Si vota a Trento e a Bolzano. Favorita la Lega “bifronte”

ATrento gridano “prima gli italiani”. A Bolzano potrebbero allearsi con i sudtirolesi. La Lega “bifronte” è la protagonista delle Provinciali di oggi in Trentino e in Alto Adige. Il Carroccio multiforme è l’unica costante, per il resto tutto cambia.

In Trentino la Lega guida un nutrito centrodestra, tanto che il candidato presidente si è guadagnato il soprannome di “Fugatti a nove liste”. Come il gatto a nove code. Mentre in Alto Adige la Lega corre sola con capolista Massimo Bessone. Ma qui si vota Salvini. Qualcuno lo ha fatto notare: “Perché in Veneto vi chiamate Lega Zaia e qui Lega Salvini?”. Semplice: Maurizio Fugatti, politico di lungo corso (è sottosegretario alla Salute), non è l’elemento trainante della coalizione. A Bolzano il candidato gira per la città con una felpa con il proprio nome, “Bessone”, quasi temendo di non essere riconosciuto. Ma il gioco lo fa Salvini, appunto. Due visite, con il bagno di folla al raduno folk di Castelrotto: centomila persone, in maggioranza di lingua tedesca. E lui che solleva il calice e urla “prosit”, alla tedesca, sancendo l’alleanza con un brindisi che vale più dei dibattiti che tormentano la Südtiroler Volkspartei. Il partito sudtirolese fino a oggi era alleato del Pd che gli ha offerto mari e monti (dalla legge elettorale su misura al rinnovo della concessione Autobrennero). Partito moderato, autonomista, etnico la Svp. Soprattutto pragmatico. È prevista una coalizione con un partito italiano e si sceglie il più forte.

Ma Trentino e Alto Adige hanno due sistemi elettorali diversi. A Trento vincerà al primo turno chi avrà un voto in più. A Bolzano c’è il proporzionale stile Italia anni 70. Non basterà sapere chi ha preso più voti. Dopo comincerà il toto-coalizione.

La Lega è favorita anche per l’implosione e le divisioni degli avversari. A Trento che l’aria fosse cambiata si era capito alle Politiche: il centrodestra aveva fatto cappotto. Paolo Ghezzi, che ha fondato la lista Futura 2018 alleata con il Pd, ricorda che “già Silvio Berlusconi aveva vinto le Politiche, ma da decenni il governo locale era in mano al centrosinistra”. Stavolta, però, la coalizione uscente si è divisa in tre. Il Pd ha puntato sul renziano Giorgio Tonini. Esperto, non certo nuovo. La sinistra corre sola, così come il presidente uscente Ugo Rossi.

A Bolzano il Pd si è diviso in due. L’ex vicepresidente della Provincia, Roberto Bizzo, è uscito dopo la mal digerita candidatura di Maria Elena Boschi. Oggi corre solo e apre alla Lega. Si è diviso anche il M5S: il consigliere uscente Paul Köllensperger ha una sua lista che parla soprattutto tedesco. Gli ortodossi del Movimento vanno per la loro strada. Resta l’incognita Verdi. Perché, come spiega il candidato Riccardo Dello Sbarba, “pesa il fattore Monaco. Dove la Csu, che somiglia alla Svp, ha perso e hanno stravinto i Verdi”. Che qui hanno storia antica: unica forza interetnica che ha visto figure come Alexander Langer. Se i verdi andassero bene, potrebbero allearsi con la Svp. Ma anche se la coalizione si forma a Bolzano, deve guardare a Trento, a Roma e a Vienna (dove la Lega ha tanti amici). Se il Carroccio vince ovunque la Svp non può ignorarlo.

Strane elezioni, dove M5S e Lega si fanno guerra. Dove il ministro Riccardo Fraccaro (M5S) vuole fermare i lavori del tunnel del Brennero (quello che Danilo Toninelli dava già per finito) e Salvini subito lo blocca. Anche perché sono già stati scavati decine di chilometri di gallerie e la popolazione è in gran parte favorevole. Dove Salvini e soci invocano il cambiamento dopo anni di malgoverno, ma le due città guidano le classifiche della qualità della vita.

Il senso potrebbe essere proprio qui: gli opposti sovranismi che si uniscono. Allora sarebbero davvero le elezioni del destino, come dicono i giornali, Schicksalswahlen.

