Cercatrici d’Oro: le azzurre del volley e la rivincita Finale

La palla cade a terra e a terra cadono anche le azzurre travolte dall’entusiasmo e dalla commozione. Ieri mattina, a Yokohama, l’Italia della pallavolo femminile ha vinto la semifinale del Mondiale contro la Cina, in una partita molto combattuta e si è aggiudicata un posto per la finale di oggi contro la Serbia. La “solita” Paola Egonu (per chi ancora non la conoscesse, è la ragazza alta 190 cm, capace di schiacciare a 90 e passa chilometri orari), ha messo a segno il suo 45° punto personale (record per una giocatrice in maglia azzurra e record per un Mondiale femminile) e ha chiuso il quinto e ultimo set, tiratissimo, sul 17-15. Prima ha difeso una schiacciata dell’opposto cinese Gong Xiangyu e poi è andata ad attaccare una palla difficile che la difesa cinese non è riuscita a contenere. Istanti di incredulità vengono rotti dall’abbraccio di Miriam Sylla e Ofelia Malinov, che circondano la loro “bomber”. Poi arrivano le riserve e tutte le altre per un grande abbraccio. Tutte giù per terra a festeggiare piangendo. Questa giovanissima Italia, età media sotto i 23 anni, torna in finale dopo 16 anni dal primo oro iridato e si prende la rivincita della sconfitta nella semifinale del Mondiale di quattro anni fa a Milano.

La partita era sembrata iniziare in scioltezza contro le campionesse olimpiche allenate da una vecchia conoscenza per l’Italia, Jenny Lang Ping, ex giocatrice a Modena, Novara e Jesi e migliore pallavolista del XX secolo. Le azzurre avevano già battuto la Cina nella fase iniziale del torneo, ma sapevano che le avversarie erano cresciute nel corso della competizione. La squadra capitanata da Cristina Chirichella si aggiudica il primo set abbastanza facilmente (25-18), perde di misura il secondo (21-25), si aggiudica il terzo staccando le avversarie di nove punti (25-16) e nel quarto set rischia di rovinarsi la partita: spreca due match-ball permettendo alle cinesi di recuperare, poi inseguono e alla fine perdono col risultato 29-31. Le azzurre allenate da Davide Mazzanti, però, sembrano non risentirne, conducono per quasi tutto il tie-break, sul 14-12 potrebbero chiudere la partita, ma si fanno riprendere. In difesa il libero Monica De Gennaro e le schiacciatrici Lucia Bosetti e Miriam Sylla non lasciano cadere niente, Malinov in questi attimi gestisce il gioco puntando quasi tutto su Egonu che, alla fine, la mette giù.

Oggi alle 12.40 (ora italiana, diretta su Rai2) sfideranno la Serbia, argento a Rio nel 2016 e campionessa d’Europa, l’unica squadra capace di battere l’Italia dopo le dieci vittorie consecutive (ma l’Italia era già qualificata).

Per le serbe è la prima finale in un Mondiale, mentre per l’Italia è la seconda a 16 anni da quella di Berlino nel 2002, quando le giocatrici allenate da Marco Bonitta sconfissero al quinto set gli Stati Uniti e conquistarono il primo oro iridato. “Abbiamo qualche sassolino da toglierci con la Serbia – è la dichiarazione di guerra di Sylla (23 punti per lei) –, come ad esempio la prima gara di Rio 2016. Ci sono tante cose che noi quest’anno vogliamo riprenderci”. “Dobbiamo studiare la Serbia e vedere il match giocato contro l’Olanda – spiega con più freddezza l’allenatore Mazzanti –. Cercheremo di individuare delle situazioni per metterle in difficoltà”. Non sarà una sfida affatto facile. La Serbia è data sin dall’inizio del Mondiale giapponese come una delle possibili vincitrici e ha giocatrici molto veloci e potenti. Se l’Italia ha Paola Egonu, loro hanno Tijana Boskovic, opposto di 21 anni alta 193 centimetri e dotata di grande potenza.

Il Balla ritrovato. I vortici di colore di “Bal Tic Tac” riemergono dall’ex bar jazz

“Pitture vertiginose di moto e di colori”. Così il quotidiano romano La Tribuna, durante la serata inaugurale nel dicembre del 1921, descrive la sala da ballo Bal Tic Tac in via Milano all’angolo con via Nazionale – il primo locale in cui a Roma si suonava il Jazz –, decorata e arredata interamente dal principe del futurismo, Giacomo Balla.

Oggi, a quasi cento anni di distanza, 80 mq di quella pittura muraria sono stati ritrovati: si tratta di decorazioni a tempera riconoscibilissime: lo spazio diviso in irregolari forme geometriche vivissime di colore che si intersecano. La stessa Elica Balla, ricorderà “un ingresso fantasmagorico di fiamme infernali”, e descriverà la sala da ballo “inondata di azzurro e di verdi mattutini”.

