economico, ribattezzato dalla stampa “la Davos del deserto”. L’uccisione di Khashoggi ha però dato un duro colpo alla propaganda.

Mail Box

 

La lotta all’evasione è scomparsa dai radar

Mia moglie e io da troppo tempo, ormai, seguiamo con un “po’ di apprensione” le vicende o, meglio, le vicissitudini di questo nostro povero Paese. Abbiamo accolto il nuovo governo con un qualche ottimismo: speravamo, infatti, che, grazie alla presenza maggioritaria del M5S, si intraprendesse una lotta senza quartiere alla evasione fiscale, una piaga incancrenita e capillare che non ha uguali nei paesi civili di tutto il mondo, causa principale dei problemi economici dell’Italia, per unanime giudizio dei pochi che hanno il coraggio di parlarne. Trovo paradossali tutti i più vari suggerimenti e proposte per “trovare i soldi” per la mitica manovra finanziaria, quando, se Cottarelli è nel giusto, basterebbe ridurre di un ottavo l’entità attuale dell’evasione per risolvere tutti i problemi economici dell’Italia. A quanto pare, l’evasione sta bene a tutti. Combatterla sarebbe a poco costo e non richiederebbe grandi sforzi creativi (basta copiare da altri Paesi) e potremmo finalmente iniziare un percorso di civilizzazione che ci liberi da questo habitus mentale, antropologico direi e, forse, ormai genetico. Purtroppo, dopo i primi annunci, peraltro deboli, il sintagma “lotta all’evasione” è scomparso, per usare una sua espressione, dai radar della politica ed anche, ahimè, dei mezzi di informazione. È così o ci siamo persi qualcosa?

Cesare Gentili e Florida Nicolai

 

Cari amici, il condono sul passato è pessimo. Speriamo che almeno i giallo-verdi siano di parola sul carcere per gli evasori futuri.

M. Trav.

 

C’è bisogno di imprenditori seri, non di parassiti

Con le fauci aperte, in attesa di inghiottire i milioni di investimenti pubblici – cioè di noi cittadini – delle opere pubbliche, Tav, Tap, Terzo Valico…

Chissenefrega se non servono a nulla e a nessuno. Noi le facciamo, ci guadagniamo, e poi fatti vostri. Il Mose, a Venezia, sarà la prima cartina al tornasole delle grandi opere inutili e devastanti. Rischio imprenditoriale zero. Profitti molti. Sfruttamento dei lavoratori, ormai, a disco verde. Se il Paese è in difficoltà non date solo la colpa agli altri. Assumetevi le vostre. Investite i profitti non nella speculazione finanziaria, ma in ricerca, innovazione e formazione. Altrimenti, capaci tutti. A fare gli imprenditori senza rischio d’impresa. Almeno risparmiateci di farci, ogni volta, la lezione. La potremo accettare solo quando vi assumerete le responsabilità che attengono al vostro ruolo. Sono già troppi ad approfittare dello Stato sputandoci, poi, addosso.

Un Paese che guarda al futuro ha bisogno di un’imprenditoria seria, non parassita.

Melquiades

 

La Lega rimane il partito che era con Berlusconi

Che la “porcata” del maxi condono che potrebbe salvare pure riciclatori di denaro sporco e, dunque, mafiosi che portano i capitali all’estero, l’abbia voluta la Lega non c’è dubbio. Lo confermano tutte le affermazioni di Salvini e del leghista Garavaglia: “Il contenuto del decreto lo sapevano tutti” (sottointeso “e a noi va bene così”); “Cosa fatta capo ha” (tradotto “il maxi condono non si tocca”). E ancora Salvini: “Io quello che abbiamo discusso per ore ed ore nel Consiglio dei ministri l’ho trovato scritto” (chiarissima l’intenzione di mantenere il testo con il maxi condono). D’altro canto, che la Lega non abbia mai sviluppato l’emisfero etico, dopo l’appoggio a Berlusconi e le offese ai “terroni”, lo dimostra la rozzezza con cui il Ministro dell’Interno si rivolge a chi soffre (la pacchia dei migranti, le parole rivolte a Ilaria Cucchi). L’unico motivo per cui la Lega sta tornando sui suoi passi lo si trova nei commenti Fb di Salvini, che divengono in questi casi una cartina al tornasole per chi vuol capire che sta accadendo. Un elettorato, quello di Salvini, che digerisce tutto per semplicità, ma comprende almeno il concetto di maxi condono. Un elettorato che Salvini e Giorgetti hanno allargato con facili slogan politici e che pensavano di avere ormai in pugno ma che nei commenti, invece, ha minacciato di togliere il voto alla Lega se non fosse tornata indietro. E Giorgetti, che annusa sempre “l’aria che tira”, deve aver indirizzato il cambiamento di rotta. Ma il fatto chiaro è che la Lega rimane il partito che era con Berlusconi, quello che sceglie l’autoritario Orban e l’oligarca Putin e che si è travestito da “pecora” rimanendo lupo.