Dj Fabo, la Consulta delibera sulle norme sul suicidio assistito

La Corte Costituzionale, se non dichiarerà inammissibile la questione, potrebbe mettere mano alle norme sull’aiuto al suicidio, stabilendo che è cosa diversa dall’istigazione; oppure potrebbe incidere solo sul versante delle pene previste per il reato. La Consulta è chiamata, infatti, a pronunciarsi sulla vicenda che ha coinvolto Marco Cappato per aver accompagnato in una clinica svizzera, dove scelse di morire con suicidio assistito, Dj Fabo, tetraplegico, cieco, non più autonomo nella respirazione e nell’alimentazione dopo un incidente. I giudici esamineranno il caso martedì e per mercoledì massimo è attesa la decisione. Due le questioni: se sia punibile chi non istiga, ma aiuta al suicidio una persona che, trovandosi in una situazione estrema, abbia maturato ed esplicitato la convinzione di volersi togliere la vita; e se sia proporzionata la pena da 5 a 12 anni che l’art. 580 del codice penale prevede indistintamente per entrambe le condotte. A porre le istanze è la Corte d’Assise di Milano che dovendo giudicare Cappato, imputato per la morte di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, ha deciso a febbraio di fermarsi e di inviare gli atti alla Consulta perché valuti la legittimità dell’art. 580.

Martina: “Il partito va rifatto”. Il Lothar: “Mi candido? Non so”

“Dobbiamo avere l’ambizione di rifondare questo progetto a distanza di 10 anni e riscriverlo in termini nuovi”. Lo ha detto il segretario del Pd Maurizio Martina, parlando a Milano. “Dobbiamo rifondare perché la sfida democratica del 2018 non è quella del 2008, sono cambiati i termini. Siamo dentro a un cambiamento radicale ma il Pd ha le energie per uscirne. Ma non da solo, semmai tornando ad avere una funzione aggregante e aperta, che nell’ultimo periodo non abbiamo avuto. Praticando una nuova mediazione”. Mentre si svolge la Leopolda, il segretario dice la sua. La prossima settimana a Milano ci sarà la Conferenza programmatica del Pd. E in quell’occasione, dovrebbe dare il via al congresso, convocando l’Assemblea nazionale. A Firenze, invece, ieri c’era Marco Minniti. Il quale non è intervenuto dal palco, ma a domanda specifica se avesse deciso di candidarsi alle primarie ha risposto: “Al momento no”. Precisando: “Sono qui per ascoltare, non per parlare”. E ha ribadito che scioglierà la sua riserva sulla possibile candidatura alla segreteria del Pd nei primi giorni di novembre.

Berlusconi torna alle sue battaglie: “Bionda o mora? Basta che te la dia…”

Silvio Berlusconi vive e lotta insieme a noi. Chi avesse dubbi sulla buona salute e sul buonumore del Cavaliere può tirare il classico sospiro di sollievo. Certo, Forza Italia è ai minimi storici e sta scivolando verso una lenta e malinconica annessione da parte dell’ex alleato Matteo Salvini, ma il fondatore degli azzurri non ha perso il sorriso. In campagna per le elezioni trentine, Silvio ha ritirato fuori il grande cavallo di battaglia, l’unico vero collante ideologico del suo elettorato: l’amore per il sesso femminile. Intercettato da alcuni fan che lo riprendevano con lo smartphone, a Berlusconi viene chiesto: “Come la preferisci, bionda o mora?”. Il vecchio leone non ha perso nemmeno un attimo: “Mi vanno bene tutte”. Pausa teatrale: “Basta che te la diano”. Un segnale politico importante.

L’ennesimo bonifico di Parnasi: 30 mila € allo studio Bonifazi

I bonifici alla Fondazione Eyu non sono l’unico legame tra Luca Parnasi e Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd già indagato per finanziamento illecito ai partiti: c’è anche una consulenza che Parsitalia, società del costruttore attualmente in liquidazione, ha affidato allo studio tributario BL, a cui Bonifazi presta la sua iniziale insieme a Federico Lovadina (altro avvocato della cerchia renziana) e di cui è partner anche Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena (lei stessa lavora nello studio dopo la fine del mandato). La notizia è di Report, che nella puntata di domani trasmetterà un servizio sulla “Parnasi Connection”.

