Sky Europa è cambiata tutta. Il fondatore Rupert Murdoch, che già aveva ceduto 21st Century Fox alla Disney, lo scorso settembre, ha perso il duello all’asta di Londra per il controllo della quota di maggioranza della televisione a pagamento. Murdoch è stato battuto da Comcast della famiglia Roberts, che ha offerto una valorizzazione del 125% delle azioni di Sky con una spesa complessiva di circa 33 miliardi di euro. Murdoch s’è poi disfatto anche del 39 per cento di Sky in mano a Fox per altri 13,5 miliardi di euro. Dunque Comcast è propietaria al cento per cento di Sky e così la famiglia Roberts – regina della tv via cavo negli Usa – può esordire in Europa con una dote di 23 milioni di clienti. Il mercato principale di Sky Europa è il Regno Unito, seguono l’Italia e la Germania, ma l’espansione prosegue in Spagna, Irlanda, Svizzera, Austria e, secondo i piani di Comcast, presto raggiungerà l’Europa del Nord. In questo modo, la famiglia Roberts intende competere con Amazon e Netflix sommando la doppia attività di operatore telefonico e produttore e diffusore di contenuti. L’amministratore delegato Brian Roberts sarà in Europa la seconda settimana di novembre, per la prima da capo di Sky. Al momento, ha confermato tutti i manager per il prossimo biennio.
Il piano segreto – Sky si butta sulla telefonia (per pagarsi anche la tv)
Il calcio italiano è popolare, però non sazia. Il canale di musica classica è figo, però non sazia. La trasmissione di scienze è divulgativa, però non sazia. Non abbastanza. A Sky Italia – florida provincia di Sky Europa, appena conquistata dagli americani di Comcast a scapito del fondatore Rupert Murdoch –, vendere televisione a 4,8 milioni di italiani non basta più. Allora negli uffici di Rogoredo a Milano preparano la trasformazione aziendale: l’anno prossimo – come dimostrano i documenti riservati consultati dal Fatto – Sky Italia diventerà anche un operatore telefonico. Il modello ricalca il proficuo esperimento di Sky Regno Unito, da Londra a Belfast. Il gruppo italiano, guidato dall’amministratore delegato Andrea Zappia, studia da tempo un ingresso nel settore delle telecomunicazioni per diffondere i prodotti televisivi scavalcando l’intermediazione di Fastweb & C. Così la multinazionale di Rogoredo può offrire contratti per la telefonia domestica, mobile con i cellulari a marchio Sky e Internet con la banda larga. Una ramificazione totale per includere nei servizi telefonici i contenuti dell’odierna piattaforma satellitare e digitale: sport, cinema, documentari, serie tv. Ormai la parabola è vintage, il futuro, anzi il presente è la connessione a SkyQ e ai dispositivi elettronici.
Zappia ha stretto spesso accordi commerciali con i maggiori operatori italiani (Vodafone, Fastweb, Telecom), ma il cliente è costretto a pagare due volte con incentivi variabili e disguidi frequenti. Col nuovo progetto Sky Italia sarà indipendente. Il cronoprogramma, consegnato ai dirigenti e pure a conoscenza delle Autorità di garanzia e controllo (Agcm, Agcom), prevede il lancio in primavera di una società collegata a Sky Italia che affitta frequenze da Vodafone e Telecom. Per soddisfare le imminenti richieste del gruppo di Zappia, Vodafone e Telecom hanno investito 2,4 miliardi di euro ciascuna – in un’assegnazione da 6,5 miliardi di introiti per lo Stato – per strappare la banda più pregiata del 5G. L’alleanza con Open Fiber, ratificata lo scorso marzo, era un primo segnale.
