“Marra aveva un ruolo, altro che passacarte”

Raffaele Marra “non era un semplice passacarte”. Così in aula Maurizia Quattrone, dirigente della Squadra mobile di Roma, ha difeso le indagini che hanno portato all’impianto accusatorio nei confronti di Virginia Raggi, ora a processo per falso documentale per la nomina (poi revocata) a capo del dipartimento Turismo di Renato Marra, fratello dell’ex braccio destro della sindaca, Raffaele. La Quattrone, ieri, in aula, ha spiegato che nella procedura di interpello che portò nel 2016 alla formazione della nuova macrostruttura del Campidoglio, Raffaele Marra ebbe un “ruolo attivo”. D’altronde, in quel momento, era capo del Personale. Un ruolo che – ed è questa l’accusa dei pm di Roma – la sindaca, in una risposta all’allora responsabile prevenzione della Corruzione del Campidoglio, definì “di mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali”. Da qui l’accusa di falso.

Ma che Marra ebbe un ruolo nella nomina del fratello lo hanno riferito anche altri testimoni. Il punto è che – ed è questa la difesa della Raggi – da capo del Personale si relazionava con gli assessori e non direttamente con la sindaca, la quale, a sua detta, non era a conoscenza delle trame in quel momento in Campidoglio. Per dimostrare ciò, la difesa punta su alcuni messaggi con Raffaele Marra in cui la sindaca si stupiva dell’aumento di stipendio del fratello.

Alcune di queste chat, insieme ad altre conversazioni intercettate fra giugno e novembre 2016, sono state lette in aula dalla Quattrone. “Presidenti di municipio, assessori e persone che facevano parte degli uffici di diretta collaborazione della sindaca, si sono rapportati con Marra per fornirgli nominativi di persone di loro gradimento e incarichi che gli venissero assegnati”, dice la dirigente della Squadra mobile. “Il loro punto di riferimento – aggiunge – era Marra e non De Santis (delegato dalla sindaca per il personale, ndr)”. “Ma è successo solo in sei casi su 191 posizioni organizzative da sistemare”, hanno ribattuto gli avvocati di Raggi ottenendo la risposta affermativa della teste.

Sull’interpello per il nuovo comandante della Polizia Locale – il fratello di Raffaele guidava il gruppo Gssu – secondo quanto riportato da Quattrone, Raggi dice a Marra che promuovere Renato all’interno del Corpo sarebbe stato inopportuno dal punto di vista mediatico. Il 12 novembre 2016, la sindaca su Telegram chiede a Raffaele Marra: “Ma sta sempre con Adriano (Meloni, ndr)?”. Qui secondo la lettura di Quattrone, “la sindaca avrebbe dovuto sapere dove si trovava Renato Marra, visto che le posizioni le aveva decise lei”. Inoltre Raffaele aveva detto in chat alla Raggi di averle già chiarito che il compenso di Renato sarebbe stato uguale a quello che avrebbe percepito se fosse stato promosso a vicecomandante dei vigili. “Infatti abbiamo detto vice no”, aveva risposto la Raggi lasciando intendere, secondo la difesa, che non fosse a conoscenza della crescita stipendiale.

La sindaca sarà in aula il 23 ottobre. Due giorni dopo, il pm Dall’Olio ha chiamato Raffaele Marra (che potrebbe astenersi). La sentenza sarà il 9 novembre.

Quando il tabulato non basta per difendere un giornalista

Itabulati sono agli atti del processo, ma i giudici credono alla versione del generale della Guardia di Finanza Mario Iannelli che parla di sole “tre telefonate’’ con l’industriale massone Giancarlo Elia Valori nel periodo “scottante” delle scalate Bnl e Antonveneta.

Così il giornalista Edoardo Montolli, biografo dell’esperto informatico Gioacchino Genchi e l’editore Aliberti, ritenuti innocenti in primo grado, sono stati condannati in appello: 10 mila euro di risarcimento al generale, altri 10 mila per le spese legali di primo e secondo grado.

Dalla Corte di appello di Roma (presidente Francesco Reale, tra i giudici anche Camillo Romandini, sanzionato dal Csm con la perdita di due anni di anzianità professionale per le pressioni sui giudici popolari quand’era presidente di Corte di assise a Chieti nel processo per i veleni della discarica di Bussi, poi concluso con assoluzioni e prescrizioni in Cassazione) arrivano brutte notizie per la libertà di stampa. Oggetto della condanna è il libro Il caso Genchi, storia di un uomo in balia dello Stato, che ricostruisce le vicende del funzionario di polizia tra i primi in Italia a occuparsi di tabulati telefonici, e mai di intercettazioni, nonostante Berlusconi lo definì “il più grande scandalo della Repubblica’’, accusandolo di avere intercettato 350 mila persone.