L’inchiesta della Procura della Capitale parte dal progetto dello stadio della Roma e ha portato lo scorso giugno all’arresto di Parnasi, proprietario di Eurnova che avrebbe dovuto costruire l’impianto (venerdì gli sono stati revocati i domiciliari). Nel mirino dei pm, però, sono finite anche le sue relazioni con esponenti della politica, tra cui Bonifazi: il tesoriere dem è indagato in un filone dell’inchiesta per due bonifici, da 100 e 50 mila euro, che la immobiliare Pentapigna srl (appartenente al gruppo) ha versato a cavallo delle ultime elezioni alla Fondazione Eyu, vicina al Pd, di cui lo stesso Bonifazi è presidente. Formalmente si trattava di un incarico per uno studio sul “rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”. Ma gli inquirenti vogliono capire se la ricerca fosse in realtà uno strumento per finanziare il partito: anche perché, come rivelato dal Fatto, era già pronta la bozza di un secondo contratto (da altri 100 mila euro, stavolta per un lavoro sulla “ricettività turistica”), prima che scoppiasse lo scandalo.

Ora Report aggiunge altri tasselli. Il sindaco di Milano Beppe Sala spiega che fu Bonifazi a presentargli Parnasi, che versò 50 mila euro (tutto regolare in questo caso) per la sua campagna elettorale, “felice di contribuire” perché la sua famiglia è “storicamente vicina alla sinistra”. E poi c’è appunto la consulenza allo studio tributario di Bonifazi, Lovadina e Boschi: proprio il fratello dell’ex ministra sembra essere il legame con Parsitalia, visto che il liquidatore Roberto Mazzei conferma di non aver mai incontrato Bonifazi (che non ha mai seguito la pratica, come da lui spiegato) ma dice di conoscere Boschi.

L’incarico, affidato nei primi mesi del 2018, riguarda un parere da presentare all’Agenzia delle entrate sulla convenienza di accettare l’accordo di ristrutturazione del debito: la cifra del compenso, 30 mila euro, non è stata ancora interamente incassata. Lo studio BL precisa che la consulenza è stata decisa dal liquidatore, “soggetto terzo ed estraneo alla compagnia”, anche se Mazzei non è proprio uno sconosciuto per Parnasi: vicino a Luigi Bisignani, è presidente della società Gwm Capital Management, nel cui cda siede anche Roberto Tamburrini, fratello dell’avvocato del costruttore.

La consulenza, i legami con Bonifazi e la vicinanza al Pd sono solo una piccola parte della rete. Nel servizio di Report, che ricostruisce l’inchiesta a partire dal progetto dello stadio, c’è spazio per i rapporti con la Lega (anche il tesoriere Giulio Centemero è indagato per lo stesso motivo) e per gli altri affari del gruppo. Tra questi, ad esempio, il business dei “pacchi” da rifilare alle casse previdenziali: l’Enpam, l’ente dei medici, nel 2013 ha fatto un investimento su un progetto del gruppo Parnasi da oltre 50 milioni di euro, che ad oggi si è svalutato fino a soli 700 mila euro, e poi un altro da 29 milioni sull’Ecovillage (nel Comune di Marino, alle porte della Capitale) che però è completamente fermo. Nelle intercettazioni si scopre che il costruttore stava provando a replicare lo stesso schema anche con la Cassa forense, grazie al rapporto col suo presidente Nunzio Luciano (candidato con Forza Italia alle Politiche).

Finanzieri, fisici, dottori e showman: Matteo a metà tra Fazio e Bim bum bam

Inopinatamente, ma neanche tanto, la diretta streaming del “primo talk della storia della Leopolda” inizia in ritardo. Bisogna aspettare che finisca la finale di pallavolo Serbia-Italia, che gli scaltri autori di Leopolda 9, patriottici democratici, usano come traino. Nell’universo parallelo della Firenze renziana, Renzi è sempre tedoforo dell’Italia che vince, come se lo scalpore del suo sempiterno avvento riverberasse fulgore di medaglie sugli atleti di bandiera (come si sa, gli atleti temevano i suoi auguri come la peste, se arrivava un suo sms gli si gelava il sangue). Confermata la tirannica priorità dei circenses sulla polis, lo show ha inizio (naturalmente poi l’Italia ha perso).

