Due anni fa l’ex presidente della Consulta, Antonio Baldassarre, e l’ex Presidente di Autostrade, Giancarlo Elia Valori, furono assolti in Appello dall’accusa di manipolazione del mercato. Ieri la Cassazione ha annullato l’assoluzione. I due erano stati condannati in primo grado a 2 anni di reclusione per la scalata presuntamente finta all’Alitalia. Secondo i Pm della Procura di Roma Nello Rossi e Francesca Loy, con notizie false sull’esistenza di una cordata pronta a rilevare l’Alitalia, i due nel 2007 avevano alterato l’andamento in Borsa delle azioni. Ieri la V Sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Stefano Palla, ha annullato con rinvio: il giudizio sulla inesistenza del pericolo concreto per il regolare andamento del mercato è stato giudicato errato, la sentenza non ha applicato correttamente la norma penale. “Il reato si è consumato ben prima del suo contestato effetto sul titolo che vi è stato”, scrive la Cassazione e l’effetto stesso “al più andava visto come eventuale conferma della potenzialità lesiva della condotta di manipolazione”. Toccherà ora alla Corte d’Appello di Roma celebrare un nuovo processo.
Fu fallo di mano? Il Senato al Var decide su D’Anna
Ricordate il famoso gesto sessuale che tanto scandalo fece, quello che tutti intesero come un invito alla fellatio del senatore Vincenzo D’Anna alla collega Barbara Lezzi dei 5 Stelle, al tempo in dolce attesa e oggi ministra, durante un dibattito a Palazzo Madama? Al tempo costò una sospensione di cinque giorni al parlamentare di Ala, l’Alleanza liberal popolare-autonomie fondata da Denis Verdini. Solo che adesso, a distanza di tre anni, D’Anna si proclama innocente e candido come un giglio. Anzi, pare di capire, addirittura vittima di una persecuzione parlamentare e giudiziaria. Dato che quelle mani, se proprio si trovarono lì, ad altezza pantaloni, fu solo per caso. O, tutt’al più, come fallo di reazione alla postura assunta dall’attuale ministro pentastellato per il Mezzogiorno.
Insomma, un gesto tutt’altro che offensivo giustificato dalla foga oratoria mentre la Lezzi lanciava invettive nel corso di una seduta d’aula particolarmente concitata. Almeno questo sostiene D’Anna nella memoria difensiva spedita alla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato, che dovrà valutare se l’ex senatore dovrà subire un processo per quel gesto – riferito come “disgustoso” – dal gip di Roma Tamara De Amicis.
Secondo D’Anna, che per evitare di finire nelle aule di giustizia ha inviato ai suoi ex colleghi anche diversi link per rivedere su Youtube e Facebook la scena incriminata, si tratta insomma di un maledetto equivoco. Strumentalizzato per di più ad arte dai parlamentari del M5S. E usato come una clava nei suoi confronti dal magistrato che, sempre secondo l’interessato, avrebbe motivi di inimicizia nei suoi confronti, dato che con la De Amicis, il focoso verdiniano D’Anna, aveva già avuto a che fare in passato.
Ma riavvolgiamo il nastro di quel giorno: è il 2 ottobre 2015, al Senato si parlava di riforme costituzionali. Esplode una querelle tra il senatore Lucio Barani (anche lui di Ala) e la Lezzi. D’Anna non sta nella pelle e dopo 20 minuti entra in scena con il suo gestaccio. “Sono intervenuto – dice l’ex senatore nella memoria – contestando l’atteggiamento pretestuoso dei colleghi del gruppo M5S. In particolare contestavo alla senatrice Lezzi, che pure si agitava animatamente, indicando il pancione da donna incinta, la contraddizione tra la sua condizione, bisognevole di riposo e la violenza verbale dei gesti che lei e alcune sue colleghe stavano producendo nel tentativo di far saltare la seduta”.
Proprio su questi attimi dovrà decidere la Giunta, magari ricorrendo alla moviola, come si fa per gli episodi calcistici più contestati. Secondo la Lezzi, rivolgendosi a lei “il senatore D’Anna, in piedi, indica con entrambe le mani i propri genitali, mimando il gesto che l’interlocutore avrebbe dovuto abbassare il capo verso le sue parti intime”. Insomma un chiaro riferimento al sesso orale. D’Anna giura invece che le immagini “ritraggono prima la collega Lezzi con entrambe le mani nella tasca del cardigan che indossava mimando il suo stato interessante. E io che, in evidente polemica, ne mimavo la condizione indicando il ventre, la pancia, ma non certo i genitali, come subdolamente si vuol lasciar intuire”. Queste le due versioni, va detto, molto discordanti.