Sky Europa resta negli Stati Uniti e comunque a gestione familiare. Il trasferimento dalla famiglia Murdoch alla famiglia Roberts è costato a Comcast 33 miliardi di euro all’asta di Londra e altri 13,5 miliardi per il prelievo fino all’ultima azione dello squalo Rupert, che a sua volta ha ceduto 21st Century Fox a Disney. Con circa 150 miliardi di euro di capitalizzazione in Borsa a New York e un fatturato di oltre 70 miliardi, Comcast è il più grosso fornitore di telefonia fissa e televisione via cavo degli Usa, ma il giro d’affari si prosciuga inesorabilmente e perciò da anni il colosso di Filadelfia fa incetta di emittenti tv e produttori del cinema: Nbc Universal, la perla Universal Pictures, Dreamworks Animation. Roberts s’è svenato con Sky – e rischia di sfiorare i 100 miliardi di dollari di debiti – per sbarcare in Europa con una dote di 23 milioni di clienti (14,4 miliardi di euro di ricavi) e competere su scala mondiale con Amazon e Netflix. Comcast ha comprato Sky Europa e la provincia di Sky Italia, persuaso dall’ipotesi – concreta e già in lavorazione – di proporre abbonamenti alla televisione più pregiata e alla fibra ottica più veloce a 23 milioni di europei dislocati tra l’Inghilterra, la Germania, la Spagna, l’Irlanda e l’Austria. La seconda settimana di novembre Brian Roberts, il capo di Comcast, sarà in visita in Europa fra Londra, Monaco e Milano. A Zappia ha l’obbligo di chiedere a che punto è giunto con la missione definita Sky broadband launch.
Sky Italia ha l’ambizione di occupare – quasi in solitaria – il remunerativo mercato della televisione a pagamento, al momento annovera 4,8 milioni di abbonati e 2,8 miliardi di fatturato. Il prologo è andato in scena pochi mesi fa. Quando Sky Italia ha siglato la pace con gli ex nemici di Premium. Un innocuo scambio di film con Premium di Mediaset, durante la gara per i diritti tv della Serie A, ha estromesso gli spagnoli di Mediapro per disegnare l’attuale scenario. Il Biscione è ritornato all’antico con le televisioni generaliste e il sempiterno proposito di costituire un polo europeo; Premium ha smesso di generare perdite in bilancio perché non esiste più; l’infrastruttura tecnica di Premium passerà a Sky, che ha l’aspirazione di ereditare circa 1,8 milioni di utenti; i pasticcioni di Dazn – supportati da Zappia, scaltro a pre-acquistare abbonamenti – buttano 193 milioni di euro a stagione in Italia per reggere la messinscena. Antitrust e Agcom assistono alle mosse del mercato con gli occhi socchiusi e Sky Italia ha fretta di esordire da operatore telefonico per assorbire la spesa mostruosa di 1,115 miliardi di euro all’anno per l’esclusiva delle coppe europee di calcio e del 70 per cento del campionato italiano. Anche se i vigilanti non vigilano assai, Sky Italia deve affrontare le leggi. Nei dossier interni – che il Fatto ha esaminato – si ragiona su come importare in Italia il metodo già utilizzato e con profitto a Londra per blandire il governo, la politica e le Autorità. Il piano per i lobbisti di Sky Italia è preciso: “È fondamentale influenzare i regolatori – si legge nelle carte – prima che mettano mano al regolamento. È importante mantenere un fruttuoso e persistente dialogo, sia formale che informale, con le Autorità; quando il dibattito è già pubblico è troppo tardi”. E ancora: “Cercare alleati: è sempre meglio far parte di una coalizione o di un settore industriale, che essere una voce isolata”. In sostanza, parlare bene di Sky Italia e male dei concorrenti: “Necessità di elaborare una narrazione potente sulle piattaforme online e i giganti del tech: non regolati, potere eccessivo, vantaggi fiscali”.
Finché Zappia non completa la missione Sky broadband launch, Sky-Tg24 rimarrà acceso, poi verrà stravolto. Il trasloco a Milano e i licenziamenti erano un assaggio. Quando il tg non sarà più utile alla causa – richiede decine di milioni di euro per lo 0,73% di share, ma sul digitale è un canale gratuito – verrà smantellato e ridimensionato. L’epoca di Sarah Varetto sta per terminare e la collaborazione con Vodafone darà strumenti per ridurre il personale. Sky Italia ha spento Fox Sport all’improvviso mandando a casa una trentina di giornalisti (molti ricollocati) nell’indifferenza generale. Il silenzio dei partiti e del governo è prezioso. La politica va coccolata, come insegnano gli inglesi. Per lusingare i politici appassionati di pallone, negli studi di Roma, a Montecitorio, di fronte alla Camera, Sky organizza per i deputati e i senatori la visione delle partite di Champions League: schermi ad alta definizione, comode poltroncine, cena raffinata, bevande di classe, incontri col mondo Sky. Si comincia mercoledì con il Psg di Buffon e il Napoli di Ancelotti. Buon divertimento.