Il grande comunicatore sale sul palco sulla sigla di Ritorno al futuro e si accomoda senza imbarazzo a un tavolo uguale a quello di Fabio Fazio. Ha la camicia bianca aspirazionale: “Oggi posso realizzare il sogno della mia vita e fare il conduttore”, e poi, a freddo: “Fate un applauso a Lorenzo Guerini che adesso è il presidente del Copasir!”. È incredibile: Leopolda-la serie, con tutto il suo contorno di comparse e co-protagonisti (la Bionda, il Dottore, il Campione, il Broker di Borsa), è ormai genere a sé, un capitolo particolare e carismatico nel romanzo di formazione renziano: dalla provincia all’Impero, questa specie di imperatore Adriano senz’arte né parte circondato da una corte di nullapensanti, costretto dalla sconfitta a riorganizzarsi, rinverdisce il repertorio.

“Cominciamo la carrellata di questo Leo-talk (sic) con un uomo che è un mito, una leggenda, che crede che sui social si possa spiegare a persone ignoranti che c’è una Verità e la Verità non è democratica”. Ovviamente è il virologo Burioni, che preferisce disquisire di vaccini con gli sprovveduti di Twitter invece che con gli scienziati e cerca di educare le masse sul principio-cardine che di medicina ne sa di più un medico che un conduttore delle Iene. Nel teatrino di Renzi, che lo voleva candidare, aleggia l’idea subliminale che il Pd sta con la Scienza, mentre i 5Stelle coi ciarlatani che curano il cancro con l’aloe.

Lo sketch è esilarante: “Ci siamo appartati in macchina, Burioni mi ha detto di no”. Il pubblico si scompiscia. Renzi sembra aver ingurgitato litri di Red Bull. Segue lettura de migliori insulti di Burioni agli insipienti dei social. Si ride molto.

“Ladies e gentlemen, Paolo Bonolis!”. Inizia una guerriglia semiotica in cui Renzi, inadeguatissima spalla comica, cerca di essere più brillante di Bonolis, compagno di scuderia via agente dei vip Presta, in un susseguirsi di gag apparecchiate e anacronistiche tipo Vianello-Walter Chiari, rimembranze di pupazzi animati Fininvest, doppi sensi su italiani sodomizzati (da questo governo, non dal suo, che ci amava veramente). In chiaroscuro, Bonolis fa una critica di Internet ed elogia la coerenza; Renzi, che su Internet ha spostato la residenza del suo principio d’individuazione e della non-coerenza è campione olimpionico, finge di riflettere amaramente. “Mandiamo un abbraccio a Suor Paola!”. Questo giovane ci piace.

La giornalista Federica Angeli (“Federica, quando la sconfiggiamo la mafia a Roma?”) dice che i politici che si augurano la chiusura dei giornali fanno lo stesso gioco dei mafiosi; fortuna che è capitata in una edizione della Leopolda in cui Renzi non bullizza “il Falso Quotidiano” su un presunto calo di vendite. “Bisogna investire su scuola e formazione”, dice il fisico Cingolani, a uno che è stato al governo tre anni e non avverte alcun imbarazzo ad applaudire all’idea (e qui ci fa un po’ tenerezza, intrappolato com’è nel suo personaggio, prigioniero della coazione a ripetere o nel coitus sempre interruptus del suo successo).

Appurato che Renzi non sa fare né il governo né l’opposizione, come conduttore di talk pomeridiani, da vedere un giorno tra il lusco e il brusco in una casa di cura, non ci dispiace. Comunque Cingolani ha detto che saremo in grado di emigrare su altri pianeti, quindi al limite c’è ancora speranza.

La Leopolda abolisce la politica: sì a Bonolis e Presta, no a Minniti

Accade pure, in questo strano tempo sovranista, che alle cinque della sera, Ivan Scalfarotto evochi lo Stato fascista, l’autoritarismo, il plebiscitarismo, le leggi razziali del 1938, gli sciamani e i santoni del nuovo oscurantismo.

Colpa, forse, anche del caldo eccezionale di questo ottobre. Alla Leopolda si soffoca e le zanzare festose colpiscono senza pietà, felici per questa estate infinita. La gente si gratta e Scalfarotto, dal palco pop della stazione, con la macchina di Ritorno al futuro alle spalle, si erge come il Pajetta del renzismo antifascista, il comandante “Nullo” del Terzo millennio. “O di qua, o di là”. “Per salvare la democrazia”.