Quei colori, oggi ritrovati sulle pareti e sul soffitto – giallo, blu, rosso, marrone – sono incredibilmente in buono stato. Il murale è rimasto nascosto negli anni dietro carta da parati, tinteggiature, controsoffitti (il locale ha ospitato per anni un negozio di illuminazioni) ed è stato fortuitamente rinvenuto nel 2017. Le tempere sono ancora in fase di restauro – eseguito sotto la supervisione della Soprintendenza speciale di Roma – e verranno lasciate nella loro posizione originale, così assicurano da Banca d’Italia, proprietaria dell’edificio. Anche il pubblico, dunque, potrà ammirare nel giro di qualche anno quest’opera di Balla poiché i locali del ritrovamento ospiteranno il moderno museo per l’educazione finanziaria della Banca d’Italia, la cui apertura è prevista a fine 2021.

C’è vera salvezza nel mettere al mondo una creatura? – Il solito vizio degli ULTIMI

“Oggi c’è una volgarissima banalizzazione secondo cui un figlio nasce quando ha la culla pronta, invece questo film dice che è il figlio che costruisce la culla”. Ineccepibile considerazione di Umberto Contarello, che firma la sceneggiatura de Il vizio della speranza a quattro mani con il regista Edoardo De Angelis. Primo italiano a passare in Selezione ufficiale alla Festa di Roma, anch’egli vola alto, e dopo i tanti pensieri deboli e i troppi film esili partoriti dal nostro cinema è il benvenuto: “Vince chi resiste all’inverno, chi ha la pazienza di aspettare che qualcosa cambi, chi serve l’imperativo etico che nasce dalla scoperta di avere una possibilità, ovvero agisce”.

Addirittura, Contarello tira fuori un attributo ormai residuale, di più, diserto della nostra produzione: “cristiano”, giacché “la partitura del racconto è parabolica”.

In esergo il Giorgio Scerbanenco di “Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente”, il quarto lungometraggio di De Angelis, reduce dal discreto successo di Indivisibili, tallona Maria, interpretata dalla moglie Pina Turco, che è un’anima in pena nel prosaico purgatorio di Castel Volturno. Agli ordini di una madame ingioiellata e spietata (Marina Confalone), traghetta donne incinte per conto terzi sul fiume Volturno: quando rimane gravida a sua volta, si scuote dal torpore morale in cui versa, libera le puerpere e prova ad affrancare se stessa, forte di un pit bull e un’inedita volontà. “La speranza è il seme di ogni rivoluzione, con la fede si può cambiare qualunque cosa e scrivere il destino di proprio pugno”, commenta la Turco, mentre Enzo Avitabile, che firma la pregevole colonna sonora, parla di “musiche che vogliono essere devozione laica e canto randagio, fuori da ogni classificazione: sentono quel che accade sullo schermo”.

Schiavitù, prostituzione e miseria, Maria barcolla ma non molla, trovando una spalla nel reietto Pengue (Massimiliano Rossi) e rifuggendo la madre Alba (Cristina Donadio, che con coraggio espone un seno provato dal cancro): domanda non peregrina, c’è possibilità di redenzione senza riscatto sociale, senza guadagno di dignità? Il vizio della speranza (dal 22 novembre in sala) confida non tanto nell’arcaico, che con Contarello è condizione necessaria per farsi universale, ma nel sempiterno italico “poveri ma belli”, costruendosi fotogramma dopo fotogramma nella bellezza del disagio, senza peraltro curarsi del disagio di questa bellezza.

Se la scelta di Contarello al tavolo di scrittura è indubbiamente aspirazionale, analoga tensione latita nell’architettura etico-sociale del film: va bene la parabola degli ultimi, va bene la Madonna nella monnezza, ma c’è reale emancipazione nella miseria, c’è autentica liberazione da fermi, c’è totalizzante salvezza nel dare alla luce una creatura?

Insomma, nova vita vincit omnia? I primi a non crederci, invero, sembrano gli stessi De Angelis e Contarello, che progressivamente inzeppano il copione di allegorie didascaliche, simbolismi scoperti, dialoghi smaccati (l’invocazione alla Vergine di Pengue è sanzionabile), senza peraltro consegnare il messaggio: un telegramma incompleto, se non illeggibile. Sicché la bravura degli interpreti, Confalone e Donadio su tutti, e la confermata capacità di girare di De Angelis non bastano, anzi, si sprecano. Peccato.