Ancora sconfinamenti francesi: una riunione dopo le polemiche
“Migliorare la cooperazione tra i due Paesi”: è questo lo scopo dell’incontro che il governo francese, su iniziativa del Ministro Castaner, ha proposto per stemperare la tensione con le autorità italiane. Dopo le dichiarazioni di Matteo Salvini sui rapporti tra i servizi di polizia per l’applicazione delle norme europee sul rimpatrio degli stranieri non ammessi al confine franco-italiano, la Prefettura delle Hautes-Alpes ha diffuso una nota ufficiale sull’ultimo sconfinamento della gendarmerie a Claviere in cui auspica una riunione tra i prefetti da tenersi sul posto “il prima possibile”. Il video postato ieri mattina su Facebook dal vicepremier mostrava ancora un’auto della gendarmerie riportare in Italia 3 migranti. Dagli ambienti delle forze dell’ordine però si precisa come le immagini diffuse da Salvini possano riguardare una operazione di frontiera regolare, della quale il commissariato di Bardonecchia (Torino) sarebbe stato “informato”. Il ministro dell’Interno ha però definito la pratica l’”ennesimo abuso” e ha aggiunto “Lezioni dal governo francese che scarica immigrati di notte nei boschi italiani? No, grazie”.
Il caso Diciotti va a Catania: Salvini “assolto” a metà
C’è un primo “verdetto” che consente a Matteo Salvini di esultare anche se, lo dice lui stesso in un comunicato, “la partita giudiziaria non è ancora chiusa”. È la partita della nave Diciotti, ovvero dell’accusa di sequestro di persona che il vicepremier e ministro dell’Interno definisce “incredibile”: il Tribunale dei ministri di Palermo, al quale la Procura di Agrigento aveva trasmesso gli atti, ha stabilito che nelle acque di sua competenza “non sono emersi reati”, anzi “fu difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”. Se Salvini ha commesso reati dopo il 20 agosto, quando alla nave Diciotti della Guardia costiera è stato consentito di attraccare a Catania ma senza permettere lo sbarco dei migranti e del personale di bordo, lo stabilirà la Procura di Catania, alla quale sono giunti nei giorni scorsi gli atti trasmessi dal collegio palermitano, presieduto dal giudice Fabio Pilato e formato dai colleghi Filippo Serio e Giuseppe Sidoti. Tocca, per ora, all’ufficio guidato dal procuratore Carmelo Zuccaro, lo stesso che ha scelto la linea dura contro le Ong che salvavano i migranti in mare con un’impostazione che i giudici non hanno poi condiviso.
È la vicenda cominciata la notte del 15 agosto. Il Viminale per dieci giorni non ha consentito lo sbarco dei migranti (inizialmente 190) soccorsi dalla Guardia costiera nella zona di soccorso (Sar) italiana dopo che Malta aveva lasciato transitare il loro pericolante barcone. Salvini se l’è presa con la Guardia costiera sostenendo che il Viminale non era stato informato e questo non era vero. Poi a Lampedusa è stato permesso di toccare terra a 13 fra malati e donne con figli minori. E dal 20 agosto è iniziata l’attesa nel porto di Catania dove è stato necessario l’intervento del Garante dei detenuti Mario Palma e del Tribunale dei minorenni per ottenere lo sbarco degli altri 29 under 18 ancora a bordo. Infine, il 25 agosto, il Viminale ha fatto scendere gli altri 150. Nel frattempo Salvini, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi avevano cercato soluzioni “europee”, ottenendo però solo la disponibilità del governo irlandese e di quello albanese ad accogliere una quarantina di richiedenti asilo. Quasi tutti però, inizialmente accolti da strutture ecclesiastiche, si sono dileguati in Italia.
“Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, non sono emersi reati. Fu anzi difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”, scrivono i giudici palermitani nelle 60 pagine del provvedimento con cui trasmettono gli atti ai colleghi del capoluogo etneo. Nel fascicolo ci sono i verbali degli ufficiali della Guardia costiera e dei funzionari del Viminale, i primi chiedevano il porto in cui far sbarcare i naufraghi e i secondi, su indicazione del ministro Salvini, rispondevano che il porto non c’era, contravvenendo alle regole fissate nel 2015. Dal 15 al 20 agosto, per il collegio palermitano c’è stata “solo una attività di pressione diplomatica nei confronti di Malta, perché adempisse i doveri previsti dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio e l’accoglienza dei flussi migratori. Poi la nave fece uno scalo nei pressi di Lampedusa, dove, con alcune motovedette, furono sbarcati 13 migranti ammalati. Gli altri 177, sempre in quella prima fase, non furono oggetto di alcun reato, men che meno il sequestro di persona, perché nei primi giorni si stava cercando una soluzione diplomatica per l’accoglienza, che poi non fu trovata”.
Contattato dal Fatto, il procuratore Zuccaro conferma: “Il Tribunale dei ministri di Palermo ha valutato che non stati commessi reati nel periodo in cui la nave è transitata a Lampedusa. I giudici palermitani hanno fatto una dissertazione dottrinale sul rapporto tra la tutela di un diritto soggettivo e la tutela di un interesse pubblico”. E ancora: “Dobbiamo fare le nostre valutazioni di merito per il periodo di transito che ricade nella competenza di questo ufficio”.
A Catania per il Tribunale dei ministri sono stati sorteggiati i giudici Nicola La Mantia, Paolo Corda e Sandra Levanti. Saranno loro, eventualmente, a chiedere al Senato l’autorizzazione a procedere contro Salvini. Che intanto, come si conviene a un ministro, continua a irridere la magistratura: “Giudici o non giudici, non arretro di un millimetro! Giudici chiudetela qui e lasciatemi lavorare. Un giudice di Agrigento mi ha indagato, l’indagine è poi passata a Palermo e poi a Catania, non so se è come il gioco dell’oca. Più mi indagano e più mi fanno venire voglia di lavorare e difendere i confini di questo splendido Paese”.
Bussi, la Cassazione: “I divieti c’erano”. “Ora la bonifica”
“La lettura delle motivazioni della sentenza della Cassazione sul disastro di Bussi e sull’avvelenamento dell’acqua sono un ulteriore sprone per andare avanti verso la bonifica”. L’amaro in bocca per la prescrizione dei reati non distoglie l’associazione abruzzese Forum H2O dalla battaglia per la qualità dell’acqua. Quella della Cassazione in merito alla discarica dei veleni di Bussi sul Tirino (Pescara), emessa lo scorso 28 settembre, è una sentenza storica. “Secondo il diritto vigente – si legge nelle motivazioni depositate ieri – già all’epoca dei fatti per i quali si procede, l’ordinamento conteneva norme volte a tutelare le acque dall’inquinamento e le stesse matrici ambientali”. Quindi il ricorso degli imputati che “rilevano l’insussistenza di divieti di interramento in epoca antecedente al 1982” non è fondato sul punto. La sentenza ha dichiarato la prescrizione per il reato di disastro colposo ma i giudici hanno confermato che l’area della Montedison era stata inquinata anche in passato in violazione delle leggi in materia. La Cassazione ha inoltre riconosciuto l’avvelenamento delle acque di falda.
Viadotti A24-A25, divieto di sosta, sorpasso e distanza di 50 mt
Nessun blocco del traffico pesante ma solo limitazioni per i mezzi superiori ai 35 quintali, estese agli 87 viadotti ispezionati dal ministero per le Infrastrutture e Trasporti. Lo ha chiarito in una nota Strada dei Parchi Spa, concessionaria delle A24 e A25 che collegano Abruzzo e Lazio. Le limitazioni, in vigore dai prossimi giorni, sono state deliberate in seguito a una comunicazione dei tecnici del ministero. Consistono nel divieto di sosta e sorpasso e nell’obbligo di distanza dei 50 mt tra un mezzo e l’altro. SdP, che non ravvisa “la necessità ai fini di sicurezza” si riserva il “il tempo tecnico necessario per informare gli utenti”.