Barbara Cinel

 

Pd, la contromanovra arriva dalla Leopolda

Mentre i duellanti Salvini e Di Maio cercano di fare pace, e mentre allo stesso tempo si tenta di rassicurare l’Ue per la manovra economica non gradita, ecco che il risorto Renzi e l’ex addormentato Padoan presentano non dall’interno del Pd, ma dal palco della Leopolda, la cosiddetta contromanovra. Si capisce, ovviamente, che se non estromettono Matteo Renzi dal Pd, il rignanese, segretario o non, continuerà a decidere la linea politica e a guidare il Pd dall’esterno, e cioè dalla Leopolda.

Luigi Ferlazzo Natoli

La rabbia muta dei giovani europei

2028. Il mondo è assetato e malato, permeato dal web, sorvegliato da invisibili controllori e popolato di cyborg e chip sottopelle; l’Unione europea è in pezzi, i Paesi del Nord hanno creato una loro lega perché, dopo l’uscita dell’Italia dall’euro nel 2023 con un referendum popolare (sulle misure draconiane imposte della troika, spaventata dal nostro debito al quadruplo del Pil), il sistema creditizio del continente si è sfarinato, e con esso la moneta unica.

Nella dissoluzione della politica, è ormai il tempo dei rendiconti, degli interrogatori, di due giovani ragazzi in nero – membri di una rete internazionale che lotta contro l’involuzione antidemocratica del continente – che sequestrano e costringono a dire la verità il direttore uscente (tedesco) della Bce, un suo amico imprenditore (in realtà lobbista e consigliere occulto, che vende proprietà per super-ricchi nelle isole artificiali “Ocean City”, costruite per esperimenti medici e per ospitare i migranti mossi a lasciare l’Iran dalla siccità), una commissaria europea troppo tenera coi poteri forti e un giovane sindacalista pieno di ideali.

Questa è la distopia immaginata da Andres Veiel in Let them eat money, una pièce teatrale disturbante e documentata, un po’ fantascientifica ma non fantapolitica, emersa dal lungo lavoro del gruppo di studio Welche Zukunft? (“Quale futuro?”: l’omonimo sito ne registra i lavori). La “prima” si è tenuta al Deutsches Theater di Berlino, mentre fuori vigeva lo stato d’assedio per il contestato vertice tra Recep Tayyip Erdogan e una cancelliera Merkel ormai azzoppata dal proprio stesso partito; nelle stesse ore, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung fioccavano titoli scandalizzati per la manovra del nuovo governo italiano.

Proprio la stessa sera, a pochi isolati di distanza, il meno compassato Maxim-Gorki-Theater offriva un’altra ‘prima’ del tutto in tema, quella di My private apocalypse del polacco Krzysztof Minkowski: un’altra distopia, ambientata nel 2030 e nei sotterranei del Palazzo della Cultura di Varsavia, dove la frontwoman di un gruppo metal esorta gli astanti, tramite un concerto sui generis, a organizzare una resistenza armata contro il predominio dell’estrema destra in tutta Europa. Se dunque nel testo di Veiel la violenza politica viene soltanto allusa o mimata, Minkowski prevede il suo arrivo addirittura come unico sfogo (o argine) concreto al fallimento dei meccanismi della democrazia parlamentare.