Nel libro, Montolli descrive i rapporti telefonici, definiti “frenetici’’, elencandone numerosi, con i relativi minutaggi, del generale (diventato, da pensionato, consigliere di amministrazione di Tangenziale Napoli Spa) con Valori, boss di Autostrade Spa, massone piduista al centro di vari contatti istituzionali nel corso dei mesi che hanno segnato le scalate Bnl e Antonveneta da parte di gruppi finanziari e immobiliari. Ma se in primo grado il giudice monocratico Anna Maria Pagliari aveva definito quei contatti “veridici, in quanto risultanti dai tabulati” non rilevando alcun intento diffamatorio, la Corte di appello dà per buone le parole del generale, “che parla – è scritto nella sentenza – di tre sole telefonate intercorse, visto che gli altri contatti non si sono mai concretizzati in colloqui, non essendovi stata risposta alcuna, ovvero essendo stati lasciati messaggi alla segreteria telefonica”. “Dunque – per la Corte – non si sarebbe trattato di ‘frenetici contatti’, ma di contatti meramente occasionali”.

“Nei tabulati ci sono 113 ricorrenze – sostiene Montolli – citati in 33 pagine di tabulati. Ci sono i minutaggi delle telefonate e gli orari. Anche quelle di decine di secondi ma, a detta di Iannelli, ‘mai avvenute’: vuol dire che la durata se la sarà inventata Genchi, che Iannelli si è ben guardato dal citare in tribunale, o il gestore telefonico’’, aggiunge con amara ironia. “Non so come si possa proseguire a lavorare – conclude l’autore –, ci avevo messo mesi per verificare tutto. Per cosa? Mi sembra di essere nel Terzo Mondo. Perché risulta inutile qualsiasi lunghissima e faticosa attività di riscontro documentale da parte del giornalista”. Che lamenta anche un’altra inesattezza: per rafforzare i motivi della condanna per diffamazione, la Corte cita “varie sentenze di condanna per diffamazione, riportate da Montolli per i contenuti del libro” agli atti del processo in quanto prodotte dalla difesa del generale. “Invece di condanna agli atti ce n’è una sola – sostiene l’autore – quella per una citazione del giudice Nello Rossi e tutte le altre sono assoluzioni definitive”.

Sentenze che i giudici utilizzano per motivare l’intento diffamatorio di Montolli nei confronti di Iannelli, “per avere fatto intendere ai lettori, con affermazioni chiaramente allusive che potesse essere proprio Iannelli una delle gole profonde della Finanza e soprattutto che il suo incarico presso la società Tangenziale Napoli Spa costituisse la sua ricompensa per la sua attività informatica nei confronti di Valori. Circostanza che non corrisponde al vero per non essere stata provata in alcun ambito, tantomeno investigativo”.

Auto finite sott’acqua e aziende distrutte nella Sicilia Orientale

Strade allagate che si trasformano in fiumi, auto travolte e portate via dalla corrente, altre rimaste bloccate con le persone all’interno soccorse da Vigili del fuoco, Protezione civile, Esercito, forze dell’ordine e volontari, in particolare sulla statale 194 Catania-Siracusa per l’esondazione del fiume San Leonardo nel territorio di Lentini. Statali e vie coperte da detriti e fango, case e negozi invase da acque melmose. È la situazione che si presentava ieri mattina nei paesi del Catanese colpiti dal violento nubifragio che nella notte tra giovedì e venerdì si è abbattuto sulla Sicilia orientale, coinvolgendo anche il Messinese e il Siracusano. In molti centri ieri le scuole sono rimaste chiuse. Le operazioni di soccorso sono proseguite per tutta la giornata di ieri e le sale operative sono state invasi da centinaia di richieste di aiuto. In alcune aziende agricole e in case di campagna le persone hanno trovato rifugio sui tetti: danni ingenti a numerose aziende. Numerosi gli interventi di soccorso dei due elicotteri dei Vigili del fuoco e uno della Marina militare. Sono stati impiegati anche velivoli provenienti dalla Campania e da altre Regioni.

Verbano Cusio Ossola alle urne: si vota per “lasciare” il Piemonte

“Volete che il territorio della Provincia del Verbano Cusio Ossola sia separato dalla Regione Piemonte per entrare a far parte integrante della Regione Lombardia?”. Domani gli elettori della sponda piemontese del Lago Maggiore, che conta 150 mila abitanti ma è seconda solo a Torino per flussi turistici, dovranno rispondere a questa domanda. Chi voterà sì lo farà per passare a Milano.

È la prima volta, in Italia, che si vota per il passaggio di una provincia da una Regione all’altra: ci aveva provato Belluno, che voleva lasciare il Veneto per aggregarsi al Trentino-Alto Adige, ma la Cassazione non ammise il referendum, mentre a Piacenza la Lega propose un referendum per passare dall’Emilia-Romagna alla Lombardia, ma il governo lo revocò. A rilanciare la spinta autonomista è stato Valter Zanetti, ex senatore di Forza Italia passato alla Lega.