La vicenda: il disastro e le indagini
Il crollo. Sono le 11:36 del 14 agosto scorso quando a Genova crolla il ponte Morandi, un viadotto lungo 1.182 metri costruito negli anni Sessanta lungo l’autostrada che collega il capoluogo con la Riviera di Ponente e la Francia. Muoiono 43 persone, oltre 600 gli sfollati
L’inchiesta. La Procura di Genova affida l’inchiesta ai pm Massimo Terrile, Paolo D’Ovidio e Walter Cotugno, coordinati dal procuratore Franco Cozzi. Le ipotesi di reato sono omicidio colposo plurimo, disastro colposo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il 2 ottobre è cominciato l’incidente probatorio. Gli indagati finora sono 21 tra dirigenti di Autostrade e del ministero e tecnici della commissione che esaminò il progetto di retrofitting del ponte
L’interrogatorio. Il 29 settembre è stato sentito Bruno Santoro, dirigente della I Divisione del ministero (Vigilanza Tecnica e Operativa della Rete autostradale), indagato. Ha offerto la propria collaborazione ai pm. Ha specificato di essere arrivato alla I Divisione dopo che il progetto era stato esaminato
“Il progetto di Autostrade approvato senza verifiche”
“Evidenti criticità” nel progetto di ristrutturazione del Morandi. Che viene qualificato da Autostrade e Spea come “intervento locale” e approvato dal ministero l’11 giugno, due mesi prima del crollo del ponte, “senza verifiche e collaudi”. Mentre pare che nessuno al ministero delle Infrastrutture si fosse preoccupato che dal 1993 il ponte non avesse subito interventi strutturali. Fino al passaggio finale: “È evidentissimo che molte cose non abbiano funzionato tra ministero e concessionaria”.
È il 29 settembre scorso quando davanti al pm genovese Massimo Terrile compare Bruno Santoro, dirigente della Divisione I, Vigilanza tecnica e operativa del ministero. È indagato, pare turbato, ma è uno dei pochi a voler rispondere e offrire collaborazione. Specifica di essere arrivato a dirigere la struttura dopo che il progetto di retrofitting era stato esaminato. Una deposizione di nove pagine che è un atto di accusa verso Autostrade. Ma anche verso i controlli del ministero sul concessionario. “Ho avuto la disponibilità del progetto, ma solo dopo il crollo, quando sono stato nominato membro della Commissione insediata dal ministero per accertare le cause del disastro”, esordisce Santoro che si dimise appena indagato. Il pm allora domanda: “Quando ha avuto modo di esaminare il progetto, quale è stata, da tecnico, la sua valutazione?”. Ed ecco il primo passaggio chiave: “Ho pensato che quel progetto evidenziava indubbiamente delle criticità”. A questo punto il pm lo incalza: “Uno degli aspetti più problematici di quel progetto consiste nel fatto che l’intervento di retrofitting viene presentato come meramente ‘locale’. A detta dei nostri tecnici costituisce una qualificazione assurda e inaccettabile”. Santoro concorda: “Sin dalla prima volta che ho avuto tra le mani quel progetto l’ho rilevato e mi ha fatto un grandissimo effetto. Mentre gli interventi di adeguamento e di miglioramento sono obbligati a sottostare a una verifica preventiva di sicurezza e poi ai collaudi statici, sia in corso d’opera sia al termine dei lavori, gli interventi locali – proprio perché qualificati tali – non sono soggetti né a verifiche preventive, né a collaudi statici. Per questo ho detto che quella qualificazione mi fece un grandissimo effetto: un’opera del genere andava necessariamente preceduta da verifiche di sicurezza e accompagnata e seguita da collaudi tecnici”. E qui sono chiamati in causa i concessionari: “Non posso sapere per quale motivo Autostrade e Spea abbiano qualificato in quel modo l’intervento: posso solo rilevare che è davvero assurdo considerare come locale un intervento strutturale così importante”.