L’altissimo compito del partigiano Scalfarotto è quello di formare comitati di azione civile. La nuova resistenza contro il populismo gialloverde fondato sulle fake news. Cinque persone a comitato, possibilmente da reclutare oltre il Pd. Potenziali nuclei del partito renziano che verrà. Nel frattempo tocca esercitarsi contro Di Maio e Salvini e più si ascolta Scalfarotto più ci si convince che il modello dei comitati è mutuato dai Meetup grillini. Del resto lo sta facendo già Mélenchon in Francia. Il meccanismo è uguale: una persona forma un gruppo e tenta di coinvolgere familiari, affini, amici e conoscenti.

Una resistenza, allora, un po’ copiona, che ruba all’odiato nemico. Una resistenza farlocca e soprattutto populista. Sì, perché il populismo è un metodo – non una dottrina ideologica – che unisce il leader e la sua gente, senza mediazioni, a destra come a sinistra. E qui alla Leopolda ne esiste uno solo di Leader. Ovviamente Lui, “Matteo”. La creatura renziana mescola Meetup grillini e dosi massicce di berlusconismo televisivo. Il cosiddetto populismo dell’audience. Non a caso, il citato Scalfarotto parla di “scendere in campo”. Ecco perché la Leopolda numero nove passerà alla cronaca, non alla storia, come l’edizione che ha abolito la politica.

Renzi regala il palco a Paolo Bonolis, ma non a Marco Minniti, apparso in versione silente e ancora indeciso se candidarsi contro Nicola Zingaretti alle primarie del Pd. Anzi, più no che sì, al momento, per sua laconica ammissione. Un Bonolis dal pensiero politico molto conformista, viste le battute di queste ore sulla manina del decreto fiscale: “Di Maio e Salvini sono come Totò e Peppino”. Insomma, Paolo “Banalis”, che paragona la Leopolda a quel gran pezzo dell’Ubalda.

Il format Renzi & Bonolis non è solo uno spettacolo che lascia perplessi tantissimi spettatori. “Ma che c’entra Bonolis con noi?”. In realtà il popolare presentatore c’entra eccome con l’ex Rottamatore. I due fanno parte della potente scuderia di Lucio Presta, l’agente delle star tv, e lo show di ieri è studiato per piazzare il benedetto documentario di Renzi su Firenze, tuttora senza acquirenti.

Dopo vari rifiuti in Italia, il Presta renziano puntava su Berlusconi, ma secondo quanto risulta al Fatto, l’ex Cavaliere avrebbe bocciato il prodotto, previsto su Retequattro. Troppo esoso.

Nel secondo giorno della liturgia di questa chiesa renziana, viene confermato il boom di presenze. Mai come quest’anno. Oltre diecimila. È il fascino dei vinti, dell’epica sanguinosa di Salò. Altro che resistenza. Dice Eugenio, che viene da Castellammare di Stabia: “È la mia prima Leopolda, mi piace andare controcorrente ma vedo che qui c’è un fiume di gente, non me l’aspettavo”. Nella Repubblica personale di Renzi, la Guardia di Ferro è disseminata per i tavoli di discussione e il retropalco: Guerini, Carbone, Nobili, Tartaglione, Valente, Margiotta, Stefàno, Faraone, Fregolent, Pittella, Nardella, Gori, Romano, per fare dei nomi. Spicca il pargolo biondo del governatore campano Vincenzo De Luca. Si chiama Piero e fa il deputato. Al suo tavolo arringa i presenti con il sogno europeo di De Gasperi e Spinelli.

Più in là c’è folla attorno a un amministratore calabrese della provincia di Vibo Valentia: “Ho subìto quattro attentati e il partito mi ha lasciato solo. E poi abbiamo il problema delle amministrazioni sciolte per mafia”. Il coordinatore del tavolo tenta di spezzare il monologo: “Fai delle proposte”. Il renzismo vive e tenta di rifarsi una verginità politica. Compresa Maria Elena Boschi, star che si dedica alle pari opportunità, acclamata a più riprese.

Uno dei propellenti di questa resistenza populista alla Renzi è l’odio contro il Fatto Quotidiano. Una signora s’avvicina gridando: “Non leggerò mai il Fattaccio, mi fate schifo”. Come scrisse Curzio Malaparte: “Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore”. E questa è senza dubbio anche la Leopolda dei vinti. E chissà se le migliaia di persone accorse per passione apriranno gli occhi su questo nuovo Matteo Renzi, non più politico, ma conduttore tv in cerca di occupazione.

Conte e Fico: ragazzi interrotti

Tu chiamale se vuoi interruzioni. Nella festa dei Cinque Stelle ieri sono successe anche cose bizzarre. Per esempio è capitato che, mentre i maxi-schermi rilanciavano la conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri, la diretta si sia interrotta proprio mentre il premier Giuseppe Conte stava rispondendo sulla famigerata “manina” che ha inserito il condono penale nel decreto fiscale. Domanda spinosa, risposta importante. Eppure improvvisamente la diretta è stata fermata, e una voce femminile ha dato istruzioni per la sicurezza dei partecipanti all’evento. E vabbè. Passa qualche ora, e sul palco salgono i big. Poco dopo le 21.30 tocca al presidente della Camera Roberto Fico e al suo discorso molto politico, in cui cita Giulio Regeni e ricorda che quella con la Lega non è e non sarà un’alleanza elettorale. Esorta tutti a “difendere i nostri valori”, Fico. Però gli utenti del blog delle Stelle non lo sentono, perché la diretta web è ferma, interrotta per imprecisati motivi tecnici. Sfortuna, come quella scritta grafica alle sue spalle, vicepresidente della Camera, corretta in corsa. Succede, che una diretta web si inceppi. La stessa diretta che poi è ripresa per il discorso conclusivo di Luigi Di Maio.

Di Battista, sms e gazebo spariti

Ci sono una decina di secondi di vuoto, prima che la gente capisca. “Su i telefonini”, ha detto Gianluigi Paragone dal palco. Sì, il senatore tornato showman per un giorno sta davvero chiedendo a chi è sotto al palco di alzare in aria i cellulari. Poi li gela: “Se volete essere protagonisti tanto quanto noi, mandate un sms al 43030 e iscrivetevi a Rousseau”.

“Protagonisti tanto quanto noi”, dice Paragone. Se non suonasse come una bestemmia per chi, in quella piazza, protagonista pensava di esserlo da sempre, sarebbe pure un bello spot per l’associazione di Davide Casaleggio.

Ma è il segno dei tempi: “Non siamo più attivisti, siamo spettatori”, per dirla con un meetupparo milanese. Se vuoi puoi mettere le cuffie e vedere la videostory della formazione del governo (col giuramento solo dei ministri grillini). E poi, per carità, puoi discutere sulla piattaforma le proposte di legge e frequentare i corsi della Rousseau Open Academy (probabilmente le tre parole più ripetute nell’agorà di fronte al palco).

Ma il caro vecchio attivismo che fine ha fatto? L’andazzo si era intravisto alla festa di Rimini, lo scorso anno: via gli stand dei meet up, erano rimasti solo quelli degli enti locali e delle istituzioni. Stavolta, la quinta edizione di Italia 5 Stelle cancella definitivamente lo spazio per “la base”. Spariti i gazebo, resta solo una modalità di fruizione del messaggio: l’ascolto. Ci sono le magliette gialle per riconoscere i “portavoce”, fermarli e parlare, certo. Ma in tanti – e non solo per il sole a picco e neanche una tenda per ripararsi – rimpiangono quegli spazi di confronto tra esperienze locali che erano il cuore della manifestazione nazionale del Movimento.

Non è l’unica nostalgia che aleggia sul Circo Massimo. C’è pure l’altro grande assente della festa: Alessandro Di Battista. Due anni fa, alla festa di Palermo, era arrivato in moto al termine del suo tour per il No al referendum costituzionale. L’anno scorso si era collegato in video dall’esterno dell’ospedale dove stava per nascere suo figlio. Stavolta guarda il Circo Massimo dalla gigantografia scelta per rappresentare gli anni dell’opposizione, quelli dal 2013 al 4 marzo. C’è perfino chi si fa un selfie sotto alla foto gigante con Di Battista. Alla sua destra c’è il mega poster delle origini, con Beppe Grillo protagonista. Alla sua sinistra c’è quello del governo, senza facce scelte per rappresentarlo. Quando torna in spirito dal “Guate” (copyright del Dibba medesimo), giusto prima degli interventi di Fico e Di Maio, dalla platea parte la ola. Lui come al solito non si schermisce: “Alle volte mi mangio le mani, dico: ma che hai fatto?”.

La notizia, ai nostalgici, la dà in diretta suo padre: “Ha fatto il biglietto aereo, torna il 24 dicembre”, annuncia Vittorio prima di fare una battuta sul fatto che forse nel frattempo lui sarà finito a Regina Coeli, visto che è imputato per vilipendio. È il più intervistato del giorno e anche lui, tale figlio, non fa nulla per passare inosservato: “Io di destra? No, sono fascista”. In mano ha un cartello con scritto: “No Tav, No Tap, No Benetton”. Se non dovesse andare così, mette le mani avanti: “Per ora mi limito a dire che rimarrò deluso. Poi mi incazzerò”.

I fedeli alla linea (in sala d’aspetto)

“Segui chi ha la maglietta gialla. Il portavoce ti ascolta”, dice lo speaker. Seguo la via indicata e mi metto in fila. Il Circo Massimo oggi è una splendida, interminabile e cocente, per via del gran sole, sala d’aspetto. Ciascuno ha la sua ricetta e i suoi dolori. Si sta in piedi e si aspetta il turno.

Marilena e Franco, cinquantenni di Siracusa, lei super ottimista, lui meno. Lei: “Non dobbiamo scoraggiarci”. Lui: “La fa più facile di me”. Lei: “I nostri ragazzi fanno una fatica immane per stare al governo, perché devono anche imparare a starci, non so se rendo l’idea”. Lui: “Salvini è un problema, mi sembra un pochettino più scaltro”. Lei: “Non dormono più, non hanno mai tempo. Da quando è stato eletto il nostro deputato cittadino, Paolo Ficara, l’hai visto mica per strada? Notte e giorno a studiare. Se non gli diamo coraggio che ci stiamo a fare?”.

Giuseppe si è da qualche anno pensionato alle Poste. Divorziato, ha conosciuto Claudia. “Il colpo di fulmine è scoccato a una riunione dei Cinquestelle. Vero Cla?”. Giuseppe: “Salvini è amico di Berlusconi, questo non dobbiamo dimenticarcelo mai. Le schifezze sul condono hanno sempre quella radice lì: dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei. Noi comunque veniamo da Terracina, piacere. E io ho sempre votato a sinistra, finché Bersani si è inchinato al diktat di Napolitano”.

Amiche da una vita, oggi sudate ma felici, Maria Teresa, Emilia e Giulia formano un quadro complesso della militanza. La prima: “La verità è che ci dobbiamo accontentare”. La seconda: “A me pure pare così”. La terza: “Per me il governo sta facendo bene. E poi di cosa dovrei lagnarmi? Se proprio vogliamo dirla tutta è la sinistra ad averci spinto qua, ed è sempre stata la sinistra a farci fare il contratto con la Lega. E se ho perso il lavoro e oggi sono disoccupata, a chi devo ringraziare se non la sinistra?”.

“Su Salvini io ho un’idea diversa, se permettete. Non sempre quel che dice è sbagliato. Qui siamo di fronte al pericolo di una sostituzione etnica, non so se mi spiego”, dice Maria Grazia, tarantina tartassata: “Mio marito è un commerciante e sta fallendo. Altro che condono, quello che si sta facendo è assai giusto. Ma ti sembra che gli immigrati devono venirci a rubare il lavoro a casa nostra?”.

“A me nun me interessa niente: il contratto c’è e si rispetta. Di Maio non fa bene, ma benissimo. Solo che abbiamo tutti contro, voi giornalisti in primis”. Pietro di Aprilia, lavora come impiegato al mercato ortofrutticolo. Giorgia, sua moglie: “A volte urla da solo. Guarda la tv e urla”. Pietro: “Molti di voi giornalisti sono venduti”. Signora di Pesaro, più accomodante: “Però dobbiamo ascoltare tutti, lasciamo parlare tutti”. Pietro, imbandierato e incazzato: “Nessuno che dicesse la verità, e annamo…”. “E molti – se mi consentite di intromettermi, mi chiamo Paco – sono anche massoni. Li vedo in tv, si fanno dei segni convenzionali con la mano. Un amico mi ha spiegato qual è il segno di riconoscimento”. Pietro: “Qual è?”. Paco: “Non lo posso dire”. Pietro: “La forza e la rabbia di lottare me l’hanno data chi ci ha finora governato. Grazie a loro mia figlia per lavorare è dovuta andare in Australia. Fa la cuoca e gestisce la cassa di un ristorante. Se è lì è perché abbiamo avuto i malfattori al governo”. Giorgia: “Su questo ha ragione mio marito”. Lui: “Quindi per me Di Maio tutta la vitaaaaa!”.