Che i giovani immaginino un futuro così cupo non deve forse stupire: l’eredità che raccolgono, dalle catastrofi ambientali alle migrazioni incontrollate, dai muri tra gli Stati al predominio della tecnologia ai debiti delle madri intrappolate in lavori “flessibili”, è insostenibile. Il futuro non ci basta (Die Zukunft reicht uns nicht) proclama sin dal titolo lo straordinario coro di adolescenti che dà vita alla pièce dell’austriaco Thomas Köck, nata nell’autunno 2017 allo Schauspielhaus di Vienna. Adolescenti attenti alla loro timeline, ma vigili ed esasperati dall’idea di debito come colpa (Schuld), dalla sensazione di salvare continuamente i morti contro i vivi, dal peso di una diseguaglianza che solca le loro vite, dall’imbarazzo per una politica che non li commuove (“non se ne verrà a capo senza brutte scene”, argomenta il premier Kurz in merito alla questione migratoria), da un patto generazionale perverso che assegna il 40% del patrimonio all’1% delle famiglie. “Io sono / i derivati scoperti io sono / la crisi mediorientale io / sono i depositi di scorie radioattive io / sono i centri storici / tutti esauriti io sono / ciò che resta dopo la vostra festa / io sono il mal di testa dopo il / risveglio la crisi rimandata io / sono ciò che riesco a ottenere perché so / che da voi non si può aspettare più niente”.

Il mondo mitteleuropeo pone dunque con forza il tema dei giovani e del futuro, evocando rischi concreti che non sono solo del domani. La maggiore virtù del film 22 luglio di Paul Greengrass, giunto quasi di soppiatto all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, sta nel raccontare il massacro dei giovani del Partito laburista norvegese sull’isola di Utøya (2011) non tanto sul piano della cronaca “militare”, ma anzitutto nella prospettiva del “dopo”, insistendo sul modo in cui la società di quel Paese ha elaborato l’immenso trauma, sospesa tra l’abominio dei ragazzi sventrati o mutilati (come i loro ideali?) e la necessità di garantire al “mostro” razzista e filonazista Anders Breivik un giusto processo. Ecco allora il male assoluto, Breivik, che non è per nulla pazzo, ma anzi assomiglia tremendamente – anche nell’aspetto – a un lucido quanto invasato terrorista salafita e pronuncia in tribunale proclami di estrema destra forse sconcertanti per il 2012, ma ormai, dopo soltanto pochi anni, ben noti e quasi acclimatati nell’Europa di Chemnitz e della nave Diciotti. Il confronto in tribunale di Breivik con il protagonista del film, un giovane norvegese sopravvissuto a stento alle gravi ferite riportate, assomiglia all’attacco di un combattente esaltato contro la difesa di retroguardia di un mondo che sa di avere ragione ma non sa più inventare un convincente discorso pubblico per rivendicarla (si segnala a tal proposito il balbettío giustificativo dell’allora premier norvegese Stoltenberg, ora segretario generale della Nato, dinanzi alle commissioni d’inchiesta sui fatti di quel drammatico giorno di luglio).

Come far sentire la propria voce in un mondo che vira verso il peggio? Come mostrarsi all’altezza di sfide all’apparenza impossibili, che coinvolgono reti di potere sterminate? In un altro mondo, in un’altra epoca, la Germania del Novecento, una strada possibile contro la banalità del male era quella dell’arte: il film di Florian Henckel von Donnersmarck Opera senza autore, nelle sale italiane dopo un passaggio incolore a Venezia, disegna la parabola di un pittore (molto simile al grande artista contemporaneo Gerhard Richter) che attraversa i drammi e i traumi di due regimi totalitari, nazismo e comunismo. Il film, lungo e a tratti agiografico, abbozza un ambizioso affresco che giunge fino all’avanguardia sperimentale degli anni 60 (Polke, Uecker, Beuys) partendo dalle mostre di “arte degenerata” degli anni 30, al centro anche del recente caso dei Gürlitt, i mercanti d’arte la cui ricca collezione, formata in epoca nazista e in parte frutto di confische o razzie, fu scoperta per caso nel 2010 ed è ora esposta in una mostra scioccante al Martin-Gropius-Bau di Berlino. Il regista identifica nella dolorosa rivisitazione del passato (i primi dipinti di Richter, che ripropongono su tela le foto in bianco e nero di una drammatica storia personale e collettiva) la chiave di un’arte in grado non solo di stupire, ma anzitutto di far crescere l’autocoscienza della nazione. Ma il film si ferma al 1969: oggi che l’arte è profumata rapina di galleristi e che lo stesso Richter si balocca da anni con discutibili sperimentazioni astratte, quel nobile canale pare uno dei meno credibili per intervenire sul reale. Altre idee serviranno per dare risposte complesse e comprensibili ai giovani che, come in Köck, contestano il motto Everything is written e si chiedono non senza una certa impazienza Welche Zukunft?: quale sia il futuro del loro, del nostro vivere insieme. Senza nuove idee, prima o poi la violenza arriverà.

Occhetto, testimone diretto dell’“eclissi” della sinistra

 

“Queste parole furono coperte da una risata satanica. Noi eravamo esterrefatti. Lo scenario catastrofico che era stato evocato, come se emergesse da una demoniaca seduta spiritica, superava ogni immaginazione. Facevamo fatica a credere a quanto avevamo appena ascoltato”.

Achille Occhetto, “La lunga eclissi. Passato e presente del dramma della sinistra”, Sellerio

 

Achille Occhetto è stato l’ultimo segretario del Partito comunista italiano e il primo del Partito democratico di sinistra. Fu protagonista della famosa svolta della Bolognina che – il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino – segnò in maniera indelebile la storia della sinistra, nel bene e nel male. Occhetto è anche ricordato come leader della “gioiosa macchina da guerra”, che chiamò a raccolta le forze del centrosinistra, sconfitte da Silvio Berlusconi nelle elezioni del 1994. Da quel momento, salvo sporadiche iniziative, Occhetto ha scelto l’ombra, quasi si sentisse un sopravvissuto. Eppure, egli resta il testimone diretto di una vicenda storica di straordinaria importanza. Come dimostra il suo ultimo libro, quasi un’autobiografia. Una miniera inesauribile di fatti e circostanze, di drammi umani e politici, di trionfi, di tragedie. Tutto intrecciato con l’esperienza di chi ha visto e sofferto molto. Come ogni libro di questo genere, “La lunga eclissi” va letto nella sua interezza.

In queste poche righe possiamo solo segnalare due episodi, di cui uno di impatto straordinario. Il primo riguarda Enrico Berlinguer che, svela Occhetto, già a metà degli anni 70 meditava una svolta rivoluzionaria. Accadde ad Agrigento, in una stanza d’albergo, durante la campagna per il divorzio quando, rivolto all’allora giovane segretario della Sicilia, il leader chiese, a bruciapelo: “Cosa ne pensi se cambiassimo nome al Pci?”. Nel corso della conversazione, Occhetto, “timidamente” fece la sua proposta: e se lo chiamassimo partito comunista democratico? “Berlinguer sorrise con aria di sufficienza e mi rispose: ‘Da un lato è troppo poco, e dall’altro si finirebbe per far credere che noi attualmente non siamo democratici’”. E non se ne parlò più.

Nel libro si leggono pagine sconvolgenti sui regimi della paura: l’Urss e la Cina. Incredibile il capitolo intitolato “L’ultima cena: la rottura con i cinesi”, che potrebbe costituire la sceneggiatura di un film horror. Siamo verso la metà degli anni 60, in Vietnam gli interventi degli americani fanno presagire il conflitto, Occhetto partecipa a una riunione con i cinesi presieduta da Teng Hsiao-ping. Il monologo del segretario generale del partito, fedelmente riportato dall’autore, si sviluppa in un crescendo dal ritmo angosciante, che non può essere riassunto se non nella parte conclusiva. Quando, profetizzando l’escalation della guerra tra Washington e Hanoi, Teng auspica il seguente epilogo: “Con l’intervento dei cinesi i marines verranno ricacciati verso il mare. Allora gli Usa ricorreranno all’ultima estrema tappa. Getteranno la bomba atomica su Hanoi. Questo è un male ma anche un bene, perché a questo punto i revisionisti sovietici saranno costretti a scendere in campo al nostro fianco. Scoppierà così la terza guerra mondiale, che distruggerà l’imperialismo”. È qui che i presenti prorompono nella “risata satanica” che ammutolisce la delegazione del Pci. Non sappiamo se la guerra arrivò a sfiorare il punto di non ritorno progettato da Teng. Tuttavia, ora sappiamo a che punto poteva spingersi quella follia.

“Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. (Marco 10,35-45).

Una delle difficoltà maggiori che il discepolo vive nel seguire Gesù sulla sua strada consiste nella ripugnanza, resistenza a diventare servitore. La diakonìa, il servizio, è richiamato ancora oggi dal Maestro dopo che, per ben due volte, Gesù stesso ha dato l’annuncio della propria passione, morte e risurrezione. È difficile legare l’esito drammatico della vita di Gesù al dono che ne deriva: non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. La poca familiarità con la Parola di Dio non aiuta gli Apostoli a comprendere che l’uomo dei dolori (annunciato da Isaia) cammina con loro e li introduce nel mistero di offerta e di dono che farà sì che “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,10-11).