In cartellone a Roma, e dal 25 ottobre in sala, meglio l’Halloween sequel di David Gordon Green, nonché la bella e democratica Cate Blanchett, protagonista de Il mistero della casa del tempo di Eli Roth, che guarda a Trump e cerca l’antidoto: “Se potessi avere un potere magico, sceglierei che tutti i maggiorenni andassero a votare alle elezioni americane”.

 

Elezioni, ondata di fake news su Whatsapp: Haddad chiede estromissione di Bolsonaro

Fernando Haddad, il candidato del Partito dei Lavoratori attacca l’avversario favorito al secondo turno delle presidenziali, Jair Bolsonaro, porta bandiera dell’estrema destra: ci sarebbe lui dietro l’ondata di notizie fasulle sui social e Whatsapp, al tal punto da chiederne l’estromissione alla competizione elettorale. È questo il clima a otto giorni dalle elezioni che in Brasile stabiliranno chi sarà il nuovo presidente. Haddad è considerato l’erede politico di Lula da Silva ma senza le sue capacità; ha chiesto che sia annullata la candidatura di Jair Bolsonaro al Tribunale Supremo Elettorale (Tse) e di dichiararlo ineleggibile per otto anni. Tutto nasce dalla notizia pubblicata da Folha de Sao Paulo, il giornale più diffuso in Brasile: varie aziende avrebbero speso milioni di reais per finanziare la diffusione massiccia di fake news allo scopo di danneggiare il Pt, attraverso società specializzate in marketing digitale. La legge elettorale brasiliana vieta alle aziende di contribuire al finanziamento delle campagne elettorali. Haddad ha detto che dispone di prove che dimostrano che Bolsonaro ha coordinato l’offensiva mediatica, ma finora non le ha divulgate. Bolsonaro, da parte sua, ha negato essere al corrente di queste mobilitazioni su Whatsapp: “Non posso controllare se qualche simpatizzante sta facendo questo tipo di cose. Lo se che è illegale, ma non ho nessun modo di fare qualcosa al riguardo”.

Assange ospite sgradito: gatto compreso

Santuario. Esilio dorato. Prigione dorata. Prigione senza scampo: sono le tappe dei sei anni di Julian Assange nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Ospite ormai indesiderato, ieri ha annunciato che farà causa per “violazione dei suoi diritti fondamentali e delle sue libertà” al governo di Quito.

Il fondatore di Wikileaks accusa l’Ecuador di aver “tagliato in modo sommario ogni accesso al mondo esterno, negato a giornalisti e organizzazioni dei diritti umani il permesso di vederlo e installato tre dispositivi per impedirgli di telefonare ed accedere ad internet”. Limitazioni che, secondo il legale di Assange Baltasar Garzon, rendono la sua permanenza in ambasciata “disumana”. Nel 2012 Assange aveva ottenuto la protezione dell’allora presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che tuttora lo sostiene. Ma il neo presidente Montero ha molto a cuore l’alleanza con gli Stati Uniti, che vogliono processare Assange per spionaggio, e da sette mesi i rapporti si sono deteriorati in modo irreparabile.

La scorsa settimana l’ospite si è visto recapitare una lettera dell’ambasciata con ulteriori limitazioni. Uno dei passaggi dà l’idea dello stato della convivenza: “Per garantire l’igiene dell’ambasciata, il signor Julian Assange e i suoi visitatori si occuperanno della pulizia del bagno e degli altri spazi che utilizzano. Il signor Julian Assange si occuperà del benessere, dell’alimentazione, della pulizia e della cura del suo animale domestico”. Povero gatto. Dettagli dal peggiore dei divorzi, dati in pasto alla stampa. Ma al di là delle note triviali, il documento contiene condizioni precise: chiunque voglia vederlo deve condividere con le autorità ecuadoriane dettagli come i propri username sui social e i numeri seriali di telefoni e tablet, da “condividere con altre agenzie”. L’intento sembra chiaro: alzare il livello dello scontro fino a rendere inevitabile l’abbandono dell’ambasciata. Senza alternative per Assange se non l’arresto da parte della polizia britannica. E l’estradizione negli Stati Uniti.

Dugin, il Rasputin che ispira il Cremlino (e anche i leghisti)

Come il suo mentore, Gianluca Savoini, 54 anni, leghista da sempre, non parla il russo – ci pensa la moglie Irina che è di San Pietroburgo – però è lo sherpa di Matteo Salvini alla corte di Putin, e soprattutto è il gran tessitore dei fili sempre più stretti fra il Carroccio e Russia Unita, il partito del presidente russo. Non solo: Savoini è presidente dell’associazione Lombardia-Russia dal 2014, ed è onnipresente in tutti gli eventi che cementano l’alleanza dei lumbard coi russi. Inoltre è buon sodale del discusso Bannon russo, l’ideologo Alexandr Gel’evic Dugin che professa il superamento di comunismo, fascismo e liberalismo per opporsi al neo-liberalismo “egemone nella postmodernità”, come scrive in Quarta teoria politica, saggio di ostica e nebulosa lettura che i leghisti sovranisti considerano come la loro bibbia.