Ma a chi spettava all’interno del ministero la verifica degli aspetti tecnico-ingegneristici e strutturali del progetto? Ecco le falle, anzi, le voragini: “La normativa prevede che sotto i 50 milioni quella verifica tecnica spetti ai comitati tecnici amministrativi. Il Comitato, qualora ravvisi problemi, può trasmettere il progetto al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici”. Santoro punta dritto il dito sul comitato che diede il via libera. Un atto d’accusa pesantissimo: “Ho avuto modo di esaminare il verbale del Comitato e la cosa che mi ha stupito maggiormente è il fatto che il Comitato non abbia trasmesso il progetto per un parere al Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici. Cosa che sarebbe obbligato a fare quando rileva criticità. Criticità che, in questo caso, erano evidenziate chiaramente nella relazione del progetto. Invece il Comitato si è limitato a formulare qualche modesta osservazione di dettaglio, su aspetti poco rilevanti e significativi, tali da non incidere in alcun modo sul parere positivo che ha formulato. Osservazioni tanto poco rilevanti e significative che neppure il ministero ha ritenuto che meritassero integrazioni o approfondimenti”.
Insomma, chiosa il pm, “possiamo concludere che, sotto il profilo tecnico, è stato esaminato da un’unica persona davvero competente in strutture, il professor Antonio Brencich? (indagato, ndr)”. Santoro conferma: “Possiamo concludere che è stato esaminato, e avrebbe dovuto essere studiato, solo dai componenti del Comitato Tecnico Amministrativo”.
Ma il discorso ricostruisce tutte le mancanze della “vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione”: i controlli, spiega Santoro, “riguardano la manutenzione ordinaria… non la sicurezza strutturale dei manufatti… fermo restando che tutte le competenze relative alla sicurezza delle strutture autostradali fanno capo in via esclusiva alle società concessionarie”. Insomma, Autostrade e Spea. Ma se durante un sopralluogo emergessero problemi strutturali verrebbero segnalati al ministero? Santoro riferisce: “Non ho mai avuto segnalazioni di questo tipo. Non sono a conoscenza se le ricevesse qualcun altro al ministero… non saprei neanche se, all’interno del ministero, vi siano tecnici idonei a effettuare controlli e valutazioni del genere”.
Il pm pare stupefatto: “Leggi, regolamenti, circolari, decreti e anche la Convenzione imponevano ad Autostrade di compiere relazioni sulle verifiche… A me pare curioso che, dopo aver imposto controlli e verifiche al concessionario, l’autorità concedente si disinteressi totalmente all’esito dei controlli, che neppure le vengono inoltrati”. E Santoro ammette: “Non ho mai ricevuto una relazione del genere”. Il magistrato vuole approfondire: “C’era qualcuno al ministero che fosse solo vagamente a conoscenza della storia del Morandi, delle sue particolarissime strutture e fragilità?”. Risposta: “Non so. Io no”.
Il pm incalza: “Ogni intervento di manutenzione straordinaria deve essere oggetto di approvazione da parte dell’organo pubblico di controllo… com’è possibile che nessuno abbia rilevato che il Morandi non aveva ricevuto il benché minimo intervento strutturale dal 1993?”. Santoro concorda: “Sono totalmente d’accordo con lei. È incredibile. Che molte cose non abbiano funzionato tra ministero e concessionaria è evidentissimo. Provo una grande sofferenza per quanto è accaduto”.
Europee: la Consulta martedì esamina lo sbarramento al 4%
Abbassare se non abbattere la soglia di sbarramento del 4% per le elezioni europee che impedisce a partiti e movimenti che non raggiungano questa percentuale di entrare nell’Europarlamento. Punta a questo il ricorso che Fratelli d’Italia, insieme ad Alleanza Nazionale, presentarono nel 2014 e che ora, attraverso il Consiglio di Stato, approda alla Corte costituzionale martedì. Un passaggio chiave in vista delle prossime elezioni europee di maggio, appuntamento che rischia di ridisegnare la geografia dei rapporti di forza politici nell’Unione.
La decisione avrà riflessi sui partiti più piccoli e sulla scelta di correre da soli o di apparentarsi con formazioni più grosse. Se i giudici accoglieranno l’istanza, potrebbero cancellare in toto la soglia come illegittima, oppure – ed è molto più probabile – indicare un limite massimo (per esempio, il 3%), chiedendo al legislatore di intervenire e ‘correggere’ la legge attuale.