Per Vincenzo D’Anna escludere l’insindacabilità per una vicenda tutta insita “nella normale contrapposizione parlamentare creerebbe un pericolosissimo precedente, tale da condizionare l’espressione del pensiero di ciascuno di voi, non più liberi di esprimere voti e opinioni”. Si rischierebbe insomma un “vulnus per il Parlamento intero”. Visto che in gioco ci sarebbero “le guarentigie di deputati e senatori previste dalla Costituzione a tutela dei rappresentanti del popolo”, che “devono essere sottratti a rischio di punizione per l’espressione delle proprie opinioni e per le azioni poste in essere a causa e nella funzione di parlamentare”.
Reggeranno le sue argomentazioni? Non resta che attendere: martedì l’ex senatore verrà audito dalla Giunta, che dovrà verificare se colpo basso e fallo di mano c’è stato. Magari anche alla moviola.
Fazio invita il sindaco Mimmo Lucano, ma la Lega si oppone
Fabio Fazio ha invitato a “Che tempo che fa”, domani sera, Mimmo Lucano, il sindaco di Riace (Reggio Calabria) finito agli arresti domiciliari poi trasformati in divieto di dimora con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso uno o due matrimoni di convenienza e frode in pubbliche forniture per l’appalto dei rifiuti a due società non iscritte nell’apposito registro. È l’uomo del Modello Riace che ha accolto negli anni migliaia di stranieri in un paese di poco più di duemila abitanti e in via di spopolamento, stroncato dall’inchiesta e poi dalla decisione di Matteo Salvini dal Viminale di revocare i finanziamenti ai progetti Sprar del Comune per una serie di irregolarità. Contro l’invito di Fazio sono intervenuti i parlamentari leghisti della Commissione di vigilanza sulla Rai: “La tv pubblica non può divulgare modelli distorti sull’onda di strumentalizzazioni ideologiche”. Difendono Lucano e l’invito di Fazio gli eletti del Pd: “Se questo è il criterio, chiederei alla Rai di far sparire dagli schermi Salvini e i dirigenti Lega”, ha replicato Davide Faraone (Pd) . Fonti vicine all’ad Rai, Salini, esprimono “irritazione per il metodo”, perchè Fazio non ha concordato la presenza in studio con i vertici.
Il Movimento “di governo” ritorna nell’arena: si temono proteste No-Tap
Il Movimento 5 Stelle torna in piazza oggi e domani per la consueta festa nazionale con i sostenitori, per la prima volta da quando è diventato una forza di governo. Inizierà alle 10, Italia Cinque Stelle, l’evento che da cinque anni i pentastellati tengono al Circo Massimo a Roma. In questa edizione ci sarà anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che interverrà domani pomeriggio. Nella stessa giornata, sono attesi il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, e Davide Casaleggio. Prevista per oggi, invece, la presenza del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, esponente di punta del Movimento che però alle ultime elezioni ha deciso di non ricandidarsi: l’ex deputato romano parlerà della vicenda Autostrade per l’Italia, la società finita al centro delle polemiche dopo il crollo del ponte Morandi di Genova. A fare gli onori di casa sarà la sindaca di Roma Virginia Raggi che ha salutato l’evento: “Sarà un weekend di sogni, progetti, entusiasmo, allegria e passione per la politica”. Oltre a tutti loro, prenderanno parte molti eletti al Parlamento italiano e a quello europeo, ministri e sottosegretari, i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali e regionali. Per una strana sorte, dunque, il momento in cui il Movimento festeggerà con i suoi simpatizzanti coincide con la fase più difficile del governo.
C’è poi il timore che la manifestazione diventi il pretesto per una contestazione da parte degli attivisti No-Tap, dopo che si è deciso di andare avanti con il gasdotto visti gli alti costi che comporterebbe un’eventuale rinuncia. Qualche malumore è circolato anche a causa dei risultati della raccolta fondi per l’evento. Stando a quanto ha raccontato ieri l’AdnKronos, sembra che la somma tirata fuori dalla donazioni sia stata di soli 50 mila euro, inferiore a quella degli altri anni. Sempre secondo le notizie apprese dall’agenzia, però, pare che il Movimento confidi nei contributi dell’ultimo minuto e anche nei proventi della vendita di gadget direttamente sul posto.