L’hanno chiamato “l’ideologo di Putin”; gli avversari l’hanno invece bollato, per via della sua lunga barba, come “il Rasputin di Putin”. Gli Usa lo hanno inserito nella lista delle personalità russe sanzionate. Oggi Dugin conquista la ribalta delle cronache politiche perché lui e Savoini sono stati visti assieme mercoledì 17 ottobre a Mosca, dalle parti del teatro Bolshoi. Per fortuna dello sherpa salviniano, l’ideologo sovranista si esprime in un ottimo italiano, frutto dei suoi studi umanistici – è laureato in Filosofia e ammette di essere stato influenzato dalle idee di Julius Evola. Inoltre viene spesso nel Belpaese, soprattutto per indottrinare gli aspiranti seguaci della “Quarta teoria politica”, la sua (inquietante) summa teorica che Dugin definisce un “cantiere aperto”.

L’abbiamo incontrato a Milano il 20 giugno, alla presentazione di “Putin contro Putin” (“Lui è semplicemente il meglio”). Di profonda fede cristiano-ortodossa, è nato a Mosca nel 1962 da una famiglia di tradizioni militari. Ha mille volti: geopolitologo, saggista, docente, giornalista, anche conduttore tv (ha diretto l’emittente Tsargrad dell’oligarca Konstatin Malofeev, nel mirino delle sanzioni per aver finanziato i secessionisti ucraini).

Cosa predica Dugin che tanto piace a Salvini? “Dobbiamo impedire ai liberali di salvarsi dalla loro fine imminente. Piuttosto che aiutarli a temporeggiare, dobbiamo accelerarne il declino”. Ma qui il ruolo di killer del liberalismo è affidato alla Russia, descritta “non come un’entità pre-liberale, ma come una forza rivoluzionaria post-liberale che combatte per un futuro diverso per tutti i popoli del pianeta. La guerra russa non sarà solo a vantaggio degli interessi nazionali russi, ma sarà per la causa di un mondo multipolare più equo, per la dignità e la vera libertà, quella positiva, creativa (la libertà di) non quella nichilista (la libertà da).

In questa guerra la Russia darà l’esempio come tutrice della Tradizione, dei valori conservatori connaturati ai popoli, e rappresenterà la vera liberazione dalla società aperta e da chi ne beneficia: l’oligarchia finanziaria globale”.

Dugin sostiene che “i russi non vogliono un capo liberale e democratico bensì un capo forte, determinato, patriota. Capace di ridare alla Russia il ruolo che le compete nel mondo”. Come vorrebbe essere il Matteo del Giambellino. Persino il Cremlino è prudente nell’associare Dugin a Putin. Troppi eccessi xenofobi.

Quattro anni fa, commentando la crisi ucraina, fu assai incauto: “Bisogna uccidere, uccidere, uccidere”. Gli venne revocata la cattedra universitaria.

Putin non ha mai detto d’essere stato condizionato nelle sue scelte dall’ideologo sovranista. Però, l’euroasiatismo della Russia praticato da Putin, ossia il ritorno all’integrazione politica, culturale ed economica tra i Paesi dello spazio post-sovietico, in un ordine mondiale multipolare, non omologato culturalmente al liberalismo occidentale, è una creatura ideologica di Dugin… Che sia il gioco delle parti? Putin considera Salvini un alleato che si batte per far cancellare le sanzioni. Ma lascia a Dugin sfoggiare l’entusiasmo per il governo giallo-verde: “Un passo storico, irreversibile: l’affermazione del populismo e del sovranismo”.

Il falò dei rubli: i nuovi mini-zar di Russia

“Il nostro governo non aiuta i poveri, quindi ringraziate che ci sia io”. Sfrecciando su una Bentley scura, l’uomo mascherato dal passamontagna che luccica di brillanti, allunga il braccio fuori dal finestrino. “Ho tra le mani 5 mila rubli, uno stipendio medio a San Pietroburgo. Fate gli schiavi per questa cifra? Mi fate pena, i soldi sono carta straccia”. Banconote volano lungo la prospettiva Nevsky di Pietroburgo e i passanti si accalcano a raccoglierle. Sono stati gli Rrk: acronimo inglese di “I ricchi ragazzini russi”. Cosa sono lo spiegano in cirillico: “Club chiuso per detei milionerov, figli dei milionari. Abbiamo talmente tanti soldi che ti sentirai male con te stesso”. Figli di papà, ninfette al silicone e Rolls Royce. Della povertà del Paese ridono. Virtuosi del lusso e del nulla, messi insieme, fanno un milione di follower per uno dei fenomeni più diffusi del web slavo.