La domanda di Giovanni e Giacomo ci svela l’intimo tormento che si dibatte nel loro animo e che è sempre vivo anche nei nostri pensieri: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. La pretesa del potere rivendicata dai due apostoli esprime l’anelito di valere qualcosa, di essere messi in grado di raggiungere responsabilità di governo! La paura che abita il loro cuore, di fronte all’annunciata prospettiva fallimentare di Gesù, alimenta il timore di aver investito male il futuro della propria vita. Egli, invece, non rinuncia a metterli apertamente davanti all’estrema esperienza. In obbedienza al Padre, questa solidarietà con l’uomo peccatore manifesta il compimento della volontà divina nel voler riscattare la sua creatura dalla morte: Il calice che io bevo anche voi lo berrete e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.

Nasce, allora, tra i discepoli una tensione: cominciarono ad indignarsi con i due fratelli (boanerghes) i pretenziosi “figli del tuono”, ma in realtà accomunati dalla stessa competizione, unanimi nella gelosia per il primo posto. È la mentalità del mondo che lambisce tutti! Gesù, però, non cambia registro: o la logica mondana, o quella del servizio! Il potere, l’autorità, l’essere capo, se non opprime, libera e favorisce la crescita dell’altro in tutte le sue esigenze. La proposta evangelica aiuta a “diventare grande”, a realizzare pienamente l’umanità di ciascuno: Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti, mette tutti a servizio di tutti. Servire senza garanzie, alla maniera della condizione dello “schiavo”, significa donare la propria vita, diventare il primo, esercitando una reale autorità, la stessa che Gesù esercita sulla Croce. Questo tipo di comando evangelico non è un discorso astratto, devoto, buonista, ma è regola di vita di tutta la comunità, stile dell’annuncio al mondo e testimonianza personale di vita cristiana. Gesù è categorico: Tra voi però non è così. È questa la cultura che secondo San Paolo VI fa nascere la civiltà dell’amore.

*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Il rapporto sadomaso tra Stato e contribuenti

Siamo sicuri che i condoni fiscali non siano frutto del rapporto sadomaso tra contribuente e Stato? Forse il sadismo della burocrazia legittima il condono anche presso gli onesti. E il condono – nella perpetua giostra cattolica di peccato, pentimento e perdono – sana a sua volta il sadismo di Stato.

Un piccolo esempio istruttivo. Il Comune di Milano, che da alcuni anni non si serve più di Equitalia, emette una ingiunzione di pagamento per una contravvenzione stradale notificata a marzo 2013, quattro anni e mezzo fa. Ingiunge di pagare, entro e non oltre 30 giorni, 230 euro perché quella multa non è stata pagata, testualmente “non risulta assolto l’obbligo di procedere al pagamento”. Quella multa però è stata pagata. Ma il prezioso papello spiega che i 230 euro sono dovuti in base ai seguenti inoppugnabili argomenti: “Art. 2 del R. D. 14.04., n. 639; art. 52 del D. Lgs. 15.12.1997, n. 446; art. 229 del D. Lgs. 19.02.1998, n. 51; art. 3 della L. 07.08.1990, n. 241; art. 7, comma 2 lettere gg-ter e seguenti del D. L. 13.05.2011, n. 70, convertito con modificazioni in L. 12.07.2011, n. 106 e successive modifiche e integrazioni; disposto normativo di cui al titolo II del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 602; art. 36 del D. L. 31.12.2007, n. 248 convertito nella L. 28.02.2008, n. 31…”.

Torniamo a “non risulta assolto l’obbligo di procedere al pagamento”. Come tutte le frasi dei sadocrati ha valore provvisorio. Infatti è seguita da una “avvertenza importante”, in neretto: “L’ingiunzione che Le è stata inviata può derivare anche da un pagamento insufficiente rispetto all’importo interamente dovuto, oppure da un pagamento effettuato oltre i termini di legge (art. 206 D. Lgs. N. 285/1992)”, e così scende in campo l’ottava legge della garrota normativa progettata dalla burocrazia in 110 anni di studio e approfondimento. In base all’art. 389 D.P.R. 495/1992 (e siamo alla nona legge invocata per riscuotere una multa già pagata), se hai pagato per sbaglio 19 euro anziché 20, lo Stato ti sanziona come se non avessi versato nemmeno un centesimo, ridotta dei 19 euro che hai pagato. Il contribuente studia i documenti e scopre che a pagina 1 del verbale del 2013 c’era scritto che la sanzione era 80 euro; a pagina 2 c’era scritto che se si pagava entro 60 giorni il conto saliva a 94 euro per 14 euro di spese di notifica; a pagina 3 c’era scritto che pagando entro 5 giorni si poteva pagare il 30 per cento in meno degli 80 euro, cioè 56 euro; ma, notazione sfuggita al malcapitato, ai 56 euro bisognava aggiungere i 14 delle spese di notifica. Avendo pagato 56 euro sull’unghia anziché 70, la sanzione è 230 euro. Se non fosse stato pagato neanche un euro in attesa di qualche condono o rottamazione la sanzione sarebbe stata 286 euro. Forse. Perché l’ingiunzione non dà conto della sottrazione 286-56=230. Magari se la sono dimenticata. Ma il suddito deve fidarsi, e pagare.