Un anno fa, insieme al consigliere provinciale Luigi Spadone, ha raccolto 5.228 firme a sostegno dell’iniziativa, poi la Cassazione ha dato l’ok. La campagna referendaria fa leva soprattutto sugli aspetti economici. I promotori e i sostenitori del sì sono attratti soprattutto dalla vivacità economica della Lombardia. Della Regione vicina piace la ricchezza, il Pil tra i più alti in Europa, l’addizionale Irpef più bassa, la sanità più efficiente. C’è poi l’aspirazione di “essere come Sondrio”: la provincia lombarda, come quella di Belluno in Veneto, ha una sua “specificità montana” per la quale ottiene più diritti e autonomia e il Pirellone restituisce ogni anno milioni di euro di canoni idrici, cioè la tassa versata dalle aziende idroelettriche per l’utilizzo dell’acqua per produrre energia.

Zanetta sottolinea che in Lombardia le leggi lasciano maggiore libertà ai gestori delle cave. “Come se questo fosse la soluzione”, commenta Aldo Reschigna, assessore al Bilancio della Regione Piemonte e sindaco di Verbania dal 1993 al 2004. Lui è un sostenitore del No: “La Regione Piemonte ha mantenuto un ruolo istituzionale non schierandosi, tutti i partiti sono prudenti, io sono contrario”. “Nessuna Regione è il paradiso in terra – aggiunge –. La Lombardia avrebbe i suoi vantaggi, ma anche i suoi svantaggi”. Ad esempio? “Se Milano restituisce i canoni idrici, noi abbiamo sostenuto progetti di sviluppo turistico, interventi contro il dissesto idrogeologico, per le reti stradali e per l’ospedale unico di Ornavasso”. E se la Gran Bretagna, a distanza di due anni dal voto sulla Brexit, sta ancora negoziando le condizioni con l’Unione europea, al VCO non andrà meglio: “Se vince il sì ci sarà una lunga fase di transizione per le molte leggi da cambiare”, sostiene Reschigna. A Verbania è opinione diffusa che non verrà raggiunto il quorum. Se il sì ottenesse un buon risultato, sarà comunque un segnale alla Regione Piemonte e a Sergio Chiamparino che, a differenza di Lombardia e Veneto, non ha concesso uno status “specifico” al suo territorio montano.

La guerra delle microdighe Stop alla centralina selvaggia

Il destino dei torrenti di montagna si gioca in poche righe. È la battaglia delle mille dighe. Nelle pieghe del decreto sulle energie rinnovabili si nasconde uno scontro che può cambiare il paesaggio di Alpi e Appennini. E la destinazione di miliardi di incentivi. La norma, nelle intenzioni del governo, dovrebbe chiudere i rubinetti degli incentivi a pioggia finora erogati ai produttori di centraline idroelettriche: “Dighe, briglie, condotte. Sono impianti che producono appena il 2 per mille dell’energia italiana, ma arrivano a prendere 1,2 miliardi l’anno di incentivi (24 miliardi in vent’anni contando la durata della concessione). Producono più incentivi ai privati che energia”, sostiene Lucia Ruffato dell’associazione ambientalista Free Rivers. Opposta la posizione dei produttori: “Rischia di morire un settore industriale. Sarebbe la disfatta delle imprese che si sono specializzate dando vita a una filiera tutta italiana”, ribatte Paolo Taglioli direttore di Assoidroelettrica.

Saranno ammesse quelle che utilizzano canali artificiali, condotte esistenti o scarichi. “Abbiamo previsto limitazioni visto l’impatto ambientale delle installazioni. Negli ultimi anni, grazie alle autorizzazioni rilasciate da Regioni e Province, sono proliferate centraline che hanno preoccupato gli abitanti. E prodotto poca energia”, spiega il sottosegretario allo Sviluppo economico, Daniele Crippa (M5S).

Roger De Menech (deputato Pd) da anni segue la battaglia lanciata dall’ex presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon, morto l’anno scorso: “Nel rimpallo di competenze tra Stato e Regioni si era creata una giungla. Bastava un salto d’acqua dei torrenti e i privati chiedevano di fare una centralina. Alla fine è intervenuta l’Ue con una procedura di pre-infrazione. Ora vedremo se e quando il decreto arriverà in commissione”. Le centraline già approvate – centinaia – non si possono fermare. Ma altri mille impianti sarebbero stoppati. Per capire cosa c’è in gioco bisogna andare sulle Alpi. Arrampicarsi per le valli del Bellunese. Ovunque è un fiorire di dighe e condotte, fiumi e torrenti scompaiono nel nulla. Il Piave in certi tratti è solo un nome: dei 3,5 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno ne resta un decimo. Il resto va nelle dighe. Per 227 chilometri di corso se ne contano 200 di condutture. Impianti idroelettrici e canali cancellano anche la biodiversità, cioè piante e animali.