In ogni caso, sarà un’occasione per verificare la risposta della base chiamata a raccolta per la prima volta dopo la conquista di Palazzo Chigi. In questi giorni sono state diramate una serie di regole per la sicurezza, con il divieto di portare al Circo Massimo ombrelli, bastoni per i selfie, treppiedi, valigie e zaini grandi.
Dai popcorn a Forza Spread (purché salti il congresso Pd)
Il bravo presentatore gigioneggia, al solito, ma tradisce nervi tesi. In più stenta a carburare. Eppure vuole ritornare al futuro, cioè a se stesso. Per la serie: il Pd, o quel che diavolo sarà, sono io. Solo io.
Il bravo presentatore, ovviamente, si chiama Matteo Renzi e apre la Leopolda numero 9, il suo santuario laico nell’amata Fiorenza, con un moscio intermezzo. A fargli da spalla l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, per la contromanovra al governo gialloverde. Ennesima questione psichiatrica, non politica, come ha segnalato in mattinata a Omnibus su La7, l’esperto (di psichiatria) Carlo Calenda. Il “furibondo” Calenda, furibondo per sua stessa ammissione, a conferma della confusione mentale del Pd, ha detto che quella di Renzi e Padoan è la seconda contromanovra del Pd, dopo cifre e numeri già presentati dalla premiata coppia formata dai barbudos Martina & Nannicini.
E così la domanda di un giornalista diventa una meravigliosa battuta comica: “Scusi Padoan, ma lei a quante contromanovre ha partecipato?”. Le risposte sono scalate sugli specchi e l’intermezzo va avanti a suon di “Grazie Pier Carlo” e “Grazie Matteo”. Poi non si capisce più chi è la spalla e chi il protagonista. I due dapprima sono “Sandra e Raimondo”, indi “due civil servants”. Renzi: “Io elenco, Pier Carlo spiega”. Sintesi estrema da Padoan: “L’Italia rischia l’osso del collo”.
In realtà il paventato incubo dello spread è un sogno che rimbomba alla Leopolda, tra i cartelloni che inneggiano al “Ritorno al futuro”. Forza Spread è il nuovo passatempo di Renzi dopo i popcorn d’inizio legislatura per assistere allo show del populismo.
Stavolta, però, l’ex segretario del Pd che non si rassegna a ritirarsi punta sull’esplosione del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi per rinviare il congresso democratico sine die. E l’arrivo oggi a Firenze di Marco Minniti, potenziale competitor forte di Nicola Zingaretti, è preceduto da questo sprezzante benvenuto renziano, anticipato in un’intervista: “Il Paese sta andando a sbattere, rischia la recessione, è questa la mia preoccupazione. Davvero uno pensa che il problema sia scegliere tra Minniti e Richetti? Ora preoccupiamoci dell’Italia”. “Italia, first”, manco fosse un Trump toscano del Chiantishire. Altro che Obama.
La dinamica nella testa del serial killer “Matteo” – qui è tutto un film, a partire appunto dal titolo, “Ritorno al futuro” – s’aggira attorno alle date decisive per avvicinarsi alle primarie, nel frattempo già slittate da gennaio a febbraio del 2019. Queste: a fine ottobre Martina si dimetterà dalla segreteria e a quel punto si terranno assemblea e direzione per convocare il congresso. Solo che, secondo le funeste previsioni renziane, a novembre scoppierà la tempesta finanziaria con l’Italia del Salvimaio declassata e il dibattito sulle primarie rischierà di apparire marziano. Di qui il chissenefrega dedicato ieri agli amici Minniti e Richetti.
Renzi ormai gioca per se stesso e per il suo destino personale e dentro il Pd vuole buttare la palla in tribuna. Senza dimenticare che, scavallando la rogna congressuale, parteciperà ancora da una posizione di forza alla formazione delle liste per le Europee di maggio 2019. Tutto torna.