Se gli oligarchi, loro padri, passano la vita a nascondere soldi dalle inchieste dei giornalisti in fondi offshore, gli Rrk non hanno altro obiettivo che sbandierarli sui social network. Nati in famiglie divenute opulente nei ruggenti anni 90, quando in Russia tutto si poteva rubare, sono cresciuti con l’idea che tutto possono distruggere. Sluski, poeta dai capelli verdi e rime nichiliste, ha 666 tatuato sul sopracciglio e 100 mila rubli in mano. Ama farsi filmare mentre li incendia in un secchio. L’hobby di Gregory Goldsheid è andare in giro a chiedere alle donne di spogliarsi perché “la gente fa di tutto per i soldi”.

I loro selfie ripetuti sono identici come le loro Visa Gold. Vuoti, figli, ricchi e nient’altro: per dimostrarlo lavorano certosini su pixel e profili. Per Lena Perminova gli aerei privati “vanno troppo lenti per il jet lag” se torna dalle sfilate parigine. Ego alleati e rumorosi di villa in villa, un elicottero personale dopo l’altro. Sul suo yatch “lo sceicco di Londra Aleksandr” beve Dom Perignon deridendo lo champagne sovietico e la nuova riforma pensionistica del Paese.

Vite dense di limousine, marchi di moda italiana e francese, tigri al guinzaglio, come quelle di Mikhail Zarevsky. Le donne sono oggetti appoggiati ad altri oggetti, stese come pelli d’orso sulle auto di lusso. Se non sono gli uomini a ridurle così, lo fanno da sole o lo fanno ai figli. Adeli ha un paio d’anni, molto trucco in faccia e un fascio di banconote piegate in due con cui giocare al posto di un pupazzo. La madre Lusik è ritratta spesso nuda, ma si vela il capo per abbracciare Kadyrov nella foto profilo.

L’uomo mascherato dal passamontagna diamantino rimane l’unico senza nome in cima ai titoli della cronaca russa, mentre la polizia indaga sulla targa della Bentley. Ora sanno tutti che non ha un lavoro, ma maglie Versace e due donne al guinzaglio, una bionda e una bruna, animali domestici in lingerie dagli zigomi sporgenti quanto i seni. A chi lo insulta sul web risponde: “Me ne fotto dei poveri che commentano, mi imitereste, ma non avete i soldi per farlo”.

Gli Rrk sono russi, ma potrebbero essere qualsiasi altra cosa. Né con i coetanei che scendono in piazza con l’oppositore Nalvany, né con quelli che lottano per Putin: per loro la nazione è un’emoticon della bandiera nei post, Mosca uno sfondo da ritratto e Pietroburgo un villaggio Potemkin (fatto di cartone, ndr). Chiunque sia fuori dal loro cerchio è definito bomzhir, barbone. “Papà mi ha dato i soldi per fare questo profilo più figo, li ho spesi allo Zum”, i grandi magazzini della Piazza Rossa, scrive uno di loro. Un milione di follower e accanto uno zero: gli Rrk non seguono nessuno, a parte l’immagine moltiplicata che ognuno vede quando li guarda.

Il gay sovranista che Trump vuole per scardinare l’Onu

Allora è vero che, se sei donna, spuntarla può essere più difficile, anche quando – o forse proprio perché – quel posto da 8 anni è sempre stato tenuto da una donna. In lizza per succedere come rappresentante Usa all’Onu a Nikki Haley, le cui dimissioni, annunciate 10 giorni fa, hanno fatto scalpore, c’era una short list di 5 nomi: 4 donne e un uomo.

Ebbene, pare che il favorito sia l’unico uomo, Richard ‘Ric’ Grenell, ambasciatore a Berlino, diplomatico spigoloso e a vario titolo controverso, a favore del quale gioca – secondo Politico.com – l’esperienza dei 7 anni trascorsi al Palazzo di Vetro.

Nulla è ancora deciso: Trump s’è impegnato a fare una scelta entro fine mese. Ma la stampa Usa dà Grenell, ora ambasciatore a Berlino, in pole position, dopo avere puntato a caldo su Dina Powell, 45 anni, già vice-consigliere per la sicurezza nazionale, attualmente a Goldman Sachs.

Citata anche Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato, ex conduttrice Fox News, che potrebbe però subentrare come portavoce della Casa Bianca a Sarah Sanders, di cui si dice che starebbe per lasciare. La Nauert, 48 anni e la famiglia a New York, era stata scelta da Rex Tillerson, ma è stata confermata e promossa da Mike Pompeo: lo staff di Trump la considera brava a spiegare e sostenere la politica estera dell’Amministrazione.

Altre donne in lizza sono Kelly Knigh Craft, 56 anni, e Jamie McCourt, 64 anni, rispettivamente ambasciatrici in Canada e Francia. E c’era pure Ivanka Trump, la ‘prima figlia’, fra i nomi venuti fuori di primo acchito per il dopo Haley; ma il papà presidente, a malincuore, s’è reso conto di non poterla proprio nominare, anche se – ha detto – sarebbe “eccezionale” in quel ruolo.

All’inizio, Trump pareva riluttante a spostare Grenell da Berlino, dove – parola di presidente – “sta facendo bene”: “non lo vorrei muovere”, dato che non esita a fare sentire alla cancelliera Merkel tutta la conflittualità della sua Amministrazione.

A far cambiare idea a Trump su Grenell, 52 anni, sarebbe stato il passato di portavoce all’Onu: tenne l’incarico più a lungo di chiunque altro, dal 2001 al 2008, per i due i mandati di George W. Bush. Meno felice l’esperienza ‘politica’: fu brevemente portavoce di politica estera e sicurezza nazionale di Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012. Resistette nel ruolo poche settimane, poi la campagna lo giudicò troppo scomodo e controverso: non è escluso che l’imbarazzo nei suoi confronti fosse almeno in parte dovuto al fatto che Grenell, repubblicano dichiarato, è apertamente gay e vive con il suo partner Matt Lashey. Ma l’ambasciatore è anche pochissimo diplomatico quando usa Twitter – in questo, fa quasi concorrenza a Trump – e quando espone la sua ‘agenda’.

Il Senato confermò la scelta di Grenell come ambasciatore a Berlino con una larga maggioranza – votarono per lui anche alcuni democratici -, ma dopo avere tenuto la nomina in naftalina per mesi. Mesi fa l’ambasciatore in Germania disse a Breitbart News, media di destra: “Io voglio appoggiare le forze conservatrici, i leader conservatori in Europa”. La dichiarazione non fu apprezzata né in Germania né altrove.

La terra dei fuochi ora parla lumbard

I bicchieri di bianco vanno via veloci, sono appena le dieci del mattino, ma qui a Corteolona e Genzone, in provincia di Pavia, non c’è molto da fare. Paese fantasma. Case vecchie e abbandonate, villette a schiera affacciate sulla strada provinciale 31. Accanto, il fiume Olona. Nel bar Italia, le chiacchiere degli anziani rimescolano un tempo che pare essersi fermato a una data indefinita. Ci si sente sospesi. Sarà questo cielo basso, o la prima nebbia di metà ottobre. Sarà per quel gigante di lamiere bruciato laggiù, verso la strada che porta a Corteolona. “Il mostro?”, domanda il signor Pino (nome di fantasia): “Le fiamme non finivano mai, erano altissime. Ma io avevo visto tutto, ancora prima, i camion che andavano e venivano. Non mi faccia dire altro…”. Pino beve e va via. C’è silenzio, forse anche imbarazzo. Chi resta legge il giornale o inchioda lo sguardo dentro al bicchiere. Poca voglia di parlare. “Il Pino è così, un po’ fumantino – dice un altro signore – ma io non ho visto nulla, sì il fumo, ma prima niente, qui ci facciamo gli affari nostri, si campa meglio”.

Al capannone ci si arriva da Corteolona, ancora prima passando da Belgioioso. Provincia pavese, ricca un tempo, oggi nella mischia della crisi economica. Paesi piccoli e tanta campagna, cascine in disarmo e capannoni abbandonati, il sogno, un tempo, di un terziario che partito veloce ha subito frenato. Decine le ditte fallite, altrettante le strutture svuotate, buone per piccioni e sbandati o, come in questa storia, perfette per imbottirle di rifiuti pericolosi, guadagnando tanto e facendo guadagnare imprenditori senza scrupoli. Fuori dal bar si torna indietro, forse un chilometro anche meno, ed ecco il mostro arrugginito. Un capannone, tre campate, a terra ancora le macerie e i rifiuti bruciati. Qualcuno ha gettato un enorme telo bianco per coprire. Ma nulla si cela. A distanza di mesi, era il 3 gennaio quando il fuoco fu appiccato: 1.800 tonnellate di plastica bruciata. Il disastro è ancora evidente. Oltre al capannone, un fosso di sterpi, poi campi coltivati e avvelenati da quelle fiamme.