A meno che non decida di fare opposizione, “ai sensi dell’art. 3 del R.D. 639/1910”, con un atto di citazione. Infatti, come tutti sanno, le controversie sulle ingiunzioni ex regio decreto del 1910 “sono regolate dal rito ordinario di cognizione, da introdursi con atto di citazione”. Insomma, per sapere se ti stanno chiedendo 56 euro di troppo, tu che credevi bastasse a vivere la cognizione del dolore devi pagare un avvocato. A proposito: quel signore che si è definito “avvocato del popolo” non bastandogli di essere presidente del Consiglio, perché, anziché perfezionare i regali agli evasori, non dedica la sua scienza giuridica alla riforma delle sanzioni e riscossioni? Anche lui ha paura, come tutti i suoi predecessori, di innervosire direttori generali e capi di gabinetto?

Cappato cambierà il codice fascista?

La storia che sto per raccontare (o meglio: ricordare per chi l’avesse accantonata nella tensione emotiva e nella memoria) è quella di due suicidi. Due cittadini italiani, un famoso dj noto col nome di Fabo, che stava agonizzando nel dolore, e un cittadino di Massa Carrara, Davide Trentini, malato di Sla, in una fase che non è più vita, sono stati accompagnati in Svizzera (in Italia una norma fascista mai rimossa dal nostro codice penale lo vieta) dove è permesso, e anzi considerato un diritto civile, liberarsi per propria volontà da una vita non più sopportabile.

Nel primo suicidio, Marco Cappato è implicato (direbbe il codice fascista) come principale responsabile del delitto. Ha personalmente accompagnato in Svizzera la persona che per disperazione voleva morire. Nel secondo episodio di violazione del frammento di legge fascista incorporato nel Codice penale dell’Italia nata dalla Resistenza, Marco Cappato è il favoreggiatore che ha pagato le spese per la persona che voleva morire e per Nina Welby, che lo ha accompagnato (e che risulta, naturalmente, coimputata).

Ci sarà certamente chi ricorda con rispetto e affetto il nome di Nina Welby, sia come moglie e straordinaria complice del marito nel progetto di morire (che gli è valso il gesto brutale del parroco del luogo di fargli trovare la chiesa chiusa) sia per il lavoro che ha continuato e continua a svolgere nel Partito Radicale e nell’Associazione Luca Coscioni. E tanti lettori riconosceranno a prima vista il nome di Marco Cappato (tesoriere della Associazione Luca Coscioni) come uno dei personaggi più attivi e creativi lasciati da Marco Pannella lungo un percorso mai abbandonato di politica senza potere, in apparenza il più fragile, in realtà il solo che non sia stato spazzato dall’inondazione della politica sporca per corruzione, o per vanesia celebrazione di se stessi.

Ecco, dunque, Cappato imputato due volte (art. 580 del Codice penale italiano) per avere deliberatamente e pubblicamente aiutato due persone che volevano morire, o sarebbero state costrette a vivere anni di sofferenza. Infatti il virile codice fascista, e la pietà a termine della religione che si fa legge, sono in accordo per proibire l’esercizio di un diritto essenziale nella Repubblica italiana.

Bisogna parlarne (benché non tanti lo facciano) perché domani, lunedì 22 ottobre, si apre il secondo processo contro Marco Cappato (suicidio volontario di Davide Trentini). Forse è utile ricordare che la pena prevista dal nostro codice è da 6 a 12 anni di prigione, e si tratterebbe di sentenze diverse, in ciascuno dei due processi. Ma il caso giudiziario di Marco Cappato (che, si ricordi, si è autodenunciato all’autorità giudiziaria per dare all’evento il valore politico di denuncia che deve avere) diventa di straordinaria importanza per la vita pubblica italiana quando il giorno dopo, il 23 ottobre, inizierà il dibattito sulla costituzionalità della norma vetero-fascista di fronte alla Corte costituzionale.