Oggi, però, la trincea è un’altra: le centraline. Quelle che sorgono sui torrenti. Basta andare sul Talagona, in una valle dove per secoli non ci sono stati altro che boschi, pascoli. E una malga. “Nel 2013 è arrivato il progetto per uno sbarramento di cemento lungo 22 metri e alto due e mezzo. Poi c’è la condotta forzata che per 3 chilometri (su 6 del torrente) preleva 945 litri d’acqua al secondo. In pratica per undici mesi l’anno il Talagona resta con il 20% delle acque”, racconta Ruffato. Ma il punto è anche un altro: “Con 6 milioni di investimento la società potrebbe incassarne, lecitamente, 34 di incentivi”. Ancora Ruffato: “Tra 2009 e 2013 gli impianti di potenza sotto 1 Megawatt sono cresciuti del 53% (da 1.270 a 1.943), ma con un aumento di potenza dello 0,8% sul totale dell’idroelettrico”. Il record dei nuovi progetti fino al 2014 spettava al Nord: Lombardia (391), poi Trentino Alto Adige (360) e Piemonte (215). Anche Legambiente è scesa in campo contro il mini-idroelettrico. Racconta il vicepresidente Edoardo Zanchini: “Lo sfruttamento dell’acqua per la produzione di energia elettrica nei decenni ha permesso di soddisfare una consistente parte dei fabbisogni elettrici degli italiani (circa l’80%, fino agli anni 60). Più del 70% della potenza installata è costituita da impianti grandi in esercizio prima degli anni 70. Le installazioni degli ultimi anni – prosegue Zanchini – sono quasi tutte minidighe con potenza inferiore a 1 Megawatt. Tra nuove centraline e progetti in attesa di approvazione parliamo di altri 3 mila km di acqua derivata”.

Le dighe dividono la maggioranza. Mentre il M5S sostiene i tagli, la Lega guida le Regioni del Nord che hanno spalancato le porte alle micro-centrali. Le concessioni rimpinguano le casse degli enti locali.

Ma nell’idroelettrico hanno investito anche nomi noti a cavallo tra industria e politica. Come Chicco Testa (Pd), ex presidente di Legambiente poi alla guida dell’Enel e infine paladino del nucleare: la società Valsabbia, di cui è presidente, ha realizzato nel Bellunese una diga sul torrente Mis, alle porte del parco naturale. Un impianto terminato, ma bloccato dalle autorità. Anche Paolo Scaroni, ex numero uno dell’Enel, si era buttato nel mini-idroelettrico.

Il destino dei torrenti non si gioca in montagna, ma nei palazzi di Roma.

È ora di rimettere il trattino fra centro e sinistra

“Se la democrazia esiste, se non è un puro interregno, si può dire che la sua condizione naturale di vita sia la crisi”

(dalla prefazione di Sergio Corduas in “La crisi della democrazia” di Josef Ludvìk Fischer – Einaudi, 1997 – pag. VII)

Nel solco della migliore tradizione del cerchiobottismo italico, riaffiora una corrente di pensiero (debole) che, come un fiume carsico, ripropone una vecchia polemica già di moda ai tempi di Silvio Berlusconi. Quante volte ci siamo sentiti dire, noi giornalisti all’opposizione del “regime televisivo”, che così facevamo il gioco di Sua Emittenza? E che, criticandolo e attaccandolo, in effetti finivamo per favorirlo? Ma, a parte il fatto che l’esercizio della critica prescinde dagli opportunismi e dalle convenienze, chissà quant’altro tempo sarebbe durato il berlusconismo e quanti altri danni avrebbe provocato se non avesse trovato un argine al suo straripamento.

Ora la storia si ripete nei confronti del governo giallo-verde, afflitto dalle contraddizioni interne esplose clamorosamente sulla controversa questione del condono fiscale. Non è un caso che oggi il “pensiero debole” si concentri sulla figura emergente di Matteo Salvini, il leader della Lega che è stata alleata di Berlusconi nel fatidico ventennio e fino alle ultime elezioni politiche del marzo scorso, quando s’è ripresentata agli elettori nella coalizione di centrodestra. Se “la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi”, come sosteneva il generale prussiano Carlo von Clausewitz, si potrebbe anche dire che di questo passo il governo a trazione leghista rischia di diventare la continuazione del berlusconismo.

Come dovrebbero comportarsi, allora, i giornali e gli altri mezzi di comunicazione nei confronti di Rambo Salvini? Decretare un black-out? Un silenzio stampa, per occultare le sue “sparate” pressoché quotidiane e non fare così il suo gioco?

In realtà, il problema non è tanto il “chiasso” di Salvini quanto il “silenzio” dei suoi oppositori. Di tutti coloro che, dall’interno o dall’esterno, non hanno avuto finora la forza o il coraggio di contrastare l’impeto del capo leghista. Diciamo “silenzio” per dire arrendevolezza, acquiescenza o addirittura subalternità. Tant’è che, contraddittoriamente, gli stessi corifei del “pensiero debole” tendono a sentenziare che non c’è opposizione per incolparne soprattutto il Pd. E si sa che una democrazia, senza opposizione, rischia di andare in crisi e di trasformarsi in un regime o in una “democratura”.

Che cosa può fare, dunque, in questa situazione il centrosinistra (superstite) che a suo tempo il bipolarismo contrapponeva al centrodestra? Escludendo che possa rinunciare a criticare la maggioranza quando a torto o a ragione lo ritiene opportuno, potrebbe cominciare intanto sul piano mediatico a rimettere il fantomatico trattino fra il centro e la sinistra. E cioè a distinguere le sue due componenti: innanzitutto, per riequilibrare i rapporti di forza reciproci, sbilanciati dall’identificazione fra premiership e leadership sancita nello Statuto del Pd; e poi, per offrire un’alternativa più praticabile e credibile all’elettorato progressista.

Non basta certamente un trattino per fare una coalizione né tantomeno una cultura di governo. Ma, nell’assetto ormai tripolare del nostro sistema politico, forse quel segno di punteggiatura potrebbe restituire alla sinistra un pezzo dell’identità perduta, accrescendo il suo potere contrattuale nei confronti dei moderati liberal-democratici o eventualmente della parte più avanzata dei Cinquestelle. Tre poli, insomma, tre forni.

L’arte deve circolare: è dell’umanità

Caro Direttore, con Tomaso Montanari ci conosciamo da anni, e non nascondo l’amicizia e la simpatia reciproca che ci lega. Abbiamo punti in comune, come il disgusto per una certa classe politica, e punti non in comune, come la circolazione del bene culturale. Una cosa però condividiamo entrambi: l’amore per il patrimonio storico artistico. Io sono un mercante d’arte, e sono fiero di questa professione che mi ha trasmesso il mio amato padre. In Inghilterra, Paese che conosco bene, essendo io per metà inglese, la mia professione è riconosciuta tra le più nobili, in Italia, purtroppo, l’opposto. Al mercante, nella nostra penisola, vengono sempre attribuiti danni al patrimonio. I mercanti sono come gli storici dell’arte, i funzionari e i politici: ci sono quelli di serie A, B e C.

Io parlo solo di quelli di serie A, il resto non mi interessa. I mercanti a cui mi riferisco hanno contribuito alla riscoperta di opere, finanziato pubblicazioni e borse di studio. Hanno riportato in Italia opere disperse all’estero da secoli, e pochi sottolineano questo. È chiaro: è un lavoro dove si lucra. Esistono business dove non si guadagna?

Noi operatori seri del settore ci atteniamo alle leggi e, a nostro rischio e pericolo, presentiamo gli oggetti presso gli uffici esportazioni, dichiarando quello che la legge ci chiede e poi, come un bambino che aspetta ansioso il voto della maestra, attendiamo il responso dell’Ufficio esportazione. Vi dirò che, il più delle volte, quando le opere sono importanti, vengono bloccate e solo quelle meno importanti o con problemi di condizione ottengono l’attestato.

Tomaso lo sa, io sono per la tutela del nostro patrimonio, ma credo che le opere, se trovano collocazioni museali, è giusto che escano. Viviamo in un mondo talmente globalizzato, che il bene artistico, non è un bene solo dell’Italia, ma dell’umanità. Montanari nel suo articolo, ritenuto da qualche mio collega, troppo rigido e conquistando il soprannome di “talebano”, non fa altro che esprimere le sue idee, senza accusare nessuno, se non in parte lo Stato. Condivido le sue amarezze nei confronti di qualche esportazione, ma d’altronde, nulla di illecito è stato commesso e con tutta onestà, sono usciti in tempi recenti quadri che io non appenderei neanche nell’ingresso di casa mia in campagna. I danni al patrimonio, caro Tomaso, sono altri: la mala gestione del ministero, dei musei (a parte pochi), che dovrebbero diventare gratuiti, come in Inghilterra. Parlando di circolazione del bene culturale, si dovrebbe accelerare quel processo di snellimento di burocrazia, che fa perdere tempo e denaro a tutti, senza entrare nel merito di quello che deve o non deve uscire. Vorrei inoltre far notare a Montanari che la notifica viene usata troppo spesso, ed è un vero abuso nei confronti di un collezionista. Basterebbe dichiarare, come nel civile Regno Unito, un dipinto “inesportabile” e basta.

Parlando di abusi, trovo ingiusto quanto accaduto alla povera Giulia Maria Crespi che, dopo la vicenda Burri, ha ricevuto una visita della Sovrintendenza, per vagliare le sue opere per possibili notifiche. Non si fa, non si fa. La proprietà privata è sacrosanta, e queste opere non sono state rubate, ma sono legittimamente possedute. Tutto, come detto, nasce dalla questione “Burri” che per me poteva andare non in America, ma su Marte. Montanari, qui giustamente, ha contestato la poca coerenza di un collezionista, ma in casa propria, legge permettendo, uno fa quello che vuole. Questo episodio ha purtroppo provocato una reazione da parte dello Stato smisurata e triste per chi ci guarda dall’estero. Tuteliamo il patrimonio, rispettiamolo, ma non torniamo indietro, ricordandoci sempre che il bello non salverà il mondo, ma ci aiuterà a vivere meglio la quotidianità.

 

La manina e il colle: chi nega i fatti

Al netto di tutte le opinioni politiche che si possono avere sulla manina che ha esteso e allargato la pace fiscale o condonino, c’è un dato oggettivo nelle cronache di queste ore che evidenzia il pregiudizio generale della stampa italiana, se non la malafede, nei confronti del vicepremier Luigi Di Maio e del movimento che rappresenta, i Cinque Stelle. Ci riferiamo alla totale, imbarazzante omissione nella narrazione dei fatti dell’intervento informale del Quirinale contro le forme di depenalizzazione presenti nel decreto al centro della contesa tra i due vicepresidenti del Consiglio, Di Maio e Matteo Salvini. Non quindi, uno scontro minore tra due comari di sottogoverno, ma un braccio di ferro decisivo per il prosieguo dell’esecutivo gialloverde di Giuseppe Conte.

Il Fatto di giovedì ha dato conto della moral suasion del Colle l’altro giorno, documentando al minuto quanto accaduto mercoledì sera. Un lavoro normale di verifica e riscontro, confermato sia dal M5S sia da fonti tradizionali del Quirinale (conserviamo ovviamente tutto). Poi è successo, sempre mercoledì, che Di Maio abbia tirato in ballo il capo dello Stato direttamente e il Quirinale ha smentito l’ovvio: “Non abbiamo ricevuto alcun testo definitivo”. Una smentita che è l’altra faccia della medaglia di questo pasticcio. Perché le due cose combaciano. Da un lato la bozza al Quirinale arrivata tra il 16 e il 17 ottobre, dall’altro la scontata negazione sul ricevimento del testo ufficiale del decreto. Una non esclude l’altra.

Eppure, di tutto questo, nel Paese dei giornaloni e dei giornalini in cui domina l’ossessione del retroscena politico, ieri non c’era traccia. Stracciando e rinnegando decenni di pezzi scritti con fonti di ogni genere, tante firme di Palazzo hanno incassato a scatola chiusa la versione scontata del Colle, tralasciando per comodità strumentale la precedente moral suasion del Quirinale. Nonostante a divulgare il retroscena sia stato addirittura il vicepremier Di Maio. E così ieri i vari quirinalisti si sono esercitati sull’ennesimo monito filoeuropeista mattarelliano, senza dedicare una sola riga al tema della manina. Anche negli altri pezzi di Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, giusto per citare i soliti noti, nessun accenno all’intervento del Colle sulla bozza (comunque una notizia) se non per metterlo in dubbio. Ancora più significativo il confronto in merito andato in scena a Piazza Pulita su La7 giovedì sera, dove il sottosegretario grillino agli Esteri Manlio Di Stefano è stato protagonista di un surreale botta e risposta con due valenti colleghi. Di Stefano ripeteva che lo stesso Colle aveva fatto sapere che la depenalizzazione non andava bene e ogni volta gli si opponeva seccamente e dogmaticamente la versione ufficiale del Quirinale sul testo definitivo non ricevuto, come se Di Stefano fosse un bugiardo patentato. Un allineamento giornalistico da Pravda dei vecchi tempi. Poi però, allo stesso Di Stefano veniva posta una domanda, questa sì basata su fonti informali, sulla questione di Di Maio verbalizzatore del Consiglio dei ministri in occasione della pace fiscale, a causa dell’assenza di Giorgetti. Surreale, davvero. È l’uso del retroscena ad personam, in senso unilaterale: la fonte vale se danneggia il M5S. Il cosiddetto giornalismo a tesi.

Di qui due considerazioni che si intrecciano tra di loro. La prima: com’è possibile ricostruire il mistero della manina senza tenere conto di questo tassello fondamentale dell’intervento del Colle sulla bozza e senza dimenticare che la notizia riportata dal Fatto giovedì non è stata smentita dal Quirinale? Davvero siamo al punto che per dare addosso all’odiato governo pentaleghista si fa finta di non vedere le notizie? In ogni caso, questa grave omissione resta un caso di scuola per capire come ormai giornalismo e convenienze e simpatie politiche di mescolano senza distinzione.