Brucia la provincia di Pavia, brucia la città di Milano. Ditte e capannoni. Un solo filo rosso: i rifiuti. A volte anche due roghi nella stessa ditta, a distanza di pochi mesi. Incendi, dunque, se dolosi si vedrà. Diciannove nel solo 2018, 26 negli ultimi 4 anni. L’ultimo, domenica scorsa in via Chiasserini a Quarto Oggiaro: 16 mila metri cubi di rifiuti, fiamme alte quaranta metri, e Milano invasa da fumo e diossina per quattro giorni. Ma le fiammelle sono un po’ ovunque, dalle aree industriali della città e oltre, periferia e provincia. È la nuova terra dei fuochi. Anche se il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, si oppone: “No, non è così”.

Eppure questa mappa annerita qui in Lombardia fa salire l’allarme. Perché qui si producono rifiuti speciali più che in tutto il resto del Paese. A far fede, il report 2018 di Ispra, con dati calcolati rispetto ai due anni precedenti. Si legge: “La produzione regionale di rifiuti speciali si attesta a circa 29,4 milioni di tonnellate, il 21,8 per cento del totale nazionale”. C’è poi un dato che in parte spiega questa nuova emergenza. Dal gennaio di quest’anno, la Cina ha smesso di importare circa 24 prodotti di riciclo, tra i quali anche la plastica: un affare da oltre 17 miliardi di dollari all’anno. La chiusura cinese ha così prodotto un reflusso enorme di rifiuti intasando gli impianti e facendo salire i prezzi alle stelle. In Lombardia i 1.222 impianti che trattano rifiuti speciali sono oggi al collasso. E così ecco la corsa degli imprenditori a cercare luoghi dove stoccare e smaltire tutta questa plastica. Se poi il modo è illegale, è anche meglio, visto che così ci si guadagna e non poco. Questa la situazione. Tanto chiara al ministro dell’Ambiente, il generale Sergio Costa, che ha disposto che tutti i siti di stoccaggio dei rifiuti siano considerati siti sensibili, in modo da rientrare nei controlli del territorio disposti dalle varie Prefetture.

L’autocombustione non esiste, e dietro questi incendi vi sono spesso interessi criminali. Ma mancano le indagini approfondite

Questo il futuro, e il presente? In un suo recente intervento davanti ai carabinieri della Forestale, l’ex magistrato ed esperto in normative ambientali, Gianfranco Amendola, spiega che “quasi mai sono state esperite indagini approfondite. Almeno un terzo degli incendi (250 in meno di tre anni a livello nazionale, ndr) non è stato segnalato alla magistratura; ma, anche quando una segnalazione vi è stata, il tutto si è concluso con l’archiviazione”.

Roberto Pennisi, magistrato della Direzione generale Antimafia, ha pochi dubbi: “L’autocombustione non esiste” e dietro questi incendi “vi sono solo interessi criminali” perché “si brucia per coprire altri reati”. Il sistema è questo. E in buona parte non coincide con le logiche della criminalità organizzata, più interessata al ciclo del movimento terra e allo sversamento di materiali nelle cave del Milanese. Certo il milieu è borderline, tra balordi con precedenti penali e imprenditori senza scrupoli. Il sistema criminale, poi, sfugge, in parte, alle maglie delle varie polizie giudiziarie. “Nella realtà lombarda – spiega l’ex procuratore aggiunto di Milano, Giulia Perrotti – non abbiano riscontrato infiltrazioni della mafia nel traffico illecito di rifiuti”.

C’è un poi un vuoto investigativo causato dallo smantellamento di alcuni organi investigativi come la polizia provinciale. “Oggi le notizie di reato arrivano dai vigili che sono poco preparati”. Un aspetto che rende ancora inattaccabile il nuovo sistema criminale fotografato, ad esempio, nell’ultima inchiesta della Dda di Milano che l’11 ottobre scorso ha portato all’emissione di sei misure di custodia cautelare proprio per l’incendio doloso di Corteolona. In un verbale, Riccardo Minerba, ritenuto dalla Procura il regista del traffico illecito, spiega in che modo il rifiuto venisse conferito nel capannone: “Stilavamo alcuni formulari, indicando quale destinazione la ditta Brema Srl, fallita da tempo. Una volta a destinazione i formulari venivano distrutti”.

In questa storia, il profitto resta lo scopo principale. “Utilizzando il sistema illegale dei capannoni – spiega una fonte investigativa – si abbattono i costi di chi tratta i rifiuti, in sostanza ne resta solo uno: quello del trasporto. Il resto, dal trattamento al conferimento in un inceneritore, viene annullato”.

Nella provincia di Pavia sono 284 le strutture abbandonate: di queste, 164 sono capannoni a rischio, mentre già 76 sono stati individuati con presenza di rifiuti. “Sono tutti roghi potenziali”, spiega sempre l’investigatore. Come la struttura abusiva individuata e sequestrata dal Noe, mercoledì a Cornaredo, nel milanese: due persone denunciate e sigilli a 1.200 metri cubi di rifiuti plastici.