E che il renzismo stia diventando disperato fideismo nel Leader, con la maiuscola, lo testimoniano le migliaia di persone registratesi a questa Leopolda di mezzo, a metà strada tra la permanenza nel Pd e la tentazione dell’uscita. Dice Paola, che ferma il cronista: “Io sono qui perché sono incazzata con Matteo”. Incazzata? “Sì, perché ha delle qualità enormi per fare politica e deve ritrovarle, io lo aspetto”. Ecco, la militante Paola, donna matura, riassume il sentimento di questa edizione numero 9.
I più entusiasti dell’organizzazione riferiscono di novemila iscritti. I fedeli della nuova chiesa renziana del 2018. Ed Erasmo D’Angelis, ex direttore dell’Unità , storpia suggestivamente una citazione immortale di Pietro Nenni. Non “piazze piene e urne vuote”, ma “Leopolda piena e urne vuote”.
Alle nove e un quarto di sera si comincia ufficialmente. La colonna sonora è la struggente Quelli che restano di Elisa e Francesco De Gregori, ma i versi stridono con le immagini di Renzi. Va bene il fideismo, ma la poesia non c’azzecca nulla con lui. E l’incipit sono sberleffi a Di Maio, Salvini e pure al Fatto. Un’ossessione.
Renzi non si risparmia nemmeno il controverso amico finanziere Davide Serra che sale sul palco per dare lezioni di spread. Non solo. Serra fa il benefattore in Tanzania, aiutando i bambini “mongoloidi”. Testuale.
Gli italiani vogliono più lotta all’evasione e meno sanatorie
Gli italiani sono più propensi alla lotta all’evasione (67%) piuttosto che ai condoni (25%), a sicurezza e protezione (61%) rispetto alle libertà personali (33%), favorevoli alle espulsioni dei migranti (58%) piuttosto che all’accoglienza (33%), chiedono tutele lavorative (56%) invece di flessibilità (38%). È quanto emerge da una ricerca di Lorien Consulting, realizzata in occasione del 33º convegno di Capri dei giovani imprenditori. per quanto riguarda la manovra, il 71% degli italiani è “preoccupato per la manovra in deficit”, di questi “il 29% è molto preoccupato”. E considerano “grandi assenti” soprattutto la Sanità (42%), il sostegno a nuova occupazione (31%) e ai giovani (24%). Sulle intenzioni di voto, “se si tornasse alle urne i due partiti di governo raggiungerebbero il 58,2%, perdendo quasi un punto percentuale rispetto a settembre”. Il M5S “esce molto rafforzato” dal lavoro sulla manovra, così come la Lega aveva guadagnato consenso questa estate “sulla questione migranti”. Per Lorien oggi “si registra il primo calo della Lega (30,7%, dal 32,4 del 21 settembre) dalle elezioni mentre il Movimento 5 Stelle cresce lievemente(27,5% dal 26,7%)”.
Scure di Moody’s sulla manovra: ora lo spread fa paura
Il temuto e atteso declassamento del debito italiano arriva a tarda sera: l’agenzia di rating Moody’s taglia il giudizio di affidabilità dell’Italia da Baa2 a Baa3, con outlook, cioè previsione sul futuro, stabile. Quindi non dà già per scontate altre riduzioni imminenti. La motivazione della bocciatura è tutta politica: il taglio del giudizio è legato a un “cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato”. All’aumento del disavanzo, osserva Moody’s, non corrisponde una “coerente agenda di riforme per la crescita”, e questo “implica” che la crescita rimarrà bassa. E dunque il debito, che non scende, è meno sostenibile.
L’Italia è così ora soltanto una tacca sopra il cosiddetto “investment grade” nella scala di Moody’s, appena sopra la soglia che permette di portare in garanzia i titoli italiani alla Banca centrale europea. Se tutte le quattro agenzie di rating principali dovessero portare il loro giudizio sotto quel livello, e basta un altro declassamento, il mercato per il debito pubblico entrerebbe in crisi. Molti investitori come i grandi fondi pensione dovrebbero vendere tutti i titoli in portafoglio. E non è escluso che qualcuno cominci già ora, dopo il primo declassamento di Moody’s cui seguiranno, come accade di solito, anche quelli di Standard & Poor’s, Fitch e magari anche della più clemente Dbrs.