La vicenda nasce nel 2014, quando all’indomani delle europee del 25 maggio Fdi-An presentarono ricorso al Tar: il 3,66% dei voti totalizzati non permetteva infatti l’accesso al Parlamento.
L’ombra del razzismo si allunga sulle elezioni
Cosa sta succedendo a Trento? La città, dove oggi si vota per le elezioni Provinciali e che ha la Lega come grande favorita, era il simbolo dell’accoglienza e dell’integrazione. Ma lo è ancora? La città di frontiera, e dello spirito europeista di Alcide Degasperi, è balzata alle cronache nazionali per alcuni episodi di presunto razzismo. L’ultimo ha fatto più scalpore degli altri perché ricorda Rosa Parks, che nel 1955 si rifiutò di cedere il posto a un bianco su un bus di Montgomery (Alabama) dando il via al movimento antisegregazione.
Un ragazzo senegalese di 25 anni sale su un Flixbus diretto a Roma. La sua vicina di posto inizia a sbraitare: “No, questo non è il tuo posto, sei di colore, hai una religione diversa dalla mia”. O almeno questa è la ricostruzione di un’altra viaggiatrice. La settimana scorsa uno studente universitario indiano è stato aggredito a Trento da due ragazzi, mentre tornava nello studentato in bicicletta. “I motivi non sono evidenti – ha detto Paolo Collini, rettore dell’Università di Trento – ma il ragazzo sembra convinto che l’aggressione abbia sfondo razziale e purtroppo credo abbia ragione”. E poi c’è il caso di Agitu Ideo Gudeta, una quarantenne etiope che si è reinventata allevatrice di capre in una valle del Trentino. Agitu è l’esempio perfetto dell’integrazione: con lei lavorano altri migranti che le danno una mano nella produzione di formaggi. Solo che questa bella storia si è infranta quando un vicino di casa – anche lui un pastore – ha iniziato a minacciarla di morte, apostrofandola con insulti razzisti: “Voi non potete stare qua, tornatevene al vostro Paese”. E poi ancora: c’è l’episodio dell’autista degli autobus, sottoposto a procedimento disciplinare perché saltava una fermata nei pressi di un centro d’accoglienza a Marco, vicino a Rovereto, per non far salire a bordo i migranti.
Insomma, il Trentino sta incattivendo? Questi episodi stridono con tante altre storie di accoglienza e integrazione riuscita, come hanno sottolineato nei giorni scorsi un po’ tutti i candidati presidenti alle provinciali: “I trentini non sono razzisti”, hanno detto. Ma forse proprio per questo gli episodi controcorrente fanno ancora più scalpore e hanno più visibilità sui giornali. “Sono preoccupata, vedo in Trentino segnali che mi impensieriscono, anche se spero che ci possa essere la capacità di contenerli – ha detto Barbara Poggio, prorettrice dell’Università di Trento, intervistata dal quotidiano locale L’Adige –. Qui c’è una tradizione di convivenza tra popolazioni diverse e quindi è vero che c’è una diversità rispetto ad altri territori, ma è nella nostra storia, non nel dna delle persone. I cambiamenti possono avvenire rapidamente e bisogna fare attenzione”.
Su questo retroterra si è giocata anche gran parte della campagna elettorale per le provinciali, con la Lega che guida la coalizione di centrodestra, sbandierando lo slogan “Prima i trentini”. E gli altri schieramenti che hanno accusato i leghisti di essere i principali attori del presunto imbarbarimento. Di sicuro Maurizio Fugatti, il candidato presidente della Lega e il favorito per la vittoria, ha più volte annunciato la volontà di depotenziare il Cinformi, un’unità operativa della Provincia, creata negli anni scorsi per facilitare l’accesso dei cittadini stranieri ai servizi pubblici: “Noi siamo convinti che sulla gestione dei profughi si possa risparmiare”, ha detto. Con toni che sembrano annunciare una chiusura nei confronti dell’accoglienza indiscriminata, come ha spiegato nei giorni scorsi, in un lungo tour pre-elettorale, anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini.