M5S, prima piazza di governo. Il dl Salvini piomba sulla festa

La festa è di governo. Quindi nell’arena del Circo Massimo sotto un sole agostano rimbomba anche l’eco dei problemi di governo. E il nodo che riempie discorsi e sussurri riservati, in mezzo ai pannelli celebrativi e ai marchingegni elettronici per donare soldi a Italia5Stelle, è il decreto Sicurezza, gravato in Senato di 81 emendamenti tutti a 5Stelle. Per Matteo Salvini è la prima delle preoccupazioni, ergo per Luigi Di Maio è comunque una grana. E allora tra i Cinque Stelle spuntano tre parole che valgono come un salvacondotto, di quelli da usare solo in caso di emergenza come gli estintori: voto di fiducia. L’estremo rimedio, se non dovessero tornare conti e accordi.

Però prima bisogna ripartire sempre da Salvini, e dalle sue sillabe della mattina, scandite prima di palesarsi a Roma per il vertice della tregua e il conseguente Consiglio dei ministri: “Spero che il M5S riduca le buone idee”. Chiara risposta al ministro Riccardo Fraccaro, dimaiano di ferro, che venerdì aveva appunto difeso gli emendamenti come “81 buone idee”. Diverse ore dopo, nel sabato della festa, Luigi Di Maio nella conferenza stampa Palazzo Chigi va di promessa: “Negli ultimi giorni è stato difficile parlarne, ma nei prossimi giorni troveremo un accordo sul decreto”. Ed è questa la miccia. Il Di Maio che assicura un piano inclinato, al Salvini che del decreto ha parlato anche nel vertice di ieri, anche se dai Cinque Stelle giurano tutti che “no, per carità, non si fanno scambi, né ora né mai”. Però il leader del Carroccio ieri ha (ri)chiesto un intervento, perché quel decreto porta il suo nome. E si vede, visto che prevede tra l’altro l’abolizione della protezione umanitaria e la revoca della cittadinanza per chi venga sottoposto a procedimento penale.

Ottime ragioni per non piacere a un bel pezzo del Movimento, soprattutto nel Senato dove l’anima di sinistra ha un suo bel peso specifico. Così ecco, assieme ai 19 emendamenti varati d’accordo con capigruppo e vertici, altri 62 presentati da cani sciolti, in buona parte vicini a Roberto Fico. E in prima fila c’è la senatrice Paola Nugnes, che venerdì è stata sferzante: “Il dl Salvini è incostituzionale”. E che ieri su Facebook ha seminato un altro segnale di guerra: “Mi dicono che per Ilva erano a rischio 10.700 lavoratori italiani, per gli Sprar (i progetti per il sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ndr) a rischio 12.000 lavoratori italiani”.

In un’isola d’ombra del Circo Massimo, un parlamentare di rango ammette: “Non vorrei che andasse dritta, a qualunque costo”. Ma non c’è solo lei, a opporsi. Ci sono anche altri veterani, che magari non hanno firmato gli emendamenti. E che nel sabato romano snocciolano riserve: “Salvini è troppo spregiudicato, quel decreto va cambiato”. E allora, come si fa? Cercando innanzitutto la quadra politica invocata da Di Maio, che il problema non l’aveva sottovalutato. Tanto che nei giorni scorsi, ancora prima che venissero presentati gli emendamenti, dal Movimento avevano contattato proprio il presidente della Camera Fico, chiedendogli di intercedere su alcuni senatori.

Mossa senza esito, visti i risultati. Anche perché Fico non aveva e non ha voglia di fermare il dibattito contro il decreto, anzi. “La sicurezza si costruisce tramite la costruzione di altri diritti, prendere il tema solo dalla parte del bastone significa fare una politica securitaria”. Così si dovrà provare innanzitutto la strada del tavolo tra alleati di governo. Partendo da un dato che i 5Stelle agitano come una controcarta: “Di emendamenti a decine ne ha presentati anche la Lega”. Quindi bisogna smussare, da una parte e dall’altra. E se ci si riuscirà in commissione Affari costituzionali gli emendamenti sgraditi verranno bocciati, dalla maggioranza che non può permettersi deragliamenti. Poi però c’è l’aula, con le sue trappole. “Per esempio c’è il voto segreto”, la butta lì un big.

Nuovo regolamento del Senato alla mano, per ottenerlo basta la richiesta di 20 senatori. Però la strettoia è sulle materie su cui si può tenere, ossia “sulle deliberazione che incidono sui rapporti civili ed etico-sociali”, trattati nella Costituzione negli articoli che vanno dal 13 al 32 secondo comma. Il dl Salvini potrebbe rientrarvi? “Difficile, ma possibile” ragiona un parlamentare di opposizione, dove stanno già ragionando sul da farsi in vista dell’appuntamento di martedì in commissione Affari costituzionali.

E di certo nel Movimento non escludono nulla. Compreso il giocarsi il voto di fiducia, che però esporrebbe soprattutto il M5S alla burrasca delle polemiche. “Certo però che quel decreto…”, sibila un parlamentare 5Stelle mentre arriva alla festa. In serata, Fico sale sul palco. E ammonisce: “Discutere delle leggi anche nelle commissioni serve, e sono utili anche gli emendamenti”. Parole da movimentista della prima ora: quando il M5S non governava con Salvini.

Una settimana di tensione tra Lega e M5S

 

Lunedì 15. Il Consiglio dei ministri approva, su proposta del ministro dell’Economia Giovanni Tria, un “mini condono” fiscale.

 

Mercoledì 17. Le agenzie di stampa iniziano a diffondere dettagli di un decreto fiscale, composto da 26 articoli, sempre più “largo”. In serata il vicepremier Luigi Di Maio denuncia a Porta a Porta un colpo di mano: il testo arrivato al Quirinale sarebbe diverso da quello approvato nel vertice di maggioranza. Una “manina”, tecnica o politica, avrebbe aggiunto all’articolo 9 del decreto, una sanatoria per i reati di frode fiscale e riciclaggio, lo scudo fiscale per i capitali all’estero, la soglia di 100 mila euro per ciascuna delle imposte evase. Di Maio minaccia di denunciare la manipolazione alla Procura della Repubblica. Fonti del Quirinale confermano al Fatto che c’è stata una moral suasion del capo dello Stato per correggere la norma contestata, ma poi, nel corso della serata, l’ufficio stampa del presidente della Repubblica precisa che il testo finale del decreto fiscale per la firma del capo dello Stato non è ancora pervenuto al Quirinale. La Lega replica affermando la propria estraneità a modifiche e manipolazioni. Palazzo Chigi chiarisce che è stato il premier Giuseppe Conte a bloccare l’invio del decreto al Colle dopo essere stato informato delle criticità e annuncia di voler rivedere personalmente il provvedimento.

 

Giovedì 18. Il sottosegretario all’Economia della Lega, Massimo Garavaglia, dichiara che il contenuto del decreto era a conoscenza di tutti. Il M5S ribadisce la diversità dell’accordo originario raggiunto a Palazzo Chigi. Matteo Salvini sostiene di aver ritrovato nel testo approvato quanto discusso in Cdm.

 

Venerdì 19. Dopo un’apparente distensione nei toni delle dirette Facebook, Salvini rilancia: “In quel Consiglio dei ministri Conte leggeva e Di Maio scriveva”. Palazzo Chigi in una nota ufficiale smentisce Salvini: “Non c’è stata la verbalizzazione specifica del contenuto dell’art. 9, il cui testo, appena arrivato, andava comunque verificato successivamente nella sua formulazione corretta dagli Uffici della Presidenza”.

 

Sabato 20. Il Consiglio dei ministri, anticipato da un pre-vertice tra Conte, Di Maio e Salvini, esamina per la seconda volta il decreto fiscale. Dopo due ore di discussione, il governo si accorda sullo stralcio delle voci relative allo scudo penale e ai capitali all’estero.

Il deficit non si tocca, lunedì la risposta alla Commissione Ue

“Non c’è alcuna intenzione di rivedere l’obiettivo del deficit al 2,4 per cento del Pil nel 2019”, assicura il premier Giuseppe Conte. Una indiscrezione riportata dal Foglio attribuiva all’esecutivo una disponibilità a rivedere al ribasso le stime sul disavanzo dei prossimi anni nel tentativo di evitare la bocciatura della manovra da parte della Commissione europea. Ma l’esecutivo non sembra in realtà disposto a compromessi. “Non ci facciamo impaurire dalle agenzie di rating”, dice il vicepremier Matteo Salvini, che però ribadisce che non c’è “nessuna volontà di uscire dalla Ue o dall’euro, ma vogliamo sederci al tavolo con Bruxelles per spiegare le ragioni che hanno portato l’Italia a deviare dalle regole europee”. Domani il ministro del Tesoro Giovanni Tria deve rispondere alla lettera della Commissione che contesta i conti della manovra.

Garavaglia, viceministro in attesa di giudizio

Nella mischia politica ci sta da tempo, ma per gli amici di Cuggiono nel Milanese è sempre Sgara, nomignolo giovanile che gli deriva dalla passione per la musica. Preistoria per Massimo Garavaglia, classe 1968, oggi viceministro all’Economia e protagonista nella bufera del decreto fiscale. Condono si, condono no? Lui tira dritto. Dice: “Tutti sapevano”. Altri sospettano che sia lui la “manina” che, secondo i 5Stelle, ha aggiunto le postille incriminate, poi cancellate ieri dopo la seduta del Consiglio dei ministri. Garavaglia, dunque. Viceministro sì, ma in attesa di giudizio e oggi imputato a Milano per turbativa d’asta. Anni lontani, quelli del pub di Vittuone e del gruppo Gamba de legn. Lui, alla batteria, ancora lo ricordano: “Sgara che picheva i tuluni (suonava la batteria, ndr)”. Doppia laurea, Economia alla Bocconi, Scienze politiche in Statale a Milano. Due figlie, e il Giovanni, padre operaio. Il più giovane senatore eletto in Parlamento. Era il 2008. La camiseta è quella della Lega, da sempre, da quando si iscrive al partito a Cuggiono. Poi sarà sindaco a Mercallo con Casone. Dice: “Tra il dire e il fare gh’è el mètes à drèe”! Che in dialetto lombardo significa “tra il dire e il fare, c’è di mezzo il cominciare a fare”. Nei primi anni della politica fa anche il cameriere, più avanti insegnerà al centro di formazione professionale Canossa di Cuggiono. Poi solo politica e qualche carica in Cda che contano, come quello di Cassa Depositi e Prestiti. Con Giancarlo Giorgetti va d’amore e d’accordo, tanto che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, lo chiamerà al ministero con il placet di Matteo Salvini. Prima, nel 2013, l’amico Bobo Maroni, compagno di partito e di concerti, lo porta in Regione.

Lui accetta, lascia Palazzo Madama e si accomoda sulla poltrona di assessore all’Economia. Ci starà cinque anni. A metà mandato anche lui è travolto dalla bufera giudiziaria. Allo stato è imputato per turbativa d’asta. Coinvolto assieme all’allora vicepresidente della Regione Mario Mantovani. La Procura lo accusa di aver manipolato, assieme a Mantovani, una gara (circa 11 milioni di euro) relativa all’affidamento del Servizio di trasporto di malati dializzati. A suo carico, spiegano i pm, una telefonata e un sms, entrambi a Mantovani, per avvertirlo dell’esclusione di un’azienda. Il suo avvocato, Jacopo Pensa, durante le udienze spiega: “È finito in un calderone solo per una doverosa segnalazione”. Nel 2017 sarà indagato di nuovo. Due anni prima viene sentito come testimone nel processo su ’ndrangheta e politica che vedrà la condanna, tra gli altri, dell’ex assessore alla Casa Mimmo Zambetti. Durante l’udienza, il pm ipotizza la falsa testimonianza dopo la deposizione di Garavaglia in relazione agli scavi per la realizzazione del Tav e a un vecchio contenzioso tra il Comune di Sedriano e il consorzio all’epoca impegnato sul territorio comunale. I giudici dopo la sentenza trasmettono gli atti alla Procura. Tre giorni fa il nuovo pm, che ha riqualificato poi il reato in abuso d’ufficio, ha chiesto per Garavaglia l’archiviazione “non ravvisando profili di responsabilità”.

Dal contante alle sanzioni tributarie ridotte: i regali agli evasori targati Pd

Chi non ha fatto mai un condono scagli la prima pietra. Di misure pro-evasori sono lastricate le produzioni legislative anche degli ultimi governi di centrosinistra. È rimasta agli atti del governo dell’Unione la protesta di Antonio Di Pietro, allora leader dell’Italia dei valori contro l’indulto varato dall’esecutivo guidato da Prodi e votato con la Cdl di Silvio Berlusconi. “Questa legge non prevista dal programma della coalizione e invisa agli elettori del centrosinistra – tuonava allora Di Pietro – nata per liberare le carceri, è stata estesa ai reati di falso in bilancio, corruzione, reati fiscali e finanziari anche nei confronti della Pubblica amministrazione”. Si trattava di persone colpevoli di reati implicate in tangentopoli, calciopoli e bancopoli del tempo. Ma anche nella successiva legge finanziaria una misteriosa “manina” fu ritenuta responsabile del tentativo d’inserire una norma per accorciare i tempi di prescrizione dei reati fiscali, poi sventata in Parlamento.

Ma è con il governo Letta che tornano sanatorie antiche e nuovi meccanismi condonatori. La Finanziaria del 2014 lancia per i detentori di cartelle fiscali la possibilità di estinguere il debito in un’unica soluzione evitando di pagare gli interessi di mora maturati. Per la prima volta gli italiani scopriranno poi la voluntary disclosure, anglicismo per edulcorare l’ennesimo tentativo di ottenere l’emersione e il rientro di capitali detenuti illegalmente all’estero da contribuenti italiani in cambio dell’applicazione di aliquote simboliche e di non ricevere troppe domande sulla provenienza dei capitali.

La voluntary verrà riproposta in due edizioni, fino all’anno scorso, mentre all’orizzonte dei morosi seriali del fisco si profilava con i governi Renzi e Gentiloni la rottamazione delle cartelle emesse dal 2000 al 2017. Il successore di Letta non abbandona l’occhio benevolo del centrosinistra. È di Matteo Renzi la “gelida manina” che tenta di inserire nel testo approvato dal Consiglio dei ministri il 24 dicembre 2014 quell’articolo della delega fiscale che stabiliva la depenalizzazione di evasione e frode fiscale al di sotto del 3 per cento dell’imponibile, una norma “salva Berlusconi”, che se quella norma fosse stata confermata avrebbe visto svanire una condanna per frode fiscale.

Agì alla luce del sole in seguito, quando autorizzò i pagamenti in contanti fino a 3mila euro e alzò le soglie dell’evasione depenalizzata, così alte da superare di parecchio le soglie del condono giallo-verde. Gli evasori continuano a ringraziare.

Il taglio del rating rilancia l’ipotesi della patrimoniale

“Le famiglie italiane hanno alti livelli di ricchezza, una protezione importante contro choc futuri e anche una rilevante fonte potenziale di finanziamento per il governo”. Quello dell’agenzia di rating Moody’s può sembrare un giudizio perfino lusinghiero sui capitali privati che sorreggono la montagna del debito pubblico. Ma ha una sola traduzione politica: imposta patrimoniale.

L’agenzia di rating ha tagliato il suo giudizio di affidabilità del debito pubblico italiano da Baa2 a Baa3, un gradino sopra il livello “spazzatura”. E se non si è spinta oltre è perché, come molti investitori, sa che il convento è povero ma i frati sono ricchi: il debito pubblico continua a rimanere elevato, pari al 130 per cento del Pil, ma le famiglie italiane sono ricche. E, questo il sottinteso politicamente esplosivo, in caso di necessità possono usare la propria ricchezza per rimborsare le passività dello Stato.

Alla fine del 2016, secondo un’indagine della Banca d’Italia, le famiglie italiane avevano una ricchezza netta (sottratti i debiti dalle attività finanziarie) di circa 206 mila euro, ancora alta ma inferiore ai 218 mila del 2014. È un valore medio, ma la distribuzione è molto diseguale: il valore mediano, quello sotto il quale si trova la metà esatta delle famiglie italiane, è 126 mila euro. Il 30 per cento più ricco delle famiglie ha il 75 per cento del patrimonio netto, cosa che equivale a una ricchezza media netta pari a 510 mila euro. Se poi guardiamo la parte più alta della piramide, cioè il 5 per cento più ricco, questo ha un patrimonio netto che in media è 1,3 milioni di euro per famiglia.

Il grosso di questa ricchezza – ben l’87 per cento – è fatto da “attività reali”, cioè immobili, aziende e oggetti di valore. Soprattutto la casa di residenza che vale in media 70 mila euro per il 10 per cento più povero delle famiglie e sale fino a 800 mila per il 10 per cento più ricco. Poi c’è la ricchezza finanziaria. Siamo un popolo di risparmiatori, oltre l’84 per cento ha qualcosa da parte, in media è 33 mila euro a famiglia. E chi, oltre al conto corrente e ai depositi postali, ha investimenti veri e propri ha in media 87 mila euro in titoli di Stato, obbligazioni private, azioni e titoli esteri.

Questa ricchezza privata è soltanto una garanzia teorica al debito pubblico. Perché si tratta, appunto, di proprietà private che non sono nelle disposizioni dello Stato. Il governo ha due leve per sfruttare questa garanzia. La prima, già in discussione, è quella di dare incentivi ai risparmiatori italiani per investire una parte maggiore dei loro risparmi nel debito pubblico. Ad agosto gli investitori stranieri hanno ridotto i propri investimenti in titoli di Stato italiani di 17,4 miliardi di euro, una tendenza iniziata a maggio che non sembra rallentare. Per questo il governo Conte studia i cosiddetti Cir, dei conti individuali di risparmio per italiani che offrono condizioni agevolate rispetto ai normali Bot e Btp: niente tasse, invece che un prelievo del 12,5 per cento, e possibilità di scaricare l’investimento dalla dichiarazione dei redditi. Un sistema che permetterebbe però di indebitarsi a costi inferiori, forse, ma non inciderebbe sulla montagna di indebitamento esistente.

L’alternativa è quella classica: le tasse. O, nella versione anni Novanta, del prelievo dai conti correnti, che però colpisce la liquidità e non certo il patrimonio, o rivendendo le imposte sulla casa, come chiede da anni la Commissione europea. Nel 2014 il governo Letta e poi quello Renzi hanno tolto l’Imu sulla prima casa – gettito annuale da 4 miliardi – anche ai contribuenti più ricchi. Perfino l’Economist invoca una vera tassa di successione, per colpire la ricchezza e redistribuire almeno tra generazioni un po’ di benessere. In Spagna i socialisti al governo hanno appena annunciato un accordo con l’alleato Podemos per aumentare dell’1 per cento l’imposta sui patrimoni superiori ai 10 milioni di euro.

Il governo Conte, per bocca del vicepremier Luigi Di Maio, per ora invece assicura: “Non è allo studio alcuna forma di imposta patrimoniale”. Ma se la crisi di fiducia dei mercati nella sostenibilità del debito italiano dovesse continuare, potrebbe rivelarsi una scelta obbligata, come suggerito da Moody’s.

Evasione, mozzata la manina. Per ora resta il minicondono

Il condono c’è, gli sconti penali invece no. Il Consiglio dei ministri di ieri sigla la pace tra Lega e Cinque Stelle dopo i giorni degli insulti e delle teorie cel complotto sulla “manina” che aveva inserito nella bozza uscita dalla riunione precedente la non punibilità per alcuni reati commessi dagli evasori che chiedono il condono: riciclaggio, autoriciclaggio, false fatture e lo scudo per i capitali nascosti all’estero.

“Abbiamo valutato che poteva prestarsi a equivoci qualche causa di non punibilità, avrebbe consentito di stimolare contribuenti ad aderire ma avrebbe dato un segnale di fraintendimento, quindi non ci sarà nessuna causa di non punibilità”, assicura il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa. Il decreto fisco torna di fatto alla versione precedente al testo integrato dalla “manina”: resta un condono, con molti paletti e qualche incognita. Ecco chi ha vinto e chi ha perso in questa partita.

 

GIUSEPPE CONTE. Il premier aveva dichiarato ieri al Fatto che l’obiettivo del decreto fiscale era “permettere a chi ha avuto difficoltà oggettive di regolarizzare la sua posizione con il fisco, non vale certo a favorire i malfattori”. Perché questo prevedeva il contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle: sconti a chi ha dichiarato tutto in modo regolare ma poi non è riuscito a pagare le tasse per colpa delle difficoltà economiche. Il decreto, invece, rimane un condono fiscale: per chi aderisce gli sconti sono sulle sanzioni, sugli interessi ma anche sulla somma dovuta. E la valutazione delle condizioni economiche in modo da aiutare chi è in difficoltà economiche viene rimandata a un emendamento da presentare in Parlamento nelle prossime settimane quando si tratterà di convertire in legge il decreto. Il premier è riuscito a trovare un compromesso politico tra i due partiti di maggioranza, ma la “pace fiscale” rimane molto lontana da quella promessa agli elettori con il contratto.

 

LUIGI DI MAIO. Il vicepremier Cinque Stelle incassa la cancellazione delle clausole di non punibilità e una serie di limiti: 100.000 euro all’anno di imponibile massimo da far emergere per ogni anno (lui dice complessivi, Salvini lo corregge: “per ogni imposta”), e non oltre il 30 per cento del dichiarato. L’aliquota da pagare sarà il 20 per cento. Di Maio può rivendicare un successo, ma dai suoi tentativi di presentare il provvedimento come una stretta della attuale dichiarazione integrativa tradiscono comunque l’imbarazzo. La dichiarazione integrativa esiste, certo, e permette di correggere quanto dichiarato al fisco a patto poi di pagare tutto il dovuto e le sanzioni minime, per evitare conseguenze peggiori. Il decreto introdurrà condizioni più favorevoli e uno sconto anche sul dovuto, quindi resta un condono che all’elettorato M5S non piacerà. E i tentativi di bilanciare i favori agli evasori con una stretta sui controlli – se non cambia il decreto prevede che chi non aderisce può subire controlli per tre anni in più di oggi – rischiano di scoraggiare l’adesione alla sanatoria.

 

MATTEO SALVINI. Parla di “enorme successo” per “il recupero della Pace Fiscale, del saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia che nel decreto originario non c’era e il Parlamento recupererà”. È la stessa promessa annunciata da Conte e Di Maio in vista del passaggio parlamentare. Salvini sta però ben attento a lasciare una zona di ambiguità. Ci sono due tipi di contribuenti che rientrano tra i possibili beneficiari, secondo le linee indicate da Salvini: quelli che hanno dichiarato e non sono riusciti a pagare le imposte corrispondenti, e dunque ora hanno cartelle di Equitalia in sospeso. Oppure quelli che hanno dichiarato un certo imponibile, l’Agenzia delle entrate lo ha contestato e sono stati costretti a correggersi e magari non avevano più le risorse per mettersi in regola. Se la “pace fiscale” va a beneficio anche di questa seconda categoria, diventa un doppio condono: perché riduce le somme da versare e perché premia chi già ha evaso ed è stato scoperto.

Tutto questo è stato annunciato a voce in conferenza stampa. Testi ancora non ce ne sono. La pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale è attesa per martedì. Sempre che qualcuno non scopra altri presunti complotti di presunte manine.

Più umiltà, meno balle

Ingenui o sprovveduti o incompetenti o raggirati che siano stati, i 5Stelle salvano la faccia in extremis e soprattutto risparmiano all’Italia l’ennesimo, indecente maxi-condono agli evasori, dopo i tanti targati centrodestra e centrosinistra (anche se il condono, sia pure mini, rimane). Ora però dovrebbero fare qualcosa per evitare che casi del genere si ripetano, modificando il sistema legislativo bizantino, opaco, farraginoso, fatto apposta per consentire a manine politiche ed extrapolitiche (gli eterni burocrati) di comandare a dispetto di governi e Parlamenti, cambiando le o in e, spostando virgole, aggiungendo o levando commi. Specie se la maggioranza è un accrocco di forze diverse e spesso incompatibili e se le norme escono da Palazzo Chigi in forma di bozze o di accordi verbali. I 5Stelle, poi, dovrebbero armarsi di santa umiltà e ringraziare il Quirinale e i giornali, che una volta tanto han fatto il loro dovere segnalando ciò che non andava nella bozza del decreto fiscale e mettendoli sull’avviso: senza il no degli uffici del Colle alla depenalizzazione e le denunce di molti quotidiani (fra cui il nostro) sulle altre porcate che stava per finire sulla Gazzetta Ufficiale, ora la frittata sarebbe fatta. Allo stesso modo i giornali dovrebbero riconoscere che c’è una bella differenza fra chi tenta di far passare un maxicondono e chi lo blocca. Continuare a raccontare frottole e a nascondere i fatti che le smentiscono non fa che screditare vieppiù il ruolo prezioso della libera informazione.

Ieri Fabrizio d’Esposito ha descritto la scomparsa di una notizia fondamentale per comprendere la prima crisi giallo-verde: la bocciatura del Quirinale che ha svelato a Di Maio come il decreto fosse diverso, anzi opposto a quello concordato. Siccome questa notizia rafforza la versione pentastellata, i giornali interessati a screditare Di Maio (tutti) l’hanno rimossa. In compenso, ieri, hanno trasformato in un fatto sensazionale l’ennesima, inutile udienza del processo per falso a Virginia Raggi, accusata di aver mentito all’Anticorruzione capitolina scrivendo di aver deciso lei la promozione di Renato Marra (ufficiale dei Vigili urbani) a capo dell’ufficio Turismo, su richiesta dell’assessore Meloni e non del fratello Raffaele (all’epoca capo del Personale, poi arrestato per corruzione). Il quale, assicurò la Raggi, svolse in quella promozione un ruolo “di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie di valutazione e decisionali”. Secondo il pm, invece, decise Marra imponendosi sulla sindaca.

Da mesi sfilano in Tribunale i testimoni dell’accusa e della difesa, per confermare o smentire la versione della sindaca che, se condannata, dovrebbe dimettersi: non per la legge Severino (che non prevede incompatibilità in caso di condanna per falso), ma al codice etico 5Stelle (dimissioni per tutte le condanne in primo grado, salvo reati colposi o di opinione). Abbiamo già scritto che quel codice è troppo severo e troppo lasco. Troppo severo perché, se non ci sono di mezzo tangenti, appalti truccati, abusi di potere, peculati, malversazioni di denaro pubblico o fatti ancor più gravi, ma – come in questo caso – una semplice dichiarazione, un sindaco deve proseguire fino a sentenza definitiva. Troppo lasco perché, in casi gravi per fatti già acclarati, le dimissioni devono scattare anche prima del rinvio a giudizio. Ma nel processo Raggi (unico sopravvissuto a un rosario di accuse infamanti, tutte farlocche e archiviate), nessun documento o testimonianza prova che la sindaca sia stata pilotata da Raffaele per promuovere Renato. Anzi, nei messaggi in chat, la Raggi gli ricorda di essersi opposta all’autocandidatura di Renato a comandante dei Vigili (prima fascia) per evitare conflitti d’interessi col fratello al Personale. E di averlo mandato al Turismo (terza fascia) su richiesta dell’assessore competente, che aveva lavorato bene con lui. Dopo la nomina, nell’ambito di un interpello per la rotazione di ben 190 dirigenti, la sindaca si lamenta con Raffaele per avere scoperto dai giornali che Renato avrebbe guadagnato 20 mila euro annui in più (“Questa cosa mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire”), convinta che lo stipendio restasse invariato da quando “avevamo detto che restava dov’era con Adriano (Meloni, ndr)”. Dunque fu lei a deciderne il ruolo, non Raffaele. È dalle chat con vari dirigenti che si scopre come Raffaele si attivò con loro per la nomina del fratello. Ma che abbia sollecitato la sindaca non lo dice nessuno e non risulta da nessuna parte. Dunque non si capisce neppure perché la Raggi sia imputata.

L’altroieri la poliziotta ha dichiarato in aula che “nella procedura di interpello Marra ha avuto un ruolo attivo e sostanziale e non meramente compilativo”. Una testimonianza neutra, che riguarda l’intera rotazione dei 190 dirigenti, e non inficia minimamente la versione della Raggi: che risponde di quel che ha fatto e saputo lei, non di ciò che faceva Marra con altri. Ma il titolo di Repubblica mette in bocca all’agente una cosa che non ha mai detto: “Marra nominò suo fratello”, per poter aggiungere: “Altro colpo alla difesa di Raggi”. Invece non è né un “colpo” né un “altro”, visto che nessuno ha mai smentito la sindaca. Con buona pace del Corriere, secondo cui la poliziotta “contraddice la linea difensiva della sindaca” (invece non contraddice un bel nulla). Il Messaggero dedica un’intera pagina a questa sensazionale notizia: “Nomine, decideva Marra”. Oh bella, e chi doveva deciderle, se non il capo del Personale? Un usciere? Un netturbino? Un turista giapponese? Un gabbiano? Ecco cosa rischia chi confonde l’informazione con la curva Sud: il ridicolo.

L’infortunio

A 10 giorni dall’inizio del Gigante di Soelden in Austria, Sofia Goggia è caduta durante gli allenamenti sulla pista di Hintertux. Dolorante al malleolo della gamba destra, la campionessa olimpica ha interrotto la discesa e oggi sarà visitata a Milano dalla Commissione Medica Fisi. Se l’infortunio dovesse rivelarsi grave, metterebbe a rischio la sua partecipazione alla prima gara di Coppa del mondo sabato 27 ottobre.

Neanche la Juve oscura le luci a San Siro

Luci a San Siro: domani sera, Inter-Milan. Il derby che il cannibalismo della Juventus ha fatto prigioniero in Italia ma non nel mondo, come documentano i 169 Paesi tele-collegati e i maliziosi scenari. Cina contro Stati Uniti, se pensiamo ai padroni. Tango argentino, se si guarda a Icardi e Higuain. Senza trascurare la sfida tra i mister, Spalletti nato a Certaldo, il paese del Boccaccio, e Gattuso detto Ringhio, al quale Berlusconi ha inviato i messaggi che recapitava ai dipendenti (ordine tassativo, due punte): proprio lui che, a Monza, ha scoperto improvvisamente il made in Italy (da che pulpito!). Icardi è un pistolero freddo; Higuain, lo sceriffo che ha conquistato il villaggio. Dal Pipita a Messi, mercoledì in Champions, abbasso i calcoli: l’Inter ha cambiato marcia dopo la rimonta con il Tottenham. Il Milan, una partita in meno, ha perso solo a Napoli e offre un gioco più gradevole, anche se non sempre continuo. Esclusi i lussemburghesi del Dudelange, almeno un gol l’ha beccato da tutti. In questi casi, di solito prevale la squadra sfavorita, ma sono entrambi lì, Inter più efficace in difesa, Milan più concreto in attacco. Potrei rifugiarmi nella tripla. Mi butto: Inter, al pelo. I pit-stop delle Nazionali lasciano spesso tracce ambigue. I viaggi, gli acciacchi: tocca al campo, secondo tradizione, spazzare le nuvole.

La Juventus riparte dal Genoa di Piatek, il polacco capocannoniere con 9 gol in sette gare. Preziosi ha licenziato Ballardini e riesumato Juric. Scelta cervellotica e per questo, nel nostro calcio, quasi banale. Ci sarà Cristiano, naturalmente. Il pronostico bacia Madama così come, a Udine, accarezza il Napoli nonostante l’assenza di Insigne.