Si parte dal sistema illegale dei capannoni, poi lo stoccaggio. Il profitto resta lo scopo

Il sistema criminale prevede in prima battuta lo stoccaggio. L’incendio arriva quando si ha il sospetto di controlli. Come successo a Corteolona. “Ho ritirato la torta – scrive l’autore materiale dell’incendio a Riccardo Minerba – ho fatto mettere la frutta e ho abbandonato al centro il liquore, domani se l’assaggi ti ubriacherai (…) passa domani che la vedi bene”.

Da Corteolona, dove i cartelli “affittasi piazzale” sono un po’ ovunque, a Mortara, il profilo della provincia pavese cambia poco. Anche qui altro incendio, è il settembre 2017. Le indagini sono aperte. Ma una similitudine con Corteolona c’è: l’incendio del deposito di rifiuti scoppia pochi giorni prima che i funzionari dell’Arpa vi accedessero per un controllo. Allo stato, nessuna prova che l’incendio sia doloso.

Copione simile per l’incendio di domenica scorsa a Quarto Oggiaro, quello di via Chiasserini a Milano nel capannone di rifiuti plastici gestito dalla Ipb Italia (che acquisisce il ramo d’azienda dalla Ipb Srl, titolare dell’area). Ipb Italia doveva poi acquisire tutto dalla Srl, per questo aveva chiesto al Comune l’autorizzazione. Lo aveva fatto però dando una fideiussione prodotta da una agenzia maltese e rivelatasi falsa, così come scritto nella nota della polizia municipale dell’11 ottobre, giorno in cui due vigili con ruolo di polizia giudiziaria e funzionari della Città metropolitana controllano il capannone. Dal rapporto si legge: “Veniva accertata la presenza di balle di rifiuti. L’impiegato tecnico dichiara di aver stimato il quantitativo dei rifiuti in circa 16 mila metri cubi”. Accertata la presenza di rifiuti, polizia e ispettori vanno via, nessun sigillo sarà messo: domenica scorsa, più inneschi danno il via all’incendio che per i cinque giorni successivi ha avvelenato Milano. Sulla vicenda è aperto un fascicolo in Procura, allo stato senza indagati. Al vaglio, anche il mancato sequestro.

Sia per il rogo di Corteolona, sia per quello di Quarto Oggiaro, a oggi non vi sono sospetti di legami con il crimine organizzato. La terra dei fuochi lombarda non pare incuriosire i boss, ma è evidente che più i margini di guadagno crescono più aumenta il rischio di una infiltrazione concreta.

Allo stato, i padrini della ’ndrangheta lombarda mantengono interessi nel movimento terra. Dall’indagine “Grillo parlante” che nel 2012 portò in carcere l’ex assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti, emerge un dato. In un’annotazione dei carabinieri si legge: “Chi è del mestiere non può ignorare che gli autotrasportatori originari di Platì sono collegati, direttamente o indirettamente, alle cosche, tanto in ragione dei loro rapporti di parentela quanto per il loro modo di agire”. Si tratta, in questo caso, delle cosche Barbaro e Papalia, presenti nella zona sud-ovest di Milano.

Buona parte di questi personaggi oggi lavora tranquillamente per ditte di trasporto anche all’interno di alcune cave, in questo modo potendo accedere a cantieri pubblici di importanza strategica. Se Milano brucia, la ’ndrangheta, per ora, sta alla finestra.

Fonsai, Giulia Ligresti in carcere: dovrà scontare 2 anni e 6 mesi

È stata arrestata Giulia Ligresti, figlia dell’imprenditore Salvatore Ligresti, come conseguenza del patteggiamento a 2 anni e 8 mesi di reclusione concordato a Torino nel 2013 nell’ambito dell’inchiesta Fonsai. Il Tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese ha infatti respinto la richiesta di scontare il residuo della pena svolgendo dei lavori socialmente utili. È scattato così l’ordine di carcerazione. La donna, che aveva proposto di impegnarsi alcune ore alla settimana come designer di arredamento o pr, è stata portata nel carcere di San Vittore a Milano. Durante le indagini preliminari coordinate dalla Procura di Torino la Ligresti fu arrestata il 17 luglio 2013. Il successivo 28 agosto venne messa ai domiciliari dopo una perizia medica sul disagio psicologico e i disturbi dell’alimentazione provocati dalla permanenza in carcere. Il 19 settembre, a patteggiamento concordato, tornò in libertà. Dalla pena di due anni e otto mesi, dunque, dovranno essere sottratti i due mesi trascorsi da Giulia Ligresti in regime di custodia cautelare.