Le conseguenze sui tassi di interesse pagati dal Tesoro si vedranno presto. Intanto il problema sono le banche italiane: il loro destino è legato a quello del debito pubblico italiano, ogni fiammata dello spread si trasferisce in una picconata al valore di Borsa degli istituti di credito. E ieri lo spread è arrivato a toccare valori che non si vedevano dal 2013, due anni prima che la Banca centrale europea avviasse il suo programma di acquisti straordinari di debito pubblico tuttora in corso: in mattinata la differenza di rendimento tra titoli italiani a 10 anni e titoli tedeschi di pari durata è arrivata a 340 punti per poi scendere a 301.
I mercati sono molto reattivi allo scontro con la Commissione europea sulla legge di Bilancio: da settimane gli investitori sono convinti che la bocciatura della manovra possa essere l’inizio di una fase conflittuale che potrebbe mettere a rischio anche la permanenza dell’Italia nell’euro. Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, attende la lettera che il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, deve mandare entro martedì per rispondere ai rilievi di Bruxelles (“deviazione senza precedenti” dagli obiettivi di riduzione del debito). Nessuno si aspetta che il governo cambi i numeri. “Se lo spread arriva a 350 perché questi litigano è un problema”, dice il vicepremier Matteo Salvini. Ma non sembrano le tensioni sul decreto fiscale ad allarmare gli investitori. Chi scommette al ribasso si è preparato nei giorni scorsi e da lunedì ripartirà all’attacco.
La scelta del governo Conte di abbandonare gli impegni di riduzione del debito che, pur con mille flessibilità e compromessi, erano stati rispettati dagli esecutivi precedenti, fa apparire ora il nostro debito complessivo meno sostenibile, i mercati chiedono quindi un tasso d’interesse più alto, questo ha l’effetto di ridurre il valore dei titoli di Stato già in pancia alle banche, cosa che riduce la loro solidità patrimoniale. Lo spiega l’agenzia di rating Fitch in un report diffuso ieri. Le banche italiane hanno titoli di Stato in bilancio per quasi due volte il loro patrimonio di vigilanza (Cet1). Ma questo è un valore medio, c’è chi è poco esposto (Mediobanca, 40 per cento del Cet1) e chi è esposto moltissimo, come la Banca Popolare di Sondrio (titoli italiani pari a 3 volte e mezzo il patrimonio di vigilanza). Il guaio è che le banche reagiranno tenendosi quei titoli ancora più stretti: secondo le previsioni di Fitch, li passeranno dalla categoria Hold to sell (cioè pronti per la vendita) a Hold to collect (da tenere) per evitare di dover aggiornare il valore ai prezzi di mercato.
Ogni 100 punti di spread aggiuntivi comporta comunque una riduzione del coefficiente Tier1 che va da 8 a 80 punti, secondo i calcoli di Fitch. Questo si ripercuote in prima battuta sul valore di Borsa: le principali banche quotate hanno perso, nell’ultimo mese, tra il 15 e il 20 per cento della loro capitalizzazione.
“L’ulteriore crescita dello spread peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese”, avverte Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, l’associazione delle banche italiane. Il tasso dei mutui variabili, dal quale dipendono le rate di milioni di italiani, non è agganciato direttamente all’andamento dello spread. Ma molti istituti reagiranno alla perdita di valore dei titoli di Stato in bilancio con un aumento del loro spread, cioè del ricarico che mettono sul tasso di mercato alla base delle rate dei nuovi prestiti. Per aumentare i ricavi, a spese dei clienti, ovviamente.
Foa: “Soros finanzia eurodeputati Dem” Ma Sassoli smentisce
Un “numero enorme” di eurodeputati, fra cui “l’intera delegazione” del Pd ha ricevuto finanziamenti dal miliardario George Soros. È quanto ha detto il presidente della Rai, Marcello Foa, citando un rapporto, in un’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Haaretz.
Il giornale, però, spiega di non poter confermare l’esistenza di questo report. E rimanda a uno dei portavoce del Pd a Bruxelles, Roberto Cuillo, che nega questa affermazione. Secondo Cuillo, Foa si riferiva probabilmente a simili accuse basate su un rapporto di una società di consulting che aveva stilato una lista di eurodeputati le cui posizioni erano ritenute vicine a Soros. Accuse che l’anno scorso erano circolate sui media populisti ed euroscettici. L’intera delegazione del Pd al Parlamento europeo si è scagliata contro il neo presidente della Rai. “Non avrei mai immaginato di dover querelare e chiedere i danni al presidente della Rai”, ha dichiarato David Sassoli (Pd) vicepresidente del Parlamento europeo. “Il presidente dell’azienda di servizio pubblico italiana dovrà dimostrare quello che ha sostenuto, privo di ogni fondamento, in Tribunale davanti a un giudice”, ha detto.