È accaduto infatti che il primo processo (morte del dj Fabo) sia stato subito interrotto dai giudici, che hanno interpellato la Corte sulla costituzionalità dell’unica norma violata da Marco Cappato. E che la Corte costituzionale, che potrebbe, con una sola breve decisione, abolire l’articolo 580 dichiarandolo estraneo alla Costituzione, conosce molte vie che non suscitino turbolenze ideologiche o teologiche, e permettano di dire parole sagge senza intervenire. Una dignitosa via d’uscita è esortare il Parlamento a prendere, dopo, a suo tempo, le auspicabili iniziative di cambiamento e di adeguamento della norma estranea alla Costituzione, evitando però di intervenire nel processo in corso.

L’incertezza di ciò che potrà accadere a Marco Cappato nei diversi eventi giudiziari del 22 e del 23 ottobre resta, come in un thriller giudiziario americano, sospesa fino all’ultimo. Finora i soli che continuano ad avere coraggio sono i Radicali, come è stato fin dall’inizio. Il marchio di fabbrica, unico, è di mettere in gioco se stessi, persone e vita, come prezzo per i diritti degli altri. Il caso dell’art. 580 è clamoroso eppure ignorato. Non si conosce partito per quanto nuovo e diverso e pronto a cambiare tutto, che lo abbia notato. Non si è mai incontrato chi, disponendo della forza dei grandi partiti del passato e della eredità di nobili origini resistenziali, ne abbia fatto la propria bandiera.

Ogni forza politica ha creato, possibilmente al riparo dell’attenzione, grandi discariche di diritti negati, ignorati, abbandonati. Quando passano i Radicali a raccoglierli, c’è chi finge di dare una mano, ma l’argomento scompare presto. I Radicali tornano, persino quando sono divisi.

Radio 3, l’inchiesta sul Sulcis vince il premio Europa

Il documentario The Upside Down – Il Sottosopra presentato e prodotto da Rai Radio3 ha vinto il Prix Europa assegnato ieri a Berlino. Si tratta della maggiore competizione europea per tv, radio, web. Non era mai accaduto, nei 31 anni del Premio, a un programma della radio pubblica. Il Sottosopra aveva già ottenuto un premio importante a Capri, il Prix Italia. In Italia non c’è una grande produzione di documentari radiofonici, però il lavoro di Radio3 ha battuto la concorrenza internazionale. Il Sottosopra, scritto da di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi, coprodotto con Tratti Documentari e la collaborazione dei minatori del Sulcis-Iglesiente, è un viaggio sonoro nelle miniere della Sardegna, accompagnato da chi ha vissuto quei luoghi. Nelle 5 puntate, andate in onda durante il programma Tre Soldi, sono protagonisti i suoni e le parole della miniera. “Sperimentare tecnologie avanzate di produzione e nuove piattaforme di diffusione sta aiutando la radio a rinnovare e rafforzare la sua presenza mediatica e sociale”, ha detto il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi.

“Diritto di critica”, archiviata la cronista Mastrogiovanni

Il gip del Tribunale di Lecce, Edoardo D’Ambrosio, ha archiviato il procedimento per diffamazione a carico della giornalista Marilù Mastrogiovanni, direttore de Il Tacco di Bacco. Secondo i magistrati salentini la giornalista non ha diffamato la società Igeco e, anzi, nel suo lavoro di inchiesta sulle presunte infiltrazioni mafiose nella gestione dei rifiuti in alcuni Comuni del Salento, “ha esercitato – scrive il gip – il diritto di critica politica nei limiti della pertinenza e di continenza delle forme di espressione”.

La cronista è stata difesa nel procedimento dagli avvocati Francesco Paolo e Roberto Eustachio Sisto. La società Igeco, i cui rappresentanti avevano denunciato la giornalista salentina, pochi giorni prima dell’archiviazione ha ricevuto una interdittiva antimafia, inerente tre articoli che Marilù Mastrogiovanni ha scritto citando “rigorosamente”, come evidenzia l’ordinanza di archiviazione, atti amministrativi e giudiziari. “Ancora una volta una giornalista ha dovuto lottare per dimostrare la correttezza del suo lavoro al servizio della collettività”, il commento di Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi.