Perché il senso politico di quanto accaduto è fin troppo chiaro: la verità sulla sponda tra Mattarella e Cinque Stelle avrebbe distrutto certezze e supposizioni dei quotidiani impegnati a descrivere Di Maio non solo come un incapace ma anche come un debole isolato da tutti e sottoposto a indicibili torture da Salvini.

Ovviamente pure il Quirinale ha le sue responsabilità in questo thriller della manina. Il valore della smentita sul testo ufficiale mai ricevuto, dopo l’uscita di Di Maio, esprime la volontà di tirarsi fuori dalla contesa tra i due alleati, ma l’intervento sulla bozza resta, così come la conferma che abbiamo ricevuto alle 19 e 30 di mercoledì sera. Mattarella senza dubbio deve continuare a perseguire la sua immagine di arbitro imparziale, lontana anni luce dal dirigismo e dell’interventismo del suo predecessore (a proposito di sovranismo dall’alto). Ma chissà se ciò che è stato riferito sulla bozza agli altri giornalisti coincide con quanto detto al Fatto.

Mail box

 

Da Cividale del Friuli un esempio di civiltà

Non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un’iniziativa civica ed ecologica. La notizia è di qualche giorno fa: per le vie di Cividale del Friuli (Udine) un anziano ultrasettantenne raccoglie con l’apposita pinza i mozziconi abbandonati per le vie del centro storico, malgrado le strade siano munite di appositi contenitori. Un esempio che dovrebbe essere di sprone anche per altri raccoglitori. Il mio pensiero non può non andare al degrado di spiagge, mari e monti per la malacreanza dei fumatori che non si rendono conto del danno che arrecano gettando le cicche dappertutto. E’ necessario applicare multe salate per chi non osserva certe norme. Ricordiamoci che tenere puliti i luoghi pubblici è un obbligo morale di tutti!

Franco Petraglia

 

Diritto di replica

Interveniamo a proposito dell’articolo “Non lasciamo l’educazione finanziaria ai soliti banchieri” pubblicato il 17 ottobre. Il mese dell’educazione finanziaria nasce su impulso del Comitato istituito dal Mef, che si è posto come obiettivo quello di impostare e condividere una strategia volta a innalzare la cultura finanziaria degli italiani. Un’iniziativa deprecabile? Non secondo noi. Numerose ricerche evidenziano uno scarso, e quindi allarmante, livello di cultura finanziaria tra i risparmiatori del nostro Paese. Promuovere l’educazione finanziaria dei cittadini significa contrastare questo radicato atteggiamento attribuendo a ogni singolo cittadino non responsabilità, quanto piuttosto consapevolezza delle proprie scelte. Anasf si impegna dal 2009 in questo senso, con economic@mente – metti in conto il tuo futuro, progetto rivolto agli studenti delle scuole medie superiori di secondo grado. L’iniziativa, completamente gratuita per tutte le scuole che vi aderiscono, ha come scopo quello di fornire ai giovani gli strumenti di conoscenza del mondo del risparmio, partendo dalle loro esigenze. Chi sono i formatori? Sono nostri associati che hanno seguito a loro volta con Progetica un percorso di abilitazione a entrare in aula. Nessun riferimento alle società di appartenenza, nessun cappello e nessun brand, se non quello della nostra Associazione, a garanzia dell’abilitazione a incontrare i ragazzi e a erogare i moduli formativi. Nessun compenso, infine. A ulteriore testimonianza della bontà del nostro progetto ci sono i numeri: 891 corsi avviati in 84 provincie italiane, per un totale a oggi di 340 scuole, molte della quali (131) hanno tenuto il nostro progetto in più classi, svolgendolo in almeno due anni scolastici diversi.

Germana Martano Direttore Generale Anasf

 

Non stupisce che i promotori (ovvero venditori) finanziari s’industrino per tirare l’acqua al proprio mulino. La cosa indecente è che il Comitato Edufin e a monte il mistero dell’Economia e della Finanza (MEF) appoggino iniziative inficiate da così gravi conflitti d’interessi. Comunque il numero degli interventi dell’Anasf nelle scuole non dice nulla della loro qualità.

Si spiega piuttosto con la sciagurata alternanza scuola-lavoro. Per coprire il monte-ore imposto dalla c.d. Buona Scuola, gli studenti sono stati dirottati dappertutto: in agenzie assicurative a fare gli stagisti, a feste di partito a fare i camerieri, in conferenze e corsi di ogni genere ecc.

B.S.