Condono penale, i rischi della forzatura
Quelli del Pd lo hanno chiamato “maxi-condono”. Luigi Di Maio ha minacciato una denuncia e una crisi di governo. Però, se si guarda all’ultima bozza del decreto fiscale circolata prima del patatrac, si ha la netta sensazione di un condono “tra parentesi”.
La parentesi è quella che cambia il senso politico del provvedimento. Al comma 9 dell’articolo 9 della bozza si legge: “Nei confronti dei contribuenti che perfezionano la procedura di integrazione o emersione (…) e limitatamente alle condotte relative agli imponibili e alle imposte e alle ritenute oggetto delle procedure è esclusa ogni punibilità per i delitti di cui agli articoli (2, 3) 4, 10 bis e 10 ter del decreto legislativo 10 marzo 2000 n. 74”. Il neretto è nostro ma la parentesi è opera dell’ignoto estensore.
Perché si può parlare di ‘condono tra parentesi’? Se si eliminano gli articoli 2 e 3, quelli messi tra parentesi dalla ‘manina’ che ha scritto la bozza, la norma non ha effetto. Cosa prevedono infatti le due norme finite nella parentesi? L’articolo 2 punisce fino a sei anni chi froda il fisco con le fatture false o altri documenti che ingannano l’erario simulando redditi più bassi o costi gonfiati. Il 3 punisce chi simula operazioni con soggetti o oggetti diversi dalla realtà sempre al fine di creare costi fittizi o abbattere comunque l’imponibile.
In questo caso, il fisco punisce il contribuente che ha cercato di prenderlo per il naso anche per somme basse. Mentre già oggi è più clemente con il contribuente che non trucca le carte ma semplicemente non dichiara tutto.
Quindi, tolta la parentesi, Lega e M5S si starebbero scannando per nulla. Infatti già oggi i contribuenti che integrano la dichiarazione per un reddito di 100 mila euro, non sono puniti.
L’articolo successivo esclude la punibilità per il riciclaggio e l’autoriciclaggio ma solo per le condotte “commesse in relazione ai delitti di cui alla lettera a)”. Se le due norme tra parentesi fossero incluse nel testo definitivo, il governo giallo-verde si renderebbe davvero responsabile di un condono sulle frodi fiscali e il riciclaggio. Ma se la parentesi saltasse, non ci sarebbe alcun reato da condonare perché la somma di 100 mila euro non supera la soglia di punibilità e dunque non sarebbe possibile alcun riciclaggio.
Gli altri articoli certamente inseriti nel condono fiscale (fuori dalla parentesi nella bozza) infatti sono l’omessa dichiarazione (art. 4) e l’omesso versamento di ritenute (art. 10 bis) o Iva (10 ter). In questi casi, già oggi, i contribuenti che nascondono redditi per 100 mila euro all’anno, non rischiano penalmente nulla. Non per scelta del governo giallo-verde ma perché quelli precedenti hanno previsto che al di sotto delle soglie minime non scatta la sanzione penale. Le soglie sono state alzate ancora dal governo Renzi che ha portato quella delle violazioni punite dall’articolo 4 fino a 150 mila euro di imposta (ben al di sopra della soglia massima di 100 mila euro di imponibile previsto dal condono giallo-verde) e lo stesso discorso vale per l’articolo 10 bis e l’articolo 10 ter. A questo punto diventa fondamentale capire cosa significhi quella parentesi. Secondo le fonti del Fatto, nella bozza erano finite tra parentesi le parti dell’articolato sulle quali non c’era accordo politico tra Lega e M5S.