“Reintegrate i lavoratori”. L’azienda perde la prima causa sui licenziamenti del 2017

Se non ci fossero in ballo le vite di qualche centinaio di persone sarebbe quasi una storia divertente e persino col parziale lieto fine di una sentenza che restituisce il posto a tre lavoratori (e per cui pare festeggiare solo il sindacato di base Usb) complicando un po’ la vita a un’aziendona in fase di vorticose trasformazioni.

La storia è questa. La multinazionale dei media nel 2017, mentre dichiara in Italia ricavi e utili in crescita, decide di licenziare circa 200 persone e trasferirne oltre 300 a Milano, quasi tutte da Roma: solo che non vorrebbe farlo una procedura collettiva coi sindacati, le leggi e altre rotture e allora consiglia caldamente, per così dire, ai suoi dipendenti di chiederlo loro il trasferimento, che non sia mai che uno poi finisce fra gli esuberi… Effettivamente il consiglio funziona: a Sky (parliamo di Sky) nel 2017 – previo accordo dei soli giornalisti con l’azienda e conseguente rottura del fronte sindacale – c’è un’epidemia di gente desiderosa di trasferirsi volontariamente in Lombardia. Alla fine, poi, arrivano gli esuberi e per quelli bisogna fare come dice la legge, in particolare la procedura per i licenziamenti collettivi prevista dal Jobs Act: la maggior parte si accorda e se ne va con qualche soldo in tasca, alcuni resistono. Pochi, però: un paio di dozzine di tecnici e 6 (sei) giornalisti.

E qui la notizia. Il flipper impazzito del diritto del lavoro – terremotato dai governi degli ultimi due decenni, specialmente da Monti in poi – stavolta ha prodotto una cara vecchia sentenza di reintegro grazie al ricorso di tre lavoratori, i primi ad arrivare a sentenza dopo la ristrutturazione di Sky Italia.

La giudice di Roma Giovanna Palmieri ha messo nero su bianco nella sua ordinanza che la multinazionale (ora di Comcast) ha violato la legge con una procedura discriminatoria nello scegliere chi licenziare e chi salvare: in sostanza, pur avendo aperto una procedura che riguardava l’intero gruppo, Sky ha fatto in modo di cacciare solo i lavoratori di Roma (più facile e meno costoso che trasferirli) e lo ha fatto “forzando”, e di parecchio, i criteri stabiliti dalla legge.

Il modo è semplice, persino un po’ ingenuo: il punteggio che decide la vita e la morte del dipendente è infatti il frutto di diverse variabili stabilite appunto dalla legge (anzianità di servizio, familiari a carico, eccetera), ebbene secondo Sky essere in carico alla sede di Milano valeva come un’anzianità di servizio di quasi tre decenni o cinque carichi familiari, essere a Roma “zero”. E chi aveva già detto sì al passaggio da Roma a Milano? Semplice: è scomparso dalle graduatorie.

La giudice Palmieri non ha potuto che prendere atto della discriminazione, in linea con un paio di sentenze della Cassazione, una recentissima: reintegro e diritto agli stipendi arretrati, dunque. Visti i numeri dei ricorrenti, non un grosso problema per Sky anche se dovesse perderli tutti, ma l’ennesima battuta d’arresto per un’azienda in crisi psicologica tra manager che se ne vanno (e se ne andranno), il cambio di proprietà e la prospettiva di ulteriori tagli.

“Sarebbe bello se questa sentenza fosse anche un segnale”, dice Carlo Guglielmi, il giuslavorista che – insieme a Pier Luigi Panici – ha difeso i tre lavoratori Sky: “Sarebbe bello, visto che in ballo ci sono altri ricorsi, altre vite, che si capisse che forse le battaglie è comunque meglio combatterle, anche quelle che sembrano perse. Mi piacerebbe che con questa sentenza qualcuno si svegliasse e parlo dei sindacati confederali e della Federazione nazionale della stampa: si rendano conto che qualcuno che resiste ancora c’è e magari va aiutato e difeso”.

Il lieto fine è, diciamo, temporaneo: Sky ha 30 giorni per fare opposizione e moltissimi mezzi per far sentire i tre “reintegrandi” ospiti indesiderati. È però sempre una piacevole scoperta scoprire che le esigenze del mercato e degli utili trovano ancora – ogni tanto, per qualche tempo – un argine nelle leggi della Repubblica fondata sul lavoro.