 

In merito all’articolo del 16 ottobre sul Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (Cira), la relazione della Corte dei Conti, oggetto dell’articolo, riguarda prevalentemente la gestione finanziaria del Cira del 2016 e riflette i noti problemi emersi al termine delle precedenti gestioni. Tuttavia con il nuovo management il quadro è mutato. I grandi impianti di prova sono oggi pienamente funzionanti al punto che, nel 2018, sono stati in continuo utilizzo e le prenotazioni arrivano sino al 2020. Tra gli utenti, la Nasa, l’Agenzia Spaziale Europea, Leonardo, Aviation Industry Corporation of China, Sierra Nevada Corporation. La manutenzione di questi impianti è affidata attraverso lo scrupoloso rispetto della normativa sugli appalti. Per il 2018, i ricavi derivanti da contratti già acquisiti risultano superiori del 20% rispetto al 2017. Va evidenziato, inoltre, che l’Agenzia Spaziale Italiana ha previsto nel suo ultimo Piano Triennale un finanziamento dei progetti di ricerca del Nuovo Prora per circa 7 milioni/anno.

Quindi, per finanziare le attività del Nuovo Prora, che ha già superato il vaglio tecnico scientifico del Miur ed è in attesa del decreto di approvazione, saranno utilizzate soprattutto risorse già disponibili, senza ulteriori finanziamenti da parte dello Stato. Infine i costi medi del personale (incluso il Direttore Generale) risultano oggi inferiori alle retribuzioni medie complessive degli enti di ricerca pubblici nazionali.

Paolo Annunziato presidente del Cira

 

L’articolo riportava fedelmente quanto segnalato dalla Corte dei Conti (con riferimenti anche alla gestione finanziaria del 2017) che sottolineava anche ulteriori e molteplici punti critici – rischi di conflitto d’interessi, ex direttore pagato come fosse in carica in virtù di un accordo precedente, necessità di ulteriori valutazioni di sostenibilità finanziaria – che, a questo punto, non possiamo fare a meno di sperare siano anch’essi in fase di risoluzione.

VDS

Terzo Valico. Le ragioni per non fermarlo si chiamano Salini-Impregilo e Condotte

 

Leggo sul “Fatto” che le analisi tecniche del ministero delle Infrastrutture dicono che il Terzo Valico va fatto “perché tornare indietro costerebbe più che continuare”. Peccato però che una regola manageriale, e di buon senso, dica che le decisioni si prendono sui soldi ancora da spendere, non su quelli già spesi. Se la nuova ferrovia da Genova a Tortona non si giustifica economicamente non va fatta, punto. Se chi deve decidere sulle Grandi opere ragiona in questo modo continueremo a buttare via soldi che potrebbero invece essere utilizzati per investimenti utili che stanno in piedi anche economicamente.

Gianni Marinozzi

Il cosiddetto Terzo Valico, caro Marinozzi, è una storia esemplare dal 1991, cioè da 27 anni. Che serva a qualcosa non lo ha mai pensato nessuno. Ad agosto 1991 l’operazione Alta velocità nacque per la T, Torino-Venezia e Milano-Napoli. Il gigantesco affare fu spartito senza gara ma con purissimo “metodo sticazzi” tra Iri, Eni e Fiat. Raul Gardini, che aveva appena pagato la tangentona Enimont, reagì: “Con tutti i soldi che vi ho dato mi lasciate fuori?”. A fine 1991, tre mesi prima dell’inchiesta Mani pulite, si inventò per la Montedison la Genova-Milano, treno veloce che avrebbe consentito di lavorare a Milano vivendo in Riviera. Per vent’anni i conti non sono tornati e nessuna banca ha avuto il coraggio di finanziarlo. Nel 2011 il governo Monti, mentre ci infliggeva la riforma Fornero per evitare il default, stanziò 6,2 miliardi per l’opera che non si sosteneva economicamente. I 6,2 miliardi bastano per arrivare a Tortona, 52 chilometri. Per Milano ne mancano altri 100, in tutto saranno 20 miliardi. Finora hanno speso 1,5 miliardi. Nel frattempo nessuno dice se serviranno per le merci o i passeggeri. Siccome spendere 20 miliardi per i passeggeri è assurdo (costerebbe meno andare a prendere ciascuno a casa con la limousine), si racconta la bubbola delle merci che, sbarcate al porto di Genova, raggiungerebbero il centro dell’Europa alla velocità del suono, spezzando le reni al porto di Rotterdam (a proposito, staranno già razionando il Gouda in vista della miseria?). In verità c’è una sola ragione per non fermare i cantieri del Terzo Valico. Si colpirebbero le due imprese che da sempre, senza gara e per investitura divina, detengono l’appalto da 6,2 tendenti a 20 miliardi: Salini-Impregilo e Condotte, due delle aziende più amate dai politici italiani, che ne sono riamati. Una catena di affetti che neanche il M5S può spezzare, soprattutto nella versione “statisti per caso”.

Giorgio Meletti