Allora è bene spiegare l’importanza della parentesi con un esempio: l’imprenditore Tizio ha dato 100 mila euro a un partito politico nel 2016 accordandosi con il tesoriere Caio per fare una simulazione. Il finanziamento passava attraverso la Fondazione e veniva fatturato e dichiarato dalla Fondazione come se fosse una prestazione pagata realmente. L’imprenditore Tizio ha iscritto nel 2017 la fattura in bilancio come costo abbattendo così il suo imponibile per 100 mila euro. I soldi finiti alla Fondazione poi sono stati girati a Sempronio, il leader del partito, che ci ha pagato l’affitto del suo costoso ufficio. Ebbene riguardando il caso sopra esposto, che non ha alcun riferimento a fatti o persone reali come si dice nei titoli di coda dei film, un pm particolarmente aggressivo potrebbe contestare a Tizio e Caio la frode fiscale dovuta alla falsa fatturazione e al leader politico Sempronio il riciclaggio. Un domani l’imprenditore Tizio potrebbe aderire al condono lucrando così l’impunità penale per sé. Anche Caio e Sempronio a questo punto la sfangherebbero perché il pm aggressivo non potrebbe contestare il riciclaggio. Ovviamente sempre che esista un caso simile nella realtà. E sempre che oggi la parentesi sopravviva nel testo finale.
E se cade? Il governo Conte è una manna (specie per il Pd)
Giovedì sera in tv, tra manine e minacce. Con Di Maio che forse non capisce cosa legge, Salvini che forse non capisce Di Maio, Conte sull’orlo delle dimissioni, il commissario Moscovici che torchia l’imputato Tria, spread che ve lo dico a fare alle stelle, insomma un casino che la metà basta. Finché chiedono proditoriamente a Nicola Zingaretti, cosa succede se cade il Salvimaio. Occhio sbarrato, salivazione azzerata dell’ammutolito candidato alla segreteria del Pd. Forse un governo del presidente, infierisce qualcuno tra lo sgomento generale.
Sono scherzi da non farsi ai gentili ospiti del premiato resort ricreativo del Nazareno. Accaniti fan dello Stato Sociale (una vita in vacanza, niente nuovo che avanza, nessuno che rompe i coglioni, nessuno che dice se sbagli sei fuori). Che lietamente trascorrono le giornate tra set televisivi (Renzi), cover (Boschi), Instagram (Boccia), diari intimi (Calenda) o in giro dove capita (Martina). Vagheggiando primarie e congressi, partiti aperti, chiusi o a metà (ma senza fretta che c’è l’happy hour). Immaginateli alle prese, per dire, con un Cottarelli-bis di assoluta minoranza, e stavolta con l’incubo di doverlo poi sostenere in Parlamento (non ci si nega a Mattarella), mentre le folle rumoreggiano sotto i balconi. Magari costretti a piegarsi al diversamente sobrio Juncker, a tagliare zac il reddito di cittadinanza, a ripristinare oplà la Fornero. Leggi rimaste sulla carta, ma provateci voi a strappare dalle mani di qualcuno un Gratta e Vinci. Ma dopo, chi comunica a Berlusconi che, insieme al governo gialloverde, sparirebbe l’alibi che ha tenuto in piedi il fantasma di Forza Italia (andava combattendo ed era morto)? E il piagnisteo sul centrodestra tradito da Salvini, finito a braccetto con quegli orrendi pauperisti, incapaci perfino di pulire i cessi? Povero Cavaliere, costretto a tenersi, a mezza pensione, Tajani e la Gelmini mentre il truce leghista gli porta via le posate.
Colleghi dei grandi giornali, diciamocelo, che giornate tristi e piatte se prive di un’apocalisse finanziaria da vaticinare, notte e dì. Mentre cupo risuona l’allarme son fascisti sui nuovi Mussolini alle porte. E gli ascolti dei talk show, mai così ingrifati dai tempi della nipote di Mubarak? E Crozza, come potrebbe sopravvivere senza il fantastico mondo di Toninelli? E gli imminenti nominati Rai, costretti a ritornare alla casella del via, con una pernacchia? E i condonati, e gli scudati amici del Carroccio, delusi sul più bello? E il tenebroso Moscovici, d’ora in avanti ridotto a consegnare semplici bollettini di sollecito ai governi di Andorra e Lettonia? E la campagna elettorale di Macron e soci per le Europee, privata improvvisamente dell’italico spauracchio sovranista e populista? A pensarci bene, la società Autostrade e i Benetton sono tra i pochi che, davanti all’autoaffondamento del governo Conte, avrebbero argomenti per esultare: solidi come un ponte, gustosi come una grigliata.
Tranquilli, allarme rientrato. Ci comunicano che la crisi non ci sarà. Renzi ringrazia, si era già proposto nella giuria di X-Factor.